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| Rossini viaggia in treno Antenore 31 dicembre 2003 Rossini a 37 anni era già in pensione, beato lui. Dopo il successo del "Guglielmo Tell" (1829) decise di non scrivere più opere per il teatro, prese dimora fissa a Parigi e non si mosse più, scrivendo solo quello che gli pareva. Non mancano i capolavori, nel suo lungo periodo "da pensionato": ma dalle fatiche del teatro si tenne ben lontano, dopo quel 1829. Tra le sue cose più simpatiche e curiose, i brevi pezzi per pianoforte riuniti sotto il titolo "Peccati di vecchiaia" (scritto in francese, però); e di questo repertorio fa parte un brano tra i più divertenti, che si chiama "Un petit train de plaisir", "Il trenino del piacere". L'antefatto è questo: Rossini, già anziano, viene invitato a fare un viaggio in treno. Siamo a metà ottocento, e dunque non si trattava dell'Eurostar... Per lui è la prima volta: ne esce sconvolto e anche un po' spaventato, anche se il viaggio è breve; e poi affida le sue impressioni al pianoforte. Si tratta di un brano di circa venti minuti, diviso in brevi episodi. Il primo è un allegretto, intitolato "cloche d'appel": il pianoforte imita la campana che chiama i viaggiatori in vettura. Poi il trenino parte: Rossini si diverte a imitarne la marcia, e noi ci rilassiamo con lui lungo il primo tratto del percorso. Segue però un sifflet satanique: brusco risveglio dovuto al fischio del treno, seguito dalla dolce melodia dei freni, che anticipa l'arrivo alla stazione, dove les lions parisiens offrant la main aux biches pour descendre de wagon. Poi il trenino riparte, ed è un bel viaggiare, proprio come all'inizio. Ma il trenino di questo spaventato viaggiatore non può che finire male, e così succede: terrible deraillement du convoi!. Rossini è davvero tragico e ci mostra il primo passeggero ferito, e anche il secondo; dopodiché le vittime: premier mort en Paradis (motivo ascendente) , second mort en enfer (motivo discendente...), con tanto di chant funèbre e di amen. A questo punto Rossini fa un'annotazione a fondo pagina: on ne m'y attrapera pas, non mi beccate più.... Il finale è di pura marca rossiniana: un valzer, "allegro vivace", che rappresenta il douleur aigue des heritiers, il terribile dolore degli eredi che si fregano le mani contenti pensando all'eredità. Lo spartito si chiude con un altro motto rossiniano: Tout ceci est plus que naif c'est vrai. Un viaggio in treno tutto da ascoltare, puro divertimento in musica. ![]() |
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| Jacques Tati: l'antropologo educato Antenore 30 dicembre 2003 A notte fonda, come si conviene ormai con i capolavori, grazie al mio obsoleto videoregistratore a cassette, ho registrato Playtime di Jacques Tati (1967), e adesso me lo sto guardando. Per fortuna, quantomeno, era su Raitre: e quindi senza interruzioni pubblicitarie. Era da così tanto tempo che non vedevo Playtime che mi sono chiesto, escludendo per forza di cose l'averlo visto al cinema, se questa fosse la prima volta che lo vedevo a colori; e forse è davvero così. Ma i colori sono azzurrini, grigini, trasparenti, volutamente asettici (tranne qualche autobus di color verdone), e forse non è questo l'essenziale. Mi sono ricordato subito di un vecchio luogo comune: Tati non fa ridere. Lo dicevano sempre, quando passava in tv, anche comici importanti. E forse è vero, ma io sono divertito molto nel rivedere le sue piccole gags stravaganti. Certamente, Tati non fa sganasciare dalle risate: ma il suo Monsieur Hulot, gentile corpo estraneo in una società d'indaffarati, forse un antropologo educato capitato per caso in un mondo alieno, è stato modello e punto di riferimento per tanti, e anche fonte d'ispirazione se non addirittura vittima di veri e propri furti d'idee... Il primo nome che mi viene in mente, verso il basso, è Mr.Bean (un Tati più volgare e cattivo); verso l'alto, invece, direi Jean Michel Folon (che non è un comico ma il grande pittore che apre il nostro diario quotidiano). Ma davvero Jacques Tati è uno dei punti fermi nella storia del cinema e della comicità, e anche se gli anni passano sarebbe un peccato dimenticarlo, come si sta facendo. Per intanto, mi fermo e riprendo a consultare il palinsesto dei nostri tremilaseicento canali tv, alla ricerca di qualche altro angolino dimenticato dove recuperare qualche capolavoro perduto. Sarà una lunga ricerca, e difficile. ![]() |
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| Babbo Natale Antenore 29 dicembre 2003 Sarà forse il caso di dirlo, soprattutto in questi giorni: Babbo Natale è un pupazzo commerciale e non c'entra niente con la festa del Natale di Gesù, e jingle bells non è un canto religioso. E' vero che dietro la figura di Santa Claus c'è San Nicola, ma ormai Babbo Natale è una figura a sé, del tutto scristianizzata. Sembra una banalità, ma andate a dirlo a quelli che cristiani non sono: per molti di loro, anzi, è probabile che il Cristianesimo abbia solo e soltanto il volto e le sembianze di George Bush, junior e senior... |
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| Requiem tedesco Antenore 28 dicembre 2003 Ascolto per l'ennesima volta il "Requiem tedesco", e rimango incantato. Questa toccante rivisitazione in musica di brani della Bibbia (in tedesco) che parlano dell'aldilà è opera di Johannes Brahms, che la compose negli anni intorno al 1860. La mia edizione di riferimento è una registrazione grandissima e obsoleta (1948!) di Herbert von Karajan, con solisti una giovanissima Elisabeth Schwarzkopf e il grande Hans Hotter. Si sente, qua e là, il fruscio dei vecchi 78 giri: ma che importa? Difficile trovare un "Denn alles Fleisch, es ist wie Grass" (...poiché tutti i mortali sono come l'erba; prima lettera di Pietro: 1,24) così giusto, non un inno solenne ma meditazione e preghiera; e toccante come poche altre volte lo "Herr, lehre doch mich" (Signore, insegnami dunque...: salmo 38) intonato da Hotter; e inarrivabile e commovente, nel finale, il "Morte, dov'è la tua vittoria?" che viene dalla prima lettera ai Corinzi. Mi hanno insegnato, ragionando di Gandhi, che "Mahatma" significa Grande Anima. Chi può essere la Grande Anima, il Mahatma della musica, se non Johannes Brahms? ![]() |
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| Il Trovatore (2) Antenore 27 dicembre 2003 E' opinione comune che nel "Trovatore" il Conte di Luna sia il cattivo, e che il tenore Manrico sia il buono, come nel teatro dei pupi. Però non c'è nulla nel libretto che conforti questa impressione, e quello che sappiamo di sicuro è soltanto che Leonora tra i due fratelli ha scelto Manrico. Ma il Conte è un baritono, e si sa che Verdi amava molto i suoi baritoni, che hanno sempre un grande spessore umano (perfino Macbeth non è del tutto una figura negativa...). Il Conte di Luna, insomma, è un innamorato deluso; e, in più, c'è una guerra in corso e lui sta cercando di vendicare la presunta morte del fratello, rapito da piccolo nella culla. E, soprattutto, al Conte Giuseppe Verdi regala una delle sue arie più belle e commoventi, un'aria da innamorato vero che comincia così: Il balen del suo sorriso d'una stella vince il raggio... |
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| Gli Atti degli Apostoli Antenore 26 dicembre 2003 La storia di Stefano, primo martire del Cristianesimo, è narrata negli Atti degli Apostoli. Dopo la salita di Gesù al cielo (l'Ascensione), gli Apostoli iniziano la predicazione.
