Il diario di Rowena
2007



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Lacrime
Rowena 17 novembre 2007

Stavo preprando la mia famosa zuppa di molluschi, poco fa, e ho cominciato a piangere. Le lacrime, irrefrenabili, mi scendevano lungo le guance, che il dorso della mano non riusciva a tenere asciutte.
Le piastrelle bianche e i pensili blu della cucina si mescolavano in una nebbia indistinta, e non serviva togliermi gli occhiali, perché le lacrime continuavano a confondere tutto; il sapore di sale mi ingroppava la gola, e non serviva continuare a deglutire….
Poi ho pensato che dovevo essere ben fortunata, se il mio unico motivo di pianto era una cipolla. Mi è tornato in mente Neruda, e anch’io, alla cipolla che “ci hai fatto piangere senza affliggerci”, ho elevato il mio ringraziamento..

Matisse - Cipolle rosa


Pesci in bicicletta
Rowena 11 novembre 2007

Passo sempre, tornando dal lavoro, davanti a quella casa disabitata i cui muri sono diventati una lavagna scarabocchiata di amori adolescenti, malumori sociali, manifesti politici in briciole, e delle più varie formule per la felicità, frutto indifferentemente di antiche saggezze o di Google.
Già un’altra volta ne ebbi a parlare, per una dichiarazione politica in versi che colpì la mia fantasia.
L’occhio glielo butto sempre, poiché resistono ancora in Romagna spiriti arguti le cui esternazioni vale la pena di leggere, e accade spesso che mi strappino un sorriso che mi accompagna per un po’ di strada.
L’altro giorno ho colto questa frase, scritta proprio così:
“Un uomo senza la religione
è come un pesce senza la bicicletta”.

Se ci pensate un attimo, questa frase, al di là del contenuto – su cui magari qualcuno storcerà il naso – è, dal punto di vista lessicale, una trovata geniale. Il segreto sta tutto in quel “senza”, che indica una mancanza. Perché il passante, anche frettoloso, che legge la prima parte della frase tende ad anticipare l’autore, completando questa mancanza con concetti del tipo “è come un uccello senza ali”, “è come un uomo senza una donna”… Immaginando, quindi, uno di quegli aforismi che viaggiano un tanto al chilo sul web, e di cui non mette conto di parlare. E quando l’occhio coglie la seconda parte della frase, l’eco di quel “senza” è talmente forte, da provocare un effetto straniante. Per qualche istante la mente boccheggia, affannandosi a cercare quale carenza potrebbe provocare al pesce l’assenza di una bicicletta. Finché ci si rende conto dell’inganno: una bicicletta, in effetti, è la cosa al mondo di cui un pesce può fare più a meno. E la mente finisce di trastullarsi immaginando il pesce che arranca sui pedali, e scappa il sorriso.
E, fra pesci e biciclette, sintassi e mangiapreti, sono quasi arrivata a casa.

Pesce senza bicicletta


Da qui all'eternità
Rowena 10 novembre 2007

Ieri sera ho visto – forse rivisto, ma chissà dove e quando è stata la prima volta.. – “Da qui all’eternità”. Fra pochi giorni non ricorderò i nomi dei protagonisti né del regista, e a lungo andare, anche la trama – ma esiste poi una trama? - sfumerà nella mia mente (per questo non so parlare dottamente di film, quello che ricordo non è mai quello che agli altri importa sapere).
Un fotogramma di Da qui all'eternitàNe ricorderò, sicuramente, l’intensità, che mi ha tenuto inchiodata al video.
La guerra, non ancora scoppiata, mai nominata, che esplode solo alla fine come una catarsi che arriva a spazzare via tutto, è lo sfondo buio sopra il quale si muovono i personaggi.
E i protagonisti, ciascuno ben inteso con la sua personalità, si muovono su questo sfondo, aggrappandosi alle loro poche certezze, come fossero maniglie da stringere per tenersi in piedi in mezzo alla burrasca della vita, mentre procedono verso il proprio destino. Destino che ognuno porta scritto in dentro di sé, e così non si può eludere, solo affrontare con dignità, poiché non si può essere diversi da quelli che siamo. A volte qualcosa, per esempio l’amore, può arrivare a metterlo in discussione, a farci balenare un’altra vita, altri noi stessi, un destino diverso. Ma è solo un momento, perché quello che siamo non ci perdona, non lascia scampo. E tutto ritorna nei binari che ci siamo scelti, e ineluttabilmente, la fine arriva proprio là, dove l’abbiamo aspettata.
La stessa intensità, lo stesso senso tragico della vita, che trovai in un altro film di quegli anni “Niagara”, dove la tragicità della condizione umana è messa in risalto dallo sfondo di un ridente, banale, luogo di villeggiatura. Là un’umanità che sta per entrare nel buco nero della guerra, qui un’umanità che, dopo esserne uscita, prova a riprendere a vivere. Ma l’uomo – l’umanità – non è cambiato tuttavia, e porta sempre il sé il virus della propria autodistruzione.
Sarà per questo che, nonostante sia passato molto tempo , e cambiate molte cose, dal modo di raccontare alla tecnica cinematografica, sarà per questo, dicevo, per quella domanda sottotraccia – chi siamo, dove andiamo… - che non ha mai avuto la risposta giusta, che questi film davvero invecchiati non sono mai?

 Un fotogramma di Da qui all'eternità


Frammenti di lettera della Sig.ra Flavia Prisco Veltroni alla sua amica ***
Rowena 1 novembre 2007

…un orrore, un orrore amica mia che non posso descriverti… mi farò forza…

Il dr. Jekyll e Mr. Hyde … hai sentito il discorso di Torino, vero? Era un discorso di Walter, era proprio il suo stile, i suoi contenuti: rinnovamento, meritocrazia, innovazione, insomma, tutto l’ambaradan cui Walter è sempre stato affezionato… poi liste bloccate, apparati ferrei, nessuna apertura… Walter non ha mai risposto sul blog, non gli si è nemmeno avvicinato, lui che adora la tecnologia, internet… Hai sentito il discorso all’assemblea costituente… Walter era più adorabile che mai, buono ma deciso, proprio come tutti lo vorremmo sempre. Però il pomeriggio… dispositivo, commissioni…il mio Walter non avrebbe mai accettato...

…il fatto è che Walter è sempre stato troppo buono… e gli altri se ne sono sempre approfittati, Massimo soprattutto. Quando Walter stava per diventare segretario del PDS, perché gli iscritti lo avevano scelto, chi è stato a fargli lo sgambetto? Massimo… Poi, quando è caduto il governo del ’98, lui voleva andare alle elezioni, ma chi l’ha fregato? Ancora Massimo. E poi anche tutti gli altri, su, se ne sono sempre approfittati della sua bontà, come direttore dell’Unità, e come segretario dei DS, lui aveva tante belle idee, ma gli altri…

…credo che tutto sia incominciato nel 2001, quando è diventato sindaco di Roma.. Diceva sempre che avrebbe reso un servizio alla città, ma che dopo 5 anni si sarebbe ritirato in Africa. Dev’essere stato allora che ha pensato che gli avrebbero tirato un altro tiro mancino, che avrebbero sfruttato la sua popolarità per poi fregarlo. E che non poteva più essere troppo buono. …ha passato tutte le sere che la politica gli lasciava libere chiuso nella nostra cantina. Quando gli chiedevo cosa faceva, mi diceva che stava scrivendo un altro romanzo. Quando lui non c’era la cantina era sempre chiusa a chiave…. rumori strani, mugolii, strattoni, come qualcuno che cercasse di liberarsi da un bavaglio. Avevo paura ma non potevo fare niente. Smisi di fare domande, e mi rassegnai. Fu per caso che la sera prima dell’assemblea, scoprii tutto. Walter era sceso in fretta e furia in cantina, e non aveva chiuso a chiave la porta… mescolava in un bicchiere il contenuto di due boccette, beveva tutto di un fiato. Trattenevo il respiro, impietrita dall’orrore. Vidi con questi miei occhi Walter sfigurarsi, le sue mani coprirsi di peli, il mento moltiplicarsi diventando doppio e triplo, il suo ventre gonfiarsi, i suoi capelli diradarsi… un orrore, un orrore amica mia che non posso descriverti. Ma riuscii a non urlare, a guardare fino in fondo il mio Walter trasformarsi in Bettini! E così capii tutto. Capii perché Walter smentiva coi fatti quel che diceva con le parole. Quello che parlava era Walter, ma era Bettini a compiere tutti gli atti che il mio Walter non avrebbe mai potuto fare. Ogni volta che la bontà di Walter stava per prendere il sopravvento, la pozione lo trasformava nel perfido Bettini, che si occupava del lavoro sporco…

…. che devo fare… aiutami ….



Prodigame
Rowena 25 ottobre 2007

Descrizione

Scopo del gioco: arrivare vivi alla fine.
VideogameDotazione iniziale di vite: molto bassa, stante una maggioranza certa in una sola Camera, e la quasi parità al Senato.
Bonus iniziale: 4 milioni e mezzo di votanti alle primarie e un programma sottoscritto da tutti i partiti della coalizione.
Possibilità: durante il percorso si possono raccogliere bonus, per esempio la redistribuzione dei tesoretti, o l’approvazione di riforme apprezzate dal paese; si possono perdere vite, per l’approvazione di leggi o riforme sbagliate e impopolari.
Il percorso è obbligato e prevede alcuni ostacoli fissi da superare: per esempio, la scadenza della legge finanziaria. Durante il cammino occorre difendersi dagli attacchi dei nemici e da quelli degli amici, nonché reagire correttamente ad imprevedibili eventi esterni.
Lo scenario è un paese duramente provato da 15 anni di transizione dalla prima alla seconda Repubblica, 5 anni di governo della destra, mafia, familismo industriale, pratiche di cooptazione, arretratezza storica delle infrastrutture, ecc. ecc.

START

Prodi procede tenendo a guinzaglio con una mano una muta di partiti che vanno dall’estrema sinistra al centrodestra, cercando di non farsi mordere e impedir loro di azzannarsi a vicenda; con l’altra mano deve sventare gli attacchi che gli vengono portati.
La parte più facile è scrollarsi di dosso i facoceri dell’opposizione fastidiosi per il loro continuo blaterare – prodisidimettaprodisidimettaprodisidimetta – ma incapaci di un’azione veramente pericolosa.
VideogameNel primo livello perde un paio di vite a causa di errori grossolani: per esempio l’indulto.
Raccoglie i bonus tesoretto e decreto Bersani. Sciupa l’accredito lasciando litigare la muta su come utilizzare il gruzzolo, affronta e si fa travolgere dall’ondata risentita degli interessi corporativi – sbagliato: cntr+P, accucciarsi e aspettare che passi…
Al secondo livello gli attacchi si fanno più duri. Grillo attacca sui costi della politica, la reazione è troppo debole e non ha effetto; la muta si guarda sempre più in cagnesco, qualcuno gli addenta i polpacci. Poi la muta strappa il guinzaglio e gli si avventa contro; tutte le forze sono impegnate a difendersi dai cani sciolti, non ne rimangono abbastanza per i facoceri dell’opposizione che rialzano la cresta, diventando perfino pericolosi.
Si accende la spia verde: una vita recuperata, no, due: il successo del referendum sull’accordo sul welfare e i tre milioni e mezzo di votanti alle primarie.
Prodi si rialza e riprende il cammino. Ma inciampa contro la manifestazione della sinistra radicale – prodinondevecadereprodinondevecadereprodinondevecadere – vacilla: una vita in meno. Mastella lo azzanna al fianco: un’altra vita in meno. Di Pietro rincara la dose, Prodi ha perso le armi, si guarda intorno, cerca Veltroni perché gli vada in aiuto, Veltroni è alla festa del Cinema, l’opposizione attacca attacca attacca, poi la sinistra radicale, Mastella, Di Pietro, ancora Mastella…

GAME OVER!!!!!

Game over


Extraterrestri
Rowena 19 ottobre 2007

Mentre noi si stava discutendo di Partito Democratico, primarie, partecipazione e, least but not last, di assemblea costituente composta per metà da donne, la terra è stata invasa dagli extraterrestri.
Non si potrebbe altrimenti spiegare l’episodio che sto per raccontarvi.
L’assessore alla cultura della Provincia di Ravenna dà il suo benestare alla diffusione di un opuscolo su un’importante iniziativa della rete bibliotecaria di Romagna, organizzata congiuntamente dalle Province di Ravenna, Rimini e Forlì. L’opuscolo riporta, scritta bianco su rosso, la frase di uno dei testimonial dell’iniziativa, tale Paolo Cevoli, che mi risulta essere molto noto agli spettatori di Zelig.
La frase è: “Un buon libro è la compagnia più intelligente che un uomo possa trovare. Ogni tanto però ci vuole anche un po’ di solitudine con qualche passerina ignorante”.
Ora, che questo tipo di umorismo possa fare ridere qualche spettatore di Zelig – non mi pronuncio sull’effetto che possa avere sulle spettatrici – passi. Ma che faccia scompisciare un assessore alla cultura (!) di una giunta di centrosinistra, e che questo la faccia pubblicare sotto il logo delle tre province riunite, dandole il rango di comunicazione istituzionale, non mi sembra possibile. Tanto meno è possibile che, richiesto di giustificazioni, l’assessore in questione abbia risposto: “Che male c’è?”
Per cui ritengo più probabile l’ipotesi che gli extraterrestri abbiano invaso la terra e che si siano impadroniti dei corpi di molti di noi, fra cui l’assessore, e che adesso vadano in giro a combinare mostruosità di vario tipo….
Per fortuna che gli extraterrestri non sono riusciti a prendere possesso proprio di tutto il pianeta. Qualcuno si è salvato: infatti l’assessore della Provincia di Forlì, una donna non ancora posseduta dagli alieni, ha fatto ritirare gli opuscoli già peraltro ampiamente distribuiti, e si è rifiutata di accollarsene le spese.
Pagheranno i cittadini di Ravenna. Speriamo si ricordino degli alieni alle prossime elezioni.

