Il diario di Nicola
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Due passi nella scienza: noi, il mondo e tutto il resto (Il cervello)- 2° parte
Nicola 15 novembre 2007

CervelloNon esiste quindi neanche una "libertà d'azione": ogni nostro moto corporeo,quelli del cervello inclusi, dipende dagli stimoli che riceviamo dall'"esterno"e dall'"interno". Stimoli che però agiscono in maniera complessa: sollecitando la memoria, producendo sensazioni; senza dimenticare il lavorio continuo del nostro cervello entro di sè, particolarmente evidente, perchè così distante dagli stimoli esterni immediati, nello stato di sonno REM.

In questo momento, per esempio, sto scrivendo sulla tastiera, guardando i tasti, vedendo tutto quello che sta attorno al computer, ascoltando, leggendomi mentalmente le parole che scrivo e molte che non scrivo, richiamando dalla memoria (o subendo il richiamo dalla memoria?) di svariati pensieri e letture dell'ultimo anno, soffrendo per le cipolle che ho assolutamente voluto nella mia insalata. Tutti questi processi avvengono contemporaneamente, in scambio continuo tra di loro e stimolandosi a vicenda. Per alcuni neurologi, allo stato delle conoscenze, la "coscienza" non è altro che questa contemporaneità e vicendevole influenza di molteplici attività del cervello.

Ho scritto "esterno" e "interno" tra virgolette, perchè stabilire, nell'attività mentale, una separazione tra queste categorie è già una scelta di metodo, soggetta a critica. Infatti, dagli inizi del nostro sviluppo, noi registriamo stimoli che vengono da dentro i confini del nostro corpo e dal di fuori di esso. Noi cresciamo (e il nostro cervello si modifica) a contatto col mondo esterno e in particolare nel rapporto con gli altri umani. Un "io" che prescinda da tutto ciò, in particolare dal contatto sociale, non esiste. Nessun"io", a causa della varietà di queste relazioni con l'esterno, è veramente simile a un altro. In realtà, solo a un certo punto del nostro sviluppo si raggiunge la consapevolezza della propria individualità, e questa individualità è comunque sempre parziale, o quantomeno intermittente.

E qui si ritorna a uno dei punti di partenza, cioè alla libertà di scegliere. Anche se questa libertà, in senso stretto, non ce l'abbiamo, la ricchezza degli stimoli che presiedono alle nostre scelte è tale che il nostro comportamento è, se non in termini molto grossolani, imprevedibile. Anche a noi stessi. Al punto che abbiamo, comunque, una percezione di libertà di scelta (a volte abbiamo, a dire il vero, la percezione opposta).

La libertà di scelta, cioè, che difficilmente si manifesta al livello del singolo individuo, è percettibile - almeno osservando gli altri - guardando agli individui che interagiscono tra di loro: tanto ricca e imprevedibile è la dinamica dei loro rapporti e dei processi che questi rapporti innescano nei loro cervelli. Siamo, quindi, nè liberi, nè determinati. Tantomeno siamo determinati dai nostri geni - a meno di non considerare patologie genetiche che gravissimamente affliggono il lavoro della mente.

Deve quest'assenza di scelta in qualche modo far venir meno la nozione di responsabilità? Io non credo: la nozione stessa di responsabilità è un costrutto - complesso - della nostra storia personale e collettiva (un costrutto fatto di pensieri razionali, di sensazioni, di contenuti che ci son stati comunicati, di spinta all'emulazione dei nostri educatori). Come tale, anche essa fa parte integrante del nostro cervello, sia nella sua struttura semipermanente che nelle sue manifestazioni (nei suoi processi) più effimere. E' poi da notare come la nostra storia collettiva, che ci si manifesta in più modi dagli inizi del nostro sviluppo, faccia sì che i nostri cervelli si formino differentemente da come si formavano un tempo (o da come si formerebbero in un ambiente diverso). Questo solo fatto rende criticabile ogni affermazione del tipo: la natura umana autentica è così e così. La natura umana, se ha a che fare coi nostri cervelli, si modifica nella storia.

Due passi nella scienza: noi, il mondo e tutto il resto (Il cervello)- 1° parte
Nicola 14 novembre 200

CervelloLa propensione a descrivere qualcosa è spesso inversamente proporzionale alla conoscenza che se ne ha: in virtù di questo principio, vi dirò le due cose che credo d'aver capito delle moderne neuroscienze, aiutato dal fatto di non saperne quasi nulla. L'unico contatto diretto che ho con la disciplina è un progetto di neurologia visione, a cui partecipo in posizione del tutto ancillare, occupandomi dei più micragnosi aspetti tecnici d'un modello matematico che non è farina del mio sacco. Per farlo, e per avere un'idea del quadro complessivo del progetto, mi son comunque seguito qualche seminario e ho fatto, da perfetto dilettante, qualche lettura, perlopiù a dei dilettanti indirizzata.
I problemi classici, ben posti o meno che siano, sono: cos'è la coscienza? abbiamo la possibilità di scegliere? c'è un supporto materiale nel nostro corpo -nel cervello- che funga da sede della coscienza (una sorta di "cabina di regia")? il nostro modo di pensare è innato o proviene dall'ambiente? possiamo "spiegare" il funzionamento del nostro cervello unicamente in base alla biochimica? come interagiscono memoria, pensiero, coscienza e sensi? Su questi problemi c'è un mostodontico lavoro di ricerca, con finanziamenti massicci e con interessi commerciali (e militari, e di sicurezza) che vi svologono un ruolo chiave.
In sintesi: l'ipotesi di partenza per studiare la mente da un punto di vista scientifico non può che essere materialista. I nostri pensieri, le nostre sensazioni, le emozioni si manifestano nella forma di: passaggio di segnali elettrici lungo i neuroni; reazioni chimiche e scambio di sostanze tra cellule; alterazione della struttura cerebrale (per esempio, generazione o eliminiziane di sinapsi). All'inizio del terzo millennio, le tecniche d'indagine permettono d'investigare il cervello, anche se imperfettamente e molto parzialmente, al livello di questi microscopici processi. Da notare è come, parlando di vita e di mente, non si deve pensare a una "cosa", ma a un "divenire", a un processo. Il computer spento esiste e può essere investigato, il cervello spento è solo un pezzo di cadavere.
Ogni pensiero, quindi, produce effetti misurabili: calore, campi elettrici, reazioni chimiche... Se avessimo un'anima, questa -nel punto in cui si manifesta nella forma di pensieri o altro- dovrebbe causare alcuni di questi effetti. O si suppone che una reazione chimica parta dal nulla, o l'"anima" -qualunque cosa essa sia- deve essere un qualcosa di materiale (nel senso doppio di materia e processo, ovviamente).

Storie minime d'amore: omertà
Nicola 11 novembre 2007

[Congiunto all'epoca dodicenne.] "Insomma, Marco, il mio migliore amico, sospetta che la sua ragazza abbia una storia con un altro. Mi chiede sempre: 'Tu ne sai niente? E' strana, da un pò. C'ha un altro tipo, lo so, ma nessuno mi vuole dire niente.'
E non parla d'altro, è diventato pallosissimo! Sta lì per ore e ore a chiedersi se lei lo tradisce con questo, con quest'altro, con quell'altro ancora... E io sto lì, anche un pò imbarazzato, perchè -infatti- lo so benissimo che lei lo tradisce. Ma non posso dirgli niente, non posso proprio.
Insomma, se continua così, mi sa che mi dovrò cercare un nuovo amico. Non può chiedermi di fare la spia sulla sua ragazza, sarebbe sleale. Dovrebbe capirlo da solo e non chiedermi nulla.
E poi, è un gran casino, Nicola: la sua ragazza e io stiamo insieme da un mese."

Munch


Il gesto dell'ombrello (2)
Nicola 10 novembre 2007

Tanti anni fa, si tornava a Milano dalla Romagna, ci trovammo in coda per incidente sull'Autosole, dalle parti Lodi, sotto un acquazzone di fine estate.
All'epoca non ero mai stato a Lodi e me l'immaginavo come una città-ospedale, con grandi padiglioni bianchi ad accogliere tutti quelli che si ferivano nei frequentissimi scontri sull'autostrada, che lì era sempre bloccata. Dopo un pò passiamo davanti a una serie di macchine che si erano tamponate in successione.
Mio padre intravede un uomo ferito che esce a metà da una delle auto, si ferma, prende l'ombrello e lo raggiunge.
Io e i fratelli, intanto, cercavamo di vedere dai finestrini. Mia mamma ci diceva che non stava bene guardare, e neanche essere così eccitati da una disgrazia. Passa un pò di tempo, vediamo arrivare un'ambulanza e dopo pochi minuti mio padre ritorna, bagnato come un pulcino, pallido e senza ombrello.
"E allora?" chiede mia madre.
"C'era un moribondo."
"E tu cos'hai fatto?"
"Gli ho protetto la testa dalla pioggia e gli ho fatto compagnia finchè non è arrivata l'ambulanza."
"E l'ombrello?", chiediamo noi bambini, che della situazione trovavamo emozionanti anche gli aspetti più futili.
"Gliel'ho lasciato."
"Ma lo cureranno, vero?" chiedo io retoricamente, che ritenevo ovvia la coincidenza tra ambulanza e salvezza.
"Non credo che ci sia niente da fare."

Ombrello"


Il gesto dell'ombrello (1)
Nicola 8 novembre 2007

Gli ombrelli vengono perduti in gran quantità: ce ne si ricorda solo quando piove e li si abbandona lì dove ci si trova non appena spiove. Così meditavo pigramente, sotto la sicura protezione dell'ombrello preso dal deposito di quelli smarriti in facoltà, mentre mi avviavo verso la stazione di Ravenna, Ombrelligodendomi il violento gocciolare della pioggia sulla tela disegnata a fiori. Nel sottopassaggio ferroviario vicino all'università intravedo due figure nere ferme in attesa. M'avvicino e rabbrividisco: su una carrozzella c'è una vecchia con gli occhi spiritati che accarezza e parla a una Barbie, cercando di pettinarla. Distolgo lo sguardo dalla vista stregonesca e riconosco nell'altra signora, di mezz'età, l'accompagnatrice della vecchia. Evidentemente sono rimaste bloccate nel cunicolo freddo e buio dall'improvviso temporale. "Poveracce!", pensa la gamba destra (dominata dall'efficiente emisfero sinistro) riprendendo la falcata veloce "Fortuna che noi l'ombrello ce l'abbiamo." La gamba sinistra (vincolata al buonista emisfero destro) però ha un retropensiero, si ferma di scatto (causando un dolorino al ginocchio destro, tutto teso verso la stazione e il treno) e chiede alla signora sana di mente: "Vi servirebbe per caso un ombrello?"
Quella dice in un'italiano smozzicato qualcosa che non è nè un sì, nè un no, ma la risposta a un'altra domanda. Ripeto l'offerta, agitando l'ombrello, ma quella mi ripete che la pioggia le ha sorprese là sotto. "Ci hai provato e non ha capito; l'ombrello è salvo. Possiamo andare, ora?", dice trionfante la gamba destra, e parte. Si fanno neanche dieci passi e mi volto, la vecchia ha iniziato a urlare con la bambola, la badante è sempre lì ferma. Torno indietro, vado dalla signora slava e le metto l'ombrello in mano: "E' per voi, capito!?" le dico con un pizzico di sgarbatezza, che non viene tanto dal fatto che il suo italiano è così primitivo, ma dal pensiero del chilometro e passa che devo ancora farmi sotto la pioggia.
Lei prova a respingere l'offerta, ma la vecchia si mette a piangere, così cambia idea. Mi fa mille ringraziamenti, mi dà pure l'indirizzo a cui andare a ritirare l'ombrello.
"Dovrebbe ringraziare la studentessa che lo ha dimenticato in aula," penso, e riprendo il cammino che mi porterà, tutto gocciolante, al treno, dove gli altri passeggeri mi guardano con compatimento e disprezzo ("ma non lo sa che sistono gli ombrelli?").