Ma dodici apostoli sono già pochi, c'è subito bisogno di aiuto, e ci si guarda in giro per trovare "sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di saggezza". (Atti degli Apostoli, 6 e seguenti). Uno di questi sette uomini è Stefano.Stefano, intanto, pieno di grazia e di potere, faceva grandi prodigi e miracoli tra il popolo. Sorsero allora alcuni della sinagoga detta dei "liberti" comprendenti anche i Cirenei, gli Alessandrini e altri della Cilicia e dell'Asia, a disputare con Stefano, ma non riuscivano a resistere alla sapienza ispirata con cui egli parlava. Perciò sobillarono alcuni che dissero: " Lo abbiamo udito pronunziare espressioni blasfeme contro Mosè e contro Dio." E così sollevarono il popolo, gli anziani e gli scribi, gli piombarono addosso, lo catturarono e lo trascinarono davanti al sinedrio. Presentarono quindi dei falsi testimoni, che dissero: " Costui non cessa di proferire parole contro questo luogo sacro e contro la legge. Lo abbiamo udito dichiarare che Gesù il Nazareno distruggerà questo luogo e sovvertirà i costumi tramandatici da Mosè. " E tutti quelli che sedevano nel sinedrio, fissando gli occhi su di lui, videro il suo volto come quello di un angelo. Gli Atti proseguono con il discorso che Stefano pronunzia davanti al sinedrio. E' davvero un bel discorso, dove Stefano dimostra con dovizia di particolari, e con ampie citazioni dalle Scritture, che Gesù nasce dalle comuni radici ebraiche, e che è venuto per diffondere la Parola di Dio a tutte le genti. Ma i suoi accusatori, messi davanti alla Verità, si arrabbiano ancora di più e lo condannano alla lapidazione, che viene subito eseguita. Tra i presenti, e tra coloro che approvarono la lapidazione di Stefano, un giovane che si chiama Saulo: il futuro San Paolo. |
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| Il Vangelo di Luca Antenore 25 dicembre 2003 "Le nostre radici e le nostre tradizioni", si sente ripetere sempre più spesso, e quasi sempre a vanvera. Ma è ragionando su queste nostre radici che mi sono chiesto da dove viene, di preciso, il racconto sul Natale. Facile la risposta: dal Vangelo. Ma di Vangeli ce ne sono quattro, e solo in uno c'è il racconto dettagliato della nascita di Gesù, quello che ispirò il presepe a San Francesco. Non mi ricordavo più quale, e sono andato a cercare: Matteo parte dal viaggio dei Magi, mentre Marco e Giovanni ci presentano Gesù già adulto, nell'atto di essere battezzato da Giovanni Battista. Questo invece è il Vangelo di Luca: In quei giorni, un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazareth e dalla Galilea salì in Giudea e alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo. C'erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l'angelo disse loro: " Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia. " E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste che lodava Dio e diceva: " Gloria a Dio nell'alto dei cieli, e pace in terra agli uomini che egli ama. " Appena i gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano tra loro: " Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere. " Andarono dunque senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato loro detto. Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore. I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro. ![]() |
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| San Gerolamo nel deserto Antenore 24 dicembre 2003 Di tutti i Santi raffigurati dai pittori, San Gerolamo è uno dei più facili da riconoscere, anche per chi non ha una grande cultura specifica. Viene quasi sempre raffigurato come un vecchio, nudo o poco vestito, con un libro in mano e un leone al fianco. Il leone è mansueto, e il libro lo sta scrivendo il Santo, che è importantissimo perché fu il traduttore della Bibbia in latino, partendo dagli originali in ebraico e aramaico; traduzione che si usa ancora oggi e che è detta Vulgata. San Gerolamo, che era di origine dalmata e visse tra il 347 e il 420,viveva nel deserto: è per questo che nei dipinti viene ritratto così. Viene, in ordine cronologico, subito dopo Sant'Antonio Abate (egiziano, 250-356 d.C.) che è il fondatore del monachesimo cristiano; a lui si ispirarono i Padri del Deserto, che nel deserto, per l'appunto, vivevano essendosi ritirati dal mondo. Ogni volta che vedo un quadro con San Gerolamo, penso che sarebbe bello, con tutto quello che ci tocca vedere e sopportare, poterlo fare ancora. Andare nel deserto e ritirarsi dal mondo, intendo: ma oggi nel deserto ci corrono il Camel Trophy, e in ogni caso dopo pochi giorni arriverebbe una troupe tv per cercarti e magari per intervistarti... Insomma, anche il deserto non è più quello di una volta. Pazienza, verrebbe da dire: che è certo una virtù non delle persone comuni ma dei Santi; e neanche di tutti, a guardar bene. ![]() |
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| Il Trovatore (1) Antenore 23 dicembre 2003 Ho impiegato almeno tre anni per capire che cosa succede veramente nel Trovatore, e ancora adesso non ne sono ben sicuro. Il libretto è dell'ottimo e solido Cammarano, ma all'origine c'è il romanzone di un oscuro autore spagnolo, che pare abbia avuto un buon successo di pubblico circa duecento anni fa (il Trovatore di Verdi è del 1853). Dietro c'è una cupa storia di fratelli che non sanno d'essere fratelli, e che si combattono per tutta l'opera; Verdi, come al solito, taglia brutalmente e raccorda con riassunti affidati al coro o infilati in mezzo ad arie lunghe e drammatiche. Le due spiegazioni più lunghe sono nelle mani di Ferrando (voce di basso), all'inizio dell'opera, e poi della zingara Azucena, nel secondo quadro. Questo sistema narrativo complica non poco la comprensione degli avvenimenti per lo spettatore-ascoltatore, e chi volesse capire bene cosa succede forse è meglio che vada a cercarsi un'antica incisione (anni '30) del grande Ezio Pinza, basso dalla dizione chiara come poche volte nella storia dell'opera. Ma qui sta anche il fascino dell'opera. E' stato fatto notare che nel Trovatore succedono molte cose, e non mancano duelli e colpi di scena, ma noi sul palcoscenico non vediamo niente: tutto accade in un altro luogo, e noi ne ascoltiamo solo il racconto. In più, l'azione si svolge quasi sempre di notte, nell'oscurità. Tutto questo accentua l'aspetto onirico dell'opera, e anche l'idea che si tratti di una di quelle storie che si raccontavano i nostri vecchi, nelle lunghe sere d'inverno, prima che inventassero la luce elettrica e la televisione. Il Trovatore è forse l'Opera Lirica per eccellenza, e gran parte del suo fascino si trova in questo metodo narrativo, che sarebbe sconsigliato da qualsiasi addetto al marketing delle nostre case editrici o cinematografiche di oggi. Ma Giuseppe Verdi faceva di testa sua, e poteva ben permetterselo, visti i risultati. ![]() |
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| La baraonda in cui si vive Antenore 22 dicembre 2003 Mia amata Clara, passo sempre le feste in grande solitudine, tutto solo o con pochi cari amici nella mia stanza e molto tranquillamente - giacché i miei sono morti o sono lontani. Come mi fa bene allora sentire con voluttà come l'animo umano può essere colmo d'amore. La verità è che io dipendo dal mondo esterno; la baraonda in cui si vive - non mi fa ridere e non partecipo alla menzogna - ma è come se il meglio di noi si appartasse e solo metà della persona procedesse ancora come in sogno. Come sei fortunata tu, oppure devo dire bella, buona, diritta. Voglio dire, tu porti il tuo cuore come un possesso in piena sicurezza - noi dobbiamo nasconderlo ogni momento. Tu guardi tutto con tanto calore e con tanta serenità, basandoti sempre su te stessa, e dai serenamente ad ognuno quel che gli compete. Tutto ciò suona così sciocco e non so esprimermi, ma sarebbe ancora più sciocco parlare di gigli e di angeli e arrivare a te e all'animo tuo da quella via. (...) (Johannes Brahms a Clara Schumann, aprile 1872, lunedì di Pasqua) ![]() |