Alieni tra noi


Colonna sonora 4 - Canzone popolare
Rowena 12 ottobre 2007

Oggi chissà perché hanno passato alla radio la Canzone Popolare. Non è un granché, sentita adesso; a dir la verità non l’ho nemmeno mai capita tanto, le parole mi sembrano messe lì un po’ purchessia, e Fossati non è mai stato nelle mie corde; mi ha dato qualche rara emozione, fatta di immagini isolate – fotogrammi? – e suggestioni fuggevoli: una nave che non arriva mai, il mare che sbuca inaspettato dietro una curva della ferrovia….
Questa Canzone Popolare non aveva per me nessun significato prima del 96. Adesso, sentita a freddo, ancora meno. Ma in mezzo, fra il prima e l’adesso c’è stata la stagione delle grandi speranze, quando credevamo che gli steccati fossero definitivamente abbattuti e nessuno voleva più chiedersi “da dove vieni” ma “dove vai”; stagione, vista nello specchietto retrovisore, gioiosa e pensosa come la gioventù che trasmuta in maturità. Stagione di impegno e di accalorate discussioni, col dito puntato in avanti, a trascinare i recalcitranti, quelli che pendevano dalle labbra di D’Alema. Stagione di tradimenti incubati, ma non lo sapevamo ancora. La Canzone Popolare era la colonna sonora di questa stagione; e quando la sentivi, dietro gli angoli delle strade, eri sicuro che là c’era un banchetto, un pulmino, uno striscione, e che là era la tua nuova casa. Ti accompagnava, fischiettando, mentre infilavi volantini nelle buchette dei vicini e attaccavi adesivi alle macchine parcheggiate, fingendo indifferenza.
Quella sera – era una sera tiepida ricordo – la sentivo arrivare fin dentro il parcheggio, e mi accompagnò mentre mi affrettavo, trascinandomi le figlie per mano, verso la piazza. Non vedevo ancora le bandiere sventolare, ma la Canzone Popolare mi assicurava che c’erano; le persone che incontravo mi sorridevano, e un’amica mi disse: sbrigati, non senti che si sta alzando la canzone popolare? Poi la Canzone è ridiventata solo una canzone, con un testo così così, di quelle che ormai non passano più per radio, e quando le sentono i ragazzini cambiano stazione.

Canzone popolare


Fotogrammi 5
Rowena 11 ottobre 2007

Dietro la persiana semiaperta della casa di fronte si intravede il volto di una ragazza. Il fazzoletto nero che nasconde i capelli, ne sottolinea l’ovale. Una mano di uomo chiude la persiana.

Finestra


Pantheon
Rowena 6 ottobre 2007

E’ di moda, in tempi di fioritura di nuovi partiti, cercarne le radici fra i nomi celebri del passato.
E’ il gioco del Pantheon, che deve essere un luogo abbastanza affollato, poiché tutti si affrettano ad affastellare padri nobili e meno nobili, timorosi di lasciar fuori anche una radicina, piccola piccola.
Allora anch’io ho voluto fare il gioco del Pantheon; e siccome nel Pantheon del Partito Democratico ci si è infilato di tutto, persino Craxi, ma che io sappia, nemmeno una donna, nel mio Pantheon sarà rigorosamente in vigore la parità di genere: 50 e 50. Le liste, oltre che presentare alternativamente una donna e un uomo, sono, per ciascun sesso, in rigoroso ordine alfabetico, poiché nel mio Pantheon democratico non ci sono padri e madri ma solo sorelle e fratelli.
Se vi va, potreste anche continuare il gioco….

Darwin ritratto come una scimmia1. Simone de Beauvoir, che ce l’ha spiegato per bene
2. Francois-Marie Arouet detto Voltaire, che ha scritto Candide
3. Mafalda di Quino, se ci dimentichiamo di essere di sinistra
4. Charles Darwin, così non ci dimentichiamo che siamo scimmie col pollice reversibile
5. Margaret Mitchell, perché essere un po’ americane ci fa bene
6. Gastone Paperone, perché un po’ di fortuna aiuta sempre
7. Emmeline Pankhurst, senza di lei dove saremmo adesso?
8. Pablo Picasso, per i suoi quadri
9. Franca Viola, diolarimeriti
10. Jonathan Swift, con obbligo ai futuri dirigenti di leggerne dieci pagine tutte le sere

Il Pantheon dell'antica Grecia


Nessuna notizia da Loch Ness
Rowena 1 ottobre 2007

Ieri era domenica, e l’ineffabile Riotta – che da giornalista faceva ottime corrispondenze dall’America ma da direttore produce un pessimo TG – doveva essere più a corto del solito di notizie. Non sono bastati il Papa e l’omicidio di Garlasco, e lestagioninonsonopiùquellediunavolta signoramia di cui ci delizia quotidianamente, per riempire la mezz’ora canonica dalle 13.30 alle 14. Così il direttore ha avuto un lampo di genio, e abbiamo ascoltato un corrispondente da Londra – profumatamente pagato, I suppose - che ci raccontava come nel lago di Loch Ness NON era stato avvistato il mostro.
Non sottovalutate Riotta, questo potrebbe dare il via a un nuovo modo di non-fare i tiggì e di non-dare notizie. Ecco una fila di non-notizie prese da Repubblica online di oggi:

Ieri, allo stadio Braglia di Modena NON sono avvenuti incidenti e i tifosi NON hanno incendiato le macchine parcheggiate
In Finlandia NON si sono indette elezioni anticipate
Nel tratto di autostrada Bologna-Castel S. Pietro un autocarro NON ha investito una Renault
La villa di Zeffirelli NON è stata svaligiata stanotte


Si potrebbe anche andare sul gossip:

La moglie di Morandi NON è stata fotografata all’uscita del ristorante
La nipote di Valeria Marini NON è fidanzata con un calciatore


Oppure sul colloquial-quotidiano:

La mia vicina di casa NON è caduta dalle scale
Il cane di mia zia NON è finito sotto un’auto

La penna di mia zia NON è caduta sotto il tavolo
… ops, scusate, questo era l’esercizio preferito dalla mia prof di francese delle Medie.

Il cane di mia zia


Fotogrammi 2
Rowena 27 settembre 2007

La luce radente di inizio autunno accarezza le due tazzine da caffè vuote, lasciate sul tavolino. Fra loro un cucchiaino, sul sottopiatto di vimini la moka è ancora calda. Due sedie appena scostate, un giornale caduto a terra. Quasi una poesia di Prévert.

Tazzine vuote


Fotogrammi 1
Rowena 23 settembre 2007

Vista dalla barca la costiera si svolge come una pergamena, rivelandosi un po’ alla volta apre lentamente le baie, spiega le curve rivelando scogliere. Le case sono gocce che, rade più in alto, si raccolgono come acqua piovana nelle valli per distendersi in ventagli sulle spiagge, dove le aspettano le barche ormeggiate.
I due giapponesi in viaggio di nozze, ridono, guardando le fotografie che hanno scattato a se stessi nel display della macchina fotografica digitale.

Fotogramma preso dal mare


Voglia di scendere
Rowena 14 settembre 2007

“Io sono solo più furbo…” dice al cronista – e io ho voglia di piangere - uno dei ragazzi che ha comprato i test di ingresso alla Facoltà di Medicina dell’Università di Bari. Non è per niente differente dagli altri ragazzi – chi non ha copiato a scuola? - ha anche studiato un po’, solo… è un po’ più furbo.
ScalaE adesso chi glielo dice che sta maledettamente sbagliando? Chi se la sente di dargli due schiaffoni e mandarlo a lavorare a pedate nel sedere, che senta un po’ che sapore di sale ha il sudore?
Non il padre, che ha pagato la mazzetta – forse cosciente di avere un figlio imbecille, o forse persuaso che così va il mondo, così e sempre andato e sempre così andrà.
Non il professore, che ha intascato la mazzetta – forse indebitato, forse avido, o forse persuaso che tutti hanno sempre fatto così, tutti fanno così e sempre così faranno.
Non il Ministro dell’Università, che è appena uscito da un partito ma si è ben guardato dall’uscire dal Parlamento in cui è entrato perché messo in lista da quel partito.
Forse allora il Ministro di Grazia e Giustizia, che va al Gran Premio con l’aereo di stato?
Forse quei politici che predicano “tolleranza zero!” ma poi tollerano pregiudicati in Parlamento? Quelli che smaniano per un’intervista di Bruno Vespa e che non rispondono alle mail degli elettori?
Forse quegli industriali che predicano rigore mentre evadono le tasse?
Chi allora…. i miti dello sport e dello spettacolo residenti nei paradisi fiscali?
Allora, chi ci resta, Beppe Grillo magari, per il quale la politica o uno spettacolo alla Festa dell’Unità sono la stessa cosa? Austeri giornalisti inchinati al potere di turno? O magari la Chiesa, così austera con le coppie non sposate, i divorziati, i giovani che usano il preservativo – e chissenefraga se muore di AIDS mezza Africa! – che nega i funerali religiosi a Welby, ma non a Gardini, suicida, a Pavarotti, divorziato e risposato….
Non esiste oggi, in Italia, una categoria, un gruppo, un ceto, che abbia l’autorità morale per dire a quel ragazzo che ha torto – ed ha torto, questo è certo! Potrei farlo io, potrei prenderlo a schiaffi senza sentirmi in colpa, e tanti altri come me, che sono persone per bene. Ma forse è troppo tardi anche per essere persone per bene in Italia; forse sarebbe meglio fermare il treno e scendere.

Quino


Partita
Rowena 8 settembre 2007

Festa dell'Unità di Ravenna
Sabato 8 settembre, ore 18.30
Le riforme istituzionali: strumenti e progetti per l’Italia di domani

Vannino Chiti (Ministro per i rapporti col Parlamento e per le Riforme Istituzionali), Andrea Manzella (Senatore Ulivo)
Coordina Beppe Errani

Al termine del dibattito proiezione su maxi schermo della partita
ITALIA – FRANCIA
(valida per la qualificazione agli Europei 2008)


Ma insomma, non c’è gara! Loro giocano con una legge elettorale maggioritaria a doppio turno, noi con una legge elettorale porcata. Loro hanno una squadra di 15 membri di cui metà donne, noi una di 25 membri di cui solo un quarto sono donne. Loro giocano con istituzioni funzionanti e credibili, noi con gli inquisiti in Parlamento. Loro schierano la Marianna e noi il cardinal Ruini. Pare anche che, non contenti, fra gli allenatori abbiano assunto un tal Bassanini, da noi licenziato perché aveva giocato troppo bene: loro giocano col merito, noi con le spartizioni. Come possiamo farcela a qualificarci?
Ma noi abbiamo Gattuso… ah beh, meno male.

Italia-Francia


No, non è Parigi...
Rowena 2 settembre 2007

Pompei - Via dell'AbbondanzaSull’ampia spianata le auto sono disposte a spina di pesce, le file più vicine all’ingresso riservate a chi ha problemi di deambulazione. I visitatori si snocciolano in serpentine ordinate dalle transenne. Un addetto alla vigilanza, vedendo Enzo attraversare la piazza appoggiato al bastone, ci viene incontro, e ci fa entrare scavalcando le file. Piccolo privilegio accordato a chi paga un prezzo più alto alla vita.
Come si fa a non pensarci adesso, in questa piazza dove i parcheggi non sono nemmeno segnati per terra, non parliamo di quelli per gli invalidi, inesistenti, lasciati al buon cuore dei posteggiatori – non è chiaro se legali o abusivi, vista la mise azzurra, burocratico-casual, ma senza distintivi. Un po’ posteggiatori un po’ ruffiani di un bar ristorante sulla piazza, verso il quale il più grasso ci indirizza con modi unti almeno quanto i suoi capelli. Avremmo preso comunque un caffé, ma così sembra il pizzo per aver potuto parcheggiare.

Agli ingressi, accanto alle casse, in bella vista la pianta del sito – Voisietequi, sapete? E lì accanto sportelli per prenotare visite guidate, brochure, depliant, piantine del sito e dei servizi accessori,... e come si fa a non pensarci, mescolati ai visitatori che si accalcano senza alcun ordine ai due sportelli, inseguiti da sedicenti guide che si offrono come prostitute ma forse sono regolari, come si fa a distinguere, visto che non c’è uno sportello con la scritta “Visite guidate” , in modo da dividere il grano dal loglio? E le guide diventano quasi indispensabili, poiché allo sportello non viene fornita nessuna pianta del sito. Si può, in compenso, comprarla fuori, su bancarelle improvvisate, confuse con cagnolini meterorologici e cappelli di paglia).

Noi abbiamo seguito il percorso giallo, ma potevamo sceglierne altri, quello blu, o il rosso, il più lungo e completo, e non abbiamo mai rischiato di perderci,... e come si fa a non pensarci, vagando a caso, in assenza di frecce segnaletiche, indicatori, segnalazioni di percorsi consigliati o cose analoghe? Le indicazioni di nuovo conio si limitano a registrare quali case si trovano in quella data strada – non è indicato se sono visitabili o no, così per saperlo occorre andare a vedere, macinando alla fine un bel po’ di inutili chilometri. Se credete di essere fortunati cercate un guardiano a cui chiedere informazioni. Li si trova a gruppi di tre o quattro, seduti in una casa all’ombra, impegnati in lunghe discussioni, indifferenti ai comportamenti dei turisti. I quali turisti inciampano sui sassi e, Pompei - Portacol naso ficcato in moderni Baedeker, cercano di raccapezzarsi fra le vie di questa città lasciata alla loro inventiva; aguzzano la vista a cercare di leggere le scritte sui muri, conservate per noi dal vulcano e protette da vetri, ma rese del tutto invisibili dallo strato di polvere che si è depositato da chissà quanto tempo sui vetri stessi. Così noi sappiamo che sono là sotto, ma non possiamo vederle. Più o meno come se il vulcano avesse deciso di riprendersele.

E quando abbiamo deciso di bere un caffé è stato sufficiente sedersi al primo posto di ristoro, uno fra i tanti strategicamente dislocati a rendere più confortevole il soggiorno ai turisti e più pingui le casse dello Stato... e come si fa a non pensarci, trovando per caso – rigorosamente non segnalato – l’unico punto di ristoro e gli unici servizi igienici di tutto il sito. Ovviamente così gonfio di clienti accaldati ed assetati da farci decidere di portare a casa la sete e la pipi.

Sono passati 34 anni dalla prima volta che ho visitato Pompei; e da allora, più o meno ogni 10 anni sono tornata. E ogni volta penso che non è cambiato praticamente nulla: gli stessi parcheggiatori forse abusivi, le stesse guide forse abusive, gli stessi guardiani indifferenti, la stessa mancanza di attenzione e cura verso i visitatori. Forse questo è il grande problema di un sud immobile in un’Italia in declino. E mi chiedo per quanto tempo siti unici al mondo, il mare blu e i paesaggi mozzafiato potranno bastare.