Ombrelli


Due passi nella scienza: l'importanza di essere semplici (2° parte)
Nicola 31 ottobre 2007

Per noi moderni il modello tychonico è DEL TUTTO EQUIVALENTE a quello copernicano: si tratta di un mero cambiamento delle coordinate celesti. Il modello tychonico aveva due pregi: veniva incontro all'ostilità che le chiese Ritratto di Tycho Brahevenivano sviluppando verso il modello copernicano e, dal punto di vista interno alla scienza, non poneva il problema dell'accelerazione (se la terra gira a gran velocità nel cosmo, come mai non c'è un gran vento che ci porta via?). Su quest'ultimo problema, comunque, Galileo e altri andavano facendo importanti studi quantitativi.
Fatto sta che il modello copernicano prevalse, se non altro, per non incorrere nell'attenzione delle autorità ecclesiastiche, come modello matematico fittizio. Keplero studiò un suo fondamentale perfezionamento, in cui le orbite planetarie erano ellittiche e le velocità dei pianeti intorno ad esse erano descritte da semplici leggi matematiche.
Infine venne Newton. Assumendo il modello copernicano-kepleriano come base, egli ebbe l'intuizione fondamentale di estendere la forza di gravità che regola il moto dei gravi sulla Terra a tutto il cosmo; e con la gravità spiegò -facendo uso di una stupefacente profondità di pensiero fisico e matematico- il moto di tutti gli astri. La teoria newtoniana rimase immutata sino alla relatività generale di Einstein, che richiuse la cosmologia nel ristretto campo degli addetti ai lavori da cui Copernico l'aveva tolta. Ancora oggi, comunque, la teoria newtoniana è in grado di guidare le sonde spaziali e di prevedere la presenza di oggetti celesti invisibili in base al moto di quelli loro vicini e visibili.
Questa lunga storia, che ho qui frettolosamente e imprecisamente riassunto, pone una domanda di cui non so la risposta. Se il modello copernicano e quello tolemaico (e le loro varianti) erano equivalenti, come mai fu proprio quello più simmetrico ad avere in sè le chiavi della legge di gravità newtoniana? Perchè, cioè, "più semplice" s'è mostrato "più vero"? Questo principio d'economia (e bellezza) viene ancor oggi assunto, magari implicitamente, da ricercatori d'ogni tipo. E' un principio in sè non-fisico, che non può essere usato come argomento dimostrativo, ma che nella ricerca vale un pò come la fede.

PS E' facile dimostrare, per chi conosce le ottocentesche "trasformate di Fourier", che ogni traiettoria piana può essere descritta con precisione arbitraria da un sistema di epicicli. Il genio di Tolomeo è che le trasformate di Fourier, men che meno questo teorema, lui non le conosceva.

PPS E' curioso come il moto dei pianeti sia stato assai semplificato da Copernico in poi, ma l'astrologia -che sulla bizzarria planetaria faceva perno-non sia morta. Anzi. A dimostrazione che la scienza non ha fatto breccia nel senso comune, che rimane -pur indirettamente- tolemaico, allo stesso modo in cui è -autoritariamente (cioè, senza saperne i motivi)- copernicano.

Modello copernicano


Due passi nella scienza: l'importanza di essere semplici (1° parte)
Nicola 30 ottobre 2007

Una delle più conosciute e più strane storie della scienza è la rivoluzione copernicana.
In principio c'era il senso comune: la Terra sta ferma al centro dell'universo, Epicicloil Sole e le stelle (quelle dell'"ottavo cielo") le girano attorno. In questo quadro, comunque, un dettaglio andava storto: alcune stelle, i pianeti, seguivano attorno alla terra delle orbite bizzarre e irregolari. Questi, infatti, apparivano ora in questo, ora in quel quadrante del cielo (questa aperiodicità dei cieli è all'origine delle teorie astrologiche sull'influsso dei pianeti nelle nostre vite, teorie quanto mai vacue, ma assai rappresentate nell'arte: per esempio, nelle allegorie dei pianeti che stanno sulle pareti dell'Annunciazione di Cosmè Tura).
Venne Tolomeo e, compendiando le osservazioni di generazioni di astronomi, pervenne a una descrizione accuratissima del moto degli astri, delle stelle solidali col Sole come di quelle vaganti. A ciascun pianeta, Tolomeo associò una successione di orbite circolari. La prima orbita girava attorno alla Terra, ma era vuota: l'oggetto invisibile che orbitava era il centro della seconda orbita. A sua volta, l'oggetto che girava sulla seconda orbita era il centro della terza, e così via. Finalmente, sull'ultima orbita girava il pianeta. La prima orbita era il "deferente", le succesive erano gli "epicicli".
Passarono i millenni e Copernico, un chierico-astronomo europeo, rimise mano al problema dei pianeti, riscoprendo un modello alternativo già azzardato in epoca ellenistica. Suppose che il Sole stesse al centro dell'Universo, al centro dell'immobile ottavo cielo (delle "stelle fisse"), e che sia la Terra che i pianeti vi orbitassero attorno in orbite circolari.
Questo modello era assai più semplice di quello tolemaico, ma assai più impreciso (sappiamo infatti che, centrando il sistema sul Sole, le orbite non sono circonferenze, ma ellissi aventi uno dei due fuochi nel Sole). Copernico, assai creativo nella matematica di tipo tolemaico, rimediò aggiungendo a queste orbite principali tanti piccoli epicicli, fino a raggiungere la precisione tolemaica (ma niente di più!).
Il modello copernicano, semplice e comunicabile, fece uscire l'astronomia dei pianeti dal ristretto circolo degli esperti. Il mondo della scienza si divise in copernicani e non copernicani. Tra questi ultimi vi fu un grande astronomo, Tycho Brahe, che prese il modello copernicano e lò rovesciò all'indietro. Diceva Tycho: la Terra sta al centro, il Sole con l'ottavo cielo le gira attorno, i pianeti girano attorno al Sole.

 Cosmè Tura - Annunciazione


Due passi nella scienza: la natura non ha intenzioni (2° parte)
Nicola 29 ottobre 2007

Il secondo esempio poteva essere osservato a un qualunque sportello d'Italia sino a pochi anni fa: le persone in attesa tendevano a disporsi in un mezzo disco avente centro nello sportello. Ora, qual'è la proprietà particolare del disco? Ce ne sono diverse: è la figura che, a parità di area, ha il perimetro minore, per esempio. Possiamo però immaginare che le persone cercassero di ridurre il numero di esse che stavano ai margini della calca?
Questo presuppone un'intenzionalità eccessiva: le persone dovrebbero contarsi, contare quelle che sono ai margini della calca, provare diverse configurazioni... E poi, che interesse c'è a essere, quanti più si può, DENTRO una calca diabolica?
Quello che in effetti le persone facevano era, ovviamente, disporsi nel punto libero meno distante dallo sportello: una decisione presa dai singoli (senza accordi e senza progetti) dopo un veloce colpo d'occhio. Ebbene, non solo questo principio (minimizzare la distanza dallo sportello) produrrà, mano a mano che le persone arrivano sul uogo, un semidisco di raggio crescente. Si avrà anche che, qualunque fosse la configurazione delle persone a un certo istante (magari c'era un poliziotto che le teneva in fila "all'inglese"), quando il principio inizierà a operare, quella configurazione si muoverà, passo dopo passo, verso un semidisco (a ogni passo, una persona raggiungerà un punto più vantaggioso).
Questo ultimo esempio mostra anche quanto perfezione (del cerchio) e caos assoluto (della "coda all'italiana") possano essere contigui.

[Nel film di Herzog, la simpatia di regista e spettatori è tutta col magico Kaspar: il prete si fa lanciare una mela per mostrare che si arresterà dove lui ha messo il piede, ma quella rimbalza, salta la scarpa e Kaspar ne deduce che "questa mela è molto astuta".]

Disposizione


Due passi nella scienza: la natura non ha intenzioni (1° parte)
Nicola 12 ottobre 2007

Nell' enigma di Kaspar Hauser di Herzog si fronteggiano, a un certo punto, un razionalista sacerdote e Kaspar, che, cresciuto in cattività, ha del mondo una Evoluzionevisione magica e animista. Kaspar è convinto che gli oggetti abbiano una volontà, il curato cerca di spiegargli che, al contrario, essi si muovono secondo leggi a loro esterne, indipendenti da luogo e tempo.
La convinzione del sacerdote è, in forme assai radicali, un postulato della ricerca scientifica. Una teoria dà una buona spiegazione di una classe di fenomeni solo se non presuppone una volontà della natura, una direzione, un salto. Ciò può essere così descritto: se il fenomeno si evolve dallo stato A allo stato Z attraverso gli stati B, C, ..., Y, allora la teoria che dica che il fenomeno "cerca, da A, di raggiungere Z" non è completa, non "spiega" l'evoluzione del fenomeno. [Le affermazioni incomplete esistono, nella scienza, e sono pure utili: lasciano però delle domande aperte, su cui l'indagine prosegue].
Ora, questo principio dell'indagine (che potrebbe essere smentito, in linea teorica, per esempio osservando una montagna che si trasforma in statua senza intervento dall'esterno) diventa criticabile e deve essere applicato con cura in alcune zone della scienza: le scienze del comportamento umano e animale (dove non si può escludere la progettualità) e, qui si entra in una zona mia d'ignoranza totale, nella fisica subatomica (dove, credo, non è del tutto intuitivo il significato di "passare attraverso gli stati", quando cerchiamo -per l'appunto- di eseguire su quegli stati delle osservazioni). In ogni caso, questo principio esclude a priori ogni forma di "disegno intelligente" che non sia, al più, il disegno di leggi fisiche generalissime. Almeno, aggiungo, per quel che riguarda la generalità dei fenomeni: la scienza non può escludere i miracoli, li può solo analizzare -se c'è documentazione trattabile scientificamente- uno per uno.