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| Poemi al macero Antenore 21 dicembre 2003 La settimana scorsa ho trovato il mio primo biglietto da 5 euro pasticciato. C'erano scritte frasi molto banali e non le ho memorizzate, ma è comunque la prima volta che mi capita, dopo due anni con la nuova moneta. Forse le nuove banconote erano un po' troppo grandi per le nostre abitudini, e solo adesso ci stiamo abituando a considerarle con minor rispetto? Forse è per questo che il superministro Tremonti vorrebbe così tanto avere le banconote da un euro, invece dell'insulsa moneta che ci è toccata in sorte? Chissà quante cose si potrebbero scrivere ancora, sulla banconota da un euro, così come si faceva con le care, vecchie mille lire, depositarie di autentici poemi ormai finiti al macero... |
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| Il codice Hammer de noantri Antenore 19 dicembre 2003 Due dichiarazioni impressionanti, di quelle che magari non si vorrebbe leggere ma che restano comunque memorabili: 1) "Papà e mamma hanno sempre lavorato insieme per venti ore al giorno, parlando continuamente di business. Così quando con mio fratello giocavamo con le bambole uno faceva il direttore amministrativo e l'altro il capo del personale." (Emma Marcegaglia, dall'Esp. 27.11.2003) (da un articolo sulle donne manager figlie di papà ) 2) "Sono convinto che pure un uomo straordinario come Umberto Eco passerà qualche momento al bar a dire fregnacce. Mica starà tutto il tempo a decifrare il codice Hammer, no? Cazzo, farà qualcosa di divertente pure lui!" (Paolo Bonolis, in un'intervista "de sinistra" all'Espresso del 4 dicembre 2003) |
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| Pickwick Antenore 18 dicembre 2003 Per uno di quei casi strani dei quali è piena la vita, ho letto il capitolo XX del "Circolo Pickwick" subito dopo aver visto, al telegiornale, come era finito il processo Previti al Tribunale di Milano. Il Circolo Pickwick, di Charles Dickens, è un libro umoristico che fu pubblicato, con grande successo, nel 1836. Nel suo capitolo XX, il pacifico Samuel Pickwick, protagonista del libro, vede suo malgrado due avvocati (anzi, un intero studio di avvocati) infiltrarsi nella sua vita e prendervi stabilmente posto. Gli avvocati si chiamano Dodson e Fogg, e non sto a riassumervi cosa succede in quel capitolo perché vi priverei del piacere di leggerlo. Leggere un libro umoristico per rilassarsi e trovarsi invece sempre più inquieti (e magari arrabbiati...) è una cosa che può capitare, soprattutto se si ha a che fare con Dickens. Dickens non fu solo un grande scrittore, o un grande umorista: come tutti i grandi che veramente meritano quell'aggettivo, va a colpire nel segno e fa male. E poi, tranne quando parla di carrozze e di cavalli, sembra davvero che parli dei nostri tempi. Come tutti i grandi veramente grandi, anche Dickens è sempre attuale, e basterebbe leggersi David Copperfield o Oliver Twist per sapere che mondo ci aspetta, nel nostro prossimo futuro: un mondo prima del Socialismo e dei Sindacati, tanto per dire. L'unico paragone possibile, oggi, potrebbe essere Altan; che però non scrive romanzi... |
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| Cronache di fabbrica (30) Antenore 17 dicembre 2003 I turnisti. Perché succedono gli incidenti ? E' una bella domanda, e il nostro responsabile dei servizi di sicurezza se la è posta, durante una delle riunioni di istruzione che si tengono periodicamente. " La nostra ditta è all'avanguardia nei sistemi di sicurezza. Eppure gli incidenti accadono ugualmente... perché ? "- si è chiesto il nostro buon capo. Ed aveva pronta la risposta: " Perché l'operaio non si mette il casco! Perché il casco pesa, disturba, dà fastidio, e allora lo si toglie, ed è allora che accadono gli incidenti! " Quando l'ho sentito sono rimasto estasiato. Non mi pareva vero: meno male che c'è qualcuno che ha le Risposte ! Gli anni passano per tutti, e anch'io non sono più tanto giovane. Probabilmente, gli operai più giovani mi hanno già archiviato nella categoria dei vecchi brontoloni, e non sono così vecchio ma un po' me lo merito. Sono tanti anni, ormai, che lavoro: e devo dire che capisco sempre di più perché capitano gli incidenti, soprattutto quelli rilevanti - da Linate a Cernobyl... La sicurezza nei luoghi di lavoro è un argomento del quale si parla poco, e male: e che è importante anche nelle discussioni sullo Statuto dei Lavoratori, considerato come un'inutile zavorra dei tempi andati. Siamo proprio sicuri che la libertà di licenziare non coinvolga tutti? Perché poi il dipendente che solleva problemi e propone soluzioni ai capi diventa noioso e importuno, bisogna rispettare i tempi di consegna, e così via. Ma sarebbe un discorso lungo, e ne ho già scritto abbastanza. Sono arrivato alla puntata numero trenta, e forse è il caso di fermarsi e tirare qualche conclusione. Ma non me la sento di dire molto di più di quello che ho detto; di sicuro so che questi aneddoti possono far sorridere, e che ci sono di certo problemi molto più seri. Qualcosa ne so anch'io, di problemi seri; e, siccome di turni di notte in fabbrica ne ho fatti tanti, lascio la conclusione ad un intervento di certo più serio e autorevole di quelli che ho fatto io. (...) Il professor Costa, che è un'autorità sul lavoro a turni, tira fuori dal suo archivio un istogramma aggressivamente puntuto, ma leggere nomi e numeri è ancora più inquietante: i due incidenti atomici di Three Mile Island e di Cernobyl e il disastro chimico di Bhopal sono avvenuti fra l'una e le cinque del mattino, fascia oraria che registra la minima soglia di vigilanza, negli umani. (...) Ma la modernizzazione ha rivoluzionato anche il tempo, che non è più un cerchio ma una striscia infinita divisa in segmenti di sei, otto, perfino dodici ore. (...) E non è detto che chi comincia a lavorare alle sei se la passi meglio di chi fa la notte. Perché, sempre secondo Costa, "un organismo ha bisogno del sonno profondo, quello iniziale, che ritempra dalla fatica fisica, ma è indispensabile anche il sonno REM, fase più avanzata caratterizzata dai sogni, che libera le emozioni. Chi si sveglia troppo presto interrompendo questa fase è riposato fisicamente ma non psichicamente. " (...) "Questa sempre maggiore difficoltà a sincronizzarsi con gli altri, a stare con la famiglia, a vedere gli amici, a partecipare ai momenti collettivi, indebolisce la società. E' saltata l'unità comune di tempo, ma il tempo è un cardine, il modo di usarlo e ordinarlo definisce le culture, attribuisce identità che altrimenti si perdono. Vorrà pur dire qualcosa la nuova passione italiana per Halloween, una tradizione che non ci appartiene, scoppiata proprio quando la domenica perde il suo significato di festa. " E la domenica continua a svalutarsi dal punto di vista religioso: per l'ISTAT dal '93 al '98 gli italiani che vanno a Messa il settimo giorno sono scesi dal 23,21 al 20, 91 % (...) (LaRepubblica/Venerdì, dic.1999, inchiesta sui turnisti, di Paola Zanuttini ) ( con interventi del prof. Giovanni Costa, medicina del lavoro, Verona; e di Anna Tempia, sociologa milanese) |
