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Stilelibero del 2007 Gli Stilelibero del 2005 | Gli
Stilelibero del 2003 Gli Stilelibero del 2005 |
| Il ministro represso Giuliano 29 dicembre 2004 Mi ricordo ancora delle polemiche quando uscì il "Salò-Sade" di Pasolini. "Queste cose qui nella Repubblica Sociale non sono mai successe! " , tuonavano i simpatizzanti repubblichini, che all'epoca si sentivano ingiustamente repressi. Eppure gli anni della RSI erano gli stessi anni di Auschwitz. Quanti bambini, e quante giovane donne, ha mandato Mussolini ad Auschwitz in quegli anni? Cosa gli sarà mai successo? Pasolini aveva fatto una sintesi straordinaria, da poeta, in un film quasi impossibile da guardare per la sua crudezza. Forse il risultato artistico si può discutere, ma il parallelo non fa una grinza. Molti bambini sono scampati dalle mani dei pedofili "normali", e molte donne sono sopravvissute a maniaci "normali". Ma da Auschwitz pochissimi si sono salvati, e fanno sempre più fatica a raccontare la loro storia: oggi, poi, è molto probabile che si trovino davanti un ministro come Gasparri (classe 1959) che gli racconta, invece, di quanto sia stato represso nella sua gioventù dai perfidi comunisti che volevano impedirgli di proclamare la sua fede fascista. A me è successo l'altra sera, mentre guardavo tranquillo la tv: non ho parenti che siano stati nei lager, ma vi assicuro che ho sentito lo stesso corrermi per la schiena dei brividi molto forti. |
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| Dello scrivere sotto pseudonimo Giuliano 27 dicembre 2004 "Bisogna avere il coraggio delle proprie opinioni": così si commenta spesso, sui giornali, con questa frase vuota e altisonante, una cosa umile come lo pseudonimo o la richiesta di non mettere il proprio nome sotto una lettera. Direi di lasciare il coraggio a momenti più importanti della vita, a quando serve davvero. Non a tutti piace vedere il proprio nome sui giornali: sembrerà strano, in quest'epoca di presenzialisti, ma è così. E, spesso, scrivendo ai giornali da lettore semplice si viene bistrattati, si è soggetti a ironie o anche peggio. Insomma, bisognerebbe distinguere: ci sono lettori e lettori, e anche redattori e redattori. Alcuni sono attenti e dicono (o scelgono) cose serie; altri sono insopportabili e fanno grandi sproloqui. Bisognerebbe fare anche un bel discorso sui giornalisti (professione molto scaduta di livello, visto che si fan passare i Feltri per grandi giornalisti, mettendoli sul posto che una volta era di Montanelli...), ma lascio correre e torno al mio tema di oggi. Su questo blog scriviamo quasi tutti con uno pseudonimo, ed è spesso divertente. L'importante è essere raggiungibili e riconoscibili, in caso di bisogno. Io ho usato due pseudonimi nella mia breve vita di "scrittore pubblicato": quello di Emilio Gauna su Golem e questo di Antenore qui su Stile Libero.
Mi sono serviti molto e gliene sono grato: lo pseudonimo serve e aiuta, eccome se serve. Serve a mettere sotto il tavolo la propria vanità personale, per esempio, e serve anche ad indirizzare meglio i propri pensieri. Sono contento dei miei eteronimi (forse è meglio chiamarli così, come faceva Pessoa che di eteronimi ne aveva tanti ), e poi così facendo sono stato anche in ottima compagnia. In compagnia di Ettore Schmitz, per esempio; ma anche di John Wayne, di Cary Grant e di Marilyn Monroe. E di Amschel ber Henoch, tanto per dire: mica uno qualsiasi, che gli è toccato firmarsi col nome di una cornacchia (non per sua volontà, ma per via dell'Impero Austro Ungarico). Ma è risaputo che lo pseudonimo, l'eteronimo, insomma la maschera dietro la quale ci nascondiamo, avanza sempre delle pretese e mostra una sua decisa personalità. Come spiega bene Dario Fo, e come insegnavano i vecchi Arlecchini (Ferruccio Soleri in testa), la maschera ti costringe a cambiare. Con la maschera addosso, un attore non può più contare sul suo volto e sulle sue espressioni, deve usare al meglio il suo corpo e le sue mani, farsi capire meglio o nascondersi meglio. La maschera è molto esigente. Emilio Gauna è un personaggio di Adolfo Bioy Casares e un mio anagramma. Bioy Casares è uno scrittore argentino, amico e collaboratore di Borges; e Gauna si trova nel romanzo "Il sogno degli eroi", storia di come il destino si può cambiare (ma bisogna meritarselo). Antenore viene da un mio sogno, ma è anche uno dei fratelli Cervi, uno scultore greco attivo a Delfi, e il nome di un baritono degli anni 20. Ma l'Antenore più famoso è un eroe troiano, l'equivalente di Nestore per i greci. Una persona saggia e affidabile, ma nel contempo un tipo rampognoso e rompiscatole, quasi come Cassandra. E' uno che dialoga con tutti, perfino con i Greci; cerca di evitare la guerra e perciò si becca del traditore e diventa inaffidabile, e forse lo è davvero. Come si fa a fidarsi di uno che in caso di necessità, andrà dietro al proprio ragionamento e non al padrone, o alla maggioranza... Emidio De Felice, forse il massimo studioso di nomi di persona (e di cognomi), lo definisce così: Antenore: diffuso nel Nord, con più alta frequenza in Lombardia e in Emilia Romagna, è una ripresa classica, rinascimentale e moderna, del nome dell'eroe troiano dell'Iliade che, secondo una leggenda, avrebbe fondato la città di Padova. Il nome greco Ante'nor, latinizzato in Antenor, è formato dal sostantivo ante'nor, "che sta al posto di un altro uomo, che vale un altro uomo" (...) significato poco chiaro in un nome personale, che però potrebbe anche essere la grecizzazione di un originario nome pregreco, asiatico. "Colui che sta al posto di un altro": beh, non mi sembra affatto male, come eteronimo-pseudonimo. |
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| Dello scrivere sotto pseudonimo Giuliano 27 dicembre 2004 "Bisogna avere il coraggio delle proprie opinioni": così si commenta spesso, sui giornali, con questa frase vuota e altisonante, una cosa umile come lo pseudonimo o la richiesta di non mettere il proprio nome sotto una lettera. Direi di lasciare il coraggio a momenti più importanti della vita, a quando serve davvero. Non a tutti piace vedere il proprio nome sui giornali: sembrerà strano, in quest'epoca di presenzialisti, ma è così. E, spesso, scrivendo ai giornali da lettore semplice si viene bistrattati, si è soggetti a ironie o anche peggio. Insomma, bisognerebbe distinguere: ci sono lettori e lettori, e anche redattori e redattori. Alcuni sono attenti e dicono (o scelgono) cose serie; altri sono insopportabili e fanno grandi sproloqui. Bisognerebbe fare anche un bel discorso sui giornalisti (professione molto scaduta di livello, visto che si fan passare i Feltri per grandi giornalisti, mettendoli sul posto che una volta era di Montanelli...), ma lascio correre e torno al mio tema di oggi. Su questo blog scriviamo quasi tutti con uno pseudonimo, ed è spesso divertente. L'importante è essere raggiungibili e riconoscibili, in caso di bisogno. Io ho usato due pseudonimi nella mia breve vita di "scrittore pubblicato": quello di Emilio Gauna su Golem e questo di Antenore qui su Stile Libero.
Mi sono serviti molto e gliene sono grato: lo pseudonimo serve e aiuta, eccome se serve. Serve a mettere sotto il tavolo la propria vanità personale, per esempio, e serve anche ad indirizzare meglio i propri pensieri. Sono contento dei miei eteronimi (forse è meglio chiamarli così, come faceva Pessoa che di eteronimi ne aveva tanti ), e poi così facendo sono stato anche in ottima compagnia. In compagnia di Ettore Schmitz, per esempio; ma anche di John Wayne, di Cary Grant e di Marilyn Monroe. E di Amschel ber Henoch, tanto per dire: mica uno qualsiasi, che gli è toccato firmarsi col nome di una cornacchia (non per sua volontà, ma per via dell'Impero Austro Ungarico). Ma è risaputo che lo pseudonimo, l'eteronimo, insomma la maschera dietro la quale ci nascondiamo, avanza sempre delle pretese e mostra una sua decisa personalità. Come spiega bene Dario Fo, e come insegnavano i vecchi Arlecchini (Ferruccio Soleri in testa), la maschera ti costringe a cambiare. Con la maschera addosso, un attore non può più contare sul suo volto e sulle sue espressioni, deve usare al meglio il suo corpo e le sue mani, farsi capire meglio o nascondersi meglio. La maschera è molto esigente. Emilio Gauna è un personaggio di Adolfo Bioy Casares e un mio anagramma. Bioy Casares è uno scrittore argentino, amico e collaboratore di Borges; e Gauna si trova nel romanzo "Il sogno degli eroi", storia di come il destino si può cambiare (ma bisogna meritarselo). Antenore viene da un mio sogno, ma è anche uno dei fratelli Cervi, uno scultore greco attivo a Delfi, e il nome di un baritono degli anni 20. Ma l'Antenore più famoso è un eroe troiano, l'equivalente di Nestore per i greci. Una persona saggia e affidabile, ma nel contempo un tipo rampognoso e rompiscatole, quasi come Cassandra. E' uno che dialoga con tutti, perfino con i Greci; cerca di evitare la guerra e perciò si becca del traditore e diventa inaffidabile, e forse lo è davvero. Come si fa a fidarsi di uno che in caso di necessità, andrà dietro al proprio ragionamento e non al padrone, o alla maggioranza... Emidio De Felice, forse il massimo studioso di nomi di persona (e di cognomi), lo definisce così: Antenore: diffuso nel Nord, con più alta frequenza in Lombardia e in Emilia Romagna, è una ripresa classica, rinascimentale e moderna, del nome dell'eroe troiano dell'Iliade che, secondo una leggenda, avrebbe fondato la città di Padova. Il nome greco Ante'nor, latinizzato in Antenor, è formato dal sostantivo ante'nor, "che sta al posto di un altro uomo, che vale un altro uomo" (...) significato poco chiaro in un nome personale, che però potrebbe anche essere la grecizzazione di un originario nome pregreco, asiatico. "Colui che sta al posto di un altro": beh, non mi sembra affatto male, come eteronimo-pseudonimo. |
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| Lamento d'Antenore Giuliano 26 dicembre 2004 - Intolerante... i me ga dito intolerante. I me dise che mi non scolto mai i altri, che li aggredisco, che vogio sempre d'aver ragione... A mi, ti gà capìo? A mi che no mai parlo... E se ne va scuotendo la testa, il vecchio Antenore. Dice ancora qualcosa, prima di salutarmi, ma quando è nervoso parla in stretto dialetto veneziano (o forse padovano?), e io non capisco bene tutto quello che dice, né so trascriverlo come si deve. Provo a riassumere: dice tante cose, parla di musica, di letteratura, di politica, di tutto. Dice che quand'era giovane gli avevano detto che bastava lavorare bene per non aver problemi, e invece no, che è più importante dir di sì al capo, "anca se l'è un gran mona, omo o dona che sia". Dice che l'ultima volta l'argomento era il fascismo, e Mussolini; e che si è arrabbiato perché c'era chi ne parlava bene, e che questo capita troppo spesso, negli ultimi tempi. "Non era la mia opinione contro quella degli altri", insiste: " è come se i me dise che Monza xe a nord de Como. Ho da taser se i me dise monàde?" . Dice che sul fascismo si sa tutto, che è uno dei periodi storici meglio conosciuti, ormai è roba da mettere in archivio, che Renzo De Felice ha fatto un gran lavoro, 30 anni fa; e che il giudizio finale è negativo (soprattutto sulla RSI ), e che se l'Istria non è più italiana la colpa è tutta del Duce. E' per questo che si è preso dell'intollerante, e non ci sta. Ma c'è dell'altro; anzi, non finisce più di parlare. O meglio, di borbottare: un po' parla tra sè, un po' alza la voce e parla proprio con me, o almeno così mi sembra. Nel frattempo, riempie la sua valigia. "Veterocomunista"... a mi!" E tutto per aver difeso (ma solo a parole) gli operai contro le cannonate dei ministri della Lega Nord, nemici dichiarati dei lavoratori. "Ministro del Welfare, el se fa ciamàr: ma quello xe drio a coparce tuti... " Dice anche che non capisce più la gente, che non si può perder tempo per star dietro alle tariffe del telefonino, che il traffico è roba da pazzi, e che solo un pazzo può voler guidare di sua spontanea volontà l'auto a Milano e dintorni; e che invece di pensarci seriamente i politici costruiscono nuove strade, e asfaltano e cementano tutto. E che gli hanno fatto passare la poesia del calcio, con tutte quelle polemiche; e che non va più a teatro e neanche al cinema, e che è un anno che non entra più in Duomo, perché è stufo di farsi perquisire; e che lui non ha mai pensato di fare il terrorista, òstrega. E poi dice ancora qualcosa, parole veloci che provo a decifrare dai miei appunti fortunosi: raccomandata, incompetenti, morettina romana, fabbrica a rischio di incidente rilevante; e s'interroga su come possano stare insieme queste quattro cose. Una pentola che bolle è l'immagine giusta, la classica pentola di fagioli che borbotta, essendo piena di vapore che non può più stare dentro, sotto al coperchio. Da qualche parte il vapore deve pur uscire... E' questa l'ultima immagine di Antenore, che chiude la sua valigia, mi volta le spalle, e s'incammina, agitando da lontano la mano sinistra, a mo' di saluto. Un lungo viaggio, dai Carpazi al Caucaso e poi giù fino a Gerusalemme: alla ricerca delle radici cristiane, forse. ![]() |
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| I cinesi e Mameli Antenore 24 dicembre 2004 O simìle di Solima ai fati / traggi un suono di crudo lamento O t'ispiri il Signore un concento / che ne infonda al patire virtù... Chissà se il ministro Castelli, o Calderoli, o Maroni che sia, è in grado di riconoscere questi versi: si tratta di un poeta ferrarese, e quindi padano autentico: molto più degno del nome di padano rispetto a uno di Busto Arsizio. E' un poeta molto famoso, e ne cito altri due versi: Arpa d'or dei fatidici vati / perché muta dal salice pendi? Sì, è un po' datato: Verdi lo musicò nel 1842, e divenne subito importante per il '48, i moti carbonari e l'Unità d'Italia. Ma forse conviene partire dall'inizio: Va' pensiero, sull'ali dorate / va' ti posa sui clivi, sui colli... Adesso sì? Ci siamo? Così va bene? L'insigne poeta è Temistocle Solera, nientemeno. Di solito i leghisti sanno solo le prime due parole (ma i più bravi arrivano a cinque), e le cantano a squarciagola: il che è un vero orrore, al quale non mi abituerò mai. Il coro dal terzo atto del Nabucco va cantato piano, a mezza voce; la melodia è lenta e dolce, e non va cadenzata a passo di marcia come se fosse un inno nazionale o una marcetta qualsiasi. Nel giorno in cui, al Senato, davanti al Presidente Pera, una banda di cinesi suona il nostro inno nazionale (quello vero: Fratelli d'Italia), ma poi anche la sinfonia dal Nabucco di Giuseppe Verdi, i nostri patriottici onorevoli leghisti scendono in piazza contro l'ingresso della Turchia nella UE. E' il 19 dicembre 2004, una fredda mattinata d'inverno poco prima di Natale. "Giorno di lutto", decreta l'illustre Calderoli: che però fa parte di un Governo con qualcosa di più di un sospetto di corruzione e anche di associazione mafiosa in molti dei suoi componenti e collaboratori più o meno vicini al Premier, ma si guarda bene non dico dal dimettersi per questo ma anche dal semplice accennarvi. Lascio volentieri ai politici europei la decisione sull'ingresso dei turchi nell'Unione Europea: io non saprei cosa dire, è un argomento complesso e delicato. Penso solo che in Turchia ci sono molti posti cari alle nostre radici cristiane, e che basta dire Bisanzio, oppure Costantinopoli, per evocare immagini e suoni della Chiesa d'Oriente. Però quella che suona il Nabucco, oggi in Senato, non è una banda di cinesi: è un'orchestra vera, si chiama Orchestra Filarmonica Cinese (China Philharmonic Orchestra) ed è diretta da un quarantenne che si chiama Long Yu. Ci sono anche due nostri grandi cantanti, il baritono Leo Nucci e Barbara Frittoli, soprano. Non suonano male, questi giovani cinesi. Nel programma c'è anche Puccini, oltre a Rossini e a Verdi; e l'Inno di Mameli, suonato in apertura, è in un ottimo arrangiamento e sembra molto più bello del solito. Lo si ascolta addirittura con piacere, e non capita spesso. Beh, Buon Natale a tutti! ![]() |