Menu d'estate: Trattoria dalla Luisona
Rowena 1 settembre 2007

A metà strada fra Positano e Sorrento, c’è la trattoria della Luisona. PergolatoL’insegna, sulla strada, risale ai tempi gloriosi della trattoria, quando la strada era percorsa da pochi villeggianti, che partivano da casa calcolando di arrivare qui giusto all’ora di pranzo, per non perdersi i famosi gnocchi della Luisona. E’ un’insegna dipinta a mano, ormai sbiadita, che raffigura un secco cameriere in costume tradizionale che porta un piatto esagerato, ricolmo di maccheroni fumanti, mentre una carrozza si ferma, attratta, si suppone, da cotanta irresistibile tentazione.
Ai suoi tempi la Luisona, così chiamata per i fianchi possenti, governava con piglio severo due cameriere e un’aiuto-cuoca, addetta soprattutto a pelare le patate per i famosi gnocchi - patate che estraeva dall’acqua bollente, e pelava ancora fumanti, e per questo aveva le punta delle dita tutte rovinate. La Luisona non permetteva a nessuno di impastare gli gnocchi, perché lei sola aveva in mente la giusta proporzione di patate e farina,Cuoca così come non permetteva a nessuno di mescolare il suo famoso sugo, che forse preparava la notte, perché tutti avevano sempre visto sempre solo il tegame sobbollire cantando note basse sul fornello, e i misteri della composizione e degli ingredienti, la Luisona se li teneva per sé, riservandosi di tramandarli, quando fossero state abbastanza grandi, alle sue nipoti. Infatti la Luisona non aveva figli, non si era mai nemmeno sposata, un po’ perché non ne aveva avuto il tempo, un po’ perché si era innamorata una volta sola, di un bellimbusto coi baffetti, che non l’aveva voluta, a causa – diceva - della peluria che le spuntava sopra il labbro superiore. Il bellimbusto era poi emigrato chissà dove, e nessuno aveva più sentito parlare di lui, ma la Luisona non si innamorò più, dedicandosi anima e corpo alla sua trattoria, che prosperava sempre più, e dove i più famosi signori di Napoli e Salerno, sulla strada per raggiungere i posti di villeggiatura, si fermavano a mangiare i suoi famosi gnocchi, e a rinfrescarsi sotto il pergolato.
Il pergolato c’è ancora, ma la trattoria della Luisona è parecchio decaduta in questi anni, un po’ perché il turismo non è più quello di una volta, e le auto sfrecciano davanti alla trattoria senza nemmeno vederla, attratte da ristoranti più luccicanti e con vista sul mare; un po’ perché delle tre nipoti della Luisona una sola si è dedicata alla cucina - le altre hanno sposato professionisti di Salerno e hanno dimenticato da anni ormai la ricetta degli gnocchi col sugo. E per di più, questa sola nipote ha avuto la disgrazia di sposare Totò, che non ha mai avuto voglia di lavorare, e ancora adesso si trascina qua e là, paludato in un gran grembiule sopra una canottiera sporca, senza combinare nulla. La nipote fa ancora gli gnocchi con la ricetta della Luisona, ma non ha più le forze per coltivare le patate e i pomodori nell’orto, così si è dovuta rassegnare a comprarli al negozio; e i sapori, si sa, non sono più quelli di una volta, anche se i rari clienti, attratti dalla pergola e dal silenzio, e dalla mancanza di confusione, - condizione così rara su questa costiera - non possono saperlo. Mangiano, si rinfrescano sotto la pergola, e poi se ne vanno. Ma non sanno, non possono sapere, cosa si sono persi, a non passare di qua sessant’anni fa.

L'impastatura degli gnocchi


Menu d'estate: pasta corta alla Graziella
Rowena 24 agosto 2007

Parco del CasentinoGraziella abita in cima ad un cucuzzolo, in un borghetto di tre case, in una casetta lasciatale da una famiglia di gnomi che ha deciso di passare le ferie in città: ha il tetto aguzzo, pareti di pietra – fresche d’estate e, c’è da giurarci, calde d’inverno – due stanzette tanto piccine quanto accoglienti.
Per arrivarci occorre conoscere bene le strade che si inerpicano fra i boschi, quando le statali diventano provinciali, e le provinciali si esauriscono in comunali e le comunali si restringono sempre più e, strada facendo, perdono l’asfalto, e salendo, diventano sentieri a confondere i cercatori di funghi. Se non vi perdete d’animo, attraversate un paio di altri borghetti che sembrano Rio Bo, ve lo ricordate, quello dalle tre casettine dai tetti aguzzi, un verde praticello, ecc.ecc.….
Quando finalmente arrivate, e Graziella vi accoglie con la solita ospitalità, da lassù lo sguardo spazia tutt’intorno sul verde: verde, tanto verde fino a stordirsi, quasi nero nei boschi scuri fino alle macchie quasi argento degli ulivi. E in mezzo piante da frutto e orti, querce e faggi, castagni e noci, opera della natura e opera dell’uomo perfettamente fuse ad inventare antiche e sempre nuove sfumature di verde. Le rare macchie di colori diversi – grigie, o, tutt’al più, rosse – sono i borghetti che avete attraversato nel salire.
Graziella è come un elfo, ci vive benissimo lassù, appagata delle verdure colte dagli orti dei contadini e del pane fatto in casa. Lontano dalle spiagge accaldate e rumorose, e dalle mode, ascoltiamo il rumore della pioggia che – finalmente – abbevera le montagne. Le parole scorrono fra noi come questa pioggia fitta e gentile - ma i suoi tre gatti ci guardano sospettosi - era tanto che non facevamo una bella chiacchierata. E quando arriva ora di pranzo ci offre una pasta deliziosa, la cui ricetta mi autorizza a pubblicare qui. Eccola:

Gnomo Pasta corta alla Graziella:

Mettete a soffriggere aglio e cipolla affettati finissimi, con un pizzico di peperoncino. Aggiungete pomodori maturi freschi a pezzi e, di seguito, un paio di zucchine tagliate a fiammifero. Quando il tutto sarà quasi arrivato a cottura, aggiungete un pugno di fiori di zucca tagliati a striscioline. Lasciate cuocere finchè tutto sarà perfettamente amalgamato.
Nel frattempo avrete fatto cuocere la pasta (corta) in acqua salata. A cottura ultimata, condite la pasta con il sugo.
Si garantisce un sicuro successo

Menu d’estate: spaghetti con le vongole
Rowena 18 agosto 2007

La commessa chiede: “Vongole o poverazze?”.
Spaghetti con le vongole Le vongole sono quelle chiamate “veraci” panciute come ventagli gravidi, presuntuose quanto insapori. Le “poverazze”, è facile intuire perché si chiamano così. Gracili e pallide, schive come vergini e generose come prostitute, sono state cibo gratis per molte generazioni di poveri, e anche frugale passatempo per villeggianti mattinieri.
Le vecchie zie, o le nonne, che si sacrificavano per garantire ai nipoti un mese di mare caldamente consigliato da dottori compiacenti – ha i bronchi deboli poverino – le ricordo bene, anche prima che il turismo di massa (o forse pescatori dissennati o forse l’acqua troppo calda) facessero scappar via le poverazze, alla ricerca di mari più calmi e più puliti.
Si alzavano la mattina presto, proprio quando i raggi del sole sfioravano il mare, coprendolo si pagliuzze dorate; non mettevano il costume, ché erano di una generazione non abituata ad esporsi – portavano con sé dalle campagne braccia e visi già abbronzati come innesti su un corpo lattescente. Piuttosto abiti leggeri, scollati a V, abbottonati sul davanti, che si compravano al mercato ed erano chiamati “vestagliette”: in genere scuri, alleggeriti da pois o fantasie provenzali. Le nonne, o le zie, ne raccoglievano in un pugno i lembi, scoprendo le ginocchia, e camminavano chine sul bagnasciuga a cercare poverazze. Per vederle occorreva un certo allenamento, perché, schive come dicevo, le poverazze si sottraevano alla vista nascondendosi sotto la sabbia; lasciavano dietro di sé un piccolo avvallamento, talvolta una bolla, che implacabilmente le denunciavano agli occhi acuti delle raccoglitrici che, con un gesto repentino affondavano tre dita nella sabbia per ghermire la preda: raramente – davvero, quasi mai – le ritraevano vuote, ché le poverazze conoscono l’arte del mimetismo, ma non della fuga. Finivano allora nel secchiello di qualche nipote che seguiva le raccoglitrici, cercando di carpirne i segreti, di indovinare il nascondiglio della poverazza, di imitare il gesto improvviso tuffando tre dita nel bagnasciuga, ritraendole, per lo più, piene di sabbia bagnata che colava dalle punte.
W. Masotti - Al Purazi Si dice che le poverazze, sul bagnasciuga, non si trovano più. Forse si sono vendicate dei nipoti, trasmigrando in altri mari. O forse si palesano solo alle raccoglitrici; che appaiono, talvolta, nel baluginio dell’alba, a rastrellare il bagnasciuga, i lembi della vestaglietta raccolti in una mano e le ginocchia scoperte, ma spariscono, con le poverazze e tutto, al primo vociare dei turisti che affollano la spiaggia, al primo tompf-tompf di racchettoni, alla prima radio che diffonde in giro musica a tutto volume.

Io le faccio così:

Trito due spicchi d’aglio e un pugno di prezzemolo (quello del mio orto è indiscutibilmente superiore, ma per voi va bene anche quello del supermercato) e li metto in una terrina con due/tre cucchiai (non pretenderete le dosi al milligrammo, vero?) di salsa di pomodoro, e un pizzico di peperoncino. Poi metto le vongole (ovviamente le ho lavate prima, c’è bisogno di dirlo?). Coprite il tegame, perché le vongole, coperte, si aprono in modo uniforme. Basta lasciarle bollire 5 minuti: quando sono tutte aperte, sono cotte. A questo punto mettete gli spaghetti, che avrete preventivamente fatto cuocere nell’acqua salata, e tirateli nel sugo per un paio di minuti.
Semplice, veloce, gustosissimo, come le poverazze…

5 agosto
Rowena 6 agosto 2007

Quando si esce di casa, nella tarda mattinata di una domenica, 5 agosto, la città è deserta. L’unico grumo di gente davanti all’edicola, la sola aperta nel raggi di mille chilometri suppongo, per lo più babbi coi bambini per mano, a cercare albi da colorare o qualsiasi cosa che li tenga buoni nella calura del pomeriggio. Si pedala volentieri, la giornata è bellissima, calda come dev’essere una giornata d’agosto, e ventilata. Si attraversa la città, verso il mare, e qui la pista ciclabile si snoda in mezzo a parchi alberati, costeggia scivoli e altalene, sfiora vecchietti sulle panchine, si incurva in ponticelli che imitano Amsterdam. E pedalata su pedalata la città si sfila dietro a noi, fino ai cancelli arcigni di lussuose ville, poi a qualche casolare, poi più niente. Uno di noi è la 654° bicicletta che passa, ci avverte un cartello luminoso.
Fuori città il traffico aumenta, e il vroom vroom incessante delle macchine che ci transitano a fianco ci impedisce di sentire il silenzio. Che sarebbe immobile, come il paesaggio che si stende attorno, dalla campagna alle creste delle industrie, impennacchiate di fumo, che ci mostrano da lontano, sulla sinistra, dove si trova il porto. A destra ciuffi di alberi e un campanile di forma ravennate, rotondo e tozzo; ai pensa subito a Classe, ma non è. Pedalo contro il vento che soffia, a volte anche un po’ troppo rudemente per la mia pedalata rilassata e pigra, dal mare. E le gambe avvertono la resistenza di un’ appena percettibile, ma costante, risalita verso la costa; che la città sia sotto il livello del mare è cosa risaputa, ma lo si nota solo quando si va in bicicletta. E al ritorno si fa sempre più in fretta, sfruttando l’appena percettibile, ma costante, discesa.
Il paese sulla costa assomiglia a tutti i paesi di mare, con la gente che cammina in mezzo alla strada, i negozi aperti e, fuori, le esposizioni di cappelli e salvagente, ciabatte e prendisole. Cerchiamo – ma è dall’inizio dell’estate che lo stiamo cercando – il posto ideale per fermarci, lontano dagli altoparlanti che sparano musica nelle orecchie o, peggio, il blabla dei dj. Le biciclette scompaiono nella pineta, ne riappariranno solo a tarda serata.

Al mare, in bici


Le Mele avvelenate... (2)
Rowena 30 luglio 2007

Intendiamoci, io sono per la libertà di ciascuno, se in età della ragione, di drogarsi e di andare con prostitute – anch’esse maggiorenni e consenzienti. Naturalmente sono anche per la libertà di ciascuno di dare il giudizio che crede su questi comportamenti.
Cambia però quando il soggetto in questione non è una persona qualsiasi, ma il rappresentante di un partito che combatte strenuamente sul fronte del proibizionismo e sventola per sua bandiera il bacchettonismo familistico. Allora la faccenda inizia ad assumere un tono da battuta grassa, un colorito boccaccesco di frati fornicatori e di preti bestemmiatori… e dai precordi torna a galla la voce grave di mio nonno… “Non ti fidare mai di un baciapile!”.
L’ipocrisia bacchettona richiama contrappassi sarcastici, mentre due ragazzi, baciandosi sfrontati, la sfidano con la momentanea eternità dell’amore.

Campare la vita: numero speciale
Rowena 24 luglio 2007

Un deputato locale si lamenta per le sue condizioni: in fondo guadagna 6000 euro al mese (gli altri li versa al Partito, che in questo caso ha ancora la maiuscola), e fa “una vita di merda” (parole sue). Rifletto che, certo, la percezione della propria qualità di vita non è strettamente dipendente da quanto si guadagna. Magari sua moglie gli fa le corna, lui soffre di gastrite cronica, o suo figlio non gli ha telefonato nemmeno a Natale. Forse il suo lavoro non gli piace, ma siccome non ne sa fare nessun altro, non può cambiarlo.
Ma dimentica, l’onorevole, che sta parlando ad un popolo che sta perdendo gli ultimissimi scampoli di fiducia nella classe politica e che ha maturato, giusto o sbagliato che sia, l’idea che fare politica non sai propriamente un servizio al paese, ma a se stessi “e ai propri amici” (come ci ha ricordato da poco anche Mastella). Così, fra quelli che guadagnano 1000 euro al mese e si considerano fortunati perché hanno un lavoro a tempo indeterminato, e quelli che invece hanno il contratto in scadenza il 31 dicembre; fra quelli che vorrebbero metter su famiglia ma non hanno i soldi per la casa, e quelli che magari guadagnano di più, ma lavorano 12 ore al giorno; fra gli anziani con una pensione, quella sì, di m….., e i giovani laureati che hanno dovuto accettare un lavoro in un call-center …. fra tutti questi, e molti altri ancora, l’onorevole troverebbe facilmente da scambiare la propria insoddisfacente vita.
Poi c’è sempre qualcuno che ci mette in guardia dalla deriva dell’antipolitica; come se fossimo noi ad essere antipolitici e non questa classe dirigente (adesso vorrei dimenticarmi di essere una signora, e qualificarla come l’onorevole qualifica la sua propria vita). Ma sant’iddio, ma come si fa a non sognare di prenderlo a calci nel suo onorevole sedere, magari su per un’impalcatura, con un secchio di calcina sulle spalle?