Herzog - L'enigma di Kaspar HauserVorrei fare due esempi di come questo principio di non-intenzionalità interviene: uno famoso (l'evoluzione secondo Darwin) e uno più casareccio. Darwin non fu il primo a notare come vi fossero specie assai diverse con alcuni tratti funzionali simili (pipistrelli alati come uccelli) o, viceversa, specie assai prossime, però morfologicamente distantissime. Nè fu il primo a elaborare ipotesi su come gli esseri odierni si fossero potuti evolvere a partire da quelli antichi, che avevano lasciato tracce fossili in quantità. E già i geologi avevno spostato, senza scandalo per nessuno, la storia della terra assai al di là del limite fissato dalla Bibbia.
Quello che fece Darwin fu di pensare un meccanismo per cui, senza particolare progettualità da parte degli esseri viventi, nè interventi dal di fuori, nè "tensioni", un piccolo mammifero terrestre si fosse evoluto in pipistrello. Il meccanismo era questo: postuliamo un certo grado di variabilità genetica nella specie in considerazione. Avremo individui diversi, diversamente in grado di riprodursi (in particolare, di arrivare alla riproduzione vivi!). Quelli che hanno le caratteristiche più vantaggiose sopravvivono in maggior percentuale e, secondo postulato, passano alla prole le loro caratteristiche. Ora, un topino con arti anteriori più membranosi può salire un pò più in alto sugli alberi in cerca di cibo e saltar giù, poichè la membrana attutisce l'urto. Generazione dopo generazione, la membrana è diventata un'ala. Ora, i topini con mezza ala sono rimasti a competere sia con quelli alati (avvantaggiati sui rami alti), che con quelli senza membrana (avvantaggiati nei movimenti sul terreno): lentamente, la loro percentuale si riduce e s'estinguono.
Questa è una storia assai semplificata, in cui si suppone un ambiente che non cambia col tempo. Però rende l'idea: una pressione evolutiva (la competizione per il cibo) e gradali mutazioni (la crescita della membrana sulle zampe davanti) che A OGNI GENERAZIONE dà un certo vantaggio evolutivo: nessuna "tensione interiore" verso l'ala (o intelligenza esteriore che la progetti) è richiesta.
Fu un'idea scientificamente di successo, poichè la variazione genetica e le sue leggi furono in seguito osservate da Mendel e i meccanismi delle mutazioni, nonchè della trasmissione ereditaria, sono stati indagati in profondità dopo la scoperta del DNA. (segue)

Due passi nella scienza
Nicola 10 ottobre 2007

Durante le vacanze ho comprato, per la prima volta dopo anni, il numero in edicola di Le Scienze. Fu proprio leggendo Le Scienze, senza capirci granchè, durante gli anni delle superiori, che maturarono il sogno e il progetto di Scienziatidiventare un ricercatore. Anche se a fare concorrenza c'erano la letteratura e la storia, che m'appassionavano quasi di più. Pure adesso, a molti anni di distanza e avendo imparato diverse cose, di molti articoli riesco a seguire senza perdermi solo le prime colonne.
Tornando all'estate, ciò che mi stupì fu il tipo di domande che si pone la scienza di oggi. Com'è nata la vita? L'universo ha davvero avuto inizio? Le nostre azioni sono determinate, o siamo liberi? C'è, nel nostro cervello, una sede della coscienza?
Sono domande assai vecchie, anche nell'ambito scientifico. Il mio stupore ha due origini. La prima è che, invecchiando, mi sono sempre più chiuso nella mia area di ricerca, senza troppo badare a quello che fa la comunità nel suo complesso. La seconda è che, sì, le domande son sempre quelle, ma le risposte, o gli abbozzi di risposta, sono cambiati, o si sono evoluti, o si sono moltiplicati.
Si tratta, come vedete, di domande assai filosofiche, che hanno a che fare con le cose ultime, o con quelle prime. La particolarità dei ricercatori è che le risposte vengono cercate in laboratorio, o sul campo, o con la logica e i calcoli. Che, cioè, esistono dei metodi specifici con cui la comunità le affronta, in un dibattito libero e serrato.

Ora, la scienza moderna è una parte costituente del nostro modo di pensare e vivere. E', io credo, uno dei migliori aspetti della globalizzazione, la diffusione della scienza e della sua pratica in tutto il mondo. La scienza è anche intrecciata a doppio filo con la "laicità". Da un lato, la scienza ha bisogno di autonomia dai credo d'ogni tipo (non solo quelli religiosi, ma anche dalle pericolose semplificazioni della stessa scienza), dall'altra, i risultati della scienza modificano fatalmente la forma che quei credo assumono. Esistono anche contributi nel senso opposto?
Con tutto ciò, la scienza non deve essere totalizzante: i neurobiologi possono spiegarmi la cascata di processi chimici che si avvia mordendo una madeleine, ma questo non sostituisce la madeleine, nè i ricordi ad essa associati, nè i ponderosi romanzi che ne traggono origine. Così, la scienza non può dire "in questo punto esatto inizia la vita umana dell'embrione", ma solo spiegare, istante per istante, a che punto siamo dello sviluppo di una vita.
E' vero, però, che il masticatore di madeleine di oggi avrà una consapevolezza diversa dei suoi piaceri, e che certe affermazioni sugli embrioni saranno, alla luce dei fatti, poco sostenibili.

Scienziati


I miei zingari
Nicola 20 settembre 2007

In terza elementare in classe eravamo in 38. Un numero fastidiosamente sotto i 40, che quello sì avrebbe fatto colpo: a 40 anni si diventa "anta", 44 gatti sono moltissimi e tutti i vecchi raccontavano dei loro tempi e di classi "di oltre 40 scolari". Una volta l'anno avevamo due o tre compagni in più e si raggiungeva, salvo assenze, il numero tondo. Era la carovana degli zingari che veniva ad accamparsi nel prato adiacente al mio palazzo: tre o quattro roulotte, donne dalla pelle scura e dai gonnoni gonfi e un piccolo gruppetto di bambini.
RomIn quella settimana i genitori dei miei compagni di giochi chiudevano i figli nel cortile. Facevano eccezione i figli di una famiglia napoletana, i cui genitori non si spaventavano per così poco, e io coi miei fratelli, poichè si viveva col padre neoseparato e non c'era nessuno a controllare dove stessimo fino a sera.
Dei bimbi zingari non ricordo molto: si giocava sull'erba, le loro mamme ci davano qualcosa da mangiare per merenda, mio padre ci diceva di regarargli qualcuno dei nostri infiniti giocattoli, che loro, assai a corto di questo tipo di cose, sembravano apprezzare grandemente. Poi un giorno s'usciva di casa e i nomadi erano andati via, lasciando metà delle cose che gli erano state donate dalle signore del palazzo in una piccola montagnola di rifiuti, con gran scandalo e lungo commentare di tutti noi sedentari.

Qualche anno fa invitai a Bologna un collega camerunense, il cui lavoro m'interessa assai. Passeggiavamo sotto uno dei grandi portici del centro quando ci si fanno incontro alcune zingarelle con piccoli bambini in braccio. Riconosciuto senza fallo lo straniero, ci vennero incontro per chiedere l'elemosina. Mentre il cercavo di tenerle lontane dal mio ospite, una di loro col braccio sinistro reggeva un infante, porgeva il destro per chiedere una moneta e con una terza mano sfilava abilmente il portafoglio del collega. Quando si accorse d'esser stato borseggiato le zingarelle erano già sparite e i vigili, interpellati, ci dissero che non c'era molto da fare.

Stavo alla stazione delle corriere, appoggiato a una mensola non troppo distante dalle corsie dei sempre più numerosi pullman che collegano l'Italia ai paesi dell'Est. Avevo appena tirato fuori un blocnotes e stavo scarabocchiando alcuni conti, quando s'avvicina un giovane zingarello d'un folto gruppo in attesa del pullman. Questo mi guarda un pò, poi mi chiede la penna, traccia una griglia da tris su un foglio e mi sfida.
RomOra, che perdere a tris sia impossibile è il primo teorema che quasi ogni persona scopre durante la scuola dell'obbligo -spesso rimane l'unico teorema scoperto autonomamente nel corso della vita. Mi misi a giocare con lo zingarello infilando una lunga serie di patte e vittorie, come d'uso. Intanto, eravamo stati circondati da tutti i bambini del gruppo, interessatissimi e intenzionati a sfidarmi. Una bambina piuttosto sveglia capì velocemente come condurre la partita comunque a patta. S'arrabbiava e rideva quando uno degli altri bambini si faceva sconfiggere.
Dopo un pò dovetti andare a prendere la mia corriera e a loro si risvegliò l'istinto di chi vive di espedienti. Qualcuno cercò di avvicinarsi alle tasche, ma il portafoglio lo avevo messo per prudenza in quelle davant, altri mi chiesero delle monete, che non gli diedi. Gli lasciai comunque il notes e una penna e loro sciamarono via senza ringraziare.

Altre volte m'è capitato d'incontrare dei bambini zingari. Alcuni girano per i bar a chiedere l'elemosina e soffro al'idea che non frequentino la scuola. A sette-otto anni sono dei nomadi formati, hanno tutta una tecnologia d'espedienti che può farceli sembrare "cresciuti troppo in fretta", ma in realtà sono dei normali bambini. Sono curiosissimi, amano giocare, gli piace fermarsi a chiaccherare e a guardare quello che fai anche qualche minuto in più di quelli necessari a chiederti i soldi.

Massimo Campigli - Zingari


La ballata di Juri (Il Privato è Pubblico 1)
(trascritto da) Nicola 16 settembre 2007

Juri, sei solo una gran tristezza di scoreggia.
Juri, sei un sacco.
Perchè a ventitre anni sei ancora così falso e meschino?
Juri, eclissati.
Morirai giovane come dicevi sempre.