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| Tre valzer dal Faust, n.3 Antenore 23 dicembre 2004 So bene quello che pensano, le signore, quando un uomo sui 40-50 anni guarda una ragazza in minigonna. Forse le signore però non sanno che cosa succede veramente, in questi casi; e dunque eccomi in loro soccorso con alcuni esempi pratici. Ecco l'elenco, ma salto il numero uno perché quello è ovvio e risaputo. 7) Ma non hanno freddo, d'inverno? 8) Ma quanto peserà, quella ragazzina lì? E' carina, ma chissà se ci arriva, ai 40 chili. Sembra una bambina. 9) Se io fossi una donna e avessi le gambe fatte così, ci penserei bene prima di mettermi la minigonna. 10) Ma come fa a camminare con quelle scarpe, e con quei tacchi? Mamma mia, come le ballano le caviglie... speriamo che non si becchi una storta, e che schivi le rotaie del tram... Invece io un po' di tempo fa ero su un treno e proprio di fronte a me c'era una ragazza molto giovane, sui 15 anni, con una gonna molto corta. Aveva delle belle gambe, ma ancora un po' da bambina; anche il viso era ancora infantile, le guance rotonde e rosee. Ho pensato che quando avevo 14 anni mi capitò di innamorarmi di una ragazza che ne aveva uno più di me: era la prima volta, lei mi sembrava molto più grande e mi metteva soggezione. Come si fa ad avere soggezione di una quindicenne? Ripenso al me stesso di un tempo, a quello che non sono più da un pezzo, se non nel profondo della mia anima e della mia memoria, e mi sorge spontaneo un sorriso, che ad essere sinceri somiglia molto di più ad un sospiro. Racconto più tardi la storia alla mia amica, che scrolla la testa. "Pensieri paterni? Ma non farmi ridere..." ![]() |
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| Tre valzer dal Faust, n.2 Antenore 21 dicembre 2004 Dovessi fondare una religione, vieterei tutto ciò che fa fumo inutilmente: i bastoncini d'incenso, per esempio. Vieterei anche tutto il fuoco come spreco, e l'eccessivo consumo d'energia - quella umana compresa. Perché tanto agitarsi? Ma, soprattutto, vieterei questo fumo dei bastoncini d'incenso come questo che sale da uno degli ultimi banchi della new age. Cos'è che vende? Una stampa con Ganesh? Un Buddha in legno di rosa? Un elefantino di corallo? No grazie, ho già dato. In mezzo a questa folla ringrazio il cielo d'essere alto, e di poter vedere da lontano, avendo ben chiara la situazione, così da potermi scansare anche se chi mi viene incontro non guarda avanti e non fa attenzione a nient'altro che non sia se stesso, o il proprio telefonino. Pericolosissimi, questi che vanno alla Fiera di Sinigaglia con la sigaretta accesa, a penzolare di lato - che mi respiro tutto il fumo (cos'è che dicevo prima?) e rischio anche l'ustione, o che mi brucino i vestiti. Vedendo le cose dall'alto, in panoramica, posso anche fare un po' da angelo custode, e direi che è utile perchè io sono grosso e pesante, e se mi vengono addosso, queste donnine e queste ragazzine così piccole, possono anche farsi male. Forse non ci hanno mai pensato, se no sarebbero più prudenti. Ecco, mi fermo e lascio passare (ma non guardano mai dove vanno?). Adesso vorrei ripartire, ma non posso: questa signora mi tiene bloccato dietro la bancarella. Ma tanto non compera niente, è qui solo per guardare, l'ambulante lo sa già, ma ci è abituato e poi non si sa mai. Certo che per uno che vuole farsi strada, ma senza spingere né sgomitare, è ben dura la vita: non è una gran riflessione e nemmeno una gran metafora, però non ho fretta e posso aspettare. Intanto mi guardo in giro. Servirebbe un esercizio di telepatia, o di preveggenza: carpire il pensiero (cosciente oppure no) di quello che cammina davanti a te o che ti viene incontro, oppure di quelli che stan fermi e poi si muovono di botto, e i bambini in passeggino, o peggio ancora in braccio; e le donne anziane, e gli uomini grassi, e le ragazze in branco che si tengono per mano. Ma poi guardo l'acqua increspata sul Naviglio, contro sole. E' inverno, ormai, ed è vicino il tramonto; non sembra più il Naviglio di prima, l'acqua sembra d'argento e le anatre sembrano nuotare nella luce.
(...) Samadhi denota la mente quando si sia sganciata da tutto ciò che di norma la impegna, dopo che si è distolta dall'occhio vagante, dall'avido udito, dalla lingua golosa, dall'elettrica pelle e, scendendo nell'intimo, dall'incessante rammemorare, dall'inquieto immaginare. (...) Si può vivere a fianco d'un uomo in samadhi senza notarlo: sbriga le sue faccende e lo si crede coinvolto, si proiettano su di lui i comuni sentimenti e non si ricevono smentite. Una condizione puramente interiore è priva di connotati. (...) Il rovescio di samadhi è ciò che i vecchi psichiatri chiamavano nevrastenia, l'indugio accigliato e penoso sulle cose, che ogni sensazione centellina e cincischia, su ogni immagine vagabonda indugia: non c'è circolazione, nitore mentale, e la psiche si smarrisce in un'incessante fantasticheria.(...) Gli ufficiali di marina si allenavano a entrare in samadhi quando erano messi di vedetta ad avvistare sommergibili; dovevano poggiare lo sguardo sull'estremo orizzonte senza mettere a fuoco nessun tratto di mare; (...)Ai concerti si ha l'occasione di isolare e precisare quel che è samadhi. Quando l'esecuzione è conclusa, il silenzio che segue trabocca della sostanza musicale appena trascorsa, è gremito dei suoi significati. L'ultima armonica si è dileguata nell'aria, per un istante attonito non si sente più nulla, ma tutti i suoni dell'esecuzione sono compattamente presenti. L'applauso esita ancora; del pezzo musicale perdura l'essenza pura, il brivido. La composizione è ora concentrata in sintesi, in un punto, davanti a noi, dentro di noi, così come comparve in germe davanti al compositore (...)(Elemire Zolla, Archetipi, capitolo primo) Appoggio il libro che avevo preso in mano, lo rimetto sulla bancarella. E' un libro di poesie, di Cristina Campo. L'ho preso in mano tante volte, e non l'ho mai comperato. Chissà mai se lo leggerò. Forse, non è più il tempo. Forse, quel tempo è passato. Rimetto il libro sulla bancarella e torno nel flusso: non c'è più bisogno di sgomitare, ed è ora di tornare a casa. Del resto, le cose a cui tieni di più, gli altri non le possono capire. |
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| Tre valzer dal Faust, n.1 Antenore 20 dicembre 2004 Un bel giorno, Mefistofele si reca da Faust e gli propone un contratto, una specie di prestito, un affare vantaggioso. Ovvio che il dottor Faust ne approfitti e ne goda; però poi, alla fine, dovrà pagare tutto, e con gli interessi. Non c'è solo Goethe: questa di Faust è una delle storie più raccontate di tutti i tempi, e non è un caso. C'è sempre un Mefistofele dietro l'angolo, nella nostra vita, a proporci qualcosa di interessante. Sta a noi poi decidere cosa fare, e si decide sempre in un attimo. L'attimo dopo, è tardi: ormai sei dentro e non ti resta che divertirti, finché dura. L'altro giorno, per esempio, ho fatto arrabbiare un po' di conoscenti. Giravano un po' troppi ragionamenti presi pari pari dalla tv, sembravano i copia e incolla di windows. E ho cominciato a dire che no, che se si parla di calcio non può certo essere "una cosa gravissima": le cose gravissime sono fatte in un altro modo, e speriamo di non incontrarle mai. E ho fatto il nome del professor Conconi, dal quale andavano Alberto Cova, Francesco Moser, e anche Arrigo Sacchi ai tempi del Grande Milan. E che ormai è risaputo che su internet prosperano le "farmacie compra e fuggi" che vendono steroidi e altri veleni ai culturisti delle palestre. Tu paghi, e dopo un po' puoi vincere un concorso e diventare Mister Muscolo a Cantù, oppure a Brisighella. La differenza è che, almeno, i calciatori diventano miliardari, e se si vendono l'anima non lo fanno gratis (il loro procuratore non lo permetterebbe mai). Alla fine, però, tutti passeranno a pagare il conto a Mefistofele: magari prima dei 40 anni, come è già successo a diversi calciatori, anche di serie A e abbastanza famosi. E poi, via: il calcio, "una cosa seria"? Se mettiamo insieme le scommesse, le partite vendute, gli sprechi miliardari, i falsi in bilancio, Galliani presidente della Lega Calcio, il doping, i tifosi violenti, e tutto quanto il resto (che non manca), per gli scudetti passati da riassegnare restano in lizza solo l'Atalanta e il Piacenza (e anche qui, non è mica detto...) - Tu parli così perché sei juventino - risponde duro il mio interlocutore. - Vedi il mondo solo in bianco e nero, - aggiunge un altro, arrabbiatissimo. Ebbene sì, ho una grande dote naturale: so far andare in bestia le persone. Basta informarsi un po', avere una discreta memoria e andare in giro a dire ai bambini (anche a quelli di 40 anni e passa) che Babbo Natale non esiste. Non che il fatto di aver ragione dia una gran soddisfazione, anzi: il più delle volte aver ragione rende tristi e fa litigare, e mica solo nel calcio. Tranquilli, non ho detto niente a nessuno. ![]() |
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| Telequiz Antenore 19 dicembre 2004 - E lei mi sa dire, eh, caro giudice Caselli, come mai prima del 1994, prima della sua entrata in politica, nessuno aveva mai aperto un'inchiesta su Berlusconi? Eh? Me lo sa dire, eh, come mai le ispezioni della Finanza cominciano dopo la discesa in campo di Berlusconi? Eh? Me lo sa dire, eh? Questa è facile, la so. So la risposta, e potrei ben dirla all'onorevole Cicchitto: "Perché prima c'era Craxi. " Bettino Craxi, quello che non faceva i decreti salvapreviti ma direttamente quelli salva-antenne (di Berlusconi). Beh, non ho vinto niente, e poi non potevo partecipare, da casa mia: e Ballarò non è una trasmissione a premi, peccato. Però era una domanda proprio facile facile, scontata: chissà come mai Cicchitto se l'era posta e Boselli e D'Onofrio se ne sono stati zitti. Sono ancora qui che me lo chiedo, pensate un po'. ![]() |
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| Radici e Tradizioni d'Italia, n.3 Antenore 18 dicembre 2004 Sfoglio il giornale della tv e vedo che danno in tv un film che due anni fa ero andato a vedere al cinema. Bene, penso, così me lo rivedo con calma. Ma poi controllo l'orario: alle 2:45 (di notte), naturalmente su Retequattro. E' un film in prima visione, e anche abbastanza spettacolare: non dico da prima serata, ma insomma... E invece no, i nostri piccoli censori di mediaset si sono mossi per tempo e lo hanno nascosto con cura, che non si veda troppo in giro, questo film che ha per protagonista un negro (pardon: un aborigeno australiano), ma che non è un negro che fa ridere come Eddy Murphy, e dove il cattivo è un leghista bianco (pardon, uno sceriffo australiano). Il film è "The tracker" di Rolf de Heer, se può interessare; ma non è importante che sia questo film oppure un altro. A me viene in mente Zdanov, che era un potente ministro di Stalin. Stalin era un tipo singolare, era appassionato d'arte e anche competente. Si era messo in testa di indirizzare anche cinema, musica, letteratura, arti visive: e Zdanov era il suo strumento in questo campo. Penso a Bulgakov e a Sciostakovic, due dei più grandi talenti del secolo scorso: Stalin un po' li coccolava, e un po' li minacciava. "Ma perché scrivi queste cose", diceva sorridendo; e lo scrittore e il musicista prendevano una gran paura.. Berlusconi assomiglia a Stalin. Come Stalin, Berlusconi accoglie, accarezza, blandisce, minaccia. I suoi Zdanov sono tanti, piccoli potenti e terribili; sono seduti alle poltrone dirigenziali di radio e televisioni, ma anche di cinema e giornali. Lavorano bene, e sanno dove colpire. Non è tanto una censura politica diretta, ma qualcosa di più subdolo: guai a chi pecca di intellettualismo! Il popolo non le capisce, le cose difficili. E poi bisogna essere positivi, allegri, ottimisti; e fare in modo che gli inserzionisti (che portano i soldi, e perciò comandano) comprino gli spazi pubblicitari. Il popolo va educato, mica si può fargli vedere, leggere e ascoltare di tutto; c'è chi vede in anteprima i film pericolosi, ascolta le musiche troppo complicate per il popolo, i romanzi troppo complessi, eccetera. Si apprezza la buona musica, è ovvio: ma la si trasmette alle 9 del mattino, oppure a mezzanotte. I piccoli Zdanov vedono e decidono; se è il caso, epurano. E, se un artista è davvero simpatico al Capo, magari gli organizzano un incontro e gli danno un piccolo spazio dove esprimersi. Meno male: in Italia non c'è abbastanza spazio per una Siberia, i gulag non sono ancora tornati di moda, e i pochi posti isolati da tutto, dove una volta si mandavano al confino i dissidenti, oggi sono mete turistiche ben collegate. Berlusconi non somiglia a Mussolini, somiglia proprio a Stalin: ed anche questa, se si vuole, può essere una piccola delusione italiana; o forse, invece, un bel passo in avanti. Berlusconi è molto più efficiente di Mussolini, meno grossolano e più amichevole, ma anche molto più duro e spietato. A proposito, Dimitri Sciostakovic era un grande appassionato di calcio: correvano gli anni '30, ed era tifoso della Dinamo di Leningrado. Seguiva la sua squadra anche in trasferta, ed erano ovviamente trasferte lunghissime e faticose: Odessa, Tbilisi, Mosca, Kiev, Baku... I giocatori più forti erano due fratelli, Piotr e Nikolaj Dementiev. Nel catalogo delle sue opere ci sono anche musiche scritte pensando alla sua squadra del cuore: un balletto, e musica da film. Chissà se esiste ancora, la Dinamo di Leningrado, e come si chiama oggi. E chissà che colori avevano le sue maglie... ![]() |
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| Radici e Tradizioni d'Italia, n.2 Antenore 16 dicembre 2004 - Da un rapporto recente della FAO, sono milioni i bambini che rischiano ogni giorno di morire per denutrizione. Come questo bambino che vedete nelle nostre immagini e che domani, senza un aiuto, potrebbe non essere già più vivo. - Meglio, che se no diventa grande e poi viene su anche lui qui da noi.