Calcinculo


Lutto
Rowena 19 luglio 2007
Prima di tutto, me le sono raccontate. Basta poco, un pensiero mentre vado in bicicletta, un odore improvviso, una scena colta al volo, per incominciare a scrivermi dentro una storia. La scrivo in bella calligrafia, scegliendo le parole – e molte scartandone – sforzandomi di disegnare con tratti netti la situazione, eliminandone inutili particolari e frasi decorative. La sento crescere dentro, prendere forma, incominciare a vivere di vita propria. Solo quando è quasi del tutto formata, proprio come un bambino che decide di nascere, posso depositarla sul foglio di word; non è difficile allora, sgranare una dietro l’altra file di parole, come rosari, perché la parte più difficile è stata compiuta altrove. Però poi, viene il momento di accudire queste creature ancora fragili; di leggerle e rileggerle, sforzandomi di uscire da me per diventare un’altra persona, e di immaginare cosa pensa, quest’altra persona, di quello che ho scritto. Allora ogni parola viene soppesata, ogni concetto girato e rigirato, ogni figura retorica, oh quelle! valutate con sospetto, questa troppo pesante, quella troppo banale, e quell’altra troppo artificiosa. La storia è in fondo uguale a tante altre storie già scritte, e va ripensata, lo stile è sciatto, e va ripulito, quella citazione… oddio, le citazioni, sembrano messe lì per tirartela, e poi c’è sempre qualcuno che ti fa notare che non è del tutto esatta, meglio toglierla. La punteggiatura, bisogna riguardare la punteggiatura, è essenziale non sbagliare la punteggiatura… E alla fine la storia c’è; di quella che avevo scritto nella mia mente è rimasta solo l’idea originaria, delle parole che avevo usato sono rimaste solo quelle a cui mi ero più affezionata, la situazione è stata ripulita, lisciata, lucidata, per toglierne qualsiasi scoria che potesse disturbare il suo scorrere fluido, tolte le troppe virgole e tutti i punti esclamativi. Eccola qui adesso, finalmente, non sarà Il Gattopardo, ma è leggibile, e posso permettermi di farla leggere ad altri…. Dieci volte, capite? avevo rifatto questo percorso, dieci idee diverse, dieci situazioni inventate, dieci trame congegnate, e poi migliaia di parole pensate e scritte, cancellate e sostituite. Dieci piccole, insignificanti, per me preziosissime storie. E il pc si è rotto…. e non avevo fatto una copia di backup. Adesso sono in lutto per queste mie insostituibili creature.

Colonna sonora 3. Certe notti...
Rowena 5 luglio 2007

Che carino il Liga, mi ha sempre fatto tenerezza, con la sua aria da rocker maledetto, che si vede benissimo che è finta e che di trasgressivo non ha proprio niente, che è un bravo ragazzo, pieno di buon senso, bravo marito e padre esemplare; e a mano a mano che invecchia somiglia sempre di più all’assessore alla cultura di Correggio. Anche il suo rock non è tanto trasgressivo, a me sembra che gli accordi siano sempre quelli, appena rimescolati, e anche la struttura delle sue canzoni, che mi sembrano tutte più o meno uguali; ma, veramente, io non ho un grande orecchio musicale.
Però, ci sono state davvero notti d’estate, in cui la strada deserta invitava a spingere sull’acceleratore, e il profumo dei pini entrava dai finestrini aperti, e l’aria era leggera e inebriante, e guidare era facile, il volante rispondeva ad un tocco leggero, come se sapesse già dove andare. E in quelle notti si sarebbe potuto andare fino in capo al mondo, perché la strada sembrava messa lì solo per condurci lontano, in un posto che tanto di giorno non c’è. Si respirava a fondo l’aria fresca, pronti a qualsiasi incontro, a qualsiasi suggestione. La radio passava il Liga, e sembrava che cantasse solo per noi. Chi non ha avuto notti così, quelle notti che… sei sveglio o non sarai sveglio mai?

Guidare di notte


Crisi d'identità
Rowena 2 luglio 2007

Fra i vari, seri motivi che ho per invidiare i francesi ce n’è anche uno linguistico. In francese per dire “moglie” e “donna” c’è un’una parola sola: “femme”.
Io invece, obbligata all’italiano, ho dovuto rispondere alla fatidica domanda del medico, mentre lui aspettava dolorante sul lettino: “Lei chi è?”. Già, chi sono? Escluso per ovvi motivi “moglie”, ché sarebbe stata una dichiarazione mendace, e mai e poi mai vorrei incorrere in un tale reato, restavano alcune alternative.
La convivente? Burocratico, sa proprio di DICO, e mi fa venire in mente le contorsioni della Bindi quando provava a convincere gli scettici che i diritti non riguardavano solo situazioni more uxorio, ma anche zia e nipote, fratello e sorella… conviventi a largo raggio, ecco.
La compagna? Ha un retrogusto politico e un po’ anni ‘50. Sa di relazioni consumate all’ombra della rivoluzione mai arrivata, di baci rubati scrivendo W LA PACE sui muri. Di solidarietà che se la gioca con l’amore. Una parola un po’ dura, quasi inflessibile.
La donna? Beh, non si può usare con il medico. Sa troppo di peccato. Sta tra un tango argentino e il ratto delle Sabine, troppo carica di esibita trasgressione. Voci roche, esistenzialismo francese, poeti maledetti.
L’amante? Sarebbe stato divertente vedere la faccia del medico. Ma le amanti non curano gli uomini nelle stanze di ospedale, li aspettano discinte in fumose stanze d’albergo. Oppure sull’Empire State Building dove lui, affondato in un letto d’ospedale da una colica epatica, non arriverà mai. The end.
"Lei chi è?" chiede il medico. Ecco, mi piacerebbe potergli rispondere in francese.

Magritte - Gli amanti I


Palinsesto alle 3 del pomeriggio
Rowena 30 giugno 2007

Quasi le 3. Entro. Scalcio via le scarpe, che poi si faranno pregare per scovarle quando dovrò uscire. Fra il divano e la camera da letto semino collana, gonna, camicetta.
Click.
Un tale in camice bianco apostrofa con aria bellicosa una bionda. Scena di ospedale. No, grazie. Ho già dato. Zap!
Mezzo piano di un tale che gesticola ad altri due, che sembrano sul punto di interromperlo. Non capisco di cosa stia parlando, ma sicuramente di qualcosa di noioso. Talk show? A quest’ora, con questo caldo? Zap!
Un giovanotto parla con voce affettata ad una mucca. Ah si, tv dei ragazzi, mah guarda,la fanno ancora. Zap!
La pelata di Poirot presa di spalle. Di fronte un inglese, ma talmente inglese… Conosco così bene Agatha Christie – non solo i romanzi, anche i racconti – che mi bastano tre inquadrature e due minuti di dialogo per capire di che cosa si tratta. Ah si, la storia di quello che si voleva suicidare per far impiccare l’amante della moglie… Magari ripasso. Zap!
Due che copulano. Lei assomiglia a Meg Ryan. Potrebbe essere interessante. No, non assomiglia affatto a Meg Ryan e recita con inflessioni romanesche. Serial di produzione locale? Zap!
Fumetto manga. Oddio. Zap! Zap! Zap! Televendita, pubblicità, televendita, televendita, pubblicità, gara di ballo liscio, televendita. Zap! Zap! Zap!
Allora Poirot. So già come va a finire, ma il resto fa schifo. Pubblicità. Sigla finale. Uffa!
Click!

TV spazzatura


E.R.
Rowena 26 giugno 2007

Pronto Soccorso. Nella sala d’aspetto tre o quattro persone. Pazienti poco gravi che attendono di essere medicati, o parenti nervosi che scrutano la porta chiusa, cercando di decifrare le ombre che si vedono muovere dietro i vetri bianchi. Sanitari dal passo svelto escono talvolta, per sparire subito dietro un’altra porta. Portantini spingono barelle con professionale indifferenza. Bocconi di vita, come illuminati per un attimo dai fari di una macchina che passa. L’espressione irritata della donna che spinge la carrozzina della vecchia. L’uomo che esorcizza la paura parlando a voce troppo alta. Il fannullone che lamenta un problema inesistente.
E tre giovani, fra i 25 e i 30, in piedi, vicini alla porta a vetri bianca e chiusa, che discutono animatamente tra loro. La donna inveisce contro uno dei due, quello più basso, in canottiera, dalla quale escono due bicipiti scolpiti e tatuati. Lui si difende, tenta di giustificarsi. Si strappa di dosso le colpe, si allontana e si riavvicina a grandi passi nervosi, come se volesse divincolarsi, fuggire e fosse trattenuto lì da qualcosa di invisibile. E’ trattenuto dalla donna che è di là dalla porta di vetro bianco, dal suo ematoma in testa e dalla sua mascella fratturata. La donna che ha la colpa di tutto, ripete ai due, è lei che l’ha provocato, è lei che non la smette mai, è lei che l’ha colpito per prima, lui ha tentato di fermarla, ha tentato di calmarla, ma lei non voleva sentire ragioni, e lui cosa poteva fare, non è colpa sua se non ci ha visto più, e poi lo sa che non doveva metterle le mani addosso, gli dispiace, gli dispiace tanto, ha anche pianto, sapete? Ma cosa poteva fare, continua a ripetere, non è colpa mia continua a dire, alla donna che lo accusa e all’altro uomo che vorrebbe tornare a Bologna, chi gliel’ha fatto fare a trovarsi in quel casino?
Poi sono trascinata via, in un altro reparto, e non so come è andata a finire. Spero che lei l’abbia denunciato e che lui adesso sia in prigione; che lei gli stia lontano per sempre e che trovi un altro giovane ammodo con cui rifarsi una vita. Ma temo invece che lei l’abbia perdonato, che abbia creduto alle sue lacrime e sia tornata a casa con lui, ad aspettare le prossime botte, perché ci sono donne così, che non imparano mai. E ci sono uomini così, che hanno solo i pugni per sentirsi vivi.

Pronto Soccorso


Mogli
Rowena 22 giugno 2007

Nella stanza di ospedale i letti sono occupati da uomini gonfiati dalla vecchiezza profonda, oppure, al contrario, prosciugati e rinsecchiti. Parlano a voce troppo alta o in un soffio flebile, ma sempre mettendo insieme con fatica parole e Gustav Klimt - Le tre età della donnasignificati.
Attorno a loro donne possenti. Non nel fisico, che anch'esso ha sofferto le ingiurie degli anni, sono anch’esse doloranti e piene di acciacchi: solo meno abituate a farci caso, essendo la sofferenza parte stessa della vita, fin dall’inizio. E’ possente il loro attaccamento al dovere, compiuto fino in fondo, all’ultimo soffio di vita (di lui, o di lei). E la loro determinata volontà di fare tutto quello che è necessario fare per conquistare ancora un anno, o un mese, o solo un giorno di vita a quegli uomini cui sono state a fianco da sempre. E la loro incontenibile caparbietà nell’accudirli, tenerli puliti e dignitosi, nutrirli con la pazienza di chi ha tutto il tempo del mondo, scaldarli e rinfrescarli, agli umori della temperatura.
Guardo quegli uomini e li penso 30, 40 anni fa, nel pieno della loro virilità; uomini che hanno guidato la famiglia, preso decisioni, firmato contratti. Al loro fianco quelle donne, che, anche quando lavoravano ed erano trattate da pari a pari, ricoprivano tuttavia un altro ruolo, collaterale se non subalterno.
La vecchiezza profonda, avanzando, ha piano pano capovolto le cose, e adesso sono le donne che prendono decisioni, interrogano i medici e ne ascoltano con assorta attenzione i responsi, timorose di non capire bene; sono loro che leggono, e usano il cellulare con dita legate, sotto l’impaziente guida di figli e nipoti. E nello stesso tempo, riemerge una memoria antica, genetica; donne che hanno allevato figli, e dopo i figli nipoti, e poi anche i nipoti sono cresciuti, così non era rimasto più nessuno da accudire – e la memoria della fertilità era svanita negli anni, poi anche quella della menopausa. E ora risorge potente, quella coazione ad essere madre, che fa regredire questi uomini allo stato neonatale. Come ai bambini gli parlano, usando gli stessi toni cantilenanti delle antiche ninnananne, e i vezzeggiativi che erano dimenticati e che ritornano naturalmente alle labbra, e i modi di dire di un lessico famigliare sconosciuto agli altri; allacciano bavaglini dietro la nuca e cambiano pannolini come se non avessero mai smesso di farlo. Trafficano con boccette e boccettine, ripiegano tovagliolini, raccolgono bricioline, in un lavorio incessante attorno all’oggetto delle loro cure, espletando il loro dovere, e sembrano felici. Non si chiedono mai se quell’oggetto lo sia altrettanto, o se non sia troppo stanco per tutte queste attenzioni.
Un’ombra di pensiero mi fa rabbrividire. Queste donne c’erano quando è incominciata la vita, ci saranno, quando finirà, quasi tenessero in pugno la vita e la morte.

Colonna sonora 2 - Paolo Conte
Rowena 17 giugno 2007

Non sono esperta di musica, ma la parole mi danno sempre emozioni. A proposito di canzoni, ho una predilezione per i bei Denti di lupotesti. Non necessariamente testi impegnati; piuttosto quelli che sanno raccontare una situazione, o che pennellano, con poche parole, un’atmosfera, uno scorcio di esistenza. Ammetterete che Paolo Conte è un maestro al riguardo.
Pensate a “Azzurro”: “cerco un po’ d’Africa in giardino, tra l’oleandro e il baobab”. Non ci sono, dentro a queste poche parole, la calura delle estati trascorse (sempre più calde, più luminose, più… tutto, di quelle presenti), il silenzio dei lunghi pomeriggi, il ronzio delle api, le fantasie di un bambino solo ed annoiato?
Oppure “Bartali”, con “i francesi che s’incazzano e i giornali che svolazzano”. Ecco, guardate il gruppo dei corridori appena passato – se ne scorgono ancora le schiene prima della curva – e i tifosi che se ne vanno brontolando indispettiti, e la polvere sollevata dalle ruote delle biciclette che pian piano si va depositando sulle scarpe dei tifosi…
Succede anche che quelle immagini mi restano a lungo fisse nella mente. Per esempio, in "Boogie", Paolo Conte parla di una balera, della sua atmosfera fumosa, dell’abilità di una coppia di ballerini, del ritmo del sax sempre più ossessivo…e di una cassiera “coi denti da lupo”. Non mi sono mai fatta tante domande, finché, sul lavoro, l’ho incontrato davvero un uomo “coi denti da lupo”. Era una brava persona, intendiamoci, cordiale e simpatica, brillante conversatore, e anche fisicamente piacente. Niente faceva pensare che non fosse più che affidabile: ci si lavorava bene assieme e ci si prendeva anche volentieri un caffè. Ma aveva quei denti, quei denti da lupo, e quando sorrideva diventava inquietante; e io non potevo fare a meno di pensare alla cassiera di Paolo Conte. Decisamente, era – lo è ancora, per quel che ne so - una brava persona, anzi… un pensierino ce l’avevo pure fatto. Ma come si fa a fidarsi di un uomo con i denti da lupo?