Diario dal pianeta caldo: giardini
Nicola 10 maggio 2007

Già degli ominidi precedenti la nostra specie devono aver osservato con curiosità e apprensione la vita, la morte apparente e quella eterna, magari anche la riproduzione delle piante. Sarà loro capitato di piantare dieci stecchi per terra per metterci su una tettoia e di vedere che uno di questi, abitato da uno spirito testardo, germogliava, mentre l'anima abbandonava gli altri nove. Prima del campo coltivato, ne sono sicuro, dev'essere nato il giardino.
Helichrysum picardiiIl giardino ha delle affinità col linguaggio, almeno con quello descrittivo. Le parole catturano le cose; anzi, una sola parola cattura tutte le cose da essa significate. Similmente nel giardino le piante che si trovano in natura vengono catturate, circoscritte entro il nostro campo visivo, limitate nella loro capacità di replicarsi, poste sotto le nostre cure; diventando quindi oggetti d'apprendimento; significando ciascuna di esse tutte le piante della sua specie.
Già da alcuni anni mi occupo di una strisciolina di terra: senza esperienza, né inclinazione, né costanza; ma con curiosità sincera e persino con rispetto per questa forma silenziosa della vita. Dopo diversi tentativi andati a vuoto e pochi successi, ho capito che la maggior soddisfazione che ricavo dalle mie piante è di ritrovarle in natura: sulle colline romagnole, nelle pinete a mare, sui muri delle rocche. Un capitolo a parte riguarda alcune piante letterarie, amate in gioventù per il loro suono di parola nelle poesie, ma senza conoscerne l'aspetto ("bossi, ligustri, acanti": oggi ospiti di un angoletto montaliano all'ombra del maledetto acero; la cedrina già ritenuta dolciastra e piccolo borghese da Gozzano). Eccone alcune, assieme ai posti dove le ho osservate: artemisia abrotanum (collina dietro casa); ehlychrisum italicum (Gargano); cappero (rocca di Dozza); santolina chamaecyparissus (sul Montserrat, in Catalogna); ginepro (ovunque sull'Appennino); thymus vulgaris (terreni degradati dal pascolo intensivo); felce maschio (bordo dei boschi). Molte di queste piante hanno anche la piacevole caratteristica di avere degli odori stordenti, particolarmente piacevoli per chi, come me, abbia indebolito notevolmente l'olfatto a forza di sigarette. (Sconsiglio di prendere le piante in natura: nell'epoca degli interessi di massa anche questa innocente attività può velocemente spopolare vaste regioni dalle loro piante caratteristiche. Meglio acquistare le piante presso una serra o riprodurle da quelle di un conoscente).
Queste piante hanno alcune caratteristiche comuni. Quelle con la foglia morbida e grande d'estate lasciano morire tutto tranne che la radice, per riapparire in primavera. Le sempreverdi hanno foglie piccole e coriacee -spesso addirittura spinose-, con dispersione minima d'acqua in estate e resistenti alle gelate d'inverno. Per sopravvivere al nostro clima mediterraneo, insomma, hanno imparato a fare i conti con la nostra doppia siccità annuale e con la notevole escursione termica tra stagione e stagione.
Molti giardini delle nostre parti, però, cercano di combattere col nostro clima, perlopiù ispirandosi ai giardini della piovosa Inghilterra; evitandone l'accidiosa frequenza delle precipitazioni, godendo però di un perenne manto morbido e verde. Questo piccolo patto faustiano del giardiniere ha un ovviamente un prezzo, giudicato generalmente più che accettabile: pompare senza sosta acqua dalla falda o dall'acquedotto per convincere il nostro prato di trovarsi mille chilometri più a Nord. Un patto simile, con contraenti ben più professionali, ha fatto dell'Italia il secondo produttore mondiale di Kiwi, una pianta originaria della foresta pluviale.
Patto dopo patto, il Diavolo si sta portando via il Po.

Diario dal pianeta caldo: traffico
Nicola 3 maggio 2007

TrafficoPer andare al lavoro mi faccio un'ora e un quarto in corriera per circa trenta chilometri. Se andassi in auto ci metterei forse un quarto d'ora di meno. Così la pensano diverse migliaia d'automobilisti che intasano la via Emilia ogni mattina, nove su dieci (conto più volte ripetuto alla fermata mentre aspetto la 101) da soli in macchina: molti quintali d'acciaio, a volte diverse tonnellate, che vengono lentamente movimentati per portare un settanta chili in media d'essere umano al lavoro. Buona parte di questi automobilisti cercano poi disperatamente -giorno dopo giorno della loro breve vita terrena- d'entrare a Bologna, come tanti spermatozoi che s'affannano contro il preservativo naturale delle strade strette.
Se buona parte degli automobilisti solitari passassero al trasporto pubblico, il traffico verrebbe ridotto d'una misura tale che andare in corriera richiederebbe meno tempo di quanto oggi non richieda andare in auto. Ci sarebbe un vantaggio per tutti.
Il problema è che, qualsiasi sia la situazione del traffico, la corriera ci mette più tempo di un'auto a causa delle fermate. Visto che noi cerchiamo l'utile nostro e non quello astratto della collettività, in tanti prendono l'auto per vincere la gara con la corriera. Con l'effetto che invece di metterci quarantacinque minuti al più (con la corriera), ce ne mettiamo sessanta almeno (con l'auto).
Che un calcolo razionale dei singoli possa portare a una perdita secca per tutti è un fenomeno assai studiato. I matematici lo inquadrano nella "teoria dei giochi" e illustrano il caso col "dilemma del prigioniero", che spiega il successo iniziale di Mani Pulite. A e B, complici in un delitto, vengono interrogati separatamente dal magistrato. Se nessuno dei due confessa, si fanno entrambi sei mesi di custodia cautelare. Se A confessa e B non confessa, però, A va libero per la collaborazione mentre B si prende 10 anni di prigione. Stessa cosa a parti rovesciate. Se A e B confessano entrambi, comunque, si prendono solo 2 anni a testa per aver risparmiato tempo e denaro al sistema giustizia. Qual'è la scelta ragionevole?
Questo quesito è strutturalmente simile a quello che si pone il pendolare ogni giorno, e vi risponde razionalmente.

Soluzione del dilemma. A ogni prigioniero conviene confessare. Vediamolo dal punto di vista di A. Se B confessa, allora A prende due anni se confessa e 10 se non confessa: la confessione vince. Se B non confessa, allora A esce se confessa e prende i sei mesi di cautelare se non confessa: la confessione vince ancora.
Sia A che B vedono che il silenzio di entrambi sarebbe ottimale in assoluto (per il bene della coppia), ma in ogni singola situazione convien loro parlare.
Allo stesso modo il pendolare razionale vede bene quanto l'auto sia irrazionale, eppure l'unica scelta razionale è prendere quella invece della corriera. La politica ambientale è piena di questi paradossi.

L'omosessualità scoperta dagli altri
Nicola 12 aprile 2007

Paolo era un ragazzino effemminato, ma io non me n'ero mai accorto; per me era semplicemente uno con cui era più facile parlare. Eravamo alle medie, Pasolini era stato appena assassinato (s'era in Romagna per i morti, quel giorno, e la notizia l'apprendemmo dalla TV di un ristorante) e per molti miei compagni di classe quello fu il primo incontro con l'omosessualità di una persona con nome e cognome. "Pasolini" diventò un epiteto ingiurioso, che finì per concentrarsi sul povero Paolo.
"Pasolini! Pasolini!"
Io impazzivo di rabbia, perché Paolo era mio amico, perché Pasolini era tenuto in gran conto da mio padre e ne avevo già visto l'intensissimo Vangelo, perché usare il nome di un morto ammazzato come insulto mi pareva il massimo della perfidia. E anche perché, in famiglia, il pregiudizio era visto con disprezzo.
La storia andò avanti per mesi, arrivammo anche qualche volta quasi alle mani, finché l'instabile attenzione adolescenziale non trovò qualcosa d'altro su cui fissarsi.
M'è ritornata questa lontana storia alla mente dopo aver sentito di Marco, il ragazzo suicidatosi a Torino dopo esser stato a lungo bersagliato come omosessuale. Adesso i media chiedono punizioni esemplari, gli insegnanti difendono i "bravi ragazzi", il ministro s'indigna, ci si chiede se si tratti o meno di "bullismo" -l'ultima parola alla moda. Solo le organizzazioni omosessuali cercano di estrarre il fatto dalla sua episodicità e notano -dati alla mano- come la scuola sia un fertile terreno per l'omofobia.
Il ministro avrebbe potuto spedire una circolare a tutte le scuole d'ogni ordine e grado invitando gli insegnanti a discutere in classe dell'omosessualità, di cosa sia, del suo aver accompagnato l'avventura umana da quando esistono documenti scritti; ma non mi risulta che lo abbia fatto. Io non credo che sia utile, né giusto punire esemplarmente dei ragazzi per il fatto di condividere i pregiudizi della loro comunità, della loro famiglia e probabilmente anche della loro parrocchia. Né credo che la scuola sia adatta a questo tipo di compito.
La scuola può, però, fare il suo mestiere, che è quello di educare. Quando il pregiudizio emerge in una classe, è giusto che questo pregiudizio venga messo al centro del dibattito tra studenti e insegnanti, che debba emergere e possa venir criticato, che chi lo approva venga chiamato a sostenerlo in pubblica discussione, che gli insegnanti mettano il pregiudizio, la sua analisi e il suo studio in posizione centrale nel loro lavoro educativo. Un ragazzo è stato ucciso dalla derisione: il fatto meriterebbe d'esser discusso in tutte le scuole d'Italia.
Aspetto ancora di leggere che un'autogestione è stata chiamata, che una scuola è stata occupata, che un'assemblea è stata convocata, che un corteo ha sfilato in un entro cittadino per discutere di Marco e della sua morte ingiusta e adolescente.

Bacio




Location 7
Nicola 4 aprile 2007

Il massimo piacere del rugby consiste in quel placcaggio tramite cui, con sforzo e danno minimi per sè, incernierate al suolo le caviglie dell'avversario in corsa, tutta l'energia cinetica di questi viene istantaneamente convertita da moto rettilineo a moto circolare discendente, per poi degenerare in: tonfo sordo, sollevamento di una nuvoletta di polvere, gelatinosa vibrazione dei muscoli all'impatto.

Placcaggio


In omaggio alla memoria di Franco Cosimo Panini
Nicola 1 aprile 2207

celo-manca-celo-manca-manca-celo-celo-celo-manca-manca-celo; manca?...celo! celo-manca-celo-manca-celo-celo-manca-manca-celomancacelomanca...

Figurina Panini


Location 6 - Un palmo di naso
Nicola 30 marzo 2007

La stradina in terra battuta lungo cui stavo camminando era quella modestamente panoramica tra un gruppo di palazzoni e un prato di controversa urbanizzazione in mezzo al paese. Uno spesso strato di nuvole blu e grigie s'era andato accumulando nell'ultima mezz'ora, mentre io affrettavo il passo per evitare l'incipiente acquazzone. Tutto all'improvviso un vento forte e fresco sollevò un turbine di polvere dal sentiero, le prime gocce grosse e rade di pioggia presero a sciocchettare sui sambuchi e il vento cessò di colpo così com'era arrivato.
Salì dal sentiero, bruciandomi le narici, un'onda densa e acre d'odore di terra bagnata, sgradevole e stordente; quell'odore che dura i pochi istanti in cui il primo gocciolare non è ancora pioggia vera e propria. Mi fermai a respirarlo, provando una rara sensazione di corporeità e di partecipazione corporea alle povere cose organiche e inorganiche che stavano lì attorno: erba, arbusti, argilla, aria fredda, acqua. Magri e altissimi, i caffetani bianchi svolazzanti, due africani mi passarono di fianco e s'allontanarono, tutti presi nei loro sorridenti conversari.