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| Lo stato brado Antenore 16 dicembre 2003 Le anguille sono in via d'estinzione: lo dice il Corriere della Sera, nelle pagine dedicate alla Scienza, domenica 9 novembre 2003. E porta dati e numeri: l'anguilla europea (Anguilla anguilla) è calata del 98% dal 1978, e un declino simile ha colpito l'anguilla americana (Anguilla rostrata) e quella giapponese (Anguilla japonica). Le cause sono queste: inquinamento, pesca eccessiva, e forse il riscaldamento dei mari. Inoltre, la riproduzione artificiale delle anguille, date le particolari caratteristiche di questo pesce, non è fattibile. Lo stesso destino rischiano squali, merluzzi, pesci spada e tonni. Piero Ottone, su La Repubblica del 7 novembre, riprende la stessa notizia da un altro punto di vista: tra non molto potremo mangiare solo pesci d'allevamento. "Dopo i fagiani e i polli - dice Ottone - adesso è venuta l'ora dei pesci..." Eh già: da quanto tempo, in Italia, le galline non si pescano più? Pardon: da quanto tempo non vivono più allo stato brado? |
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| Oude Kerk Agosto 1992 Antenore 15 dicembre 2003
Anch'io sono stato in Olanda, e mi sono fermato anche ad Amsterdam. Ma non si può parlare tranquillamente di quel che si è visto ad Amsterdam: nomini Amsterdam , e trovi facilmente chi ti parla di costumi liberi, di spinelli al bar, di donne in vetrina, o peggio ancora, e ti ammicca : Ah, sei stato ad Amsterdam? . Tipico di chi non sa guardare, né viaggiare: ma mica sempre si può star lì a puntualizzare, a spiegare: si abbozza un sorriso, e via. Hai voglia di raccontargli i canali, il mare del Nord a ferragosto col vento gelido e freddo - il miglior tè della mia vita, a Camperduin - le mucche interminabili, con qualche isolato allevatore che invece tiene cavalli, e che forse i vicini considerano un originale, i mulini a vento, l'acqua verde dei canali... Però io, l'ultimo giorno di vacanza, finalmente solo, lasciai i bagagli sulla chiatta e m'incamminai: avevo tutta la mattina davanti, il treno sarebbe partito solo verso le diciannove. Ero libero. Uscii dalla stazione ( Centraal Station ), ritrovandomi nella Prins Hendrikkade. Avevo già in programma di perdermi, come faccio di solito, con cartina o senza: per di più, difficile districarsi fra i nomi delle strade: l'olandese è un tedesco ancora più ostico, e non avevo più la mia cara guida così decisa, e la sua amica dai capelli neri. Mi guardai in giro, attraversai la piazza e m'incamminai, anch'io deciso - era ora! - verso il Damrak. Da lì, svoltando a sinistra, Warmoesstraat; poi, ancora a sinistra, Oudezijds Voorburgwal, a costeggiare il canale. L'avevo allungata un po', ma ormai il più era fatto. Anche per un imbranato come me, bastava seguire il canale - sempre che la cartina non mentisse e io fossi nella direzione giusta. Sulle cartine sembra sempre tutto a due passi, e invece si deve sempre camminare, e camminando tanto insorgono i dubbi: sarò sulla strada giusta, in questo paese accogliente ma straniero? In più, benché fosse agosto - o forse proprio per quello - piovigginava, e il tempo era autunnale. Finalmente raggiunsi quello che doveva essere de Walletjes, i muretti ,il famoso quartiere a luci rosse. Avrei dunque avuto qualcosa da raccontare agli amici! Ma forse non era l'ora giusta, o forse erano i miei pensieri che non stavano passando di lì in quel momento, ma il quartiere si presentava un po', come dire, deserto e poco attraente. Passai proprio davanti alle donne in vetrina e ai bar per fumatori d'oppio, luoghi notevoli d'interesse: però non mi ci fermai, un po' perché grazie non fumo, ma soprattutto perché avevo una meta. Ed era lì, grandiosa ma un po' defilata, con la riservatezza e la bellezza tipicamente olandese, in pietra e mattoni: la Chiesa Vecchia, proprio a due passi da una delle tante serie di vetrine. Meno male perché ero un po' stanco. Da che parte si entra? La ragazza nell'ingresso è gentile ma formale, non sembra olandese, ha un'aria familiare. Pago il biglietto, mi presenta la guida alla cattedrale. Visto il mio inglese poco allenato, mi segnala che esiste anche in italiano - vuoi vedere che è davvero delle mie parti? Prendo anche quella in italiano, oltre all'inglese, che avevo scelto non tanto per darmi un contegno quanto perché dopo tutti questi giorni a litigare con l'inglese, lo faccio per abitudine, tutti parlano un po' di inglese, in Olanda. Entro. Sembra vuota, rispetto alle nostre cattedrali, giusto nel mezzo un antico coro ligneo, l'organista che prova i brani per la funzione di domenica... E' proprio il famoso organo di Jan Westerman, 1724 dice il libro, di quercia con otto mantici e 54 canne dorate, attorniato da figure bibliche in legno marmorizzato . ![]() L'organista, seduto in mezzo a tanta meraviglia, giustamente comincia a suonare, poi s'interrompe e ricomincia ancora. Sta provando, ma è bello lo stesso. Parrebbe Bach, ma forse era Buxtehude. C'è poca gente, quasi nessun turista a parte me, che non mi sento turista - non oggi. Entro nel coro - sembra di attraversare una piazza per arrivarci - è grande, e messo così in mezzo viene in mente una grossa gabbia. Lo so che è irriverente, ma mica si è sempre responsabili dei propri pensieri... A cosa somiglia questa chiesa? Forse a Sant'Ambrogio, che è una chiesa ancora più vecchia. Mi siedo, e per un po' ascolto l'organo; poi anche l'organista se ne va - è passato mezzogiorno da un bel po' - tra poco dovrò cominciare a pensare al ritorno, devo anche passare a ritirare i miei bagagli sulla chiatta. Che tristezza, il ritorno da un viaggio: e questo non è stato un viaggio come gli altri, qualcosa mi rimarrà da questo giro per i canali d'Olanda. Purtroppo - lo so già, non vale la pena d'illudersi troppo - dovrò limitarmi a dei bei ricordi, anche se prima o poi tornerò a prendere freddo e vento sul Mare del Nord, e tornerò a perdermi ad Alkmaar, e tornerò alla Oude Kerk. Perché lì, alla Oude Kerk, tra gli accordi dell'organo e la gente distratta, tra il vasto pavimento e i soffitti dorati, lui c'era. Ripartimmo per Milano la sera, ma ad Amsterdam ho lasciato una parte di me stesso. |
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| Cronache di fabbrica (29) Antenore 12 dicembre 2003 Giorno di Festa in fabbrica. Il ciclo continuo è una cosa seria: significa partire e non fermarsi più, neanche nelle feste importanti; e gli impianti vanno sempre presidiati. Di solito, il vero ciclo continuo si fa con lavorazioni particolari, per esempio con la produzione dei polimeri (la plastica e le fibre sintetiche, detto in soldoni) e di tutte quelle molecole che servono come intermedi ma sono troppo pericolose per essere stoccate in grosse quantità. Però gli impianti chimici sono grossi e costosi, e per ridurre i costi (e stare dietro agli ordini) spesso è necessario lavorare su tre turni, a ciclo continuo, anche dove non sarebbe strettamente necessario dal punto di vista tecnico. E' il nostro caso, e difatti da tre anni lavoriamo tutti i giorni, sabato e domenica compresi; e ci capita spesso di passare sabati e domeniche in fabbrica, comprese le notti. Non è bello, soprattutto per i più giovani e per chi ha famiglia e vorrebbe stare un po' con i figli; però la paga è buona e il lavoro non è pesantissimo. Insomma, si può fare e lo si fa. Il bello della fabbrica la domenica pomeriggio, per esempio, è che c'è pochissima gente: solo il personale strettamente necessario. Anche i capi se ne stanno a casa, di solito: e anche questo è un vantaggio, si lavora lo stesso - magari anche di più - e non c'è nessuno dietro di te che venga a dirti cose strane o a contagiarti con il suo personale nervosismo, che di quello ne abbiamo abbastanza del nostro... Il ciclo continuo è regolato da un contratto particolare, che prevede i necessari riposi e ha norme ferree e inderogabili. Per esempio, nelle fabbriche normali, un operaio ha da subito in mano almeno