Colonna sonora 1 - 1950
Rowena 15 giugno 2007

Anch’io, come Roby e come tutti, ho una colonna sonora, composta da tutte le musiche che hanno segnato in qualche modo la mia vita: quelle che hanno sottolineato i momenti importanti assieme a quelle che ho canticchiato senza pensarci tanto su, solo perché era facile ricordarsene. Sigle di trasmissioni tv e brani di opera che mio padre cantava sotto la doccia e romanticherie adolescenziali e cantautori... Ogni tanto ne emerge qualcuna, apparentemente senza motivo.
Mi capita, per esempio, di ascoltare “1950” di Amedeo Minghi, e ogni volta penso ad una fotografia. E’ una vecchia fotografia, che ritrae due giovani che salgono su un argine. Lui, precocemente stempiato, dà la mano a lei, come per tirarla su; lei, ricciolini permanentati, sembra, ma evidentemente finge, opporre resistenza. Lui è magro, lei è addirittura minuta, e indossa una di quelle gonne a campana che periodicamente tornano di moda, ma che sono nate addosso a magrezze naturali, causate dalla guerra e non dalla dieta. Entrambi ridono. Sono evidentemente felici: per la loro giovinezza, per la fame lasciata alle spalle, per la nuova famiglia che stanno per costruire.
“1950” parla di due persone così, e dei loro occhi spalancati sul futuro. Di un mondo che, voltate le spalle alla guerra e alla miseria, ha fiducia nel futuro, che non può non essere migliore del passato.
Ci sono stati altri momenti così. Per esempio – mettiamo da parte in questa sede i giudizi storico-politici – il ‘68, quando i giovani credevano di portare in sé la salvezza del mondo. Ricordate “Dio è morto?”: “…. io penso che questa mia generazione è preparata a un mondo nuovo e a una speranza appena nata….”. Mia madre – il cui giro-vita si era parecchio allargato dal tempo dell’arrampicata sull’argine - predicava allora che la gioventù non è una razza, è solo un passaggio. Non aveva però ragione fino in fondo; passano gli anni, è vero, ma tenere gli occhi spalancati sul futuro è questione di predisposizione, non di età.



Gelati ed elefanti
Rowena 8 giugno 2007

Ho pensato un bel po’ a come affrontare l’”affaire” del gelato mancante dalla buvette del Senato: avrete letto l’accorato e bipartisan appello dei senatori Buttiglione (UDC) Salvador Dalì - La tentazione di S.Antonioe Soliani (Ulivo) Ho provato con l’ironia, ma era come sparare sulla croce Rossa. Ho provato con l’indignazione, ma ormai c’è bisogno di indignarsi per così tante cose, che si rischia di sparare a salve. Con la crepuscolare malinconia si spara troppo in alto, con le parolacce, troppo in basso. Così, alla fine, si finisce per non saper più che dire, che cifra usare per commentare un episodio che, perdio, merita pure di essere commentato. Il fatto è che l’episodio è…. ecco, si, surreale. Ecco la cifra giusta.
I due senatori – di cui una pare una solida, concreta, arzdora emiliana – che scrivono al presidente del Senato lamentando la mancanza del gelato alla buvette, assomiglia all’elefante di Dalì, ricordate quell’elefante che ha tutte le sembianze di un elefante, ma che traballa su lunghissime, scheletriche gambe da ragno? Quell’elefante ha qualcosa di molto reale, la stazza voluminosa, la forza, ché porta sulla schiena notevoli pesi, la proboscide; così i senatori e il parlamento, sono fatti reali, sono veri, rappresentano anzi, la forza della più importante istituzione del paese. E’ vera anche la buvette, quando si limita ad assolvere con dignità la sua funzione di ristorante interno.
Ma poi l’elefante si deforma, si allunga si distorce, diventa un incubo inquietante, e fa vibrare corde sepolte e innominabili del nostro inconscio; e i senatori distorcono il loro ruolo, si ritraggono dalla realtà, si allontanano e si rinchiudono dentro quel mondo separato che è la casta. Che vive di vita propria, e ha leggi sue proprie, cieche e inconoscibili, come viste attraverso uno specchio deformato e, infine, inquietanti. Così che anche una cosa buona e semplice come un gelato risveglia stridori dissonanti, echi di un incubo buio.
Un pachiderma su lunghe e fragili gambe, questo sta diventando la nostra democrazia?

Storie di famiglia 2 - La parte in luce
Rowena 1 giugno 2007

Dalla chiesa esce la bara di un giovane uomo, che non ho mai conosciuto, ma alla cui morte mi sono trovata vicina, per uno strano caso. Confusa con gli altri, sul sagrato, come tutti gli altri impacciata, nel silenzio che scende come una cappa, messo più in risalto dal tocco lugubre delle campane a morto. Sembra che non si sappia cosa dire e cosa fare, qualcuno si fa il segno della croce, con un gesto meccanico, qualcuno accende una sigaretta, per trovare qualcosa da fare alle mani. I parenti più stretti si scambiano qualche frase, fanno gesti consueti, si distribuiscono i posti sulle macchine che stanno per partire in corteo, come se una finzione di normalità fosse necessaria per impedirsi di focalizzare il dolore. Il padre abbraccia i conoscenti che gli si avvicinano biascicando qualche frase di circostanza, ma si vede bene che è frastornato e forse si chiede ancora cosa ci sta a fare davanti a quella chiesa, cosa vuole tutta quella gente, e cosa sta accadendo, infine. La madre sorride a una frase della figlia, un sorriso rivolto altrove, probabilmente a lui.
Leggo di sfuggita il nastro su una corona di fiori, mentre la caricano sulla bara. C’è scritto “Il tuo Luca”. Luca, che adesso si stringe alla famiglia del suo compagno morto, mentre gli amici di entrambi stanno un po’ più in là, discreti ma presenti. Noi sulla piazza, che non possiamo far altro che stare lì, a testimoniare affetto, compassione, partecipazione. Una storia normale, troppo presto interrotta, tre parole d’amore su una bara. Normale per tutti, tranne che per gli ipocriti e gli imbecilli.

Luce solare


Storie di famiglia 1 - La parte oscura
Rowena 31 maggio 2007

Le stesse persone che stanno per linciare il colpevole, se non fossero trattenute dal cordone di poliziotti, sono le stesse che fino a qualche ora fa giuravano che lui era un bravo ragazzo, e che si scagliavano su quei delinquenti di extracomunitari che prima che arrivassero loro qui si stava tranquilli si lasciava tutti la porta aperta eravamo come una grande famiglia…

Le stesse persone che piangono la vittima, sono quelle che ne vedevano i lividi, poveretta si sa che il marito la maltratta la picchia anche ma che ci vuoi fare i panni sporchi si lavano in casa, scuotono la testa, si chiudono la porta alle spalle e non denunciano…
La stessa comunità che partecipa sconvolta ai funerali, è quella che ha covato in seno la violenza del colpevole e la rassegnazione della vittima, si sa ci vuole pazienza lui è manesco ma in fondo le vuol bene e poi la famiglia è sempre la famiglia bisogna pensare ai bambini…
Bisogna guardarsi da queste persone e da queste comunità, esternamente cordiali e sorridenti, che insegnano ad aver paura degli sconosciuti, ma non ci dicono niente delle malvagità che nascondono dentro di loro.

Ombra


Isola degli Spinaroni (3)
Rowena 29 maggio 2007

Un partigiano si era impossessato del berretto di un militare tedesco incautamente addentratosi in piallassa e fatto prigioniero. Il comandante lo aveva allora obbligato a Pablo Picasso - La guerrarestituirlo. Solo un berretto, ma una lezione mai dimenticata, che restituisce dignità, a entrambi gli uomini, risparmiando al prigioniero l’umiliazione di essere simbolicamente spogliato, alla guardia l’umiliazione di diventare un ladro.
Escono personaggi dalla voce dell’anziano, arrochita da troppi anni di sigarette, e prendono vita. Il medico che, tornando in città, lascia sull’isola suo figlio, studente in medicina – poi emerito primario dell’ospedale di Ravenna – per curare i partigiani; che, per fortuna, non sia ammalavano quasi mai. Le 4 donne accolte nella Brigata, e se già era una scelta non facile per un uomo, figuriamoci per una donna. Jovanka, alla quale, appena arrivata sull’isola, tutti chiedevano di rammendare qualcosa e allora aveva fatto un compromesso con i compagni maschi: lei infilava loro gli aghi, ma a cucire, ci dovevano pensare da sé. Le altre donne, rimaste a casa, che segnalavano i movimenti dei tedeschi col linguaggio cifrato del bucato, e le staffette che trasportavano ordini e propaganda sotto il naso dei tedeschi, se necessario distraendoli con la loro procace giovinezza. Racconta e io lo ascolto, chissà quante volte ho sentito questi racconti, nelle sere a casa, quando il vecchio partigiano che non era ancora poi tanto vecchio, si riuniva a rivangare ricordi con i suoi compagni di epopea. Ascolto con altro spirito, cercando di capire cosa colgono, di tutto questo, i ragazzi, e cosa resterà loro di questa giornata.
Quando fanno domande, trapela l’incredulità: la guerra l’hanno vista nei film, pim pum, ah! così muore un italiano e cose del genere…. Allora, come facevate a fare questo e quello…. cosa mangiavate (pecore macellate dai contadini dei dintorni e trasportate dai barcaroli) ma dove facevate… beh, ehm… i vostri bisogni (risate), e con le donne, non…. (NO!). Si vede che cercano di immaginare come vivevano 700 giovani ammassati in quello spazio stretto, nascosti da quegli spinaroni che non hanno mai visto e probabilmente non vedranno mai, ma che allora bisognava scavarci in mezzo i sentieri col machete, come nella giungla amazzonica. Si vede che magari non gli dispiacerebbe, nonostante la fame, il freddo, il pericolo. Ah ecco, ma non avevate paura? Si, eccome; il partigiano non si atteggia ad eroe, la guerra non è un film, non è una canzone, e la pace è un valore irrinunciabile. Questo, soprattutto questo, si sforza di trasmettere a questi ragazzi.
Che ormai hanno esaurito le domande, e hanno voglia di muoversi; loro danno segni di irrequietezza, e anche noi adulti abbiamo voglia di un caffè. Le fotografie di gruppo, col partigiano e senza il partigiano, con i prof e senza i prof , e vieni dai, no non vengo bene in fotografia…. danno il segnale che è ora di tornare, con la prua verso la città e le ciminiere del porto. E poi scriveremo al Sindaco, che è figlio di un partigiano, per dirgli che è una vergogna che la città abbia dimenticato l’Isola degli Spinaroni.

Isola degli Spinaroni (3)
Rowena 27 maggio 2007

Qui vengono soprattutto i ragazzi delle scuole, accompagnati dai volontari dall’ANPI, ad ascoltare la lezione di storia tenuta da un ricercatore dell’Istituto Storico per la Resistenza. E, soprattutto, ad ascoltare una testimonianza dal vivo. E’ ormai un vecchietto, seppure ancora sicuro nello salire e scendere dalla barca, il testimone della guerra partigiana. Uno che sull’isola ci ha vissuto davvero, in quell’inverno piovoso e fangoso del ’44, quando il generale Alexander esortò i partigiani a tornarsene a casa, in attesa della primavera. Fu allora che venne qui, armato di incoscienza e di gioventù, di un antifascismo genetico e dell’istintiva certezza sulla scelta da compiere. Dopo la lezione vera e propria, inizia a raccontare, in un bell’italiano scorrevole, attento alla grammatica e alla sintassi, scegliendo con cura le parole, come quelli che, pur avendo parlato dall’infanzia in dialetto, non vogliono cedervi, perché hanno imparato che il dialetto è più spesso un ostacolo che un vantaggio per la comunicazione. Nei ragazzi si ridestano segni di interesse e tuttavia fanno domande solo dietro l’insistenza dei professori; è che non sanno cosa chiedere, forse credevano di ascoltare una storia e invece ne hanno sentita un’altra.
Si, perché il vecchio partigiano – cappellino per riparare la pelata dal sole, scarpe da ginnastica, tenuta sportiva ma curatissima – non ha raccontato storie di guerra e di armi, meno ancora di eroi, e i ragazzi, all’inizio, sono sconcertati. Ha raccontato, invece, una storia di giovani, col tono dimesso e tranquillo di chi racconta una vicenda quotidiana, quasi scontata. Di come si caricavano le batterie della radio pedalando su una bicicletta. Di come il cuoco allungava lo stufato con acqua perché bastasse per tutti. Del dispetto, quando nelle casse paracadutate dagli Alleati trovavano più spesso cotone idrofilo e bende che armi. Del jazz suonato con tegami e posate. Parla delle azioni notturne, a colpire retrovie di colonne tedesche che transitavano sulla Statale, quasi sorvolando, come una routine su cui non serve soffermarsi a lungo. Parla di scherzi fra giovani e di risate, e del commissario politico e i ragazzi delle Medie ascoltano perplessi, senza capire cosa sia mai un commissario politico. Parla del comandante, e solo qui, un accento diverso, che lascia trapelare – almeno per me, che non è la prima volta che lo sento parlare – un rispetto, un’amicizia, una gratitudine per il vecchio Bulow, che non sono scoloriti cogli anni. Al comandante si ubbidiva sempre, e, soprattutto, il comandante aveva sempre ragione: più colto, più anziano, con più esperienza, il comandante aveva insegnato loro la convivenza, il rispetto delle regole, la dignità dell’essere uomo. Come quella volta, che….

Picasso - Guernica


Isola degli Spinaroni
Rowena 25 maggio 2007

Beh, intanto che raccontavo, la barca è scivolata per i canali punteggiati di capanni da pesca e infine ha attraccato al pontile dell’Isola degli Spinaroni. Gli studenti della III^ Media in visita all’isola sono sbarcati, ed eccoci tutti qui, a guardarci intorno incuriositi, coscienti di calpestare un pezzo di storia, e quasi delusi di non vederla vivere. Sull’isola gli spinaroni (“Olivella spinosa”, per i pignoli) non ci sono più; opere di bonifica del dopoguerra, che hanno deviato i fiumi che si impaludavano in piallasse, hanno alterato la qualità dell’acqua, che adesso è salata; così anche il sistema ecologico è cambiato, molte piante sono sparite, altre, che prima non c’erano, sono cresciute al loro posto. Sull’isola c’è qualche albero stentato, e soprattutto vegetazione da duna, erba aspra che sferza le gambe e non permette di addentrarsi per più di qualche decina di metri Al centro, un casottino e una tettoia, che ripara i tavoli e le sedie dove siamo fatti accomodare. Una lapide posata dall’ANPI di Porto Corsini, una bandiera del distaccamento “Terzo Lori” (la Brigata, al culmine della guerra partigiana contava circa 700 uomini, organizzati in distaccamenti) ricamata a mano, sul pontile una bandiera tricolore. Nient’altro. Spicca l’assenza di una targa, una scritta, una testimonianza istituzionale; il Comune, la Provincia, i partiti, le istituzioni, insomma, di qualsiasi tipo, non hanno mai lasciato qui una parola di ricordo, meglio, di gratitudine. Così come non hanno mai contribuito a rifare i pontili, o a scavare i canali che rischiano continuamente di insabbiarsi. Così come non hanno mai pensato di valorizzare il percorso storico-naturalistico della guerra partigiana nella piallasse, rendendolo fruibile dai turisti.. E’ sconcertante. E’ sconfortante.