Giorgione - La Tempesta


Location 5
Nicola 25 marzo 2007

Avevamo preso la strada che dalla periferia aveva sino a qualche mese prima condotto al centro del paese. Ci accompagnava un uomo forte e montanaro, con una barba nera ingrigita e occhi intelligenti e profondi. Mi ricordai d'averlo intravisto durante il mio primo turno di volontario, qualche settimana dopo il terremoto, a capo d'un gruppo di paesani inferociti per la scarsa qualità dei piatti che cucinavamo nella nostra mensa. Al momento non ero riuscito a capire la frustrazione di quelli che avevano perso casa e gente di famiglia, dormivano alla meglio sotto neve e pioggia e dovevano sorbirsi pure la cucina 23 novembre 1980improvvisata da una banda di ragazzine e ragazzini tra i sedici e i vent'anni. Vedevo solo il nostro lavoro di diciotto ore al giorno, che tiravamo avanti ormai come in trance -e sempre con la sbornia notturna da smaltire- e quella protesta che stava per sfociare in rissa m'aveva indispettito come un'imperdonabile ingratitudine. Anche se, ripensandoci, il tutto era finito con l'arruolamento di un vero cuoco del posto, che ci aveva messo in riga e aveva migliorato la vita di tutti i nostri convitati, dei residenti come dei volontari.
Durante quel primo turno non avevo visto il paese. Il pullman ci aveva scaricato direttamente di fronte alla mensa prefabbricata, probabilmente un tendone delle feste dell'Unità, e due settimane dopo da lì m'ero imbarcato febbricitante sul cassone d'un camion militare diretto alla stazione di Battipaglia. La mattina della partenza m'ero addormentato in una pozzanghera e, svegliandomi, avevo deciso che il mio turno, già raddoppiato, finiva lì. Qualche mese dopo ero tornato, ma non c'era quasi più niente che dei forestieri potessero fare.
Il montanaro era un leader paesano, un socialista. Accompagnava me e l'altra milanese dicendoci dove erano state le vie e raccontandoci con bel sorriso delle storie di gente del posto. Aveva, come diversi leader di paese che ho conosciuto, una combinazione quasi aristocratica di autorevolezza e giovialità; si vedeva, poi, che quella ragazza di carattere gli piaceva e ci faceva da guida volentieri. Incontrammo file di case illese e altre di cui era crollata la facciata. Quà e là le cantine scavate nella roccia sotto le abitazioni erano riemerse alla luce, con le loro belle volte a botte squarciate e le collane di fichi secchi ancora appese alle travi. Arrivammo infine al centro del paese, inerpicato su una piccola altura. La chiesa e le case sulla cima erano rovinate su quelle più sotto, e quelle su altre inferiori in un terribile domino.
L'uomo c'indicò un parallelepipedo grigio tra le macerie. La sua voce si fece appena più profonda mentre ci raccontava oggettivamente come, allo sbriciolarsi del vecchio campanile, la moderna cella campanaria in cemento fosse precipitata in un blocco unico su quella casa adiacente alla chiesa dove, in quel momento, stavano sua moglie e sua figlia, schiacciandole.

Location 4
Nicola 23 marzo 2007

Finita la mezza nottata di studio, Alberto e io eravamo andati a fare una passeggiata sul sentiero che portava alla scarpata della ferrovia. C'eravamo rintanati nella sua casa di Vipiteno per preparare algebra, ma una buona metà del tempo passava nella discussione che eravamo andati facendo dai primi anni del liceo: i miti e la realtà da essi celata, il corpo e la mente, la possibilità che un paradosso logico avesse la possibilità di scardinare il mondo fisico...
Sdraiati nell'erba sotto la luna piena, ci andavamo suggestionando da ore con ipotesi e fantasie sempre più distanti e impalpabili, che però -rinforzate da quel tipo di consenso vicendevole che, se non le montagne, smuove quantomeno l'angolo da cui le osserviamo- ci parevano avvicinarsi più e più a una qualche verità ultima, o almeno ulteriore. Ed eravamo proprio sul limitare di una piccola, ma importante illuminazione, quando sentimmo uno sferragliare stridulo venire dalla curva del binario e, pochi secondi dopo, vedemmo passare davanti ai nostri occhi semicreduli un treno merci in fiamme.

Brueghel - Dulle griet


Location 3
Nicola 20 marzo 2007

S'era alla fine del terzo mese di corso e da verde-ramarro le nostre mimetiche erano diventate d'un più usurato verde-lucertola, come scoprimmo quando arrivarono i nuovi ramarri, ma non ancora verdicchio-varano come quelle dello scaglione anziano. Il nostro Luzzatirettilario era un monastero trasformatosi in fortezza un secolo prima, dove in cinquecento passavamo le giornate in cortile, imbucandoci nella palazzina di notte, cercando sempre d'evitare l'incontro con bisce e serpenti. Le ore del giorno erano segnate dalla tromba: sveglia, adunata, rancio; ammainabandiera, silenzio. Allarme simulato.
Un giorno Luca, il mio compagno fisso, arrivò con due biglietti dell'opera, di cui era appassionato. Opere non ne avevo mai viste e quando le avevo ascoltate m'avevano sempre annoiato, ma non potevo perdere una libera uscita prolungata alle undici. Quella sera ci vestimmo con la divisa ordinaria color sabbia, che era l'unico capo stirato che avevamo, e cercammo il teatro dove davano la Traviata.
Attraversammo il foyer e la folla multicolore delle signore reatine, incorniciate in ordinati riquadri dagli accompagnatori in nero. Le luci si spensero e partì il preludio. Introdotta da quella musica, apparve sul palco una gran festa di gente e colori: verde smeraldo, rosso tramonto, nero lucido, azzurro intenso.
Flora, amici, la notte che resta
D'altre gioie qui fate brillar
Fra le tazze e' piu' viva la festa.
Rimasi incollato alla sedia, stupefatto. Cercavo di non farmi trascinare via dalla musica, di cogliere almeno alcune parole, di mantenere -in tutta quella felicità- il controllo dei miei pensieri.
Tra voi sapro' dividere
Il tempo mio giocondo;
Tutto e' follia nel mondo
Cio' che non e' piacer.
Godiam, fugace e rapido
E' il gaudio dell'amore;
E' un fior che nasce e muore,
Ne' piu' si puo' goder.
Quella sera l'opera m'apparve come la più alta espressione dell'umano spirito e mi ripromisi che sarei diventato un melomane. Luca, dicendomi che quel gioioso spettacolo consisteva in un brutto allestimento e in voci poco educate, mi fece intravedere la possibilità di felicità ancora maggiori nella mai frequentata Scala, nei dischi della Ricordi, nella non troppo lontana arena di Verona.
La vita e' nel tripudio.
Tutte promesse che non mi sono mantenute.

Luzzati


Location 2
Nicola 19 marzo 2007

Per anni, svegliandomi la mattina, ho battuto con le nocche sul muro di cartongesso dietro al letto ricevendone di ritorno un rumore vuoto come di scenografia cinematografica, ho osservato la balaustra in legno sverniciato del balcone che dava sul grande albero del retro, m'è caduto l'occhio su una maniglia e un interruttore di foggia insolita, ho sbirciato tra i rami dell'albero a un cielo particolarmente azzurro, ho ascoltato il vociare sul marciapiedi di fronte a casa e con incredulità e allegria ho pensato: "Sono in America."

Casa


Location 1
Nicola 17 marzo 2007

Il termine inglese location indica, nel linguaggio cinematografico, uno dei luoghi utilizzati per le riprese di un film. (Wikipedia)

Ad alcune persone capita d'avere esperienze da film, ad altre di visitare le location. (Ex pubblicitario)

La sera precedente eravamo arrivati al rifugio sotto un temporale che era durato tutto il pomeriggio, la mattina seguente partimmo in mezzo a una tempesta di neve. Il rifugio era pieno zeppo di gente che aveva portato la tenda, ma non era riuscita a montarla, e tutte le stufe, i caloriferi e i caminetti erano coperti di panni stesi ad asciugare.
Per fatalismo, pigrizia e timidezza non m'ero cercato un angoletto per i miei jeans, così affrontai l'inattesa neve di mezzo luglio coi soli pantaloncini. La ragazza di cui ero innamorato, ma che amava un altro, m'insultò con ferocia che volli materna. Quella con cui stavo per farla ingelosire, malediceva il giorno in cui m'aveva seguito in montagna invece d'andare al mare con le amiche.
Camminammo controvento sull'altopiano per tutta la mattinata, con minima vista, finchè non andammo a sbattere contro una parete di roccia entro cui s'apriva una gola così stretta che a braccia aperte se ne toccavano i due lati.
Noi salavam per una pietra fessa,
che si moveva d'una e d'altra parte,
sì come l'onda che fugge e s'appressa.

La tempesta, come un fluido troppo viscoso, si rifiutò di seguirci in quella strettoia. Facemmo neanche cento metri,
ma quando fummo liberi e aperti
sù dove il monte in dietro si rauna,

ci s'aprì davanti la Val Gardena nel suo mezzogiorno più solare. Sotto di noi vedevamo le piccole sagome quiete delle vacche al pascolo, sopra di noi sparsi stracci di nuvole, di fronte l'arido e quasi marziano gruppo del Sella.
Pensammo d'aver forse sognato e non bastava a convincerci del contrario l'ultima neve che ci si stava sciogliendo addosso. Rifacemmo la gola al contrario e, dopo pochi minuti, ecco di nuovo la tempesta di neve, la cui violenza non era per nulla diminuita.
In quell'occasione la natura m'apparve -in perfetta sincronia- in tutto il suo politeismo.