Vi siete scandalizzati? Io no, perché ci sono abituato. Questi discorsi li sento da quarant'anni, cioè da sempre. Magari li sentivo a proposito dei napoletani, ma la sostanza non cambia. Così come sono sempre esistiti i progettisti del Muro, quello che avrebbe dovuto fermare l'invasione: chi lo voleva a Firenze, chi appena di qua dal Po; e facevano quasi simpatia quelli che inneggiavano all'Etna distruttore della Sicilia, o magari ad un bel terremoto che dividesse l'Italia in due, possibilmente con tante vittime dall'altra parte. E, infine (ma questa è roba recente), che quelle barche lì andrebbero affondate a colpi di cannone, e poi sparare sui superstiti.Beh, insomma, niente male per un Paese cristiano. E' esattamente questo che dice Gesù nel Vangelo, se non sbaglio: di prendere gli stranieri extracomunitari e di buttarli fuori a calcioni. E con queste esatte parole, se non ricordo male. Non so quale sia la vostra soglia di sensibilità, ma io non mi scandalizzo più da tanto tempo. Gente ignorante, mi dicevo; spesso, parole di ubriachi al bar. Quello che mi preoccupa, invece, è che oggi, Anno Domini 2004, gli ubriachi da bar sono in Parlamento, e anzi alcuni di loro sono Ministri della Repubblica. E' il progresso, credo: o, almeno, così mi dicono in televisione: e la televisione, si sa, ti mostra i fatti. Mica si possono inventare, i fatti; e poi, di estracomunitari sono piene le nostre strade e le nostre piazze. Vieni giù, che ti faccio vedere. Vieni, vieni a fare un giro e a vedere che cosa hanno combinato, qui sotto... |
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| Radici e Tradizioni d'Italia, n.1 Antenore 15 dicembre 2004 Una voce alla Frank Sinatra; anzi, forse è proprio la sua: - oooh, jingle bells, jingle bells, jingle all the way... Con molto swing, naturalmente: che non è mica un Natale qualsiasi, è roba da raffinati. Non è la radio, e nemmeno un disco in casa di amici: è la strada principale del mio paese, il "salotto buono", cento metri scarsi e un po' deperiti che rappresentano per noi quello che Corso Vittorio Emanuele è per Milano. La giunta e la ProLoco (ebbene sì, abbiamo una ProLoco: come Rimini e come Sanremo) hanno deciso che mettere altoparlanti e filodiffusione per la strada è un'eccellente idea. Così, la strada è piena di "musiche natalizie" appositamente scelte: e sembra di essere all'ipermercato, ma pazienza. Vuol dire che girerò al largo, tanto non ho niente da fare qui e casa mia è abbastanza lontana. Quella stessa sera, a Gerry Scotti mettono davanti il nome di Sciostakovic. Non sa proprio leggerlo, non se ne capacita, di quel nome così ostico; balbetta qualcosa, brontola un "macomesifà" rivolto agli autori, e poi esce dall'imbarazzo, radioso, con il nome di un calciatore: prendendosi un bell'applauso. Intendiamoci: Gerry Scotti a me non dispiace, meglio lui di quasi tutti gli altri personaggi tv. Però anche questo è un bel segnale, perciò mi fermo e ci ragiono un po' sopra. Dimitri Sciostakovic è uno dei grandi del '900, e ha scritto musiche straordinarie e struggenti. Anche se non è famoso come Stravinskij, e non ha scritto Pierino e il lupo come Prokofiev, forse i fans di Nicole Kidman si ricordano di quel suo valzer che apriva "Eyes wide shut". Beh, ovvio che non siamo enciclopedie viventi e non possiamo arrivare dappertutto, ma mi sembra strano che il nome di Sciostakovic non sia mai giunto alle orecchie di un uomo di spettacolo di 48 anni che conduce un programma quasi culturale. Comunque, in questi casi, quando non capiamo un nome o una parola, andiamo a cercare nella nostra memoria qualcosa che gli somigli: è normale, naturale, lo facciamo tutti. E quindi Scotti va a pescare nel campo naturale delle sue competenze: l'album delle figurine dei calciatori, dove oggi c'è un certo Stankovic (gioca nell'Inter). Di seguito, non si accorge di uno svarione dei suoi autori su Sant'Antonio ed è una concorrente a farlo notare (Antonio Abate, fondatore del monachesimo cristiano, visse quasi mille anni prima del frate francescano Antonio da Padova); e, prima della fine della puntata del telequiz, trova il tempo per un'elegia interminabile su un pilota di Formula Uno morto qualche anno prima. Aggiungiamoci il fatto che Scotti nasce alla radio (commerciale) come dj, e quindi sa tutto sulle canzonette e sui personaggi tv, ed ecco il ritratto perfetto e completo dell'Italia del Nuovo Millennio. Voi pensavate che le nostre radici fossero Giotto, Michelangelo, Dante, Petrarca, Verdi e Manzoni? Tutto sbagliato, e basta poco per accorgersene. Del resto, non è una mia invenzione il Ministro della Repubblica (si chiama Gasparri) che si duole del non avere Mike Bongiorno in Parlamento come senatore a vita: e invece è successo la settimana scorsa. Quarant'anni fa, o forse anche un po' di più, Umberto Eco scriveva il famoso saggio intitolato "fenomenologia di Mike Bongiorno"; oggi bisognerebbe scrivere di Gerry Scotti, che è perfetto per rappresentare il nostro background odierno. Noi italiani del 2004 sappiamo tutto del Festival di Sanremo, del Milan e della Ferrari, e magari anche dei film pornografici; ma la cultura, suvvìa, la cultura... E' una cosa così noiosa, figuriamoci. La cultura, sì, è importante, certo che è importante, ma vuoi mettere, eh? E via con una bella smorfia, su quel faccione simpatico; e poi la Pubblicità, come è giusto che sia. E che cosa mi dà la Pubblicità, oggi che siamo sotto Natale? Ma è ovvio, jingle bells: e in versione (quasi) rap; e di seguito mi si dice che la nutella è la Tradizione®, e anche questo è giusto, anzi ovvio. Grazie alla pubblicità, e da molto tempo, per i bambini italiani Babbo Natale è il vero Simbolo Cristiano, avendo sconfitto clamorosamente sia Gesù Bambino che tutte le altre nostre antiche tradizioni natalizie. Ma veramente, dico: mica vorrai ascoltare in strada "Tu scendi dalle stelle", che l'ha scritta un Santo Cristiano ma è una palla mortale, oppure tornare ai tuoi bei tempi che alla Befana ti regalavano una calza con dentro i mandarini e le spagnolette? No, vero? E allora, via: tutti insieme, un due tre: jingle bells, jingle bells... ![]() |
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| L'agente segreto (3) Antenore 13 dicembre 2004 E Mr. Vladimir illustrò la sua idea, calandola dall'alto sprezzante, infinitamente superiore, ma rivelando allo stesso tempo una tale ignoranza circa gli scopi, il modo di pensare e gli effettivi metodi dell'ambiente rivoluzionario da riempire di costernazione il silenzioso Verloc. Confondeva cause ed effetti più del lecito; i propagandisti più illustri con focosi bombaroli; dava per scontata, una qualche organizzazione dove non poteva esistere nella natura delle cose; a volte parlava del partito socialrivoluzionario come di un esercito perfettamente disciplinato in cui la parola dei capi era incontrastata, e subito dopo come se fosse la più sgangherata accozzaglia di briganti disperati che mai abbia trovato rifugio fra le gole delle montagne. Solo una volta Mr Verloc apri la bocca per protestare, ma il levarsi di una grande mano bianca e ben proporzionata lo bloccò. Ben presto era troppo stupefatto anche solo per osare protestare. Stette lì ad ascoltare, troppo spaventato per muoversi, immobile come se fosse profondamente interessato." Una serie di attentati ", continuò calmo Mr Vladimír, " perpetrati qui, in questo paese, non solo progettati qui: non basterebbe, non sarebbe abbastanza per smuoverli. I suoi amici potrebbero dar fuoco a metà Continente senza influenzare l'opinione pubblica di qui a favore di una legislazione repressiva mondiale. Qui non guardano oltre il loro orticello. " Mr Verloc si schiarì la gola, ma non se la senti e non disse nulla. " Non c'è bisogno che questi attentati siano troppo sanguinari ", prosegui Mr Vladimir, con l'aria di tenere una conferenza scientifica, " basta che siano sufficientemente eclatanti, efficaci. Mettiamo che siano rivolti contro gli edifici, per esempio. Qual è il feticcio del momento, che tutta la borghesia riconosce, eh, Mr Verloc? " Mr Verloc allargò le braccia limitandosi a scrollare appena le spalle. " Lei è troppo pigro per pensare ", fu il commento di Mr Vladimir a quel gesto. " Stia bene a sentire quanto sto per dirle. Il feticcio del momento non è né la monarchia né la religione. Quindi palazzi reali e chiese vanno lasciati perdere. Lei capisce quello che voglio dire, Mr Verloc? " (...) Non c'è giornale che non abbia già delle frasi belle e pronte per commentare avvenimenti del genere. lo sto per illustrarle la filosofia del bombarolo dal mio punto di vista; dal punto di vista che lei ha fatto finta di servire per gli ultimi dodici anni. Cercherò di farmi capire anche da lei. La sensibilità della classe contro cui vi scagliate fa presto a intorpidirsi. La proprietà appare loro come qualcosa di indistruttibile, non potete aspettarvi che i loro sentimenti, siano essi di paura o di pietà, durino troppo a lungo. (...) E poi io sono un uomo civilizzato. Non mi sogno nemmeno di ordinarle di organizzare una carneficina, anche se mi potrei aspettare da essa dei risultati ottimali. Non è da una carneficina che mi aspetto i risultati che auspico. L'assassinio fa parte della nostra vita. E' quasi un'istituzione. Il gesto dimostrativo deve essere rivolto conto il sapere, la scienza, ma non una scienza qualsiasi. L'attentato deve avere la sconvolgente insensatezza di una bestemmia gratuita. Essendo le bombe i vostri mezzi di espressione, sarebbe una cosa veramente emblematica se si potesse lanciare una bomba dentro la matematica pura, cosa, questa impossibile. Ho cercato di istruirla; le ho esposto la somma filosofia della sua utilità suggerendole degli argomenti che potrebbero essere utili. L'applicazione pratica dei miei insegnamenti interessa prima di tutti lei. Sin da quando l'ho convocata per questo colloquio ho anche pensato all'aspetto pratico della questione. Che ne dice se ci provassimo con l'astronomia? " Era da un po' che l'immobilità di Mr Verloc accanto alla poltrona assomigliava a un collasso comatoso, una sorta di insensibilità interrotta da leggeri sussulti convulsi, quali si possono osservare nel cane di casa in preda a un incubo, sdraiato sul tappetino davanti al caminetto. E fu con un impacciato ringhio canino che ripeté la parola: "Astronomia..." (...) " Può andare ", disse Vladimir. " Bisogna provocare un attentato dinamitardo, a Greenwich. Le do un mese. Al momento i lavori della Conferenza sono sospesi. Se non succederà qualcosa qui, in questo paese, prima che torni a riunirsi, il suo rapporto con noi si interrompe. " Cambiò poi di nuovo tono con disinvolta versatilità. " Ci pensi alla mia filosofia, Mr... Mr... Verloc ", disse, con superiorità sprezzante, indicando la porta. " Ci provi con il primo meridiano. Lei non conosce i ceti medi come li conosco io. La loro sensibilità è intorpidita. Il primo meridiano. Non c'è niente di meglio e, direi, di più facile. " Si era alzato e, con le sottili labbra sensibili contratte nervosamente, seguì nello specchio sopra il caminetto Mr Verloc che usciva all'indietro dalla stanza con passo pesante, tenendo in mano cappello e bastone. La porta si richiuse. (Joseph Conrad, L'agente segreto, capitolo secondo) |
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| L'agente segreto (2) Antenore 12 dicembre 2004 (...) " Se soltanto avesse la bontà di consultare i miei rapporti ", rimbombò la sua grande voce di basso da tribuno, " vedrà che appena tre mesi fa ho lanciato un avvertimento in occasione della visita a Parigi del granduca Romualdo, che è stato poi trasmesso per telegrafo alla polizia francese, e... "
" Ma lasci perdere, è meglio! " sbottò Mr Vladimir, aggrottando la fronte con una smorfia. " La polizia francese non sapeva che farsene del suo avvertimento. Non ruggisca a quel modo. Che diavolo le passa per la testa? (...) Bene, lasci allora che le parli chiaro. La voce non ci basta. Non sappiamo che farcene della sua voce. Non vogliamo una voce. Vogliamo fatti. Fatti eclatanti, accidenti a lei ", aggiunse, prendendosi una libertà feroce, proprio in faccia a Mr Verloc. (...) Lei si fa passare per un agent provocateur. Il mestiere di un agent provocateur è per l'appunto quello di provocare. A giudicare dal suo stato di servizio lei non ha fatto niente negli ultimi tre anni per guadagnarsi lo stipendio. "" Niente! " esclamò Verloc, senza muovere un muscolo, e senza alzare gli occhi, ma con una nota di sincerità nella voce. " Più volte ho prevenuto quello che sarebbe potuto diventare... " " C'è un proverbio in questo paese che dice che prevenire è meglio che curare ", lo interruppe Mr Vladimír, buttandosi sulla poltrona. " In linea generale, è un proverbio stupido. Non c'è fine alla prevenzione. Ma è tipico. In questo paese detestano i tagli netti. Non sia troppo inglese. E in questo caso particolare non sia assurdo. Il male è già qui. Non ci serve la prevenzione: ci serve una cura. " (...) " Mi permetta di osservare ", disse Verloc, " che se sono venuto qui è perché sono stato convocato con una lettera perentoria. Sono stato qui solo due volte negli ultimi undici anni, e certamente mai alle undici di mattina. Non è molto prudente farmi venire così. C'è anche la possibilità che qualcuno mi veda. E per me non sarebbe uno scherzo. " Vladimir scrollò le spalle. " Vanificherebbe la mia utilità ", continuò l'altro, infiammandosi. " Problemi suoi ", mormorò Mr Vladímir, con dolce brutalità. " Quando cesserà di essere utile faremo a meno dei suoi servizi. Sì. Proprio così. Un taglio netto. Lei verrà... " Mr Vladimir fece una pausa aggrottando la fronte; non gli veniva un'espressione abbastanza idiomatica, ma di colpo si illuminò con un ghigno che gli scoprì i denti, meravigliosamente bianchi. " Lei verrà sbattuto fuori ", disse, con ferocia. (...) " Avremmo in mente di somministrare un bel tonico alla Conferenza di Milano ", disse come se niente fosse. " Le discussioni che si stanno tenendo sulla repressione della criminalità politica non portano da nessuna parte. L'Inghilterra continua a rimandare. Quant'è ridicolo questo paese, con il suo sentimentale rispetto della libertà individuale. (...) La cosa che gli ci vorrebbe adesso sarebbe un bello spavento. Psicologicamente, questo è il momento per mettere al lavoro i suoi amici. L'ho fatta venire per illustrarle la mia idea. " (Joseph Conrad, L'agente segreto, capitolo secondo) |