L'attracco all'Isola degli Spinaroni


Isola degli Spinaroni (1)
Rowena 24 maggio 2007

Ci si lascia dietro le spalle le ciminiere che costeggiano il porto, dimenticandosene subito, assieme alla città, e ci si addentra con la prua nei canali intricati, bordeggiati da piante aspre, puntute. Basta così poco, e si entra in un mondo silenzioso, di cui sono padroni gabbiani e garzette, e i baluginii dell’acqua, che cambia colore ad ogni oscillazione della Bulow (Arrigo Boldrini) decorato di medaglia d'oro dal Generale McCreery comandante dell'VIII Armata Alleatabarca; anche i ragazzi che vi stanno accovacciati, senza accorgersene parlano a voce sempre più bassa, smettono di ridacchiare, si fanno avvolgere dal silenzio.
Stiamo andando, accompagnanti dai barcaroli dell’ANPI di Porto Corsini, all’Isola degli Spinaroni, nella piallassa di Ravenna.
E’ l’isola in cui, nell’autunno del ’44 si organizzò la XXVIII Brigata Partigiana Garibaldi, agli ordini del comandante Bulow, che mise a dura prova l’esercito tedesco e collaborò con gli Alleati alla liberazione di Ravenna. Non voglio farla lunga, ma è un pezzo di storia importante per questa città. La XXVIII Brigata è citata nei libri di strategia militare per la genialità del suo comandante, che teorizzò e praticò – contro tutti quelli che sostenevano che la guerra partigiana era possibile solo in montagna – la guerriglia in pianura; e fu talmente efficace, che fu l’unica brigata partigiana ad essere dichiarata co-belligerante dall’VIII Armata Inglese.
Vi pare che stia parlando con troppo orgoglio, di cose ormai lontane più di mezzo secolo? Può darsi, ma se potete ancora visitare S.Vitale e Galla Placidia, e, soprattutto, S.Apollinare in Classe, è per merito del comandante Bulow e dei suoi uomini. Bulow convinse gli Inglesi a non bombardare la città, e ad attaccare l’esercito tedesco con una esemplare manovra a tenaglia, gli Inglesi da sud, i partigiani da nord, e a sostenere una delle uniche battaglie partigiane in campo aperto. Dentro S.Apollinare in Classe i Tedeschi avevano collocato un deposito di esplosivi, che gli Inglesi volevano far saltare, sacrificando, ovviamente, chiesa e mosaici; furono i partigiani (comunisti e mangiapreti, come si usa da queste parti) della zona ad attaccare il comando tedesco di guardia al deposito e a liberare la cattedrale, rischiando la vita per non vederla andare in briciole.
Ecco perché vi racconto queste cose. Perché ci pensiate, quando venite a Ravenna; non sarebbe ancora così bella, se la generazione che mi ha preceduto non l’avesse amata tanto.

Scorcio dell'Isola degli Spinaroni


Provocazione
Rowena 22 maggio 2007

Proibito parlare preti pedofili! Provoca paturnie pavidi politici, propizia pubbliche proscrizioni.
Paradossalmente papa preoccupato per pericolosa pubblicità: protegge perfidi prelati, poco propenso punirli, prova poca premura per poveri pargoli. Preghiere poco purgano peccati, parziale pentimento percuotere petto: potreste piuttosto pretendere punizioni per preti perversi. Pentitevi, peccatori, pulite parrocchie!

PPP


Ultima notte a Parigi
Rowena 11 maggio 2007

Sulle torri illuminate di Notre Dame i gargoils grifagni sorvegliano il mondo che passeggia pigramente sul sagrato. La stagione, sorprendentemente calda, scopre le spalle delle ragazze che passano a grappoli sui ponti, ridendo. I turisti, rossi del sole del giorno, lasciano penzolare a tracolla le macchine fotografiche, e, frastornati dall’esplosione di folla, dimenticano di scattare foto.
Gli artisti di strada ritagliano spazi rotondi fra la gente, i bambini leccano gelati e tirano le sottane delle madri per vedere più da vicino. Maghi d’oriente, acrobati su ruote, dei del fuoco intrecciano i loro prodigi – sotto gli occhi sempre attenti dei gargoils. Destri borseggiatori si indovinano sgusciare via imprendibili, misteri celati dietro inespressivi volti orientali, balli di esmeralde, forse fantasmi che si divertono a sfiorare la schiena dei passanti che, senza sapere perché, rabbrividiscono. Una parigina in basco, scaltra conoscitrice di animi, scatta fotografie a pagamento, indovinando chi, ancor prima di saperlo, la sta cercando. Tutti i tempi passati e futuri e tutte le genti del mondo si intrecciano questa notte in questa piazza, gli antichi splendori insolenti come le giovani coppie di innamorati, vecchi viveurs adocchiano sagge ragazze, francese parlato in tutte le lingue del mondo. Sempre sotto lo sguardo vigile dei gargoils, che fremono, è certo, aspettando solo che le risate si acquietino, la luna si spenga e il sagrato si sgombri per sgranchirsi le ali.

Gargoils di Notre Dame


Viaggiare 6. Torri e chiese
Rowena 10 maggio 2007

La Tour Eiffel, dal bassoEh si, come Parigi c’è solo Parigi. Visti da quassù, i viali, aperti sventrando chissà quali antichi borghi e viuzze, ritagliano forme geometriche nella città, adatti a marce trionfali di eserciti vittoriosi, ma utilissimi anche a smaltire il traffico di una società più pacifica e più caotica.
Da quassù Parigi sembra un plastico, mi ricorda l’Italia in miniatura, con tutti i suoi monumentini riprodotti in scala perfetta. Guarda là, l’Arco di trionfo, il Sacro Cuore, la Senna… ma non era dall’altra parte? La Senna si avvolge su se stessa e non è mai dove credevi che fosse. Cos’è quella cupola? e quella torre? e quel bosco? E’ come se stessi ancora studiando il mio libro di francese delle Medie, con i monumenti snocciolati in fila da imparare a memoria, adesso sgranati su questa cartina tridimensionale ai nostri piedi. Tranne che, sul mio libro delle Medie, non c’era il Centre Pompidou, e nemmeno la Défense… c’erano Les Invalides, sì, e la colonna di Place Vendome, forse Napoleone era morto da poco.
Guarda Notre Dame, il cuore del cuore di Parigi! che poi non è tanto una chiesa quanto un pugno di simboli, miti, letteratura, cinema – si, siamo proprio a Parigi; ma le altre chiese non si notano (tranne il Sacro Cuore, che da quassù, nascosta dalla distanza la scalinata da cinematografo, somiglia più che mai alla decorazione di una torta nuziale). Le chiese, a Parigi, dove pure sono più numerose di quel che normalmente si percepisce, sono marginali. Le guide ne riportano qualcuna, naturalmente, sono obbligate: la più antica, la più grande, la più bella... Ma davvero, non c’è gara, St. Germain des Près non si avvicina nemmeno a S. Ambrogio, o St. Sulpice alle chiese barocche di Roma. Da quassù nessuno le indica col dito – tranne sempre Notre Dame e il Sacro Cuore, ma lì c’è Montmartre e, anche se da qui Parigi li nasconde, ci sono promesse di angoli romantici, di ristorantini tete à tete, e forse di qualcosa di più piccante. Da quassù Parigi esibisce le sue grandezze imperiali, le cupole dorate, i ponti superbi, le grandi piazze, quella grandezza che, passando i decenni e i secoli, si è trasformata in vita civile, tricolori, Liberté Egalité Fraternité incise sui frontoni, senso dello Stato e della Nazione. Così che la vita civile te la senti attorno, anche nelle passeggiate romantiche, nei ristorantini a luci basse, ed è grazie a quella che ci si può baciare, anche quassù, da dove si vede tutta Parigi. Tutta Parigi, tranne la Tour Eiffel.

Viaggiare 5. Musei e altro
Rowena 9 maggio 2007

Eh si, siamo proprio a Parigi. Al Museo d’Orsay, mentre ci apprestiamo a fare una lunga fila per entrare, un addetto adocchia il bastone a cui Enzo si appoggia camminando. Detto fatto, magicamente una porta si apre per noi, perché i percorsi devono essere facilitati a chi è più in difficoltà. Nessuna voce, fra coloro che aspettano pazientemente il loro turno sotto il sole, si alza a protestare. Quasi mi vien da piangere di commozione. Ma, poiché ci si abitua alla svelta, al Centre Pompidou ci rivolgiamo direttamente all’addetto alle porte, che, ça va sans dire, ci fa passare con assoluto diritto di precedenza. Il bastone di Enzo, qui lo chiamiamo apritisesamo!

Si si, siamo a Parigi. Dopo il tramonto i caffé della piazzetta sono gremiti di gente, i ragazzi affollano i marciapiedi, i turisti in gita organizzata sono ricondotti negli alberghi o al Moulin Rouge. E dappertutto, un brusio sommesso, lo zampillo della fontana di Saint Michel, e i battelli della Senna, al limite della capienza, che sciabolano tutto attorno fasci di luce, ritagliando per i giapponesi pillole di Parigi la nuit.

Caffé al tramonto


Viaggiare 4. Mezzi di trasporto
Rowena 8 maggio 2007

Non c’è dubbio che siamo arrivati a Parigi. Davanti alla stazione una fila di taxi aspetta i clienti – non: una fila di clienti aspetta un taxi, ché allora saremmo in un’altra città, in un altro Paese. I clienti non hanno bisogno di dare l’assalto ai taxi, poiché ce n’è abbastanza per tutti, così che clienti e taxi si dispongono in due file ordinate, parallele che si incontrano alla fine del marciapiede.
Si, non c’è dubbio, siamo arrivati a Parigi. Il traffico scorre, sui grandi boulevard, senza aggrovigliarsi in gomitoli inestricabili, ubbidiente ai semafori, silenzioso; abituato a una tollerante convivenza con marciapiedi e strisce pedonali. Siamo noi quaggiù che glielo permettiamo. Noi, confusi con milioni di francesi di tutte le razze e con tutte le razze che per i più strampalati motivi si sono raccolte qui, a contatto di gomito – talvolta anche di mento e spalle. Seduti sui sedili del metro, o dondolanti, aggrappati a qualsiasi cosa. I visi seri di chi ci passa molte ore, e quelli divertiti di chi la prova per la prima volta, quelli preoccupati di sbagliare fermata, e quelli che leggono concentrati. Ad ogni fermata le porte vomitano e inghiottono migliaia di persone, per lo più frettolose; ma si fermano se qualcuno rallenta loro il passo, cedono il posto a chi è in difficoltà, sopportano con pazienza gli svitati. Essere cortesi è l’unico modo di sopravvivere quando si sta così stretti.

Stazione della metropolitana


Dialogo fra una madre e una figlia separate dalle Alpi
Rowena & F. 6 maggio 2007

Spero di non annoiarvi. Adesso che sappiamo come è andata, riporto dei brani di uno scambio di e-mail fra me e mia figlia, che (beata lei) ha vissuto la campagna elettorale presidenziale a Parigi

Madre
…E poi mi devi raccontare qualcosa anche delle elezioni in Francia

Figlia
Segolène RoyalDevo dire che, per quanto innovativa su certi punti, Segolène è proprio una socialista vecchio stampo, che parla solo di diritti dei lavoratori, di gente povera, di disoccupati e di sindacati... un po' deludente nell'insieme. Ha perfino proposto, siccome sono state stuprate 2 poliziotte di recente, di far scortare le poliziotte a casa... ridicolo! Poi protezionismo, statalismo e egualitarismo a raffica.... ti racconterò meglio nei dettagli, ma la mia impressione è stata quella di sentir parlare un socialista riformista di fine ottocento!!!
In compenso Sarko è un fascista autoritario... quindi il mio voto andrebbe senza dubbio a lei, anche se sarebbe un po' come votare Bertinotti!!!

Madre
Sono d'accordo con te sull'arretratezza del PSF; del resto Jospin perse clamorosamente le elezioni anche per aver introdotto le 35 ore, che non era certo la soluzione dei problemi né della Francia né dell'Italia, e che era il cavallo di battaglia di Bertinotti. Anzi, mi pare che uno dei problemi di Segolène, nei confronti dei vecchi socialisti è di essere troppo "blairiana", figuriamoci.

Figlia
Manifesto elettorale contro Sarkozy Ma, come ha fatto giustamente notare Sarko a Sego, né Prodi né Zapatero prenderebbero mai veramente in seria considerazione la proposta delle 35 ore: questo perché le nostre economie non funzionano. il fatto è che in Francia se le possono permettere ampiamente e - come ha fatto notare Sego a Sarko - in 5 anni di governo di destra nessuno le ha mai sfiorate... Qui la vecchia idea socialista di dividersi il monte ore lavorative per dare lavoro a chi non ce l'ha e far lavorare meglio ma per meno tempo chi invece ce l'ha... in effetti funziona!!! Questi lavorano meno, portano i bambini al parco, si possono permettere di compragli un gelato da 5 euro e fanno girare l'economia! E sfornano figli a bizzeffe perché tanto hanno un lavoro sicuro a 26 anni, esistono gli asili e quando questi chiudono i genitori hanno il tempo per badarli!!! E se la soluzione, anziché rivedere le proprie idee socialisteggianti, fosse invece quello di introdurne di nuove, come quella francese per cui si può mettere in piedi un sistema di controlli che assicuri che quelli che lavorano 35 ore le producano tutte senza sprecare i soldi pubblici?

Madre
Il problema vero è che in Francia il sistema politico, nel suo insieme, è efficace, quello italiano no. Il vecchio Jospin, una volta perse le elezioni, non si è più fatto vedere, e c'è da scommettere che, fra 5 anni, chiunque vinca oggi, non ci sarà un altro scontro Royal-Sarkozy. Ciò significa che il sistema politico francese permette il ricambio delle classi dirigenti. Segolène è stata scelta con un passaggio di primarie, dopo aver condotto una battaglia alla luce del sole nel suo partito. Per forza che poi suscita entusiasmi e partecipazione. Quando mai si è vista una cosa del genere in Italia?

Figlia
Il mio candidato ideale, per ora che sono ancora una moderata, era comunque Bayrou: di centro nel senso che è di sinistra moderata, cioé liberale... e nulla a che fare con la dc nostrana Nel dibattito Royal/Bayrou erano d'accordo su tutto tranne quando si parlava di Europa, di liberalismo e così via...

Madre
C'è sicuramente una differenza - a nostro vantaggio – fra l'elaborazione teorica italiana e quella francese. L’esigenza di uno svecchiamento in senso liberale della sinistra è stato elaborato in Italia ai tempi dell’Ulivo e nacque anche, fra Blair, Prodi Satira anti-Sarkozyprima maniera e Clinton, la teorizzazione dell’Ulivo mondiale. Ma il sistema a doppio turno pretende uno schieramento e la scelta del male minore: non sarà rappresentativo di tutte le sfumature ideologiche ma è coinvolgente. Non mi piacciono gli aghi della bilancia, gli strateghi alla Mastella, che aspettano di vedere come si mettono le cose per scegliere. Particolarmente adesso, mi sembra Bayrou che stia facendo il democristiano. Ma magari mi sbaglio.

Figlia
In ogni caso la festa del 1 maggio di Sego è stata magnifica!!! Come una festa dell'Unità ma con tanti giovani e zero vecchi... sono perfino andata in giro con una maglietta rossa con scritto "fière d'etre socialiste"...!

Madre
Non mi stupisce che ci siano tanti giovani interessati alla politica. Al di là dei contenuti, è il sistema di confronto che è emozionante: il sistema elettorale permette di scegliere, e questo non è poco. Mentre in Italia il sistema elettorale non è costruito per permettere agli elettori di scegliere, ma per dare ai parlamentari la quasi-certezza di essere rieletti: in questo senso va anche la discussione attuale fra i partiti!