Turner


Penso quindi sono
Nicola 13 marzo 2007

Negli anni delle elementari si viaggiava molto in auto per andare in Romagna, duecento chilometri di Autosole con nebbia e code per incidente a Lodi, e cento di Sanvitale. Mio padre aveva tutta una serie d'intrattenimenti finchè i fratellini più piccoli non s'addormentavano, ma poi cercava di tenermi sveglio perchè tenessi sveglio lui a sua volta e s'iniziava a parlare di tutto: i suoi viaggi di lavoro, la scienza, la storia dei romani e le storie dei contadini. Una sera il discorso finì sulla realtà che ci trasmettono i Pioppetosensi: sarà quella vera? e i miraggi a specchio che si vedevano anche in autostrada d'estate? o sarà tutta allucinazione? E continuò con Platone e la sua caverna e Cartesio che ferma almeno quel punto: "penso, quindi sono". Poi proseguì con Kant, che aveva rovesciato la prospettiva prendendo i sensi molto sul serio, ma io m'ero fermato a quel dubbio radicale che m'aveva come squarciato un velo sull'ignoto: e se tutto fosse illusione? Mentre mio padre s'inerpicava su sentieri a me oramai inaccessibili, lo guardavo e pensavo a quella possibilità che, in realtà, lui non esistesse se non come mio pensiero. E con un pò di concentrazione, in effetti, finivo col sentirmi come uno spettatore che vede fluire di fronte a sè il proprio immaginare: pioppeti, auto in sorpasso, fratellini addormentati, padre che guida e parla. "Ehi, dormi?!" Fui richiamato nel mondo del molteplice, dove non si è mai soli e si parla come se si esistesse in due. La via, comunque, l'avevo imparata. A volte m'accadeva di pensare che tutto è illusione in momenti particolarmente sgradevoli. Oppure il pensiero veniva da sè, come una distrazione improvvisa, mentre stavo parlando con qualcuno: "c'è e non c'è, pensa che buffo". Per anni m'affascinò il problema di distinguere il sogno dalla veglia, un sottoprodotto del problema dell'esistere su cui avevo gran dovizia di materiale fresco quasi ogni mattina. Questo stato d'animo sparì da solo, forse durante l'adolescenza, quando sensi sempre vigili s'impongono in tutta la loro realtà. Solo molto dopo, al liceo, mi tornarono alla mente i dubbi radicali sulla realtà e le infinite discussioni che attorno ad essi avevamo avuto tra bambini in cortile. Di quel periodo infantile, però, ricordo una sensazione diretta dell'esistere nel mondo. Percorrevo il sentiero che seguiva un filare di pioppi vicino al mio palazzo: un sentiero lungo cui camminavo da anni almeno due volte al giorno per andare a scuola o a giocare nel prato. Ruminavo i miei pensieri a capo basso, con i piedi che eseguivano per abitudine i soliti passi, quando a un tratto sentii come una sorta di vuoto in testa. Guardai verso il prato e di fronte a me, ma non notai nulla di inusuale. Poi volsi lo sguardo in alto e vidi un cielo infinitamente inaccessibile. Un non-cielo, un al-di-là ben diverso dalla sfera-che-tutto-racchiude. Ebbi per un istante la consapevolezza di essere un bambino in un prato, sotto un infinito nulla che rivelava nella loro ostinata esistenza il fosso, l'erba, la sterpaglia. Era successo, come realizzai ben presto, che i pioppi del filare erano stati tutti tagliati. L'informazione m'era arrivata ai sensi attutiti del tutto inconsapevolmente, soffiando via la cappa di pensieri che m'avvolgeva, assieme alla cappa d'ombra che aveva sempre avvolto il sentiero. Cercai poi di descrivere a me stesso e ai miei compagni di pomeriggio quella improvvisa percezione delle cose esistenti. "Viviamo quasi sempre come se fossimo in un interno, ma a volte, molto di rado, ci rendiamo conto di vivere in un esterno".

Doppia negazione
Nicola 10 marzo 2007

Col passare degli anni, comunque, la mia comunicazione è rimasta difettosa allo stesso modo. Lo scorso anno, a una conferenza, accennai brevemente a un risaputo frammento di matematica; prendendolo però dal lato che mi aveva più sorpreso, da cui quel frammento assumeva quasi l'aspetto d'un miracolo. "Non è possibile!", insorge un collega (insigne e geniale). "E' così, è così," replico io, ma senza convincere nessuno: avevo infatti omesso di spiegare il rovesciamento del punto di vista, producendo disagio in quelli che, sapendo bene cos'è un oceano, non lo riconoscono subito nella pozzanghera.
Si-NoUn classico tema delle meditazioni e dei dibattiti infantili sono le due negazioni che affermano, che quando te lo dicono la prima volta ti s'apre tutto un universo. Anche se in italiano la cosa è meno assoluta ch'altrove ed è possibile non capirci nulla. Comunque, la tabellina è lì: sì+sì=sì, sì+no=no+sì=no e, sorpresa: no+no=sì!
Questa regola aveva per me un qualcosa di disturbante: "sì" e "no", che nella mia mente dovevano essere concetti del tutto speculari, al pari di maschio-femmina o destra-sinistra, si comportavano invece in maniera assai diversa. Un "sì" ripetuto dà se stesso, ma un "no" ripetuto si rovescia nel suo contrario. Provai e riprovai a restituire una qualche forma di simmetria ad affermazione e negazione, ma sempre senza risultato. Questo era per me assai frustrante, poichè avevo la convinzione manichea che le cose, materiali o mentali che fossero, dovessero essere tenute in equilibrio da una simmetria rigidissima. Questa struttura asimmetrica rimase latente per un pò, finchè a scuola non s'incominciò a parlare di numeri pari e dispari: pari+pari=pari, pari+dispari=dispari+pari=dispari e, pensa un pò: dispari+dispari=pari! Ed ecco la simmetria: assente dalla singola struttura, legava -fatto molto più emozionante- due strutture apparentemente slegate tra loro. Sostituendo "sì" a "pari" e "no" a "dispari" una regola si tramutava nell'altra. Per settimane, mi diedi a sperimentare coppie di opposti: "il nemico del nemico è l'amico, l'amico del nemico è il nemico...", buono; "il male per il maligno è un bene...", ci siamo. Purtroppo, c'erano opposti che non andavano per niente bene: buio+buio= buio, ma anche luce+luce=luce. Anche pari e dispari davano qualche delusione se li si moltiplicava invece di sommarli: pari*pari=pari, dispari*dispari=dispari, ahimè. Non mi venne in mente, allora, che c'era una qualche simmetria col caso di buio e luce: luce+buio=luce (avevo una qualche paura del buio e l'esempio mi stava particolarmente a cuore), e avrei potuto associare (tenendo la moltiplicazione per i numeri) buio-dispari e luce-pari: pari*dispari=pari. Una struttura diversa, ma con già due esempi. Anche questo, comunque, non mi avrebbe aiutato a dissolvere l'ostacolo più fastidioso che m'ero trovato di fronte: nero+bianco=grigio. Non trovando una via per far crescere ulteriormente il mio giocattolo, lasciai che i miei pensieri volgessero da altre parti.

Topologia infantile
Nicola 9 marzo

Alla matematica come professione ci sono arrivato per l'accumularsi di circostanze fortuite, ma un certo disturbo dell'anima che ogni volta forzava la circostanza fortuita in Isolaquella direzione c'è sempre stato. Mi arrovellavo sul confine esatto delle parole e dei concetti, e solo dopo aver iniziato il mestiere sono riuscito a rinchiudere quell'esigenza di nitidezza nell'attività lavorativa, in un certo senso liberandomene.
Facevo la terza o la quarta elementare e cercavo di capire cosa fosse un'isola: "una porzione di terra emersa circondata da acque". Le isole, però, si confondevano con i continenti, la cui unica proprietà particolare pareva d'essere in numero di cinque. "Papà, l'Australia è un'isola?" "No, è un continente." "Però è tutta circondata d'acqua." "E' un continente, ma è anche una specie di isola." E questa risposta mi faceva impazzire d'insoddisfazione.
La riflessione sulle isole m'occupò per lungo tempo. Intanto, era chiaro che anche l'Antartide era un'isola. Allo stesso modo lo era l'America. Guardandoci bene, poi, il raggruppamento d'Europa, Asia e Africa costituiva un'unica isolona, volendo trascurare Suez. Tutte isole, tra l'altro, circondate dallo stesso mare Atlantico-Pacifico.
Mi misi così a pensare ai mari: cosa rende due mari diversi? cos'è un mare? Provai per simmetria: "un mare è una porzione di terra sommersa circondata da terre emerse"; il Caspio era un buon esempio. E adesso c'era il problema di capire quali terre circondassero l'Oceano. Iniziai mentalmente a stirare o contrarre mari e terre emerse, allargando il Caspio, dilatando l'Eurasia fino a coprire gran parte del mappamondo, restringendo l'Oceano alle dimensioni di un lago. Spostai il mio campo d'operazioni alla vasca da bagno, all'isolotto con la fontanella in mezzo alla vasca del parco, alle effimere isole di rifiuti in mezzo al Lambro: c'era una grande rivoluzione della geografia mondiale a ogni evaporare di goccia d'acqua sul tavolo della cucina.
Un giorno passeggiavo con la mamma dopo un acquazzone. Passammo vicino a una pozzanghera e le dissi: "Tutto il mondo è un'isola di quella pozzanghera, e l'Oceano Pacifico è una pozzanghera su quell'isola." "Ma che cretinate dici?", fu tutta la risposta. Imparai così che una comunicazione difettosa e lo scetticismo degl'interlocutori sono di grave nocumento all'affermarsi delle nuove idee.