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| L'agente segreto (1) Antenore 11 dicembre 2004 Il 12 dicembre 1969, dal telegiornale, vengo a sapere che un bambino della mia età aveva perso una gamba in un attentato: era la strage di Piazza Fontana, a Milano, ed era la prima volta che succedeva qualcosa di così grave in Italia. Molti anni dopo, almeno trenta, mi sono trovato a leggere "L'agente segreto", un romanzo di Conrad. Joseph Conrad scrisse "L'agente segreto" nel 1911. E' una data che mi fa impressione, in quest'Italia di Piazza Fontana, ma anche dell'Italicus, di Piazza della Loggia e di tanti altri "misteri irrisolti": 1911, quasi cent'anni fa. In questo libro Conrad abbandona i racconti di mare, le navi che non salpano per mancanza di vento, il primo incarico che tarda ad arrivare, le donne forti e appassionate, il Borneo, l'Indonesia e perfino il sole dei tropici. Siamo a Londra, tra le nebbie e i colori grigi della vita quotidiana; il signor Verloc non è più giovane ma si è appena sposato con una ragazza quieta dedita alla casa, e insieme hanno un negozio. Nel negozio non entra nessuno, i clienti sono una rarità eppure mister Verloc, la sua signora e il fratello di lei, un giovane un po' ritardato, se la passano benino. Il che non è compatibile con l'andamento delle loro entrate, quindi c'è sotto qualcosa: infatti il quieto e grigio Mr. Verloc è un informatore della polizia, infiltrato in un gruppo di anarchici; e da molti anni manda regolari rapporti che gli vengono regolarmente pagati. Ovviamente nessuno sa niente di questa sua attività, e anche la giovane moglie ne è completamente all'oscuro. Tutto sembra procedere bene, insomma: ma un giorno, in pieno giorno, Verloc viene inaspettatamente convocato dai suoi superiori.
(...) " Ho qui alcuni dei suoi rapporti ", disse il burocrate con una voce inaspettatamente dolce e stanca, premendo con forza l'indice sui fogli. Fece una pausa; e Mr Verloc, che aveva riconosciuto benissimo la propria scrittura, attese in silenzio quasi trattenendo il fiato. (...) " Ciò di cui c'è bisogno ", disse l'uomo delle carte, " è che si verifichi qualcosa di molto preciso che li stimoli a vigilare di più. Questo rientra nella sua area di competenza, non è così? "Mr Verloc non rispose in alcun modo, se non con un sospiro, che si lasciò sfuggire senza volere, tanto che cercò immediatamente di dare alla sua faccia un'espressione allegra. Il funzionario sbatté gli occhi, come per effetto della luce fioca della stanza, ma aveva un'espressione dubbiosa. Ripeté vagamente: " La vigilanza della polizia... e la severità dei giudici. L' indulgenza in genere dei procedimenti giudiziari, qui, e la completa mancanza di qualsiasi misura repressiva sono uno scandalo per l'Europa. Ciò che è auspicabile in questo momento è l'accentuazione dello scontento: del fermento che certo esiste... " " Certo, certo ", l'interruppe Mr Verloc con una deferente, profonda voce di basso da tribuno, così diversa dal tono con cui aveva parlato sinora che il suo interlocutore rimase profondamente stupito. " Esiste ed è un grande pericolo. I miei rapporti degli ultimi dodici mesi lo mostrano abbastanza chiaramente. " " I suoi rapporti degli ultimi dodici mesi ", cominciò il consigliere di stato Wurmt col suo tono gentile e distaccato, " sono stati da me letti. Non sono riuscito a capire perché lei si sia scomodato a scriverli. " Per un po' regnò un silenzio triste. Sembrava che Mr Verloc si fosse ingoiato la lingua, mentre l'altro fissava i fogli sulla scrivania. Finalmente li scostò con una leggera spinta. " Lo stato di cose che lei vi illustra si può dare per scontato che sia tale, essendo la condizione prima del suo impiego. Ciò che le si richiede al momento non è scrivere, ma porre in essere un fatto chiaro, significativo, oserei quasi dire un fatto allarmante. " " E' superfluo dire che tutti i miei sforzi si indirizzeranno a tal fine ", disse Mr Verloc, modulando con convinzione il suo roco tono colloquiale. Ma la sensazione di essere scrutato dall'altro lato della scrivania da quegli occhi che sbattevano dietro il cieco riflesso degli occhialini lo sconcertava. Si fermò di colpo con un gesto di assoluta devozione. L'utile e operoso, per quanto oscuro membro dell'Ambasciata aveva l'aria di essere rimasto colpito da un'idea improvvisa. " Lei è molto corpulento ", disse. Questa osservazione, in effetti di natura psicologica, e proposta con discrezione ed esitazione da un burocrate piú avvezzo a penne e calamai che ai requisiti della vita attiva, ferì Mr Verloc come un rilievo personale oltremodo maleducato. Fece un passo indietro. " Che cosa? Che cosa si è compiaciuto di dire? " Il cancelliere d'Ambasciata, incaricato di condurre questo colloquio, sembrò ritenere che fosse troppo per lui. "Credo", disse,"che sarebbe meglio se vedesse Mr Vladimir. Sì, decisamente penso che lei dovrebbe vedere Mr Vladímir. Abbia la bontà di attendere qui ", aggiunse, e usci a piccoli passi. (Joseph Conrad, L'agente segreto, capitolo secondo) |
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| Europa riconosciuta Antenore 9 dicembre 2004 Non vado più alla Scala dal 1997, ma la sera del 7 dicembre scorso mi sono messo diligentemente in ascolto alla radio (per una volta, e finché dura, benemerito servizio pubblico: Radiotre Rai), e quindi posso raccontarvi come è andata. Comincio dalle cose belle: la musica, e Riccardo Muti. Muti è una sicurezza, soprattutto in questo repertorio, e cioè il Settecento, secolo al quale sembra perfino appartenere fisicamente. Se volete ascoltare Gluck e Haydn, ma anche Jommelli, Cimarosa, Pergolesi e tutta la grande scuola napoletana, Muti è il direttore ideale. Dirige bene anche il resto, ma in questo repertorio è straordinario. E, dunque, ha diretto magnificamente anche Salieri. "Europa riconosciuta" è proprio un'opera del Settecento, anzi: neoclassica. Nasce da Gluck ma si intuisce già Rossini (nascerà nel 1792, 14 anni dopo quest'opera), e perfino Verdi (la scena della morte di Egisto, nel secondo atto). Non avevo mai ascoltato niente di Salieri, ed ero curioso: adesso vorrei saperne di più, ma per oggi sono contento. Detto che i cantanti erano ottimi, con menzione speciale per Desirée Rancatore, passo alle dolenti note. Ho letto e ascoltato, con raccapriccio, del peso delle scenografie: tonnellate, si è vantato qualcuno. Possibile? Leggo il libretto, riascolto l'opera: non c'è quasi azione scenica, si potrebbe perfino dare in forma di concerto. Per dirla tutta, io avrei affidato le scenografie a Emanuele Luzzati, con i suoi bei teatrini colorati di cartone; e i personaggi, dai nomi mitologici, sono poco più che pupazzi. Sono sicuro che Ronconi e Pizzi hanno fatto un gran lavoro, ma ne valeva la pena? Sorvolo sulle spese per questi gran lavori, perché ne ho già parlato. Anzi, vorrei sorvolare ma non posso: giornali e telegiornali parlano solo di questo. Mi fa piacere sentire Carla Fracci, al Tg3: dice che non è stato giusto demolire completamente gli edifici dietro al palcoscenico, la Scala era un teatro d'epoca e adesso invece è un'altra cosa... Altra nota dolente, anzi dolentissima: come tutti gli anni, e quest'anno di più, mi tocca di sorbirmi tutta la parata dei vip ai quali l'opera non interessa affatto, ma ci vanno lo stesso e ne rovinano l'immagine con commenti idioti, che i giornalisti riportano con devozione. Per esempio, se fosse vero che Berlusconi ha detto "è un'opera deliziosa", sarebbe da incorniciare. Si possono dire tante cose di un'opera lirica seria del '700, ma "deliziosa" è il parere di uno che avrebbe voluto stare altrove e che non ha capito niente (secondo me lo ha detto davvero). Di fuori, al freddo, confinati in uno steccato, gli operai dell'Alfa Romeo provano a far parlare almeno per un secondo di cose serie, e del futuro dell'Italia. Vedo in tv il sindaco Albertini raggiante, e ne ha tutte le ragioni, in questo caso. Ma se io fossi lì vicino gli chiederei come va il depuratore di Milano, e di certo sarei un pessimo giornalista, se questo fosse il mio mestiere. (Nota per chi ha visto il film: il Requiem di Mozart fu commissionato dal conte Walsegg e trascritto dall'allievo Süssmayr; e se Antonio Salieri fosse ancora vivo potrebbe querelare Milos Forman e portarsi a casa una montagna di soldi.) (Però il film è molto bello ed è da vedere, o da rivedere) ![]() |
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| Perché non vado più a teatro, n.4 Antenore 7 dicembre 2004 E, infine, ci metto i registi. A teatro, e ormai anche all'opera, non si vedono più Shakespeare e Pirandello, o Strindberg e Verdi: ma le personalissime riscritture di questo e quel regista. Non ci sarebbe niente di male, e spesso si tratta di cose interessanti: ma se vado a teatro per vedere Amleto, o Macbeth, o Rigoletto, mi aspetto uno studio su quei personaggi, personaggi che non finiscono mai di stupire ad ogni lettura. Si può recitare Shakespeare anche in mutande, e farlo bene; e del resto Shakespeare era il primo a prendere in giro se stesso e i riti e le convenzioni del teatro, come si può vedere nel "Sogno di una notte di mezz'estate". Però basta parlar chiaro, come si fa al supermercato (e in questo caso un bel grazie al legislatore, per una volta attento): queste mele vengono dalla Cina e non dal Trentino, però sono buone: le vuoi comprare lo stesso? E così dovrebbe essere anche sui cartelloni dei teatri: questo non è il Woyzeck come lo ha scritto Büchner, è una sua riscrittura/riduzione fatta dal Grande Regista. Ti va bene lo stesso? Sei disposto a spendere 40 euro per stare seduto due ore in una poltrona scomoda per ascoltare il Grande Regista? Non so, forse esagero, forse divento vecchio, e forse mi conviene davvero di starmene a casa, almeno non disturbo nessuno. Comunque sia, è così che vedo il teatro, in questo finale d'anno del 2004. Non è un gran che, e me ne dispiace: chissà, forse con l'anno nuovo riuscirò ad essere più costruttivo. Taluni suppongono che, accanto al gran trucco generale, ci sia in ogni caso, fatto apposta per loro, un piccolo trucco particolare, per cui, ad esempio, durante la recita di una commedia d'amore, l'attrice, oltre al sorriso falso destinato al suo amante, abbia anche un sorriso particolarmente subdolo per un ben determinato spettatore in loggione. Questo si chiama andar troppo oltre. (Franz Kafka, Quaderni in ottavo, edizione Oscar Mondadori pag. 107) ![]() |
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| Perché non vado più a teatro, n.3 Antenore 6 dicembre 2004
(...)Certo, adesso mi sento più libero, la censura non mi perseguita. Semmai è la questione finanziaria a tormentarmi. Ma questo avveniva anche prima, e gli attori sono sempre mal pagati. Ora però c'è una prospettiva: se decide di farsi una vita qui, la giovane generazione si impegna. E si può sperare che i migliori ce la faranno, se non si comincerà di nuovo a sfruttare il patriottismo, a esaltare presunti meriti nazionali. Se si rimetteranno in circolazione queste vecchie, logore lusinghe per la parte più arretrata della società, non vedo niente di buono per l'immediato. (...) Penso che in Russia il teatro neppure ieri abbia occupato un posto centrale dato che, come disse Lenin, "l'arte principale è il cinematografo" ; e adesso si può dire che l'arte principale è la televisione. (...) Il teatro era un'arte d'élite, e tale è rimasto. Anzi, ha cominciato ad occupare un posto ancora più modesto in quel mostruoso flusso d'informazione che ogni giorno si riversa sugli infelici cittadini della nostra piccola terra in perpetuo conflitto. (...) Sta avvenendo un intorbidimento delle menti che minaccia di rovinare la civiltà. Cala il livello delle conoscenze, e avviene un imbarbarimento del genere umano. Anche il teatro suscita allarme. Si comincia a perdere in vari campi ciò che si chiama professionalità, mestiere. L'impoverimento delle anime è un processo più complesso, mentre la perdita di professionalità comincia già ad essere un pericolo. (il regista russo Jurij Ljubimov, da un'intervista al Corriere della Sera del 20.12.2002)Che bella cosa che è stata, il Premio Nobel a Dario Fo. Non se ne poteva più dei nostri poeti, spesso sedicenti poeti. Intendiamoci, ne avevamo ancora di grandi, sei anni fa: ma finalmente il Premio Letterario più importante del mondo è andato a un attore/autore, quasi come se avessero premiato Molière. Peccato che, vent'anni fa, a Stoccolma non abbiano avuto lo stesso coraggio premiando Eduardo; e peccato ancora che, in tempi recenti, non abbiano premiato Italo Calvino e Primo Levi (peccato soprattutto per Levi.: ma questo è un altro discorso). Ma, dovendo scegliere un italiano, Dario Fo era quanto di meglio si potesse scegliere. Si è scelta la vita, l'allegria, l'impegno, l'osservazione della vita quotidiana, il recupero del teatro popolare. E' stata una ventata d'aria fresca, e una colossale risata alla faccia della destra più ammuffita e livorosa. Peccato che sia passata presto... |