Figlia
Ma, al di là del sistema politico, come fanno i francesi a essere così ricchi e avere tanti privilegi??? Henri dice che è grazie al nucleare. Ma se invece fosse grazie ai governi di sinistra - vera - che ha avuto? e soprattutto grazie all'alternanza fra un po' di sano socialismo e un po' di sano liberalismo? Non so, me lo chiedo... è che vivere in un paese che si preoccupa della fuga dei cervelli quando io invece vorrei venire a viverci perché mi sembra un paradiso del merito e della competenza... che si ritiene povero quando gli stipendi sono il doppio e la vita costa come da noi... destabilizza tante certezze!!! Certo che poi quando la candidata socialista propone di arricchire il paese tassando il lusso e ridistribuendo ai più poveri, precisando inoltre che il lusso sono in primo luogo gli stipendi dei parlamentari... allora come non fai a crogiolarti nell'utopia???

Manifesto elettorale per Segolène


Viaggiare 3. Intermezzo
Rowena 5 maggio 2007

Lo so che rischio di cadere nel banale, ma i fatti sono fatti.
Se il TGV da Bruxelles per Parigi parte alle 15.15 – è scritto nel biglietto che ho stampato da casa, quando ho prenotato in Internet i posti, è scritto negli orari affissi nella stazione, appare sui monitor disseminati in tutti i punti strategici…. insomma, non potete non saperlo, il treno parte alle 15.15 - è opportuno che siate sul marciapiede del binario almeno alle 15.10. Perché, vedete, le 15.15 sono proprio le 15.15, e se pensate che fra le 15.15 e le 15.17 o le 15.20 non ci sia poi questa gran differenza, vi sbagliate di grosso.
Ho aspettato spesso treni che dovevano partire da Bologna per Roma alle… mettiamo alle 9.48…. E, ad onor del vero, non sempre i treni italiani sono in ritardo. Mi è spesso capitato di partire puntuale alle 9.48… alle 9.50, magari. O anche alle 9.52, o alle 9.55. Non è grave. Nelle stazioni italiane, l’avete notato, un ritardo fino ai 10 minuti non è nemmeno annunciato dall’altoparlante, non è concettualmente un ritardo. Infatti nessuno di noi lo considera tale, e il fatto che il treno parta alle 9.58 invece che alle 9.48, è visto con notevole sollievo, poiché per stavolta il treno è partito in orario. E del resto è su questo che giocano i pendolari, lo so per esperienza, per poter stare a letto quei cinque minuti in più, cosa che i poveri pendolari belgi (o francesi, o spagnoli o, diocenescampi, tedeschi!) non possono permettersi.
La cosa più inquietante è che, due anni fa, per due volte dovetti viaggiare in treno da Bruxelles ad un paesino sperduto nelle Ardenne, due ore di viaggio con due cambi. Niente TVG, grande velocità, o percorsi internazionali, dunque… proprio trenini da pendolari. Maledizione, nemmeno un minuto hanno sgarrato, nemmeno il tempo di mettere assieme una frase per chiedere se il treno sarebbe partito in orario….

Parigi - Gare du Nord


Viaggiare 3. Breakfast
Rowena 3 maggio 2007

Eravamo in otto attorno alla tavola, e altrettanti se ne scorgevano nella sala attigua, dalla quale la padrona andava avanti e indietro, facendo chiaramente intendere di considerare parte essenziale del suo mestiere intrattenere gli ospiti durante la prima colazione; e condendo con amabili chiacchiere l’offerta di grandi bricchi di caffé e di latte e di vasetti di marmellate da spalmare, con assoluto disprezzo della dieta, su pane e burro. Oltre a noi due c’erano una coppia di donne, una olandese e una italiana, un medico indiano e altre tre ragazze, evidentemente un gruppetto di amiche, tedesche. La padrona si rivolge a noi in francese, ma la conversazione, attorno al tavolo, si sviluppa in inglese, tagliandoci irrimediabilmente fuori. Non è importante, in fondo, immagino che come sempre accade in queste occasioni la conversazione sia cortese e superficiale; osservo questi giovani, che sono tutti diversi ma in fondo si assomigliano tutti, e assomigliano alle nostre figlie, che ci stano aspettando in diversi punti d’Europa. Mi piace essere lì, ascoltare le voci basse e a volte cantilenanti, osservare l’indiano taciturno, che risponde con quasi eccessiva riservatezza alle domande insistenti della padrona, la coppia italo-olandese che sospetto fortemente essere un pacs, la tappezzeria stinta, le vetrate liberty. Mi piace guardare il mondo che, per chissà quali strade, si è incontrato attorno a questo tavolo. Una sfida, ad una città che, fuori di qui, difende la sua lingua con i denti e le unghie, e non cede in nessun modo agli influssi francofoni: così che accade che, a 100 chilometri da Bruxelles, ci sia chi parla ai turisti in perfetto inglese, ma si rifiuta di pronunciare una parola in francese.

Vetrata liberty


Viaggiare 2. Anversa
Rowena 1 maggio 2007

Anversa è una città a punta, come molte città del nord. Le case filano, come quelle piante che hanno poca luce, tendendosi verso l’alto, e stringendosi l’una all’altra, come per proteggersi dal freddo. Così che, all’interno, le si pensa piccolissime, e invece sviluppano, attorno a rampe e rampe di scale strette e ripidissime, tortuosi e impensati percorsi, e porticine si aprono su ampie stanze, e insospettati cortili – a volte lussureggianti – si svelano a sorpresa. Non sono mai riuscita a capire di quante stanze fosse veramente composto il Bed & Breakfast dove abbiamo dormito: un po’ per questa struttura delle case, che sembrano venute su appoggiando una all’altra le stanze e le scale in tempi diversi e per rispondere a diverse esigenze; e un po’ perché tutti gli angoli erano affastellati di oggetti. Libri soprattutto, libri d’arte e quadri in ogni centimetro di parete (e anche di pavimento), poiché la padrona è una pittrice; ma c’è di tutto, dalla bicicletta che staziona nel corridoio d’ingresso, a un arcolaio che impedisce il passo sul pianerottolo, a una miriade di ricordi di viaggio, statue e statuine, bambole e bamboline, archetti e violini, e altri oggetti di incomprensibile natura – giochi da tavolo, arnesi per ricamare, bottiglie di profumo? - che riempiono le mensole e i tavolini, sparsi a profusione per i saloni – poiché di saloni si tratta, scopriamo con sorpresa. La luce filtra attraverso le vetrate art nouveau sul tavolo della prima colazione dove ci si può rivolgere alla padrona in molte lingue, ché un po’ le mastica tutte (e quel che non sa, finge di sapere, sospetto).

Anversa


Viaggiare
Rowena 19 aprile 2007

Sarà perché sono nata nell’epoca precedente i voli low cost, quando muoversi non era poi tanto facile e il turismo era stravaganza per pochi; sarà perché sono cresciuta leggendo di quei viaggi in Italia, compiuti da pallidi giovani europei, riti di iniziazione intellettuale (e non solo); sarà perché una volta trovai nello scantinato della biblioteca in cui lavoravo un Baedeker proprio uguale a quello citato nella Gradiva di Freud; sarà per tutto questo, ma il viaggio per me assume sempre sfumature di emozione che non si giustificano proprio con la facilità contemporanea del viaggiare stesso.
Le mie figlie, invece, prendono aerei come io prendevo tutti i giorni il treno per andare al liceo in città, si stupiscono che una moneta unica non sia ancora in vigore in tutto il mondo – perché non ci hanno ancora pensato poi? – considerano il Diligenzapassaporto un’anticaglia di cui farebbero volentieri a meno. Dire che sono “cittadine del mondo” non significa dare loro una patente di particolare apertura mentale, è solo la registrazione di un dato di fatto, è una questione fisica. Parlano correntemente due lingue, ma poiché non sono contente della loro pronuncia hanno già stabilito che i loro figli studieranno in scuole internazionali, così che l’inglese diventi la lingua madre, e l’italiano resti una specie di dialetto, buono a conversare con i nonni. Per certi versi fa inorridire, per altri solleva ineffabili rimpianti per un futuro che non potrò vedere.
Come se non bastasse, ogni volta che devo intraprendere un viaggio all’estero, si preoccupano molto per me, non lo dicono, ma mi considerano un po’ impedita: si offrono di prenotare online i biglietti di treno o di aereo, mi sgridano se non chiedo consiglio sugli alberghi migliori e più economici, mi spiegano per benino il funzionamento delle metropolitane, e così via. E se proprio do segni di insofferenza verso tutte queste attenzioni – grazie, me la cavo da me – mi spiegano come muovermi in Internet, i siti da utilizzare, le videate da studiare, i link da cliccare, e perfino – uffa! – come si usa in rete la carta di credito!
Però, nonostante le mie proteste di donna navigata, devo confessare che, per me, viaggiare è un’emozione da centellinare momento per momento, fin da quando si inizia a progettare l’itinerario. Studiare su Internet gli orari e i prezzi dei voli, che sono scatole cinesi di emozioni, è come spiegare sul tavolo vecchie carte per studiare le rotte dei velieri; e scegliere gli alberghi giusti è come cambiare i cavalli alla stazione di posta, speriamo di non prendere una fregatura. Così, dopotutto, per me, che ho attraversato mezzo secolo adattandomi a tutte le innovazioni, anzi, apprezzandole, è come se finora avessi viaggiato in portantina, e salire su un aereo mi fa venire i brividi. Non di paura, di stupore.

Aereo in volo


Percorsi. 3. La pineta
Rowena 14 aprile 2007

Ci lasciamo alle spalle la basilica, poi le case cubiche come disegnate da bambini, i vecchi seduti davanti alle porte a chiacchierare in un ultimo scampolo degli antichi trebbi, costretti a scostarsi in fretta al passaggio di motorini scoppiettanti; infine la Monet - Déjeuner sur l'herbesagoma enorme e scura del vecchio zuccherificio diroccato che diventerà, prima o poi, il nuovo museo archeologico.
La pista ciclabile si addentra nella campagna, l’asfalto lascia il posto a una ghiaia fine che addenta le ruote della bici; si incontrano canali che accompagnano le acque al mare, impedendo loro di distendersi e impaludarsi in queste terre basse e, sempre più rare, macchie di alberi che nascondono case rurali forse abbandonate. La fascia scura della pineta diventa sempre più spessa e vicina. Quando la ghiaia lascia il posto alla terra battuta, allora si è dentro la pineta, accompagnati da cartelli che vietano un sacco di cose che non mi sognerei mai di fare: raccogliere funghi, andare a tartufi, raccogliere legna, tagliare alberi, raccogliere non so quali specie di erbe selvatiche, lasciare liberi i cani, e tanto altro. Si riconosce, nei cartelli che vietano e che spiegano, che regolano e normano, che stabiliscono i mille possibili casi di infrazione e, minuziosamente, le pene relative, l’ansia dell’uomo di preservare quel che resta della natura, un po’ maniacale, un po’ ipocrita.
La pineta è attraversata da sciabolate di raggi di sole, lasciate passare dalle chiome dei pini. E’ profumata di un profumo rilassante e balsamico, spolverata di polvere luminosa. Difficile pensarla come un vero bosco, che ha sfamato e scaldato generazioni su generazioni di poveri; un bosco dove i bambini potevano davvero perdersi e sparire dentro uno dei tanti canali che l’attraversano, sempre che non finissero nelle fauci di un qualche animale mitologico (la Borda, per esempio, che vagava da queste parti). E’ difficile pensarci soprattutto qui, sui sentieri ben curati e i percorsi attrezzati per non affaticare troppo i turisti della domenica; anche se il bosco si è ritirato solo appena più in là, oltre i sentieri che non è permesso abbandonare, e dove ai ciclisti come noi, alle famiglie – i bambini sulle biciclettine e gli zainetti sulle spalle – ai maniaci del footing, ai gruppi che passeggiano pigramente, non è permesso addentrarsi.
Il sentiero ci porta verso Cervia, dove non abbiamo nessuna intenzione di arrivare. Ci fermiamo, alla fine, in un grande parco, ricavato ai margini della pineta stessa, dove si sono riuniti i gitanti del giorno di Pasquetta. Bambini sugli scivoli, uomini in canottiera ancora affaccendati attorno alle graticole, donne impacciate da tacchi scomodi, giovani e meno giovani che giocano al pallone, fidanzati mano nella mano. C’è nell’aria un indistinto brusio di voci umane a tratti attraversato dagli strilli acuti di un bambino o dal gracchiare di una radio, e odore di carne in graticola, aglio e resina. I colori si sormontano come in un quadro impressionista: “Scorcio di umanità, in un giorno di festa”.

Renoir - Le Moulin de la Galette


percorsi. 2. La periferia
Rowena 12 aprile 2007

Parentesi. Se fosse per me farei una legge: chi progetta le piste ciclabili dovrebbe essere obbligato a collaudarle personalmente, sotto lo sguardo vigile di una commissione Basilica di S.Apollinare in Classecomposta da ultraottantenni, portatori di handicap, donne incinte e bambini sotto i tre anni. E vediamo se continuano a fare ponti a schiena d’asino che per arrivarci è come scalare le tre cime di Lavaredo! Chiusa parentesi.
Scavalcata la passerella di cui sopra, costruita di fresco apposta per le bici, a fianco del vecchio ponte di pietra (incoerentemente chiamato Ponte Nuovo), è tutto più facile. Ci dirigiamo verso la basilica di Classe. Passiamo un sobborgo, che una volta era un paesino con una sua identità – lo chiamavano “Stalingrado” per le percentuali elettorali bulgare del Partito Comunista, in una città che, fino agli anni sessanta apparteneva al Partito Repubblicano (vabbè, sembra incredibile, lo so). Adesso è travolto dalla città che si fa periferia, con le sue concessionarie di automobili, i bar dai nomi improbabili, le villette a schiera che si accalcano e diventano sempre più minuscole, rinunciando a metri quadrati di vivibilità per difendere il proprio fazzoletto di giardino. La cattedrale di Classe la vedi emergere da lontano, nella campagna piatta. Sembra che attorno non ci sia niente, se non una fila scura di pini, lontana. Forse così l’ha vista anche Dante, la prima volta: nuda, come piombata dal cielo, omaggio a un dio grandissimo e lontanissimo.
In realtà non è isolata; tutto attorno c’è un piccolo paese, ma al suo cospetto, le case degli uomini sono talmente piccole, che scompaiono, e bisogna cercarle con gli occhi per accorgersi della loro presenza. Avvicinandosi alla basilica scompare questa sensazione di emergenza antica e immutabile: i parcheggi brulicano di macchine, di pullmann e di persone. La pista ciclabile passa proprio davanti alla chiesa, da cui escono gruppi di turisti, con quell’espressione imbambolata e sorridente che provoca spesso il contatto con la bellezza. Espressione che dura poco, subito ricomposta dallo squillo del cellulare, dalle voci dei bambini che reclamano gelati.
Continuiamo a pedalare, decisi a raggiungere la pineta. Dove, ricordate?, Nastagio degli Onesti, si vendicò della bella che lo respingeva.