Album 4
Nicola 20 febbraio 2007
Il nonno Gigi aveva lasciato la scuola dopo un anno ed era andato a lavorare nei campi. Solo da adulto avrebbe imparato a leggere, ma non a scrivere, nella scuola della Casa del Popolo. Leggeva a volte il giornale e certi periodici per agricoltori, e s'interessava di politica -da socialista turatiano-. Lo fece anche dopo il '22 e questo gli costò un bagno nel fiume, per sfuggire a una squadraccia fascista, e una grande amarezza per aver dovuto correre di fronte agli inseguitori ("la fretta,/ che l'onestade ad ogn' atto dismaga").
Prima d'arrivare a fare il mezzadro, Gigi aveva fatto ogni sorta di lavoro agricolo. Il bracciante, come tutti i contadini senza o con poca terra, e il domatore di cavalli. A un certo punto divenne mezzadro sul podere privato d'un prete, dopo la riforma agraria affittuario e per un breve giro di giorni proprietario, quando vendette il podere prima d'acquistarlo dal vecchio prevosto, intascando la differenza a mò di liquidazione.
Quando era più giovane, il prete arrivava per la vendemmia con altri suoi amici preti, scacciavano la famiglia del nonno di casa e stavano rinchiusi a bere e festeggiare per diversi giorni, con le braccianti più giovani che facevano un gran via vai dentro e fuori casa tutto il giorno e fino alla notte. Il nonno, che già di suo era poco clericale, si struggeva per la rabbia e l'umiliazione, e ancor più la nonna che, al contrario di lui, era credente.
Gigi doveva essere una persona a suo modo intelligente, perchè per tutta la vita non smise mai d'imparare nuovi mestieri. Allo stesso tempo, però, era, tra i contadini della zona, uno di quelli più refrattari ad adottare le tecnologie che mano a mano si rendevano disponibili. Buona parte dell'economia di casa era, direbbero gli economisti, di sussistenza. Cioè, non rientrava nell'universo degli scambi in denaro: non era PIL, anche se dava lo stesso di che mangiare e vestirsi. Si produceva perlopiù per l'autoconsumo e per lo scambio informale con altri contadini.
Le entrate monetarie venivano dall'attività di apicoltore, che portò il nonno, vergognandosi come un cane, ad iscriversi al Partito Fascista. Accadeva infatti che a un certo punto s'iniziò a dare il veleno sulle piante durante la fioritura, così che il nonno vide le sue api morire a sciami. Per chiedere che la distribuzione del veleno fosse ritardata occorreva partecipare alle riunioni del consorzio agrario, ma per partecipare alle riunioni bisognava essere iscritti al PNF. Così si chiudeva su di lui il circolo della più estesa clientela che abbia mai stretto l'Italia nella sua ragnatela.
Gigi si dovette anche provvedere di camicia nera per partecipare ai "sabati fascisti" che, negli anni '30, avevano raggiunto ogni piccolo borgo d'Italia, Castiglione di Cervia compresa. Come piccolo segno di dissenso, invece di quella in stile militare se ne fece cucire una di taglio civile da una sarta.
Il nonno conosceva tanta gente, ma non era tipo da osteria. Cercava di capire quello che succedeva e come le cose andassero cambiando, da quel punto di vista ristrettissimo, per locazione e censo, in cui la nascita lo aveva disseminato. Aveva delle curiosità e delle abitudini poco comuni tra i contadini della zona. Ogni tanto caricava mio padre sul calesse e lo portava a vedere un qualche posto che lui giudicava particolarmente interessante: un ponte, un tratto della pineta a mare. A volte andava sulle colline del forlivese a prendere della farina che lui e la nonna Enrica trovavano particolarmente adatta per fare il pane. Partiva la mattina presto e tornava a sera. Io credo che lo facesse, più che per la farina, per il piacere della trottata, per la vista che della piana si ha da Bertinoro, per il gusto di stare in un posto così diverso dalle "larghe".



Storie
Nicola 19 febbraio 2007
Nella mia famiglia ci sono due tradizioni che passano di padre in figlio: raccontare storie e sgironzolare nei giorni senza impegni per vedere dei luoghi.
Una di queste tradizioni, raccontare storie, ha forse un'origine tossica. Diceva il nonno a mio padre che, quando lui era bambino (siamo alla fine dell'ottocento), la famiglia si riuniva la sera nella stalla, una donna faceva una tisana e poi iniziavano i racconti e tutti ridevano. Cosa c'era in quella tisana che faceva ridere?
L'ipotesi del chimico è che la famiglia s'intossicasse con qualche alcaloide d'origine vegetale. Che si drogassero, insomma.
Piero Camporesi scrisse una trentina d'anni fa un libro, "Il pane selvaggio", in cui sosteneva che per secoli lo strato più misero della popolazione rurale italiana s'era trovato in un semiperenne stato d'inebetimento e allucinazione. Vuoi per gli effetti psichedelici della fame, inseguiti volontariamente dai mistici e più modestamente subiti dai poveri, vuoi per l'utilizzo alimentare, specie in tempo di carestia, di ogni sorta d'erba o tubero, anche di quelle più tossiche. Utilizzo che sopravvive in alcuni nomi popolari di pianta. L'Arum che cresce nei nostri fossi, altamente velenoso se non strabollito, viene chiamato "pan di bisce" ed era una delle ultime risorse nutrizionali degli affamati. Le vecchie che lo avevano mangiato in tempi peggiori raccontavano a mio padre bambino che il tubero dell'Arum riempiva sì lo stomaco, ma produceva un insopportabile pizzicore nella bocca.
Riraccontare storie che si sono sentite, dunque, inevitabilmente deformate, coi dettagli fuori posto, con pezzi e personaggi che vanno perduti di passaggio in  passaggio. Ha un senso?
Raccontare e ascoltare storie è un piacere, su cui tra l'altro la modernità ha costruito industrie immense e immensamente pervasive. A me piacciono anche le storie minori, come quella dei contadini tossici. Ma forse ci sono altri motivi per raccontare e ascoltare.
Manuela, in altro contesto, intelligentemente associa il racconto di famiglia al culto dei morti, una variante minore degli Dei Mani, che rifiuta con orrore. E c'è, in effetti, persino un'antica dottrina laica e vagamente foscoliana al riguardo, cara soprattutto a chi non ha fiducia nell'aldilà, ma con un retropensiero triste di futilità. L'avo defunto viene tenuto vivo almeno nella memoria. Non in eterno, di questo si occupano altri, ma solo per un paio di generazioni.
A me, però, le storie di famiglia hanno sempre affascinato per altri motivi. Quand'ero bambino, perchè quelle storie di terra e contadini mi riuscivano (ancora mi riescono) anche più esotiche delle storie di Salgari. Ed erano per di più avvenute nella stessa mia famiglia! E d'estate e nel finesettimana dei morti potevo rivedere i luoghi, sentire il dialetto, andare a vedere le tombe e le fotografie col cappellaccio o col fazzoletto in testa. Nel ripassare le schiere bracciantili di famiglia mi sentivo come il barone di Charlus che ripercorre nella mente il suo albero genealogico fino a Genoveffa di Brabante, personaggio sperduto nei dark ages. Il mio albero tarlato e monco, non meno gloriosamente, finiva con un Arcozzi che, nel '600, era finito sul registro parrocchiale: "di condizione miserabile".
Finiti gli studi e con la testa piena di storicismi astratti ("quale possibilità viene data all'agire individuale dalla necessità storica?"), un giorno fui folgorato dall'ovvietà: quegli Ansaloni del ramo materno, sempre vilipesi a causa dell'attaccamento alla roba e del clerico-fascismo, erano la testimonianza grafica di come e perchè gran parte della borghesia italiana era passata dai liberali ai fascisti. E di come questa scelta, in una piccola borghesia appena nata e che puntava tutte le sue carte sugli impieghi statali, fosse una "necessità storica" che aveva sì prodotto fede e devozione (per il duce), ma solo -o quasi- come sottoprodotto di quella necessità.
E procedendo, un nucleo famigliare dopo l'altro, una generazione dopo l'altra, si poteva vedere come il destino di quasi tutti gl'individui fosse non dico prestabilito, ma certamente limitato nelle sue possibilità -magari accellerato- dalle correnti della storia. E, soprattutto, emergeva la faglia netta della modernità e dell'industrializzazione, che ha svuotato le campagne e ha trasformato tutti i rami della mia famiglia in piccola o media borghesia urbana, o in proletariato industriale.
Per venire ai ragazzi di oggi, che vedo in gran numero nella mia aula, credo che proprio questa limitata, ma intensa consapevolezza del mutare dei tempi mi sia d'aiuto. Non tanto nel capirli, che non è il mio mestiere (se non marginalmente), ma nell'accettarne fiduciosamente la diversità. Una diversità, tra l'altro, assai minore di quella che corre tra la mia generazione e quelle che l'hanno preceduta.

Album 3
Nicola 17 febbraio 2007
 
Nella foto di famiglia, saremo nel 1928 circa, siede ben al centro il patriarca grasso, severo e soddifatto della prole che gli sta attorno: tre maschi (Gino, Dante e Antonino) e tre femmine (Vilma, Ester e la piccola Marta). La moglie, personaggio pressochè cancellato dalla cronaca orale di famiglia, appare come prosciugata, disidratata, antropofagizzata da tutte quelle gravidanze. Tra le famiglie di Nonantola non solo è di quelle che stanno nella Partecipanza, che per la condizione contadina è quello che  essere discendenti diretti dei cavalieri franchi è per la nobiltà francese, ma è anche un nucleo prospero, con salariati che lavorano la terra così che tutti i figli, ciascuno secondo le proprie inclinazioni e capacità, hanno studiato o stanno studiando. Maschi e femmine. Medico, ufficiale d'artiglieria, infermiere, maestra, impiegata delle poste... aspirante suora che non ha superato il periodo di prova. Tutti, tranne l'eterna ex novizia Ester, impiegati dallo stato. Quello stato ancora sabaudo e già fascista che incarnava al tempo stesso l'autorità, rappresentata nella fotografia dal patriarca, e la modernità, ben riconoscibile nella diversa foggia degli abiti: pesanti e contadini quelli dei genitori, fiduciosamente borghesi quelli dei figli e delle figlie. Borghesi, ma morigerati, senza con ciò essere castigati: senza antichi veli le figlie, con un farfallino sbarazzino lo studente di medicina.
Eppure i volti tondi e pieni sono quelli contadini della bassa. I colli sono lontanissimi da quelli lunghissimi e aristocratici del Parmigianino; sono piuttosto inesistenti e schiacciati come se quei ragazzini fossero cresciuti portando pesanti sacchi di farina al mulino. Quei corpi contadini entrano nella modernità borghese della dittatura senza mai incontrarne le forze innovative, chic-futuriste o eroico-arditiste, ma, nel solco dei moderati -come si dice oggi- e della gente dabbene -come si diceva ieri-, dalla porta larga e sicura del clerico-fascismo. Dio, ordine e roba ciò che si chiede; re, papa e duce i propri numi tutelari, venerati con sincera devozione.
Da tanti figli il patriarca poteva attendersi una folta progenie, con qualche maschio a ereditare il diritto alla divisione delle terre della Partecipanza, che dall'anno 1058 vengono periodicamente distribuite tra gli eredi delle famiglie contadine che a quei tempi vivevano attorno all'abbazia.  Invece, proprio in quella generazione che faceva il salto nella contemporaneità, l'albero riproduttivo subì una drastica potatura: due soli matrimoni fertili, che generarono  quattro figlie femmine, tagliando così dopo novecento anni, in quel ramo della famiglia Ansaloni, il cordone enfiteutico che li legava alla terra.
Uno di quei matrimoni fu quello della nonna Vilma, maestra di energico piglio e Capitana del Fascio, con un impiegato comunale di poco carattere e simpatie socialiste, ma bello più d'ogni altro onesto partito di quelle parti. Il nonno Aroldo veniva sempre ricordato e compianto dagli Ansaloni, ma solo in quanto morto, e piuttosto prematuramente, quando io avevo cinque o sei anni. Di lui vivo non c'è mai stato raccontato nulla: una comparsa nella saga di una famiglia tutta rivolta a se stessa. Della sua -pare numerosa e simpatica- famiglia contadina non ho conosciuto mai nessuno.