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| Perché non vado più a teatro, n.2 Antenore 5 dicembre 2004 Ho sempre amato molto il teatro, eppure non ci vado quasi più. E' un voltafaccia che insospettisce anche me. Cos'è accaduto? Quando è accaduto? Sono cambiato io o è cambiato il teatro? Non lo amo più o lo amo troppo? Quand'ero adolescente, a partire dai 14 anni, ho frequentato i teatri del Cartel. Andavo regolarmente ai Mathurins e all'Atelier a vedere gli spettacoli di Pitoeff e di Dullin (più raramente quelli di Jouvet e Baty); mi piaceva il repertorio di Pitoeff e adoravo Dullin come attore, perché non incarnava i suoi ruoli: era il ruolo che aggiungeva il respiro di Dullin, sempre se stesso qualsiasi cosa recitasse (...) Questa illuminazione è stata un incendio: davanti ai miei occhi non è rimasta traccia del teatro francese; tra il Berliner Ensemble e gli altri teatri ho percepito una differenza non di grado ma di natura e , quasi, di storia. Da ciò deriva il carattere radicale che quest'esperienza ha avuto per me. Brecht mi ha fatto passare la voglia di ogni teatro imperfetto; e proprio a partire da quel momento, credo, non sono più andato a teatro. (Roland Barthes, da Repubblica del 22.11.2002)( da un saggio su Brecht pubblicato in "Scritti sul teatro", editore Meltemi) E poi c'è la questione dei prezzi. Quanto costa, andare a teatro? Dai 20 euro in su, magari anche 50. No grazie, così non va - e non m'interessano più di tanto i discorsi degli addetti ai lavori. Ne prendo atto, e ne convengo; magari con un rispettoso inchino, come le maschere del Teatro dell'Arte. Ma ormai il teatro è uscito dai teatri, e si fa per strada, in mezzo alla gente, magari al bar davanti ad un cappuccino, e gratis: per il piacere di far ridere una ragazza o un amico, o magari per far sorridere un passante o una commessa, e sempre senza farsi troppo notare, scegliendo il tempo come sapevano fare solo i grandi attori; o magari in discoteca, la sera, esagerando nel ballare e nel vestirsi, e per il solo piacere di farsi notare. Così funziona: non funziona più, neppure con Shakespeare, se a recitare è una compagnia di giovani figli di papà, come succede sempre più spesso. Infatti, come dicono gli addetti ai lavori, i biglietti costano molto perché mantenere una compagnia di teatro è molto costoso: e allora chi te lo fa fare? Bisogna trovare uno sponsor, e chi c'è di meglio del politico o dell'industriale col figlio o la figlia desiderosa di realizzarsi facendo l'attrice o l'attore? Per quanto mi riguarda, e tornando a quello che diceva Barthes, il mio punto di non ritorno è stato Tadeusz Kantor. Un evento irripetibile, e non raccontabile. Straordinario e straziante, la cosa più bella e più terribile che mi sia capitato di vedere a teatro, e soprattutto non raccontabile. Come si fa ad andare ancora a teatro dopo aver visto Kantor? Es ist vollbracht, tutto è compiuto... ![]() |
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| Perché non vado più a teatro, n.1 Antenore 3 dicembre 2004 "L'unica cosa che ho mai ricavato dal teatro è un sedere dolorante." (Paul Mc Cartney, metà anni '60) Ci sono andato per tanti anni, a teatro. Avevo 17 anni e un amico mi aveva portato al Piccolo Teatro, a Milano, a vedere i grandi spettacoli shakespeariani di Strehler: Re Lear, la Tempesta... Spettacoli rimasti memorabili anche per la loro sobrietà : la scena spoglia, pochi elementi essenziali, le luci... Un teatro quasi come al tempo di Leonardo, o di Monteverdi. Con macchinari ed effetti, ma ben calibrati e funzionali al racconto; per il resto, professionalità, recitazione e grande attenzione al testo.
E poi c'erano degli attori meravigliosi, gli ultimi eredi della grande tradizione: dovendo fare un nome per tutti, parlando del Piccolo, si impone quello di Tino Carraro. I sedili del Piccolo erano stretti e scomodi, e chi passa i 180 cm di statura e doveva starci seduto per due ore di fila finiva con il capire anche troppo bene quello che intendeva il giovane Mc Cartney. Perché allora andare a teatro, se si deve star scomodi e soffrire? La risposta è in quei due nomi che ho fatto: Tino Carraro, e Giorgio Strehler. Più tanti altri, che vi risparmio perché a chi non c'era, come capita sempre in questi casi, sembrerebbe soltanto un elenco di nomi. Difficile da spiegare anche perché di Tino Carraro, per esempio, tra cinema e tv è rimasto ben poco; e chi vedesse il suo Don Abbondio, nei "Promessi Sposi" di Bolchi in tv, non potrebbe mai capire l'emozione che prova, davanti al suo nome, chi ha vissuto con lui la tragedia di Re Lear e l'incanto del mago Prospero, nella Tempesta. Ma anche questo appartiene al passato. Chi mi sa dire come sono fatte oggi le poltroncine del Piccolo Teatro, ribattezzato nel nome di Paolo Grassi? Sono più comode? Io non lo so, ci manco da un decennio e non so se ci tornerò. Non sono neanche mai entrato nel teatro nuovo, quello grande che oggi porta il nome di Giorgio Strehler. Dal Piccolo sono passati anche Moni Ovadia e Marco Paolini: due persone straordinarie e due grandi attori. Li riverisco e penso a loro con affetto, ma usano il microfono. E' ancora teatro con il microfono? Secondo me è un'altra cosa, niente a che vedere con le emozioni che provavano gli antichi greci con Eschilo, gli antichi bergamaschi davanti agli zanni di Dario Fo, e i parigini prima della Rivoluzione con Molière e Racine. Niente a che vedere con la battuta rapida che ci fa un amico, magari sul posto di lavoro; o con l'emozione di un bacio, o di un sorriso, dalla persona che amiamo. Anche questo è teatro, ogni giorno recitiamo una parte o cediamo ad essa, e siamo noi stessi Re e Regine, zanni e giullari, servi e padroni. Ma, col microfono davanti, siamo solo un attore amplificato più o meno bene. |
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| Meglio sfogliare il Calendario Pirelli Antenore 1 dicembre 2004 Da dove comincio? Comincio dalla puntata di Ballarò del 23 novembre scorso, quella sulla riforma della Giustizia. Ne vedo solo il finale: il ministro Castelli, l'eroico Schifani e qualche altro gentiluomo della destra berlusconiana che si chiedono perché i pretori non sono mai intervenuti sulle occupazioni abusive fatte dai giovani dei Centri Sociali, e anche sul fatto che non si sia proceduto urgentemente nei confronti dei recenti "espropri proletari" romani. E' un fatto evidente che tutti i giudici sono politicizzati, dicevano: e allargavano le braccia e facevano facce come a dire: "Ma dai! Ma non vedi che è così? I giudici sono davvero politicizzati, colpiscono quello che vogliono loro e chiudono un occhio quando vogliono loro. E' ovvio che sono politicizzati!" Beh, la prima cosa da dire è che secondo questi ameni personaggi un giudice è politicizzato quando è "di sinistra". Se invece va veloce a chiudere i centri sociali, oppure chiude un occhio sulla corruzione di questo e quello (Squillante, per esempio), oppure se non indaga sul ministro Gasparri per le dichiarazioni tendenti alla ricostituzione del partito fascista (a quanto mi risulta, è ancora reato), allora non è "di destra" : è un giudice come si deve. Allargo le braccia anch'io, spengo la tv e passo ad altro. Nelle caserme dei carabinieri, di norma, ci sono 4-5 carabinieri presenti in turno: così accade nei paesi e nella maggior parte dei casi. Cosa devono fare, quando ci sono diverse chiamate e diverse emergenze? E' ovvio, devono scegliere. Se c'è una chiamata per una rapina in banca e un'altra perché un gruppo di ragazzi ha occupato una vecchia fabbrica, dove vuoi che vadano, i 4 carabinieri? E lo stesso discorso si può fare per i giudici, e anche per i giornalisti sommersi dalle notizie, che devono scegliere cosa pubblicare e cosa far ignorare ai propri lettori. Per esempio, constatare che un giudice legge l'Espresso e fa partire un'inchiesta è una bella notizia: così è successo con il processo alla Juventus, nato da un'intervista all'allenatore di un'altra squadra. Diventa un po' meno bella se si scorrono le annate dell'Espresso. Basterebbe il numero che c'è adesso in edicola: inizia con una straordinaria inchiesta sui cantieri dell'alta velocità e della Fiera di Milano. Lavoratori in nero, caporalato, turni disumani. Cos'è, schiavismo? Si direbbe di sì, e non in un cantiere qualsiasi ma nei cantieri delle Ferrovie dello Stato e della Regione Lombardia. Più avanti, si parla ancora di doping: c'è un trafiletto che mi ripete, quasi con le stesse parole, quello che ho ascoltato con le mie orecchie da operai che lavoravano con me e che avevano provato la carriera di corridore ciclista. "Se non hai il sangue come la marmellata, non vinci", dice un collega al ciclista dilettante che ha appena iniziato (cioè, se non prendi l'EPO, che ispessisce il sangue). Di fronte a due notizie del genere, trovo quasi divertente (sarebbe un bel soggetto per Dario Fo), che un pretore cominci a leggere l'Espresso partendo dalle pagine sportive, e che poi si perdano tre anni ad indagare sulla Juventus chiamando a deporre i calciatori più famosi. Scusate l'espressione: ma che si fottano! Gli atleti di professione sono ben coscienti di quello che fanno. La scelta è: stare nell'ambiente sportivo a quei livelli, e guadagnare tanto, oppure andare a lavorare in fabbrica o in uno di quei cantieri dell'alta velocità di cui si parlava prima. Se un ragazzo non accetta le iniezioni e le flebo, è tagliato fuori: se è un calciatore va a giocare in serie B, se è un ciclista dilettante smette prima di passare al professionismo (è successo tante volte, solo che non fa notizia: ovviamente non interessa a nessuno se un ragazzo smette di allenarsi, si fa una famiglia e va a lavorare...). E poi c'è la reazione dei giornalisti, che vorrei definire deliziosa. Eccoli schierati, come tifosi qualsiasi, contro la Juventus, che dovrebbe rendere i titoli conquistati; e magari darli all'Inter o alla Roma... Io sono juventino, ma i 15 anni li ho già compiuti tre volte, non ho mai speso soldi per vedere le partite e mi guardo bene dal pagare il canone a skytv; e soprattutto mi sono sempre tenuto informato. Per esempio, nessuno che abbia fatto il nome di Conconi: il professor Conconi, di Ferrara, è stato negli anni '80 uno dei profeti del doping. Iniziò con le autotrasfusioni (più sangue hai in vena, più ossigeno hai disponibile: ovvio che poi si rischiano le trombosi), poi inventarono un farmaco come l'eritropoietina (EPO) che ha facilitato la cosa. Grazie a Conconi, Alberto Cova (comasco, vincitore di mondiali, europei e olimpiadi sui 3000 metri di corsa) divenne un campione acclamato, anzi leggendario. Da Conconi andavano anche Francesco Moser (che ci vinse un Giro d'Italia e un record dell'ora) e Arrigo Sacchi, allenatore del Milan dei trionfi berlusconiani. In attesa che si faccia davvero luce sul calcio scommesse, all'elenco si può aggiungere Ronaldo: quand'era all'Inter gli capitò di tutto, e forse andando via da Milano si è allungato la vita. C'è in giro anche un libro dell'ex calciatore Petrini, che giocò nel Milan, nella Roma e nel Bologna negli anni 60-70: agghiacciante. E anche la Nazionale, quando vinse i mondiali nell'82, aveva qualcosa da nascondere: i giornali per un po' ne parlarono, ma era una cosa così antipatica... Mah! chissà se il pretore Guariniello legge ancora l'Espresso. Forse sì: in questo caso, probabilmente avrà già aperto un'inchiesta sulle modelle del Calendario Pirelli, che erano sul numero precedente a quello che sto sfogliando. ![]() |
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| La galassia del lavoro precario Antenore 30 novembre 2004 Michele Serra, sull'Espresso del 4 novembre 2004, iniziava così uno dei suoi migliori scritti: L'entrata in vigore dei nuovi contratti di lavoro flessibile produrrà profondi cambiamenti nella società italiana. Il primo capoverso di questo articolo, ad esempio, è ancora soggetto al vecchio contratto dei giornalisti, completo di mutua, pensione e garanzie reciproche, e dunque si intende che lo scrivente, anche nel suo interesse, si senta tenuto a fornire un prodotto corretto nella forma e nella sostanza, avendo cura della propria carriera. Hil secondo capoverzo ínvesce succede che e sotto il nuovo contrato dei lavoro flezzibile e duncue ki se ne fote, tanto il kontrato scadee tra pochi minuti ah ah ah io me ne stropiccio de la forma edel contenuto pure mica sono shemo di farmi un mazzzo cosi in cambio di gnente!!! Ze il patrone mi puote ficensiare tra tre minuti e macari il proximo contrattto lo facio da machinista ferroviere o pure da geometro, io diko alora che a contrato di merda lavoro di merda, cari amO letoril Cattivi esempi a parte, la galassia dei lavoro precario pullula di casi-limite: dal venticinquenne che ha fatto 30 lavori differenti senza avere capito quali, al trentenne che ha fatto sempre lo stesso lavoro, ma con 25 mini-contratti consecutivi, e si ritrova con dieci anni di lavoro, la gotta (non mutuabile), zero scatti di anzianità e solo sei mesi di contributi versati. Celebre il caso di Mirko che, assunto come trasportatore di materassi, si è reso conto che gli scadeva il contratto mentre era sul pianerottolo di un condominio e stava per consegnare un due-piazze a molle. Telefonando dal suo cellulare è riuscito a farsi riassumere come acrobata e ha dunque cominciato ad alienarsi sul pianerottolo saltando sul materasso non consegnato, In seguito alle proteste dei condomini, Mirko è stato licenziato lo stesso pomeriggio. Ma nel frattempo aveva accumulato mezz'ora di ferie come trasportatore e 20 secondi come acrobata, e dunque è stato costretto a dormire per mezz'ora e 20 secondi (...) Michele Serra è una brava persona e prosegue così, cercando di fare dell'umorismo (peraltro abbastanza facile). Ma io oggi non sono del mio umore migliore, mi sento un po' terrorista e parto da questo terribile incipit di Serra per ricordarvi che, con queste nuove norme di lavoro fortemente volute da Maroni e dalla Confindustria, ad essere precari non sono solo giornalisti e tipografi, ma anche medici, infermieri, muratori, idraulici, elettricisti, addetti al tubo del gas di casa vostra, impiegati del comune che registrano le vostre pratiche, eccetera. Mi fermo perché sono sicuro di avervi ormai inquietato abbastanza, ma non prima di avervi un po' rassicurato: i lavoratori che (per negligenza o per inesperienza) fanno male il loro lavoro potranno essere perseguiti a norma di legge. Ma, ovviamente, DOPO aver fatto male il loro lavoro... |