un mese di turni, o magari sei mesi. Così, uno sa come regolarsi, e se si sa in anticipo che l'8 dicembre lo devi passare in fabbrica è più facile organizzarsi in famiglia. Ma la nostra non è una ditta normale, e il Dottor Biribò quest'anno dell'Immacolata Concezione proprio se ne è dimenticato. Interrompere il ciclo continuo e lavorare su cinque giorni, come gli impiegati? O far lavorare anche alla festa, e pagare di più gli operai? Perché se si lavora alla festa poi si devono dare 10, o magari anche 20 euro in più agli operai, che moltiplicato per 8 operai fa anche 400 euro, roba da pazzi. E poi, se si interrompe il ciclo continuo, le settimane già programmate slittano e i conti fatti in famiglia non tornano più. Così incontro Mario alla macchina del caffè, e Mario è proprio arrabbiato. - ... che questa domenica qui l'avevo programmata per andare in montagna con i bambini, e invece salta fuori lui e mi dice che adesso devo lavorare, perché dopo c'è la Festa e il ciclo continuo si interrompe e poi si sballano i turni. Ma non poteva dirmelo prima? Con tutto il tempo che c'era! E adesso, chi glielo dice ai bambini? Mah... Mario è un bravo capoturno e una brava persona, e farà regolarmente i suoi turni irregolari, ciclo continuo oppure no; e i bambini dovranno farsene una ragione. Da parte mia, consiglio di regalare un bel calendario da tavolo al Dottore, o a chi per lui: siamo in Italia, e anche lui è cristiano, anzi cattolico. In teoria non ce ne sarebbe bisogno, perché il Dottor Biribò va a Messa tutte le domeniche, ma forse sarebbe il caso di ricordargli l'elenco delle Feste di Precetto: l'unica che cambia data ogni anno è la Pasqua, che cade sempre di domenica; le altre sono sempre in date fisse ed è facile ricordarle. E poi ci sono le Feste Civili, anch'esse in data fissa. Per esempio: 6 gennaio, l'Epifania; 25 aprile, Festa della Liberazione; 1° Maggio, Festa del Lavoro; eccetera... Ma intanto noi siamo qui a lavorare, o ogni tanto si ferma il ciclo continuo, e lavoriamo solo 5 giorni; poi riparte il ciclo continuo, e veniamo la domenica notte, e così via. Bisogna pur essere flessibili, insomma: con buona pace del Papa e dei Santi, e anche di tutti gli altri che hanno inventato questi fastidiosi intoppi, e anche i lacci e i lacciuoli che tanto intralciano Produttività e Fatturato. ![]() |
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| Doping economico Antenore 11 dicembre 2003 Ho dato un'occhiata ai bilanci delle nostre squadre di calcio, pubblicate su tutti i quotidiani qualche giorno fa. In base alle normative europee del settore, che presto saranno obbligatorie anche da noi, il Milan campione d'Europa dovrebbe stare in serie B, e non avrebbe dovuto iscriversi né a quest'edizione della Champions League né a quella che ha vinto. Il suo passivo supera i 70 milioni di euro; non è affatto migliore la situazione dell'Inter, che anzi supera i 90 milioni (di euro). Delle nostre grandi, l'unica a passarsela benino è la Juventus, che ha i bilanci in buono stato; grossi passivi hanno anche la Roma e la Lazio. La notizia sui giornali era però questa: che la Commissione Europea ha bocciato la leggina approvata dal governo Berlusconi per aiutare le squadre di calcio con problemi di bilancio. Insomma, esiste anche un doping economico: non si vince solo con steroidi e nandrolone, ma anche con bilanci truccati che consentono di ingaggiare campioni che le altre squadre, più attente, non si possono permettere. C'è bisogno di commenti? Di certo non c'è da stupirsi: siamo in Italia... Un commento qualunquista, per il quale chiedo scusa e che qualche anno fa (diciamo dieci?) non mi sarei lasciato sfuggire. Ma un'azienda qualsiasi, con quelle cifre lì, sarebbe vicina al fallimento. Un artigiano, con un debito di venti milioni (di lire ) può anche chiudere bottega, se non ha appoggi sicuri in banca: ed è cosa che capita spesso ma non fa notizia sui giornali. Invece... Ma no, è meglio un bel no comment: tanto, che cosa cambia? |
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| Cronache di fabbrica (28) Antenore 10 dicembre 2003 Stupidi o distratti? La Ditta distribuisce un libro a fumetti, con suggerimenti per evitare gli infortuni. E' un buon provvedimento, e mi complimento per l'idea; e siccome mi piacciono i fumetti gli do subito un'occhiata. La veste grafica non è male, e i disegni sono simpatici e ben sceneggiati. Certo non è qui che si possono pretendere finezze, ma il livello è discreto. Soddisfatto del primo esame, e anche della legatura robusta, mi appoggio al muro e leggo con più attenzione. Nel primo episodio (sono episodi di una pagina ciascuno) un operaio un po' distratto si versa addosso qualcosa. Morale: bisogna stare attenti. Nel secondo episodio, passa una bella ragazza e un operaio, che vuol dimostrare quanto è forte, prova a sollevare un peso eccessivo, rimediando un forte mal di schiena. Nel terzo episodio, un operaio decisamente stupido... Ma è tutto così questo libro? Vado avanti, e la musica non cambia; va avanti così fino alla fine, con operai stupidi o distratti che fanno errori che si potrebbero evitare: e così è la vita, in effetti. Ma io chiudo il libro e vado a guardare le referenze: non conosco gli autori ma in copertina c'è anche l'approvazione dei sindacati, tutti e tre uniti come capita raramente di questi tempi. Non so bene se tutto questo è giusto, ma appoggio con delicatezza il libro su un tavolo e riprendo a lavorare, ma guardandomi intorno con attenzione. Chissà mai che non ci sia un operaio stupido anche qui nei dintorni, che potrei farne le spese in prima persona... ![]() |
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| Va' pensiero Antenore 9 dicembre 2003 L'idea di usare il "Va' pensiero" come inno nazionale risale ad Enzo Tortora e al suo programma televisivo Portobello, molto popolare negli anni '70 : e questo la dice lunga sulla preparazione e la cultura di chi porta avanti questa idea. Certamente, il coro dal terzo atto del Nabucco di Giuseppe Verdi (1842) è un brano musicale molto bello e toccante: ma è del tutto inadatto a svolgere la funzione di inno nazionale, come ben sanno i musicisti e gli appassionati d'opera. Basterebbe chiedere: innanzitutto, questo coro va cantato piano : l'inizio è quasi inintellegibile, e poi la voce sale gradualmente, ma senza mai toccare l'emissione a piena voce, né tantomeno l'urlo che lo storpia in tante esecuzioni assembleari. Dovendo essere cantato a mezza voce, diventa molto difficile per chi non è cantante di professione; e chi non sa cantare, come me, è meglio che canti qualcos'altro. E poi il soggetto: l'episodio biblico degli Ebrei a Babilonia, che sono schiavi e sottomessi e rimpiangono la Patria lontana ( O mia Patria sì bella e perduta...). Tanto è vero che, alla fine del famoso coro, arriva Zaccaria, il "Gran Pontefice degli Ebrei", e rimprovera aspramente il suo popolo: non si deve perdere la Fede! Bisogna aver Fede nel Signore, e anche saper reagire alle avversità senza rassegnarsi, dice nella sua aria Zaccaria (voce di basso) al coro che aveva appena cantato il "va' pensiero": che è un canto del ricordo e della nostalgia, del tutto inadatto alla funzione di inno nazionale. Un canto bellissimo, ma è questo il concetto che esprime. Basterebbe chiedere, informarsi, leggere... ![]() |
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| Arsenij Tarkovskij (2) Antenore 8 dicembre 2003 Nei presentimenti non credo, e i presagi non temo. Non fuggo la calunnia né il veleno, non esiste la morte: immortali siamo tutti, e tutto è immortale. Non si deve temere la morte, né a diciassette né a settant'anni. Esistono solo realtà e luce: le tenebre e la morte non esistono.