La novella di Nastagio degli Onesti


Percorsi. 1. La città
Rowena 10 aprile 2007

Bastian contrario per definizione, poiché tutti ieri andavano verso il mare, ci siamo diretti dalla parte opposta. Usare la bicicletta come mezzo di trasporto, come la si usa in una città di pianura, è molto diverso che usarla per andare a spasso, lasciandosi il tempo di guardarsi attorno e di farsi scorrere ai lati i paesaggi che cambiano.
In città le piste ciclabili sono approssimative, condividendo spazi con i marciapiedi e i parcheggi a spina di pesce. Migliorano, verso la periferia, sempre che ci sia adatti a percorsi pre-stabiliti dai progettisti, verso la pineta o il mare – e non si pretenda di scegliere percorsi alternativi, magari verso i paesi dell’entroterra.
Ravenna è una città abbarbicata alla terra. Lo si vede fin dal centro quando, costeggiando con la pista ciclabile certi retri di case, vedi inaspettatamente pezzetti di terra, strappati all’urbanizzazione, difesi dal traffico: piante di pomodori che svettano, sorrette da bastoni, insalate che tossiscono per gli sbuffi degli scarichi, fili di cipolle. E’ un residuo della città che era, contadina, pezzi di passato aggrappati al presente, che a mano a mano perdono la funzione originaria, per acquistare quella di riempire giornate altrimenti inoperose, di dare senso a ore altrimenti perse in uno sgranarsi di momenti vuoti. La città è contadina e lo dimostra, più che altrove, in queste architetture, le villette a schiera, col loro giardinetto e l’ingresso indipendente, e in questi orti sopravvissuti, che, a mano a mano ci si allontana dal centro, diventano sempre più completi ed organizzati, in file asburgiche di verdi diversi. Non c’è traccia, qui, di porto e di mare, necessità mal sopportate, a cui la città volta le spalle, nostalgica dell’entroterra e, chissà, forse, delle colline (segue).

Orti


Addestramento
Rowena 9 aprile 2007

Tutte le mattine, più o meno verso le 7, la mia gatta sale sul letto e si accoccola sul mio stomaco, facendo fusa talmente rumorose che mi sveglio. Allora mi alzo e le riempio la ciotola. Nei giorni feriali mi preparo per andare in ufficio, in quelli festivi, torno a letto.
C’è però un fatto che mi preoccupa. E’ lo sguardo della gatta, che mi inquieta. Sembra proprio che pensi, tra sé: “Che bell’animale intelligente mi è toccato in sorte. E come sono riuscita ad addestrarlo bene….”

Gatta


Foto di classe
Rowena 3 aprile 2007

Forse potrebbe essere un appendice delle cronache dal cortile, ma in fondo la questione è più generale. Oggi è venuto da me un rappresentate dei genitori di una scuola elementare che aveva intenzione di fare alcune foto alla classe per regalarle alla maestra in procinto di andare in pensione. Non ha potuto perché alcuni genitori si sono appellati alla legge sulla privacy, minacciando di non firmare la liberatoria.
Non è che io sia una fanatica dei bei tempi andati, anzi, tuttavia gli album di famiglia sono così pieni di foto di classe, che, mettendoli in fila, si potrebbe fare la storia del costume degli ultimi 60 anni. Non c'è persona, credo, che non abbia la sua foto di classe: sempre tutte, le classi, schierate allo stesso modo, alla faccia degli anni che passano, i più piccoli davanti, gli alti dietro e le/i maestre/i ai lati, tutti impettiti. I nostalgici le vanno a rivedere, a volte, raccontando sempre le stesse storie, di scherzi, di compiti copiati, di insegnanti severissimi o troppo indulgenti, e così via.
Cosa è successo, dunque, perché anche un così innocente trastullo debba aver bisogno di liberatorie, di moduli e di leggi? la paura di cosa ci guida, in questo bisogno di regolamentare, incasellare, cautelarsi, trincerarsi dietro norme, cavilli, lacciuoli? Cosa ci ha portato via la tranquilla serenità con cui si aggiusta il colletto al bambino e lo si guarda orgogliosi mentre scocca uno sdentato sorriso alla macchina fotografica?
La troppa informazione forse o la troppo poca informazione, o l'incapacità di distinguere e di soppesare, per cui tutto viene frullato in un'indistinta brodaglia: i pedofili e internet, le foto di classe e Corona, i ricatti e la televisione, la pubblicità e la legge.
Ma soprattutto: cosa è successo al buon senso?

Asilo infantile per i figli dei braccianti di Borgo Masotti, 1951


Retrospettiva (3)
Rowena 1 aprile 2007

Per il resto mi sono accontentata di quel che passava la tv, e converrete che non è mai stato granché, anche se a tarda ora ho beccato “Fiorile”, e certe commediole americane con James Stewart che erano delle vere chicche, anche se nemmeno morta ne ricordo i titoli. Però mi sono tenuta al corrente, sapete? Ho letto le critiche e ho seguito sui giornali la notte degli Oscar e il Festival di Venezia. Temo che sia un po’ pochino, però.
Da un po’ ho ricominciato ad acculturarmi in materia: vado al cinema talvolta, ma più di tutto rubo su Internet. Anche perché il cinema è caro, e rimpiango ancora i 6 euro spesi per “Nuovo Mondo”.
Solo che nel frattempo sono invecchiata, e i miei gusti si sono fatti più difficili. Trovo la cinematografia italiana inconsistente e presuntuosa, Moretti in testa; non ho pazienza con i film che se la tirano, e raramente riesco a sorprendermi. Ho evoluto un’acuta idiosincrasia per le situazioni false, i personaggi non credibili, il minimalismo e i colossal. Trovo che di “Lettere da Jwo Jima”, così come della maggior parte di film che ho visto ultimamente, si poteva fare tranquillamente a meno (farò un’eccezione per la giovane Scoppola). Talvolta mi scopro a pensare che non si fanno più film belli come una volta, che è un pensiero proprio da vecchia, e alla fine mi ritrovo a scaricare da Internet sempre gli stessi autori, quelli che so già che non mi deluderanno, Hitchcock, Woody Allen… e sopra a tutti Fellini, che, per difenderlo, litigai con le compagne del collettivo femminista.

Fellini - La città delle donne


Retrospettiva(2)
Rowena 31 mazo 2007

Il primo film che ricordo davvero è Mary Poppins. Mia madre mi portò a Ravenna, all’Astoria: era tutto un’emozione, il viaggio in treno, le poltroncine rosse – nel cinema del mio paesello c’erano le sedie di legno – un film che mi parve meraviglioso. Talmente meraviglioso che l’ho rivisto tutte le volte che l’hanno trasmesso in tv, e non sono poche.
Ricordo dei tempi del femminismo “La papessa Giovanna”, che mi colpì molto, perché Giovanna doveva travestirsi da uomo per poter scrivere. Però non so se fosse davvero un bel film. Se qualche archeologo cinematografico riesce a recuperarmi il regista, gliene sarò grata.Risale ai tempi dell’università il cineforum dove mi sorbii tutti i film di Pasolini. Dev’essere stato allora che mi è venuta l’orticaria verso i film impegnati. E lì ho perso le tracce dei vari Tarkovskij (in verità vidi “Solaris”, di cui non ricordo niente tranne la noia mortale che mi procurò… perdonami Giuliano!) e Kurosawa…
Quando aspettavo la mia prima figlia mio marito mi portò a vedere “Guerre stellari” (il primo, per me anche l’ultimo): me lo dormii quasi tutto e quando mi svegliai aprii gli occhi sul maestro Yoda, e così mi convinsi che avrei fatto un figlio verde con le orecchie a punta. Per fortuna partorii una figlia femmina, che adesso mi critica per i miei gusti cinematografici pedestri (assomiglia a Solimano, apprezza molto i film francesi). Smisi, con la sua nascita di andare al cinema, tranne che per i cartoni animati di Walt Disney, che uscivano (escono?) regolarmente una volta all’anno. Ogni volta cercavo di ricreare la magia del cinema: l’attesa, la fila al botteghino, le poltroncine di velluto, il buio, l’obbligo del silenzio... Diventavano di moda, in quegli anni, i VHS, ai quali ho resistito strenuamente, per non sciupare la magia di un film rivedendolo troppo spesso. In effetti mi sento un’espertona di cartoni disneyani, almeno fino a Pocahontas, che credo sia stato l’ultimo che ho visto. Arrossisco, ma confesso di rivedere alcuni di questi sempre con grande piacere: adoro “La Bella e la Bestia”, e “Bambi” mi fa piangere.

Bambi


Retrospettiva (1)
Rowena 30 marzo 2007

Uffa però, questo Solimano! Da quando se ne è uscito con questa storia del blog sul cinema, non riesco più a pensare uno Stilelibero che non sia sul cinema. Il fatto è che, costringendomi a pensare ai film, mi ha costretto a ripercorre un bel po’ della mia storia. Intanto mi sono resa conto che non mi ricordo quasi nulla di ciò che ho visto: salvo proprio qualcuno, che ha avuto un significato importante per me, di tutti gli altri film, anche quelli di cui adesso dico “si, l’ho visto, mi è piaciuto”, ricordo più o meno solo il fatto che, a suo tempo, mi piacque. Prendete per esempio “Giulia” (non so nemmeno se il titolo è esatto, forse era “Giulia e Giulia”): ricordo Jane Fonda e Vanessa Redgrave, e che trattava di un’amicizia fra donne, una ricca e una povera. Solidarietà di genere e lotta di classe, mi pare. Ricordo una cosa più importante, però: che mi piacque talmente tanto, che pensai: “Se avrò una seconda figlia si chiamerà Giulia”. E infatti così è stato. Converrete che è difficile fare una critica cinematografica su questo presupposti.
Poi succede che in questo blog mi trovo in una compagnia di cui non mi sento assolutamente all’altezza. Parlano con stupefacente competenza di Tarkosvkij, Bergman, Agnés Jaoui (sic!), come se niente fosse. Se non fosse per Ottavio, che ha postato “Mezzogiorno di fuoco”, molto vintage, peraltro (e per me, che non faccio testo), non si sarebbe citato nemmeno un film americano. Come si fa a non riflettere sulla proprio in-competenza?

Mary Poppins


Scelte epocali...
Rowena 23 marzo 2007

La sezione DS assomiglia a tutte le sezioni DS dell’Emilia Romagna. Dismessi i ritratti dei padri fondatori, sostituiti con i grandi del jazz o del cinema, ché nelle sale vi si tengono oramai, più che riunioni politiche, serate di intrattenimento, fra il culturale e il godereccio, piadina e jazz, insomma, cinema d’essai e assaggi di scquacquerone, con sforamenti nell’esotico, tipo scrittori emergenti e sushi…
Ma sto andando fuori tema: stasera vi si tiene il congresso che deve sancire lo scioglimento dei DS nel Partito Democratico. Per l’occasione, accanto alla bandiera della quercia, lavata e stirata di fresco, orna il tavolo della presidenza una bandiera dell’Ulivo.
Il segretario è un giovane rampante in piena ascesa – di quelli che, si vede, studiano da assessori - scommettiamo? alle prossime elezioni entrerà in Consiglio comunale, e di lì chi lo ferma più? Manca assolutamente di pensiero divergente e di creatività, è evidente anche dall’aspetto, tutto forbito e rigidino.
Si nota subito chi sono i “compagni del giro”, quelli del comitato direttivo, o di altri “organi dirigenti”, come li chiamano: girano con aria indaffarata, si riuniscono a gruppetti, escono ed entrano nella sala, parlottano,e, naturalmente, non ascoltano nessun intervento. Più si è importanti meno si ascolta, più si è importanti e più si fa la politica in sedi separate: questa deve essere una cosa che nei partiti si impara fin da subito, nelle sezioni, dove si scimmiottano i comportamenti dei superiori in grado: comitati comunali, provinciali, regionali, e su su su….
Intanto che i compagni dirigenti trafficano, la base parla. E, contrariamente a quello che prevedevo, è interessante ascoltarla. Ma questa parte la scrivo in Politica.



Pensieri cattivi
Rowena 20 marzo 2007

Ma se uno dei terroristi afghani rilasciati in cambio di Mastrogiacomo espatria, si imbottisce di tritolo e si fa esplodere nella metropolitana di Londra, la coscienza di chi dovrà portarne il peso?
Pensavo che “non si tratta coi terroristi”. Ma forse questo era vero trent’anni fa, di questi tempi non più. O forse i talebani non sono terroristi. Ma allora cosa ci stiamo a fare in Afghanistan?

Il cattivo


Inutile, forse dannoso
Rowena 17 marzo 2007

Non ho letto ancora da nessuna parte che il decreto di Fioroni sul divieto di usare i cellulari in classe è una solenne sciocchezza. Eppure credo che ci siano tanti, come me, che lo pensano.
E’ una norma che va ad infoltire le già innumerevoli norme inutili che ci sono in Italia, messa lì più per esibire una facciata di efficienza che per migliorare davvero il sistema scolastico.
Ritengo che la frase: “Ragazzi, spegnete i cellulari”, sia la prima che risuona, o dovrebbe risuonare, ad ogni inizio di lezione, in tutti gli ordini di scuola. Fa naturalmente parte del compito educativo dei professori, che va ben al di là della trasmissione di nozioni. Imporlo per legge significa che gli insegnanti hanno rinunciato al loro ruolo educativo, o che lo Stato non lo pretende dai suoi insegnanti. Ma se ci sono professori che non riescono ad ottenere questo semplice comportamento civile – spegnete i cellulari! - dai loro alunni, allora da mettere in discussione non sono gli alunni, ma l’insegnante. E qui cade l’asino. Perché una norma che imponga la valutazione degli insegnanti, dopo il tonfo del rimpianto (forse solo da me) Berlinguer che almeno ci provò, nessuno ha più avuto il coraggio di tirarla fuori. Meglio inventare leggine inutili e di difficilissima applicazione. Se l’alunno si rifiuta di spegnere il cellulare che fa il professore, chiama i Carabinieri? Lo denuncia alla magistratura?
Una scuola di bassa qualità e che sforna alunni mediocri, come dimostrano tutti gli indicatori internazionali, avrebbe bisogno di interventi di ben altro tenore. Di standard di qualità alti e di verifiche non formali sul loro raggiungimento. Di strumenti di valutazione dei risultati degli insegnanti e degli alunni. E infine di licenziamenti, per gli insegnanti peggiori: ma questo è un tabù di cui è meglio non parlare…

Humor matematico


Solidarietà di casta
Rowena 16 marzo 2007

Un gruppo di donne scrive all’On. Grillini, per avere informazioni sul Regolamento parlamentare che prevede, per i/le conviventi dei parlamentari stessi le medesime garanzie previste i coniugi regolari; per intenderci, chiedevano lumi sul regolamento che prevede per i parlamentari norme che i parlamentari stessi negano agli altri italiani. Questo è il tenore della richiesta:

Salve, mi chiamo…… Abbiamo una iniziativa pubblica tra pochi giorni e vorrei un chiarimento. I parlamentari e i giornalisti godono di certi diritti perchè esiste una legge del parlamento italiano che glieli c