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| Rappresentante dei Lavori per la Sicurezza Antenore 29 novembre 2004 Una delle prime uscite pubbliche del ministro Siniscalco coincide con una battuta sulla legge 626, quella sulla sicurezza nei luoghi di lavoro: "...In Italia Steve Jobs non lo avrebbero fatto lavorare, perché con la 626 gli avrebbero chiuso il garage dove ha fondato la Apple..." In seguito, qualcuno ha fatto notare a Siniscalco che Steve Jobs non ha iniziato a lavorare in un garage, ma in un capannone un po' spartano ma a regola di legge, e con importanti sovvenzioni (Ross Perot, mi pare); ma questa battuta è indice di un modo di pensare molto diffuso. Mi sento di parlarne perché io sono stato, nel 1996, il primo RLS (Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza) della ditta dove lavoravo, dopo aver fatto un regolare corso. La 626 è quindi l'unica legge che ho studiato nella sua interezza, e qualcosa me ne ricordo ancora. Il corso era tenuto da Sindacati e Confindustria, tutti insieme e d'accordo, perché il tema era (ed è ancora) importante. I problemi vennero dopo: in Ditta mi avevano detto che eravamo lì per collaborare, e io - nel pieno spirito della 626, e in un'ingenuità pressoché consapevole - mi misi a collaborare. Gli operai cominciarono a farmi vedere che cosa c'era di pericoloso, e io a prenderne nota e a riferirne ai capi. Qui cominciano a nascere i problemi: perché i legislatori, nello scrivere la legge, non hanno tenuto conto di una cosa. E forse non potevano proprio tenerne conto, vista la natura di questa cosa: che un RLS che svolge bene la sua funzione finisce per scontrarsi con i suoi capi, soprattutto con quelli più in alto, a sottolinearne gli errori (anche quelli veniali), e quindi a dare fastidio. Di esempi ne ho fatti molti, un anno fa, quando scrivevo le mie "cronache di fabbrica" (è soprattutto per questo che le ho scritte per Stile Libero). L'alternativa, per un RLS, è non fare niente, vivacchiare, chiudere un occhio in accordo con i capi e approvare le sanzioni contro i lavoratori (ma non contro i capi) più o meno inadempienti: così fanno quasi tutti, e questo spiega bene perché gli incidenti succedono ancora. Naturalmente, la situazione è stata molto peggiorata dalle nuove normative sul lavoro (legge Biagi-Maroni): come può un precario "pretendere" di essere ascoltato? Lo si mette, più o meno gentilmente, alla porta: e al suo posto si assume qualcuno che non faccia troppi problemi. Bando alle ipocrisie: nell'anti-infortunistica, l'unica cosa che conta davvero sono i rimborsi, i soldi che devono sborsare le assicurazioni e quelli che devono sborsare le ditte se vogliono essere assicurate. E' la fine che fanno, da sempre, le nostre migliori leggi e i migliori regolamenti, come le norme sulla Certificazione di Qualità. Le idee di partenza e le linee principali sono eccellenti, purtroppo poi ad applicarle sono sempre gli stessi personaggi, e certe mentalità non cambiano mai. Adesso, purtroppo la novità è questa: che sono i ministri e i capi di partito a sbuffare sulle Leggi dello Stato, e non più solo i privati cittadini. ![]() |
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| Publimania Antenore 28 novembre 2004 L'espresso dell'11 novembre 2004 elogia la pubblicità come forma d'arte: "Che spot vediamo stasera?" di Ambra Somaschini.
Pubblicità, sei il mio nuovo film. Per spot e carta stampata si preannuncia un Natale scintillante. Scenografie spaziali, sesso ma tagliato al prodotto, ambientazioni nei toni argentati della Groenlandia, testimonial pescati soprattutto dal cinema. Gwyneth Paltrow indosserà gioielli Damiani mentre Chanel numero 5, profumo della Monroe, si affiderà al fascino di Nicole Kidman. John Travolta ha appena finito di girare a Los Angeles uno spot con il taglio di una sit-com per magnificare Sky tv. "Intrattenimenti da sogno", assicurano i pubblicitari. Perché questa, a cavallo tra 2004 e 2005, trainata dal successo del filmato Telecom su Gandhi diretto da Spìke Lee, è la stagione della publimania, della voglia dì sdraiarsi sul divano e guardare gli spot. Spesso meglio loro dei programmi tv, superati e old style. Una tendenza che gli anglosassoni chiamano "goodwill" per spiegare il "favore crescente" dei consumatori, la loro "smaliziata consapevolezza" nel ricevere messaggi prima di comprare. La persuasione di ieri è stata sostituita da sequenze emozionanti, incalzanti, dal contenuto sociale. Piace la pubblicità d'autore. Una tendenza, quella dello spettatore-lettore-acquirente, che emerge nettamente anche per l'Italia nell'ultima indagine di mercato dei sociologo Giampaolo Fabris, presidente e fondatore GPF&A. Una ricerca a tutto campo che mostra come gli italiani hanno via via superato la diffidenza verso l'advertising. Se 25 anni fa temevano la pubblicità e la vedevano come una coercitiva spinta al consumo, oggi hanno rivisto le loro posizioni (vedi tabelle nella pagina a fianco) e la accettano, a patto però che li faccia sognare, giocare, divertire. Spot come film, dunque, che catturano l'attenzione con bellezza e ironia. Paginate di campagne sui giornali che raggiungono un pubblico sempre più segmentato e esigente. Come Absolut, che negli Stati Uniti, grazie all'advertising, vende più vodka di qualsiasi altro alcolico sul mercato. (:::)Sarà. Anch'io ho visto, come tutti, lo spot di Spike Lee con Gandhi: ma, a parte l'incubo che sopraggiunge se capita di pensarlo con un'altra faccia al posto di quella del mite pacifista indiano, non ricordo che cosa pubblicizzasse. Telefoni, certo: ma era la wind, la telecom, omnitel, vodaphone, teledue, fastweb...? Anche adesso che scrivo non mi ricordo, e capita sempre più spesso. Gli spot sono belli ma la loro utilità è dubbia. (sono comunque contento che diano soldi e lavoro a grandi registi e bravi attori). Però, con una leggera inversione di tendenza rispetto a pochissimo tempo fa, mi capita di vedere più spesso sui giornali, come "advertising", delle foto magnifiche, ritratti degni di stare nei musei. Per un po' ci si dimentica di quanta pubblicità scorretta o ingannevole c'è in giro, e quindi complimenti ai fotografi, e alle case che hanno avuto discrezione e buon gusto. Ma sui giornali è possibile girare pagina se qualcosa non ci piace o ci disturba, o fermarsi se qualcosa ci colpisce o ci piace; invece gli spot tv sono molto invadenti, e le televendite sono come sempre inguardabili, roba da terzo mondo (e ci abbiamo anche perso un referendum, nel '95...) Passo ad un esercizio pratico: questa è una pubblicità della seiko, proviamo a darle un voto. Ecco i miei: voto alla modella, dieci. Voto alla madre della modella, dieci con lode. Dieci anche al fotografo, perché non è mica vero che basta ritrarre una bella ragazza per fare una bella foto. Voto allo slogan: beh, lasciamo perdere. Ve lo riporto qui, e poi fate voi, perché io ho già iniziato a pensare, un'attività che in questo inizio di millennio pare che non sia ancora tornata di moda: "Non sono le tue scarpe. Non è il tuo segno zodiacale. Non è il tuo lavoro. E' il tuo orologio che dice chi sei veramente. " |
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| Due Dei differenti Antenore 27 novembre 2004 L'amica Rosella è in Brasile, a Copacabana. Visto che lei non c'è, ne approfitto per prendere in prestito dal suo blog personale qualcosa che mi è piaciuto molto. Lo confesso, di Mario Quintana, poeta della città di Porto Alegre (Rio Grande do Sul), ignoravo persino l'esistenza. Ma questo è il bello di Internet, perché se fosse stato per l'editoria italiana avrei passato il resto della mia vita ignorando l'esistenza di un poeta bravo e simpatico come Quintana. O gato O gato chega à porta do quarto onde escrevo. Entrepara...hesita...avança... Fita-me. Fitamo-nos. Olhos nos olhos... Quase com terror! Como duas criaturas incomunicáveis e solitárias Que fossem feitas cada uma por um Deus diferente. Il gatto Il gatto viene alla porta della stanza in cui sto scrivendo. /Si ferma...esita...avanza.../mi guarda./Ci guardiamo./ Occhi negli occhi / Quasi con terrore! / Come due creature incomunicabili e solitarie / che siano state fatte da due Dei differenti. Do Amoroso Esquecimento Eu agora - que desfecho! Já nem penso mais em ti... Mas será que nunca deixo De lembrar que te esqueci? Dell'oblio amoroso Io adesso - che epilogo! / Già non ti penso più... / ma sarà che non smetto/ di ricordarmi che ti ho scordato? O poema Quem faz um poema abre uma janela. Respira, tu que estás numa cela abafada, esse ar que entra por ela. Por isso é que os poemas têm ritmo - para que possas profundamente respirar. Quem faz um poema salva um afogado Il poema Chi scrive un poema apre una finestra./ Respira, tu che sei in una cella chiusa, /quest'aria che entra da lì./ Per questo è che i poemi hanno un ritmo/ - perché si possa respirare profondamente./ Chi scrive un poema salva un affogato. [versi tratti dal blog "Mario Quintana", libere traduzioni di rioro] ![]() |
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| Beneficenza Antenore 26 novembre 2004 E così Berlusconi è riuscito davvero a ridursi le tasse. Ho letto anche quanto risparmierà, in un anno, il signor Silvio: 700 mila euro, dicevano i giornali. Così, d'un colpo solo, senza neanche lavorare troppo e facendo solo un po' di teatrino con gli alleati di governo (figurarsi se quelli di An e della Lega mollano la poltrona...). . Grazie ad alcuni giornali, ho potuto perfino sapere con certezza quante centinaia di migliaia di euro entreranno nelle tasche, che so, di Paolo Bonolis, Simona Ventura e Christian Vieri con le nuove tasse berlusconiane. Roba da costruirsi una villa, o da comperarsi un appartamento: sempre per la precisione, i vip più ricchi grazie alla riduzione delle aliquote Irpef potranno comperarsi una villa; gli appartamenti invece sono per i vip un po' meno vip. Gli altri, operai impiegati e precari, beneficeranno della riduzione delle aliquote nella misura di qualche centinaio di euro: di più non si può, perché ragionando sulle percentuali gli effetti sono questi, e la matematica non è un'opinione. Però poi i ricchi potranno fare beneficenza, dice Berlusconi: e la parola è stata proprio questa: BENEFICENZA. Ovvio, i ricchi non pagano le tasse: al limite, se sono buoni, fanno beneficenza ai poveri. Beneficenza, si badi bene, e non tasse: come si faceva nell'Ottocento, prima che i poveri si montassero la testa. ![]() |
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| Teatrino milanese, in un prologo e tre tempi Antenore 25 novembre 2004 La condizione minima, per chiedere soldi suonando in un luogo pubblico, dovrebbe essere quella di saper suonare. Purtroppo, spesso non è così; ed è difficile, dopo, trovare il coraggio di tirare fuori una moneta anche se piccola. 1) Siamo in metropolitana, e sale una zingara sui quarant'anni, piccola e magra, in abito di scena. Comincia a parlare, cantilenando: "... prego signori aiutatemi, io povera donna, io profuga, mio figlio non mangia da stamattina..." (il figlio non è con lei, e sono le 13:15) 2) Sempre in metropolitana, forse la stessa zingara: " ... prego signori aiutatemi, scusate me se io vi disturbo, io povera donna, io musulmana... " L'unico arabo presente le chiede, per favore, di andarsene. (luglio 2000, guerra del Kossovo) 3) Al mercato di via Papiniano, un fruttivendolo milanese di lunga data, anziano e gentile, con un commesso giovane e nordafricano. Il commesso grida, arringa la folla e magnifica la sua verdura, e anche i pomodori e i meloni. - Vusa no, che la gent la végn istèss... - dice sottovoce, bonario ma seccato, il fruttivendolo. La merce sembra buona, e ci fermiamo a dare un'occhiata. - Hai visto?!?!- dice trionfante il commesso, indicandoci al suo datore di lavoro. Che risponde (sempre sottovoce, paterno, quasi tra sè): - Ghe minga besogn de vusà. Se la roba l'è bona, la gent la végn e la cumpra istèss. Vusa no, vusa no, strascé... ("non gridare, che la gente viene lo stesso... non c'è bisogno di gridare. Se la roba è buona, la gente viene e compera lo stesso. Non gridare, che sembri uno straccivendolo...") (aprile 2004) ![]() |