Siamo tutti ormai del mare su la riva,e io sono tra quelli che traggono le reti, mentre l'immortalità passa di sghembo. Se nella casa vivrete, la casa non crollerà. Un secolo qualsiasi richiamerò, e una casa vi costruirò. Ecco perché, con me, i vostri figli e le vostre donne siederanno alla stessa tavola la stessa per l'avo ed il nipote. Si compie ora, il futuro. E se io una mano levo i suoi cinque raggi rimarranno a voi. Del passato ogni giorno, come una fortezza, io con le spalle ho retto. Da agrimensore ho misurato il tempo, e attraversato io l'ho come gli Urali. Il mio secolo l'ho scelto a mia misura. Andavamo a Sud, sostenendo la polvere della steppa, il fumo delle erbacce. Scherzavano i grilli sfiorando i ferri dei cavalli con le loro antenne, come monaci profeti di sventura. Ma il mio destino fissato avevo alla mia sella, e ancora adesso, nei tempi futuri, come un fanciullo sulle staffe io mi sollevo. La mia immortalità mi basta, ché da secolo in secolo scorre il mio sangue... Per un angolo sicuro di tepore darei la vita di mia volontà qualora la sua cruna alata non mi svolgesse più, come un filo, per le strade del mondo. ( Arsenij Tarkovskij ) |
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| Peter Weir Antenore 7 dicembre 2003 Ogni tanto, soprattutto quando scrivo qui su stilelibero, mi vengono dei dubbi e vorrei parlare un po' meno. Chi sono io, e come mi permetto di scrivere di tutto pur non avendo né cultura specifica né preparazione? Le mie letture, e tutto il resto, sono frutto di incontri casuali e fortuiti, e un po' me ne dispiace ma ormai è così: e direi che è tardi per rimediare. Però poi leggo pezzi come questo, dove Lietta Tornabuoni parla del cinema di Peter Weir, e un po' mi rassicuro: Peter Weir, grande e chiaro, nato a Sydney, quasi sessantenne, è il maestro di quel cinema australiano che fornisce sempre più paesaggi, servizi e Nicole Kidman al cinema americano. Un regista molto bravo, di perfetta doppiezza: è assimilato alla cultura Usa ma capace di conservare l'amore originario per i vasti spazi, l'avventura e le amicizie virili; robusto narratore realistico, è sagace nella descrizione dell'incertezza, quindi della fantasia; eclettico, privo d'una precisa identità d'autore, segue tuttavia con costanza un filone di propri interessi. Il suo film più famoso e influente è forse "L'attimo fuggente" (Oh capitano, mio capitano...), storia di college, battaglia contro Onore, Disciplina e Tradizione in nome della poesia, della forza anarchica della giovinezza, della creatività e della libertà. Weir viene da una iniziale esperienza europea e underground, è appassionato dalla ricerca di un "altrove" ai conflitti profondi: conflitto tra homo faber occidentale e natura vergine nell'antifilm d'avventura "Mosquito Coast" con Harrison Ford; conflitto tra avventura esotica e dramma politico in "Un anno vissuto pericolosamente" con Mel Gibson; conflitto tra sentimento antibellicista e avventura bellica (l'assedio posto dagli inglesi al porto turco di Gallipoli) ne "Gli anni spezzati"; conflitto tra elegante rievocazione d'epoca vittoriana e critica sociale nel suo primo film del 1975 subito molto ammirato, "Picnic ad Hanging Rock". Le molte possibilità, le grandi ambizioni, la non poca scaltrezza spettacolare dell'austro-americano Peter Weir, insieme con l'originalità delle idee e il dovere di renderle accessibili a tutti, raggiungono la massima condensazione in "The Truman Show" con Jim Carrey (1998): gigantesca e bellissima messinscena dell'artificiosità della vita e del potere della sua rappresentazione. (Lietta Tornabuoni, dall'Espresso 27.11.2003) Intanto, Peter Weir è "australiano-americano"; ma quello che mi preoccupa è soprattutto che un critico cinematografico di professione non si sia mai accorto dell'identità d'autore di un Autore assoluto come Peter Weir. Certo, Weir è eclettico... ma qui il discorso darebbe troppo lungo, mi fermo e rimando ad altra occasione, se no Solimano mi sgrida. ![]() |
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| Cronache di fabbrica (27) Antenore 6 dicembre 2003 Metanolo. Avevamo lasciato l'HPLC in seria difficoltà, nel numero 6. Sono passati mesi, la gloriosa colonnina da cromatografia ha ripreso a funzionare, sia pure un po' zoppicante, e andiamo avanti lo stesso con le analisi, sia pure con qualche apprensione. Infine, approfittando di un colloquio fortunoso (nel senso del fortunale, di tempesta), col Direttore in persona, butto lì che così non si può più andare avanti. Il Direttore capisce, approva, e per risolvere il problema manda la Dottoressa ( capo del Laboratorio ), nelle altre sedi all'estero: in Spagna, in Germania. La Dottoressa ritorna dal viaggio con due colonnine diverse da quella che sta tirando gli ultimi ansiti della sua lunga vita. La differenza sta soprattutto in questo: che adesso bisognerà utilizzare non più l'alcool etilico, ma il suo fratello più piccolo, l'alcool metilico detto anche metanolo. Il metanolo ha avuto un momento di triste notorietà nel nostro paese, alla fine degli anni '70 . O erano gli inizi degli anni '80? Beh, comunque quel periodo lì: viticoltori disonesti lo usarono per produrre vino sottocosto, con risultati spaventosi. All'epoca conoscevo un enologo, che mi spiegò bene tutta la faccenda: ridotta ai minimi termini, è vero che si può in parte sostituire l'alcool etilico con il metanolo, nel vino: ma la parte deve essere ben piccola, e comunque è vietatissimo dalla legge. Il perché è chiaro fin dai primi anni di scuola, per un chimico: l'alcool metilico è molto velenoso. Se se ne beve poco, si rischia la cecità; in quantitativi superiori provoca la morte, ed è comunque tossico anche per inalazione o per contatto prolungato. Insomma, quei viticoltori ne avevano aggiunto troppo: non erano soltanto criminali, ma anche sprovveduti... Ora bisogna alimentare l'HPLC con l'alcool metilico, siamo dei bravi chimici e si può fare ma il problema è sempre quello: mancano le cappe. Si improvvisa in quattro e quattr'otto, togliendo un bagnomaria dalla vecchia cappa nell'altro locale (quello dove passiamo la gran parte delle nostre giornate lavorative) e ficcandoci sotto tutta la strumentazione corredata alla cromatografia in fase liquida. E cioè: due personal computer "massicci", con monitor a tubo catodico e grossi hardware; due rivelatori per l'HPLC; le relative pompe; 4 bottiglioni da due litri e mezzo (due per gli scarti e due per l'alimentazione) ; accessori vari. Insomma, la cappa è strapiena e a malapena si può lavorare, ma va bene così. Il primo pensiero che sorge, in me e nel mio collega più pratico, riguarda la pompetta e i bottiglioni per l'alimentazione. Il mio collega prende la calcolatrice e fa due calcoli veloci: nel giro di un paio d'ore la pompetta svuoterà i bottiglioni, e quindi bisognerà stare sempre attenti