Album 2
Nicola 15 febbraio 2007
  Per i figli di contadini l'esser di debole costituzione poteva essere una sfortuna addirittura letale, ma anche un'opportunità. Capitò così allo zio Tonino, nato Antonio Bandini e morto Antonio Bandini Buti. Il signor Buti, veterinario di successo, repubblicano impegnato e generosamente incline ad aiutare il prossimo, salvò una volta il piccolo Tonino da una bronchite che lo stava portando al creatore e da quel momento non cessò d'interessarsi al bambino. Convinse il babbo di Tonino a farlo stare, almeno nelle notti d'inverno, a casa sua in paese. Passavano le stagioni e il bambino tornava sempre più raramente a casa sua, dove una sua visita era diventata addirittura ragione di festa. Dopo un'assenza più lunga delle altre, il babbo andò al paese e riportò Tonino a casa: quando il veterinario tornò dai suoi affari mandò un servitore a riprendere il bambino sotto il temporale, e quella fu l'ultima volta che -prima di diventare adulto- lo zio Tonino dormì nella casa dei suoi. Non fu sottrazione, nè adozione, nè un vero e proprio affido. Tonino scivolò via dai genitori e dai fratelli come scendendo su un piano inclinato: una legge di fatalità quasi fisica che lo portava altrove.
A inizio novecento in campagna succedeva spesso che il prestigio e l'autorità di alcuni, soprattutto delle persone potenti e benintenzionate, avesse il potere di ammutolire gli umili. Vedo le tracce di questo in mio suocero, medico capace e di prodigiosa resistenza alla fatica, che pochi in paese si permettono di contraddire, di qualsiasi cosa si stia parlando. Così, mentre i fratelli s'avviavano alla dura vita dei campi o dell'officina, Tonino proseguì gli studi sino al diploma, quindi finì a Milano a lavorare come giornalista e direttore di riviste, collezionista onnivoro e scrittore di cose repubblicane. Un altro bambino malaticcio, tisicuzzo da sempre, apparteneva al ramo materno della mia famiglia. Una parentela lontana,  che forse nessuno di quelli rimasti al mondo riesce più a ricostruire. Quest'altra famiglia contadina seguì una via più tradizionale e avviò il fanciullo al seminario, nella giusta convinzione che il mestiere dell'anima gli fosse più adatto di quello dei campi. Don Renato, così si chiamava, fu poi mandato nell'Appennino modenese, ché anche la sua nuova famiglia si curava di sistemarlo in posti salubri.
Lo frequentammo a lungo da bambini, quando andavamo con la mamma o la nonna a fare un mese di vacanza a Montese. Don Renato giocava sempre a carte, beveva smodatamente, fumava come una ciminiera e, dicevano i maligni, in gioventù aveva anche, qualche volta, eluso il celibato. Era un tipo allegro e spiritoso, che ogni tanto prendeva la sua vecchia Ford e si faceva un giro a trovare un pò di preti e monaci per le valli. Mi ricordo di una sua teoria: "Quando si fa inversione a U, in montagna non bisogna fare più di due manovre". Mia mamma tremava come una foglia, mentre noi bambini guardavamo ammirati il precipizio che ci veniva proprio sotto il finestrino.
Per me don Renato è rimasto l'esempio buon cristiano: un "povero diavolo di prete", come diceva lui ridendo. S'impegnava nella cura delle poche anime di Salto, poco più che un gruppo di case s'un tornante di cui era (puntualizzava sempre con orgoglio la nonna) "arciprete" ("arcivescovo no", puntualizzava lui). Cercava di far quadrare il bilancio sempre in bilico d'una parrocchia povera. Non credo che s'impegnasse mai in progetti straordinari come l'aiuto ai poveri del Mato Grosso, meno che mai fu attratto dal modernismo, che del resto non era abbastanza colto da capire: era un umile tra gli umili, semplice tra i semplici. Credo che la famiglia di mia mamma cercò di coinvolgerlo ai tempi in cui lei stava divorziando, non so con quanto successo. Non lo sentii mai giudicare nessuno.

Album 1
Nicola  14 febbraio 2007
La nonna Enrica era una contadinetta piccola e secca; repubblicana di famiglia, ma donna di chiesa; bracciante e analfabeta. Rimane un raro ricordo della sua infanzia, poichè suo fratello Antonio divenne per una strana congiunzione dei casi giornalista e scrittore, col pallino romagnolo della poesia del fanciullo.  Decise un giorno Antonio d'andare in paese tagliando per i campi, portando Enrica che aveva solo tre anni, e lui cinque. Si persero e lui fu ritrovato solo dopo il tramonto, senza sorellina: Enrica era rimasta a piangere sul ciglio d'un fosso, da dove la recuperarono solo a tarda notte.
L'infanzia dei poveri che muoiono vecchi non sopravvive nella memoria di famiglia. Non fosse stato il fratello ammalaticcio preso in affido da una delle poche famiglie colte e ricche, ma senza figli, del paese, di Enrica rimarrebbe solo la foto con la pelle incartapecorita dal sole delle larghe o il ricordo della lunga demenza senile.
Faceva quaranta e passa quando il parroco apprese che una delle sue parrocchiane più devote, affidabili e nubili era incinta, pergiunta di un piccolo mezzadro socialista. Il tardivo incidente era accaduto a novembre, forse in margine a qualche lavoro invernale nei campi, nell'anno XIV dell'era fascista. La nonna, ch'era di Castiglione di Ravenna, si sposò e raggiunse il nonno Gigi oltre il Savio, a Castiglione di Cervia: un tiro di fionda e un dialetto già diverso.
A parte l'isolata immagine infantile, di mia nonna rimane solo il ricordo di una donna al lavoro. In casa e nei campi; salariata e mezzadra; contadina e filatrice; madre e lavandaia; allevatrice, macellatrice e cuoca d'animali. Parlava poco e non m'è mai stata riferita una sua frase particolare o un suo racconto. Credo che non lavorasse solo durante la messa della domenica.
A volte, mentre portava mio padre dal dottore o all'asilo, mia nonna incontrava delle signore; mogli di possidenti o di professionisti, donne di casa. Portavano all'epoca lunghe gonne con in fondo una sorta di battiscopa per tenere la sottana rasoterra senza imzaccherare il tessuto. La nonna Enrica le faceva passare e tra i denti sibilava "Ch'la troia", 'quella puttana'.

Il sonno della ragione sul Corrierone
Nicola 21 gennaio 2007
Persino il britannico Corriere si permette una punta di follia. Sul suo sito web, non in versione cartacea. Non si tratta del simpatico forum meneghin-chic della Rodotà, che brilla per scanzonato equilibrio, ma di quello eretto da Magdi Allam a difesa dell'Occidente contro l'islam, a difesa della Sacralità della Vita contro welby e altri vessilliferi della morte, a difesa Litografia di Gianni Rodaridei Valori contro il relativismo, e via maiuscolando. Ogni tanto mi leggo i messaggi che Allam mette "in evidenza", quelli che lui giudica più adatti alla sua pedagogia della Vita; a cui lui risponde, come un novello Profeta, con "auguri di Verità, Vita, Libertà".
Magdi Allam parla da tempo di un "movimento per il Valore della Vita" e il suo forum sul Corriere dovrebbe essere uno dei suoi momenti fondativi. I futuri aderenti si distinguono tra gli altri partecipanti al forum per la tetra paranoia, le paure, il sospetto dei complotti che ai danni dell'Italia si vanno tramando.
Spesso si tratta di fascistelli da tastiera, di anticomunisti in ritardo geologico, di gente che vive in un mondo povero di relazioni umane. Tra gli interventi oggi "in evidenza" vi copio-e-incollo quello di una certa "drang".
"[...] Non senza però - in cauda venenum ! - citare l’incredibile caso di una poesia “ Il cortile di città “ , del celebre pedagogista comunista GIANNI RODARI , da me ritrovata in un libro delle scuole elementari di mia figlia… Propongo all’ attenzione critica degli amici lettori il testo di questa poesia ( da imparare a memoria !), in cui la perfidia ideologica strumentalizza la fantasia innocente dei bambini inoculando loro il distillato rivoluzionario e l’ EDUCAZIONE PRECOCE AL DISPREZZO DEL REGOLAMENTO CONDOMINIALE E quindi delle LEGGI :
“ Il cortile di casa mia/ mette tanta malinconia…
Ci sono gli alberi,le aiuole
Tutto il giorno ci piove il sole…
Ma ecco arriva , che spavento !, SUA MAESTA’ IL REGOLAMENTO :
“ Guai a voi se vi fate pescare : in cortile vi è VIETATO GIOCARE !
I bambini guardano sospirando/ così tristi,così seri / Mi SEMBRANO TANTI PRIGIONIERI … Laggiù si potrebbe con coraggio / balzare gridando all’arrembaggio…
MA IL REGOLAMENTO NON PERMETTE,
CI VORREBBE UN 25 APRILE,
Per LIBERARE il mio cortile ! “
Chi vuole , può meditare sulle responsabilità oggettive di questa strisciante penetrazione ed infiltrazione ideologica nella mente del bambino e degli adolescenti .
I risultati sono sotto gli occhi di tutti ."


Not-so intelligent design
Nicola 3 gennaio 2007
Il mio amico e collega Fabio e io andiamo daccordo solo sul litigare, motivo per cui siamo amici e per cui gli altri colleghi, quando siamo insieme, o ci scansano o ci aizzano uno contro l'altro, a seconda della voglia che si ha quel giorno di vedere due che si danno sulla voce. Ieri s'era in disaccordo sull'evoluzionismo e vi risparmio i dettagli: Fabio è ciellino, io non credente. Mentre litigavamo a un bar del Pratello, generalmente luogo di altro tipo di risse, m'è tornata alla mente la dottrina gnostica, secondo cui il mondo fu imperfettamente creato da una divinità minore, o addirittura demonica.
Così si spiega, in alternativa a Darwin, l'imperfezione del creato, evidente a chiunque abbia cercato di governare la crescita e la diffusione delle piante in un fazzoletto di terra. Una spiegazione che ai cattolici manca, e devono quindi fare i salti mortali per conciliare la perfezione di Dio e l'approssimazione della sua opera maggiore. Così invece gli gnostici: intrappolata in questo inferno terreno e divisa in miriadi di corpi, l'anima -illuminata dalla fede in Cristo- tende a lasciare la materia e a riunirsi nell'unico vero Spirito.

due tibie e un techio ritrovò in un rio....Un darwinista all'isola di Chìo
due tibie e un teschio ritrovò in un rìo.
"Al teschio manca un dente:
Disegno Deficiente!"
Laicismo spicciolo, all'isola di Chìo.

L'orto sarchiando, Anna di Maròstica
trovò la prova della fede gnostica:
"Creò le ortiche il Diavolo
col mondo, i porri e il cavolo."
E sè all'altro in Dio strinse a Maròstica.