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| Il futuro della Russia Antenore 24 novembre 2004 Ecco l'inizio di un articolo dal Venerdì di Repubblica del 29 ottobre 2004: Lo strano caso dei russi, popolo in via d'estinzione - di Riccardo Staglianò Una "Uganda con arsenali atomici" o uno" Zaire con ghiacci perenni"? A qualunque delle due alternative rischi di assomigliare, il futuro della Russia non sembra mai stato così fosco. Con la prima nazione africana condivide una crescita senza pari di sieropositivi che minacciano di decimare una popolazione già pericolosamente in calo. Con la seconda, in comune pare esserci la trasformazione in un Paese gigantesco e pieno di risorse naturali sfruttate da un'élite autoritaria mentre i cittadini si dibattono tra povertà, rnalattia e disperazione sempre più gravi. Comunque sia Prosto koshmar, "proprio un incubo", come va ripetendo un numero sempre maggiore di osservatori armato di dati e statistiche da brivido. Di cui solo il Cremlino pare non essere preoccupato. Lo scenario di un'ex superpotenza avviata a gran velocità verso un destino da Terzo Mondo è stato, da ultimo, tratteggiato in una ponderosa inchiesta del New Yorker. Il quadro clinico è disperante. L'aspettativa di vita è scesa di circa sei anni dal 1965 a oggi. Un bambino che nasce oggi a Mosca può aspettarsi di vivere sino a 58 anni; un neonato del Bangladesh ha diritto ad essere più ottimista. Infarti, alcolismo e tubercolosi sono endemici. Poi un tasso record di incidenti automobilistici e di lavoro, senza contare i suicidi e gli omicidi: un russo ha dieci volte più probabilità di incontrare una morte víolenta o accidentale di un inglese, calcola l'Economist. E se la fertilità è scarsa (e ancor più lo sarà: tra il 2010 e il 2025 le donne nella fascia 20-29 anni, le più feconde, scenderanno da 11 a 6 milioni) è la quantità di decessi che rende il saldo drammaticamente rosso. Nel '91, quando l'Unione Sovietica si dissolse, la Russia era al suo picco demografico: 149 milioni di persone. Da allora, se non fosse stato per la robusta immigrazione dalle altre repubbliche, ne avrebbe perse circa un milione all'anno stando ai rilevamenti. Detto altrimenti, dalla caduta dei comunismo a oggi ci sono state circa dieci milioni di morti in più delle nascite. Stando alle previsioni delle Nazioni Unite, nel 2030 ci saranno 120 milioni di russi. Ma potrebbe andare assai peggio, sostengono altri ricercatori, soprattutto considerando il nuovo micidiale fattore entrato nell'equazione demografica: l'Aids. (...) Eccetera. L'articolo continua con dati e numeri, ed è davvero impressionante. Ricordo che nei primi anni'80 il Papa disse di aver consacrato l'URSS alla Madonna, affinché la salvasse dal comunismo. Forse sarebbe il caso di riconsacrare oggi alla Madonna la Russia: ma non so se mi sia lecito dare suggerimenti al Papa, o a chi per lui... ![]() |
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| I mercanti nel tempio Antenore 23 novembre 2004 La fotografia sul giornale parla chiaro: ci sono dei militanti di AN, su una pubblica piazza, che invitano a firmare una petizione per l'introduzione delle "radici cristiane" nella Costituzione Europea. Ai lati del banco, in piedi, ci sono dei giovanotti in anfibi e tuta mimetica. E' una foto sulla quale mi soffermo, e che mi lascia un po' stravolto. Non che ci sia niente di nuovo, soprattutto dopo quasi 4 anni di governo Fini-Berlusconi-Bossi. Ma non posso non pensare che, sotto quella tuta mimetica, quasi certamente gli aitanti ragazzoni di AN hanno tatuaggi con svastiche, simboli delle SS, faccioni di Mussolini e scritte DVX... La storia parla chiaro, e non c'è da interpretare né da revisionare un bel niente: il movimento nazista di Hitler fu fortemente anticristiano, quanto di più anticristiano si sia mai visto in Europa dal tempo della nascita di Cristo in avanti; e Mussolini di Hitler fu alleato fedele anche quando le forze antinaziste avevano già chiaramente vinto (la Repubblica di Salò...). Non posso non pensare che, a chiunque abbia letto almeno una volta il Vangelo, non può non essere chiaro che Gesù non ama i violenti, e che i mercanti nel tempio vengono presi a calci da Gesù; che Gesù, nel Vangelo, ha parole di perdono per tutti ma è durissimo con i pedofili e con chi mette il denaro sopra ogni cosa; e che Gesù disapprova in più occasioni chi manifesta in modo così aperto e volgare una fede falsa ed ipocrita. E che Gesù, nel Vangelo, predilige gli umili e i peccatori disprezzati dagli altri, disprezzati proprio dai George Bush e dai "cristiani rinati" (rinati a cosa? al paganesimo?) che si ergono a giudici del mondo. E, davanti a quelli come Buttiglione, Gesù fa finta di non sentire e disegna lettere sulla sabbia. E poi, provate a dire a questi signori "difensori della fede cristiana" che Prodi e Monti sono due cristiani, e che anzi Romano Prodi fa capo al movimento emiliano di Dossetti, fatto beato dal Papa. Vi guarderanno come si guarda un deficiente, ed invece è tutto vero. Le idee per le quali scendiamo in piazza e ci agitiamo, come sinistra, sono tutte scritte nel Vangelo, e il fatto che noi di sinistra ci siamo lasciati sfuggire di mano il Vangelo è la cosa più triste di tutte. ![]() |
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| Il fruttivendolo ed il sindaco Antenore 22 novembre 2004 E così, secondo l'Auditel, la Rai torna spesso ad essere in vantaggio su Mediaset. Mi sta anche bene, ma a che costi? E' l'operazione inversa a quella fatta da Berlusconi vent'anni fa, quando rapì Bongiorno, Corrado e Vianello alla Rai. La Rai non fa più il servizio pubblico da molto tempo, oppure lo fa ad orari improbabili: la mattina prima delle 13, per esempio, oppure di notte dopo le 23. Negli anni '50, i funzionari Rai erano Umberto Eco e Carlo Emilio Gadda, e forse si esagerava con le trasmissioni educative; ma oggi comanda l'Auditel.... La Rai di oggi è schiava della pubblicità, ha perso quasi del tutto la sua fisionomia, e l'ultimo colpo alla sua immagine l'hanno dato quelle annunciatrici sorridenti, di un sorriso falso e stucchevole (un sorriso fininvest?), che interrompono i film sempre nei momenti sbagliati (come ai bei tempi del primo Canale 5) e dicendoci gioiose: "Pubblicità!" (come accadeva nell'ultimo film di Fellini...) La questione ormai è antica: se non si trasmettono mai, ma proprio mai, le cose belle, quelle degne di un vero servizio pubblico e che giustificherebbero il pagamento del canone, come vuoi che la gente le cerchi, le segua, le capisca e ci si appassioni? Va bene, allora, trasmettere i bonolis e le elise di rivombrosa (è sulla rai, a proposito?) però per essere davvero la Rai Servizio Pubblico ci vorrebbe qualcosina in più... Ne abbiamo già parlato tante di quelle volte che ormai siamo diventati noiosi, e questo è il nostro unico vero risultato: che noi siamo noiosi e loro vanno avanti lo stesso. Ma intanto ho trovato un bel soggetto per uno sceneggiato tv, e ne approfitto per raccontarlo: Un uomo apre, su una piazzuola della statale, un banco di fruttivendolo. Gli affari vanno piuttosto bene, ma ecco che arrivano i vigili e chiedono informazioni al nostro fruttivendolo (come potremmo chiamarlo? Silvano? Ma sì, Silvano), che ovviamente non ha la licenza per trasmettere (pardon, per vendere). I vigili gli contestano molte e cospicue violazioni della legge, e minacciano di chiudergli il banchetto; ma Silvano è amico del sindaco, che richiama i vigili all'ordine. Così facendo, il banchetto di frutta e verdura prospera, e Silvano diventa sempre più ricco e potente, fino ad avere una catena di negozi e di supermercati. Né valgono le indagini della Finanza: il Sindaco sistema anche quelli. Ma, un brutto giorno, il buon Sindaco cade in disgrazia e muore; a Silvano non resta che rimboccarsi le maniche e scendere in campo, fondando una lista civica. I sudditi felici lo votano e Silvano ora è il nuovo Sindaco... Una saga che può durare anche più di vent'anni, pardon, puntate, come si può vedere: e riempire di personaggi e di particolari. Fondamentale e spettacolare, per esempio, la scena nella prima puntata nella quale Silvano insulta i vigili gridandogli "fascisti" (o, meglio: comunisti!) e i vigili stanno per arrestarlo, come farebbero con ogni cittadino comune in quelle circostanze, ma vengono fermati dall'arrivo degli elicotteri del Sindaco. Eccetera. Buona visione, e ovviamente sappiate che è tutto rigorosamente frutto della mia fantasia, e che cose del genere in un paese civile e di grande storia democratica come l'Italia non sono mai accadute e mai potrebbero accadere. ![]() |
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| Pier Paolo Pasolini Antenore 21 novembre 2004 Il 18 ottobre scorso Massimo ci parlava di un incontro con Vincenzo Cerami, che aveva avuto Pasolini come insegnante, a Roma: Ho avuto la fortuna di avere come insegnante Pier Paolo Pasolini in un liceo di Ciampino, dopo che la mia famiglia aveva deciso di lasciare Roma. Vincenzo Cerami parla seduto su uno sgabello davanti al sipario rosso del Teatro Valle, chiuso alle sue spalle. Parla della sua Roma e di come l'ha vista cambiare abitandoci. L'ha invitato il FAI nella giornata in cui chiede aiuto e finanziamento a tutti gli innamorati del Bel Paese e Cerami non s'è fatto pregare, specie dice dopo l'approvazione di questa ennesima e devastante sanatoria . Pasolini giocava molto bene a pallone e per noi ragazzini era già questo un motivo di rispetto in più verso questo professore giovane, con uno strano accento e venuto misteriosamente da lontano per atterrare proprio tra noi burini. Devo a lui la scoperta della cultura come una cosa viva; della poesia come piacere, della geografia come avventura Leggendo queste parole mi sono chiesto che cosa accadrebbe, oggi, a un insegnante come Pasolini. Penso che negli anni '50 fosse molto più facile per un professore farsi amare dai suoi studenti; e che il professore era ancora un'autorità riconosciuta, anche se certo i rapporti con i superiori erano molto difficili. Da molto tempo non ho più rapporti diretti con il mondo della scuola, ma quello che mi è capitato di sentire o di osservare mi ha fatto una certa impressione. Ricordo, per fare solo un esempio, l'insegnante di lettere (una donna) che diceva di aver del tutto abolito alcune parole dalle sue lezioni: la prima parola della disperata lista era "uccello". Se in testo, in una poesia o chissà dove appariva questa parola, la reazione della classe era di ridere come fessi per almeno mezz'ora, e dopo non era più possibile fare lezione. Ho ben presente anche i racconti quotidiani e raccapriccianti di genitori che vanno a scuola a prendersela con l'insegnante perché ha osato mettere un brutto voto a loro figlio... Ma poi mi è venuta anche voglia di parlare di Pasolini. Si tratta di una persona che mi suscita sentimenti molto contrastanti. Innanzitutto, e chiedo scusa se lo dico subito, l'omosessualità è per me quasi incomprensibile e invece per Pasolini è essenziale. Però Pasolini aveva anche una delicatezza rara, che si vede bene nelle sue interviste (celebre e bellissima quella con Enzo Biagi), e mi aveva colpito moltissimo il suo discorso sull'omologazione: sono passati più di 30 anni, ma ci aveva già visti così come siamo oggi. Così come mi aveva colpito molto la sua famosa "poesia" dove si schierava con i carabinieri contro i manifestanti del '68: col senno di poi, facile pensare che l'avrà scritta perché conosceva di persona i vari Liguori, Ferrara, eccetera. E anche in questo caso aveva l'occhio molto avanti. Ho provato a leggere le sue poesie e i suoi scritti, ma non sono quasi mai riuscito ad arrivare in fondo. Secondo me, sono spesso cose piuttosto brutte, dal punto di vista formale; ed è davvero strano vista la sensibilità dell'artista. Se penso al suo cinema, mi viene da dire che era un dilettante neanche di gran talento; ma poi pian piano mi salgono alla memoria delle immagini indimenticabili, e la prima è lui che fa Giotto nella cornice del Decameron. Poi penso a Uccellacci e uccellini , un film strano e indimenticabile, con Totò come un meraviglioso San Francesco; e al ladrone che muore a fianco di Cristo in La ricotta. E poi non posso non pensare a " Che cosa sono le nuvole", una rilettura dell'Otello molto fine e un grande (sia pur breve) capolavoro, uno dei film più strani e belli che io abbia mai visto - e ne ho visti tanti ! Insomma, non riesco a dare un giudizio di quelli netti e precisi, ma forse non è neppure il caso di farlo. Ritornerei a quel mio primo giudizio di "dilettante", ma nel senso più positivo possibile: Pasolini non fa rime come i grandi poeti, e non ha il completo controllo della macchina come i grandi registi del cinema; però è entusiasta e pieno di passione, e i suoi film e i suoi scritti sono talmente ricchi di contenuti e di vita da far sembrare flebili e voluttuari quasi tutti quelli che sono venuti dopo di lui. ![]() |