e cambiare spesso i bottiglioni. In più, bisognerà anche tenere d'occhio gli scarti, che non trabocchino... - Allora, - dice la Dottoressa, serissima e con la grinta delle grandi occasioni. - Adesso è tutto a posto. Lo strumento è sotto cappa, il metanolo è pericoloso e va tenuto sotto controllo perciò mi raccomando: USATE SEMPRE I GUANTI. Guai se non vi vedo usare i guanti!!! Capito? Nessuno fiata. - E poi, mi raccomando: la pompetta. Non fate andare a vuoto lo strumento, se no siamo daccapo; e poi la colonnina ha un'autonomia di circa duecento analisi, perciò mi raccomando ancora: fate attenzione! Duecento analisi? Sì e no due giorni... - Il metanolo di scarto va rigorosamente versato nella tanica degli scarti, e mandato a bruciare. Mi raccomando, ne va della nostra sicurezza, e chi non segue attentamente le istruzioni riceverà una lettera d'ammonizione, e provvedimenti disciplinari. Dopo due ore, va via la corrente: in tutto lo stabilimento, e anche in laboratorio. La cappa si spegne, e con lei si spegne lo strumento. Chi glielo va a dire, alla Dottoressa e al Direttore che sta confabulando con lei? | ||
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| Arsenij Tarkovskij (1) Antenore 5 dicembre 2003 Anche Andrej Tarkovskij, come Bernardo Bertolucci, è figlio di un grande poeta. Questi sono alcuni versi di Arsenij Tarkovskij, padre di Andrej. Li ho trascritti dai suoi film, perché in commercio esiste poco o nulla di Arsenij Tarkovskij, come è facile immaginare. Sono tratti da "Stalker" e da "Lo specchio": nel secondo film, nella versione italiana, sono recitati e interpretati dalla voce magnifica di Romolo Valli. Amo gli occhi tuoi, amica mia, e i loro giochi. Splendidi di fiamme quando li alzi all'improvviso e, come fulmine celeste, guardi veloce tutt'intorno. Ma c'è un fascino più forte: gli occhi tuoi rivolti verso il basso, negli attimi che un bacio appassionato, e fra le ciglia semichiuse del desiderio, il fumo, il fosco fuoco... ( Arsenij Tarkovskij )
(da Stalker di Andrej T. )E' fuggita l'estate, più nulla rimane. Si sta bene al sole, eppure questo non basta. Una foglia dalle cinque punte mi si è posata su una mano, eppure questo non basta. Né il bene né il male sono passati invano, tutto era chiaro e luminoso, eppure questo non basta. La vita mi prendeva sotto l'ala, mi proteggeva, mi salvava: ero davvero fortunato, eppure questo non basta. Non sono bruciate le foglie, non si sono spezzati i rami, il giorno è terso come il cristallo, eppure questo non basta. ( Arsenij Tarkovskij ) ... che si avverino i loro desideri... che possano crederci, e che possano ridere delle loro passioni! Infatti, ciò che chiamiamo passione in realtà non è energia spirituale, ma solo attrito tra l'animo e il mondo esterno. E, soprattutto, che possano credere in se stessi, e che diventino indifesi come bambini: perché la debolezza è potenza, e la forza è niente. Quando l'uomo nasce è debole e duttile, quando muore è forte e rigido. Così come l'albero, mentre cresce, è tenero e flessibile, e quando è duro e secco, muore. Rigidità e forza sono compagni della morte; debolezza e flessibilità esprimono la freschezza dell'esistenza. Ciò che si è irrigidito non vincerà. ( Arsenij Tarkovskij ) |
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| Lavorare da malati Antenore 4 dicembre 2003 Ho incontrato un amico che non vedevo da un po' di tempo. Come stai, gli ho chiesto: e lui mi risposto "adesso bene, ma sai quanti problemi ho passato? Però sono andato a lavorare lo stesso." Sintetizzo: il mio amico che non stava bene ma è andato a lavorare lo stesso fa il cuoco in una mensa, ed aveva un virus intestinale. Non siete ancora abbastanza impressionati? Il medico di famiglia del mio amico lo conosce bene, sa chi è e che lavoro fa; in più, il mio amico è molto giovane e lavora con un contratto di formazione. Il ragazzo, visto che lavora in una mensa, avrebbe dovuto fermarsi e stare a casa ai primi sintomi del male, nell'interesse di tutti. Il medico, che lo conosce, avrebbe dovuto dirglielo chiaro. Ma le cure sono state lunghe, il ragazzo ha bisogno di lavorare e forse il contratto non gli sarebbe stato rinnovato... Scene dal nostro futuro, insomma. Potrei continuare, ma per ora ringraziamo il ministro Maroni (ma non solo lui) per la collaborazione: la sceneggiatura è ottima e di sicuro ne uscirà un bel film del terrore, da vivere come se fosse vero. |
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| Fare il tranviere oggi a Milano Antenore 3 dicembre 2003 Le guerre tra poveri sono sempre tristi, e quella di lunedì scorso, a Milano, è stata davvero molto triste. Lo dico subito, a scanso di equivoci: è stato un errore, quello dei macchinisti ATM, e anche molto grave; ma io sono con loro e li capisco. Ma andiamo con ordine: lunedì era previsto, e organizzato, uno sciopero "educato", dalle 9 alle 17 circa, dei mezzi pubblici di trasporto; e la motivazione era il rispetto e il rinnovo del contratto di lavoro, scaduto ormai da tre anni. E lo sciopero è stato quello consueto, ormai d'abitudine, annunciato per tempo e in orari "civili": così consueto che poi al Governo ci ridono sopra e fanno spallucce. E' stato così in tutta Italia tranne che a Milano. A Milano i dipendenti dell'ATM (l'azienda trasporti milanese) hanno iniziato lo sciopero dal primo mattino e l'hanno concluso solo a tarda sera, davanti alla precettazione ordinata dal prefetto. Ma loro erano disposti ad andare avanti ad oltranza, hanno chiesto scusa ai cittadini ma erano (e sono ) proprio esasperati. Ovvie le reazioni a questo gesto, che ha spiazzato tutti: gli utenti (cioè i cittadini) esasperati e disgustati, i vertici dell'ATM e il sindaco Albertini con facce nerissime a promettere gravi sanzioni, la stampa a deplorare (magari, e sappiamo chi, ghignando e fregandosi le mani...), e i sindacati scavalcati a non saper che dire: e forse le facce dei leader della Triplice erano le più nere in assoluto. Un errore, e anche grave, da parte degli scioperanti "selvaggi": e io ringrazio il cielo di non essermi trovato in mezzo al caos, e spero che non mi capiti mai in futuro. Però ognuno dovrebbe prendersi le sue brave responsabilità, in primo luogo i politici che dicono che in Italia tutto va bene, anzi benissimo. Fare il tranviere è un lavoro pesante, che chiede responsabilità e professionalità, per di più con turni impossibili: e non può essere un lavoro malpagato. E poi, i contratti vanno rispettati: in un paese civile non dovrebbe succedere che passino tre anni senza concludere un accordo così importante per tutti. Milano è forse la città più cara d'Italia, e tre anni d'inflazione pesano, sia pure al 2,5%. Non mi sono piaciute le facce offese e sdegnate dei manager e dei politici, e ho visto male anche quelle dei sindacalisti, molto preoccupati. E' di moda nella destra italiana accusare i sindacati di chissà quali misfatti, di massimalismo e magari di collusione con il terrorismo: la realtà, e chi vive in mezzo agli operai lo sa bene, è che c'è in giro molta gente esasperata e preoccupata, con contratti precari e con mutui pesanti da pagare; e che dalla base si rimproverano spesso ai sindacalisti debolezza e connivenza con i padroni. Insomma, non era un gesto da fare, e questo mi pare ovvio. Ma non me la sento di gettare la croce addosso ai dipendenti dell'ATM, e penso che tutti dovrebbero prendere la propria parte di colpa, politici in testa. Il mio timore personale, e so per certo che non è solo mio, è che questo non sia che l'inizio di una gran brutta stagione. L'educazione piace a tutti, e siamo tutti, più o meno, disposti a rispettare il prossimo e ad aiutarlo; ma cosa bisogna fare quando il tuo interlocutore è un muro e non si sogna di risponderti? La povertà e la precarietà fanno paura a tutti, e se non si cambia strada c'è proprio da preoccuparsi. |