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| La giungla della voracità Antenore 20 novembre 2004 Non so quasi niente di Walter Benjamin (1892-1940), filosofo e saggista tedesco. Ho provato a sfogliare i suoi libri, ma per me sono troppo difficili (mi viene spontaneo sottolineare, in un periodo di revisionisti e di negazionisti, la data della sua morte: che ne spiega anche le circostanze). Però questo brano l'ho trovato sul Corriere della Sera del 4 settembre 2002 e non me lo sono più dimenticato. E' del 1930, ed è stato pubblicato nel quarto volume delle sue "Opere complete", editore Einaudi. Non conosce veramente un cibo, né lo ha mai gustato a fondo chi lo abbia sempre solo consumato con moderazione. Così s'impara tutt'al più ad assaporarlo, ma non si saprà mai che cosa sia esserne avidi, discostarsi dalla strada piatta dell'appetito per inoltrarsi nella giungla della voracità. Nella voracità infatti le due cose si combinano: la dismisura della voglia e l'uniformità di ciò di cui si placa. Divorare vuol dire, innanzitutto: d'una cosa ingurgitare tutto; pelle e ossa comprese. E' indubbio che, più che un assaporare, è un far piazza pulita. Come quando si affondano i denti nella mortadella come se fosse pane, ci si tuffa in un melone come in un cuscino, si lecca il caviale dalla carta che scricchiola, si dimentica semplicemente, dinanzi a una tonda forma di Edamer, quant'altro vi è sulla terra di commestibile.Come me ne sono accorto la prima volta? Accadde prima di una delle più difficili decisioni. Una lettera, da imbucare o da stracciare. Erano due giorni che la portavo con me, da alcune ore però senza pensarci. Perché, con la fragorosa ferrovia a scartamento ridotto, attraverso un paesaggio divorato dal sole, avevo raggiunto Secondigliano. Solenne, il paese era immerso nella quiete feriale. Unica traccia della domenica inebriata, i pali sui quali avevano vibrato le ruote luminose, si erano infiammate croci fatte di razzi. Erano lì, nudi. Alcuni recavano a metà altezza un'insegna con l'immagine di un santo napoletano o d'un animale. Donne sedute nei fienili aperti a sgranare mais. Ciondolavo stordito per la mia strada quando notai, all'ombra, un carretto con dei fichi. L'ozio mi ci attirò, e la prodigalità mi indusse a farmene dare mezzo chilo per pochi soldi. La donna pesò generosamente. Quando però i frutti - neri, blu, verdi, violetti e bruni - giacquero sul piatto della bilancia a mano, risultò che quella non aveva carta per avvolgerli. Le casalinghe di Secondigliano portano con sé i loro recipienti e lei non era preparata a un globetrotter. Io per parte mia mi vergognai di piantare lì i frutti. E così me ne andai con i fichi nelle tasche dei calzoni e nella giacca, fichi in entrambe le mani protese, fichi in bocca. A quel punto non potei più smettere di mangiare, dovevo tentare di difendermi il più rapidamente possibile dalla massa dei tondi frutti che mi avevano assalito. Ma non fu un mangiare, il mio, un bagno piuttosto, a tal punto l'aroma appiccicaticcio compenetrò le mie cose, mi s'affisse alle mani, ingravidò l'aria attraverso la quale portavo proteso davanti a me il mio carico. E poi venne la cima del passo di quel genere di degustazione, là dove, superati sazietà e ribrezzo, gli ultimi tornanti, allo sguardo si spalancava un impensato paesaggio del palato: un flusso stolido, piatto, verdastro di voracità che nulla più concepisce se non quell'ondularsi a matasse, fibroso, della carne spalancata del frutto, la totale trasformazione del piacere in abitudine, dell'abitudine in vizio. Odio mi montò in corpo contro quei fichi, dovevo sbarazzarmene in fretta, liberarmene, togliermi di dosso tutta quella roba che rigurgitava e si spaccava, e mangiai per distruggerla. Il morso aveva ritrovato la sua più antica volontà. Quando staccai l'ultimo fico dal fondo della mia tasca, c'era appiccicata la lettera. La sua sorte era segnata, anche lei doveva cader vittima del grande repulisti: la presi e la strappai in mille pezzi. |
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| Le scene dipinte sui teli Antenore 19 novembre 2004 Nel 1996 la direzione del Teatro alla Scala decise di rappresentare in forma di concerto l'opera di Wagner "L'Oro del Reno", che invece era prevista in forma scenica. Motivo: la scenografia prevista era troppo pesante, e il palcoscenico non avrebbe retto. Il Corriere della Sera del 18 aprile 1996 ne dava notizia così: " (...) Troppo precario il palcoscenico della Scala, spiegano in teatro. Talmente fragile da non reggere le lotte dei giganti e dei Nibelunghi, affaticato perfino dalle leggerezze del Flauto Magico mozartiano." Un mese dopo, il 29 maggio 1996, il Corriere riportava queste frasi: " (...) L'Oro del Reno, in programma da domani alla Scala, diretto da Muti (6 repliche fino al 13 giugno), sarà, com'è noto, in forma di concerto. Una decisione annunciata dal teatro un mese e mezzo fa, una scelta inattesa e controversa dettata, secondo la sovrintendenza da gravi problemi del palcoscenico. (...) " E l'allora direttore artistico Roman Vlad spiegava: " (...) il progetto di Engel e di Rieti stavolta era veramente bello: per l'uscita dei Nibelunghi dalle caverne la crosta terrestre si sarebbe dovuta sollevare e spaccare in modo spettacolare". Ed ecco il grosso problema strutturale: "Quella scena era troppo pesante per i nostri ponti, che risalgono al '36-'38 e che oggi possono essere utilizzati solo al 50-60%." E Vlad rivela: "L'anno scorso uno è crollato durante una prova del Mefistofele: solo per un miracolo non ci sono stati né morti né feriti." ![]() Eccetera. Vado un po' a controllare le date: L'Oro del Reno è un'opera di Wagner (1813-1883), che ebbe la sua prima rappresentazione nel 1854. Il Mefistofele (1875) è di Arrigo Boito (1842-1918). Tenuto conto che la Scala era la casa di Giuseppe Verdi (1813-1901) e di Giacomo Puccini (1858-1924), viene da chiedersi come abbia fatto il teatro d'opera più famoso del mondo a rimanere aperto dal 1778 fino al 2001, anno nel quale sono iniziati i lavori che hanno portato alla distruzione e ricostruzione di tutti gli edifici che stavano dietro il palcoscenico. Il risultato, prima e dopo, lo potete vedere nelle foto che allego (una è presa da un giornale; l'altra è mia, del 9 novembre 2004), e il commento lo lascio a voi. Da parte mia, penso che di solito si definisce come data iniziale della storia dell'opera il 1607 (l'Orfeo di Monteverdi) e la sua fine al 1926 (la Turandot di Puccini), e anche se prima e dopo queste opere ci sono stati grandi capolavori, le due date sono molto significative. Sono più di 50 anni che un'opera moderna non rimane stabilmente in repertorio, e ormai anche i grandi cantanti si contano sulle dita di una mano. Non so, a me è sembrato un grande spreco, a prescindere dai risultati estetici e tecnici, spendere tutti questi soldi soltanto per poter allestire scene pesanti e macchinose come quelle richieste dal regista Engel e dallo scenografo Rieti. Forse (ma io non sono un esperto) sarebbe bastato cambiare quei martinetti che risalgono agli anni '30, e magari tornare alle vecchie scene dipinte sui teli, come si faceva ai tempi di Bellini e di Verdi, che - a quanto mi risulta - non se ne lamentavano più di tanto, non chiedevano foreste vere per la Norma (1831) e vere montagne per l'Ernani (1844), badavano più che altro ai musicisti e ai cantanti, e quando c'era da allestire una loro opera non chiedevano l'opera degli ingegneri né tantomeno che il Mar Rosso si aprisse veramente davanti a Mosè (Rossini, Mosè e il Faraone, 1827). ![]() |
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| L'opinione degli altri Antenore 18 novembre 2004 - Where do you come from? - mi chiede, incuriosito, il gestore del negozio di Amsterdam dove sono andato a fare un po' di spesa. Non sono biondo, ma in fin dei conti in mezzo agli olandesi potevo mimetizzarmi piuttosto bene; e mi è capitato altre volte di sentirmi chiedere se ero tedesco, americano, e perfino se ero greco (per via dei baffi, che tutti i greci portano e che allora portavo anch'io). Aggiunto che il mio inglese è tutt'altro che perfetto, la curiosità del gentile droghiere è più che legittima; così gli rispondo senza problemi. - Ah, Italiamafia! - è la sua sorridente reazione. Lo dice come cosa scontata, la frase gli sale spontanea e sorridente. Insomma, non ha nessuna intenzione di offendermi e forse non se ne rende conto. Correva l'anno 1992, la stagione di Di Pietro, Borrelli e Mani Pulite; Maastricht era sulla bocca di tutti, al governo c'era Giuliano Amato, che stava varando la più terribile e pesante manovra finanziaria della storia d'Italia per provare a riparare agli anni della disastrosa gestione di Craxi e De Mita (i governi più lunghi nella storia della Repubblica). Adesso siamo a fine 2004, abbiamo una sentenza definitiva secondo la quale Giulio Andreotti è stato sicuramente, fino al 1980 (e perciò per 32-34 anni) in contatto con i mafiosi, e abbiamo i Berlusconi, i Bossi e i Fini al governo. Cosa potrei rispondere al negoziante olandese? Forse la stessa cosa che gli risposi allora, cercando di sorridergli: "non io, non la mia famiglia..." ![]() |
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| Quando ci sono di mezzo i soldi Antenore 17 novembre 2004 Ieri, nel mio post, ho usato un'espressione molto forte (greve, direi) e Solimano me lo ha fatto notare. Ha ragione, ma a me il senso pareva chiaro: la "cosa particolarmente schifosa" è che, quando c'è di mezzo il denaro, non si guardi più alle questioni morali. Gli ogm, la clonazione, la ricerca genetica deviata, così come in precedenza la bomba atomica, sono fonti di denaro sicuro e quindi sono già in partenza cosa fatta, alla quale dobbiamo rassegnarci; e sono argomenti ben più gravi del matrimonio tra due persone dello stesso sesso, che è magari una cosa sulla quale non siamo d'accordo ma che, al cospetto dei temi citati, è senza alcun dubbio un'inezia. Già da decenni, del resto, conviviamo con il traffico d'organi: e anche con qualcosa di peggio. Davanti ai soldi non ci si ferma, e non vale più il richiamo alle radici cristiane o alla morale laica. Volevo anche sottolineare come sia diventato impossibile ragionare. Ormai, noi di sinistra siamo nell'angolo e in condizioni disperate. Se io provo, sulla base del buon senso, a dire che le unioni omosessuali vanno in qualche modo regolamentate, per l'interlocutore "di destra" divento anch'io omosessuale. Se dico che pregare è un diritto per tutti, ecco che (sempre per questa indefinibile "destra", che non è certo quella di De Gasperi e Montanelli ) io divento arabo e filoislamico, e così via. E' un gioco facile e redditizio: o con Bush o con Bin Laden. O di qui o di là. O con noi o contro di noi. Non c'è rimasto molto spazio per le discussioni, le sfumature, i ragionamenti, i distinguo eruditi. Ci ho pensato un po', ma poi ho deciso che il mio post di ieri andava bene così come l'avevo scritto. Però è stata un'ottima riflessione, e ringrazio chi me l'ha fatta fare: purtroppo capita di scrivere battute troppo personali e con ragionamenti un po' troppo da specialisti. E poi ho usato un artificio retorico piuttosto comune ma non dei migliori: ho fatto mio il pensiero di "quelli di destra" per poi stravolgerlo e girarlo secondo un filo che dentro di me era chiarissimo ma che non è detto che lo sia per tutti. E infine, sempre per prendermi le mie colpe come autore, per capire il senso del mio post di ieri bisognava conoscere a memoria il Don Giovanni di Mozart e averlo ben digerito; in più, bisognava anche aver visto il film di Joseph Losey tratto dal Don Giovanni di Mozart, e sapere quale interpretazione ne dava il regista. La foto che ha messo Solimano è una scelta perfetta, e la citazione di Gramsci, all'inizio del film, è impressionante; e rileggendola penso che senza volerlo sono andato a toccare un punto molto profondo, molto più fondo di quello che avrei mai immaginato e decisamente superiore alle mie forze. ![]() |
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| Allargare le braccia Antenore 16 novembre 2006 Il 4 novembre Nicola ci parlava dell'Ohio e della sua importanza per le elezioni americane, dicendo che è come se il destino del mondo dipendesse da un piccolo paese di campagna. E' un bell'articolo, che ho letto molto volentieri e che mi ha dato informazioni su cose che non conoscevo. Purtroppo per noi, infatti, capita spesso che sui blog di internet si leggano commenti molto più utili e sensati di quelli che appaiono in tv e sui giornali. Tra i commenti che ho sentito riguardo alle elezioni americane, uno particolarmente acuto si riferiva alla paura (e al disgusto) per i matrimoni gay: Bush ha vinto anche per questo. In verità, erano in ballo questioni molto più grosse: l'assistenza sanitaria, la tutela dei lavoratori, la guerra... Ma per loro, per "quelli di destra", noi di sinistra ("i sinistri") siamo soltanto quelli che vogliono legalizzare il matrimonio degli omosessuali, che è una cosa particolarmente schifosa. Di diecimila problemi che sono in ballo questo è uno di quelli che colpiscono di più l'opinione della gente comune; e la destra ha avuto buon gioco lavorando su questo fattore. Non resta che allargare le braccia, e farsene una ragione. A questo punto, direi che per vincere le elezioni possiamo lasciare al loro destino gli omosessuali: loro sanno come va il mondo e se ne faranno una ragione, e noi magari prenderemo qualche voto in più. Per l'aborto, l'eutanasia e la fecondazione assistita, la vedo molto più difficile; e per quanto riguarda le staminali e la ricerca genetica, non ci sono problemi: l'affare è così grosso che fermarlo è impossibile, e solo i gonzi possono pensare che, con tutti i soldi che ci si possono fare, i bravi conservatori americani si possano fermare dietro a qualche piccola e insignificante questione morale. ...il vecchio muore e il nuovo non può nascere, e in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati. (Antonio Gramsci, citato all'inizio del Don Giovanni di Losey) ![]() |
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| Il ritorno dei dinosauri Antenore 15 novembre 2004 Non ho mai visto nessuno c |