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| Il colore della Scala Antenore 2 dicembre 2003 Ho sempre visto la Scala color giallo-ocra, e mi piaceva molto perché è un bel colore, molto caldo e accogliente. Ricordo anche un restauro fatto su quel colore, che fu da molti criticato perché, alla fine dei lavori, la facciata non era bella come nuova ma la si era conservata un po' - come dire?- vissuta, e proprio per non toccare quel colore. Adesso invece, da non molti anni, oltre ad essere chiusa la Scala è bianca e marmorea. Fredda, mi viene da dire; e perfino funerea. Un altro segno che i tempi sono cambiati, mi verrebbe da dire: e non solo a Milano. (io alla Scala ci sono andato per vent'anni, e si poteva assistere agli spettacoli spendendo all'inizio cinquecento e poi - ma alla fine, dopo decenni d'inflazione - cinquemila lire...) |
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| Cronache di fabbrica (26) Antenore 1 dicembre 2003 Il reietto. Da alcuni giorni circola negli uffici uno strano tipo, che viene subito ribattezzato "il vecchietto". - L'hai visto il vecchietto? - mi chiedono. Io non l'ho ancora visto, non capisco e non sono nemmeno molto curioso. Ma la ditta non è poi così grande, e le voci corrono. L'uomo, che non è poi così vecchio, è comunque vicino alla pensione; proviene da un'altra filiale, quella dove la nostra ditta ha avuto la sede legale per molto tempo, e che adesso naviga in cattive acque. Ha un'aria vagamente ottocentesca, veste di flanella grigia, giacca e pantaloni pesanti, con un antiquato gilet; non è molto alto ed è un po' curvo e, in effetti, tutto nel suo aspetto sembra qualificarlo come un uomo d'altri tempi, un po' troppo anziano per essere ancora al lavoro. Per lui si è trattato dunque di uno spostamento notevole, sui tre-quattrocento chilometri da casa, al limite dello spaesamento. Cos'è successo? L'ometto, un quadro di livello piuttosto alto, sembra davvero un po' consumato, liso. O meglio: sembra uno dei colleghi di Fantozzi, magari un ragionier Filini ma più magro e molto meno intraprendente. Anzi, il nostro uomo fa di tutto per passare inosservato: sembrerebbe gentile ma a malapena saluta, esce poco dall'ufficio, pare nascondersi o comunque non aver voglia di parlare. Inoltre, si direbbe molto teso, nervoso e un po' aggressivo. Sta tutto il giorno nel suo ufficio, seduto alla scrivania, e sembra proprio che non faccia niente di niente. Cos'è successo? Semplice: le voci non sono ufficiali e non c'è nulla di certo, ma pare che l'uomo abbia mandato a quel paese e insultato pesantemente, tempo fa, un importante dirigente. La Ditta è stata clemente, e gli ha concesso di trascorrere qui ( cioè lontano ) i pochi mesi che gli mancano alla fine del suo percorso lavorativo. Un esilio, insomma: un dorato esilio, con tanto di appartamentino in affitto per lui e per la moglie. L'uomo si aggira con fare furtivo, si nasconde, viene in mensa ed è l'unico momento, a tavola, in cui si sfoga un po' e chiacchiera, ma senza confidarsi. Da solo, nel suo ufficio, legge il giornale, mangia panini e pare che, addirittura, dedichi molte ore del suo tempo lavorativo alla compilazione della Settimana Enigmistica, risolvendo meticolosamente tutti i cruciverba compreso il famoso Bartezzaghi, e anche le sciarade e le crittografie più difficili... |
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| Gli ex video-bambini Antenore 30 novembre " Affoghiamo nell'ignoranza. - sintetizza Giovanni Sartori. - La parola è stata la via per l'elaborazione intellettuale, per l'astrazione. Se dicevo giustizia, legalità, libertà, esprimevo delle idee astratte, costruite nella mente. Cioè, pensavo per concetti. Oggi, soprattutto, si vede. E non si elabora un bel nulla. (...) C'è un fenomeno generale di arretramento culturale dovuto alla civiltà televisiva, ma c'è anche un fenomeno specifico italiano. La televisione non è un male in sé, dipende da chi la fa e come. (...) " L'intervista a Giovanni Sartori, docente di Scienze Politiche a Firenze e a New York, è stata pubblicata sul Venerdì di Repubblica il 7 novembre scorso, a firma Attilio Giordano. Ne riporto altri brani: - Le statistiche dell'Osservatorio di Pavia dicono che gli spazi dedicati a maggioranza e opposizione non sono molto cambiati. - E che cosa significa? In un libro si può essere citati cinquanta volte per dire, ogni volta, che sei un cretino. I tempi non dicono nulla. In realtà si attuano già da tempo una serie di trucchetti evidenti, il più semplice dei quali è rappresentare la tua idea con i migliori personaggi e quelle dell'opposizione con i peggiori. (...) - E tutto questo influenza il voto... - Non lo dico io, è provato. E lo dice anche il buon senso: se il 70% degli italiani riceve informazione solo dalla tv, e non legge giornali - per non parlare dei libri - le loro idee verranno solo da lì. (...) - Un altro aspetto di questa nuova informazione è il sondaggio. Che ne pensa? - Tutto il male possibile. Chi è interrogato risponde sulla base di quello che sa, e quello che sa viene dalla tv. La quale, poi, come in uno specchio, ripropone il sondaggio come se fosse la voce del popolo. (...) - Professore, non è un po' apocalittica la sua ipotesi sulla "nuova specie" televisiva? - Non credo. L'immagine concreta che sostituisce la parola astratta produce inevitabilmente l'atrofizzazione della capacità critica. Tra l'altro, già oggi, chi lavora in questo mondo è in gran parte un ex video-bambino, uno che è cresciuto con la tv. (...) |
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| Cronache di fabbrica (25) Antenore 28 novembre 2003
La libido e l'ossido di etilene. Arrivo un po' in ritardo, leggermente trafelato, in sala riunioni. La lezione sta per cominciare, e ovviamente i primi arrivati si sono già accaparrati i posti migliori: quelli in fondo e un po' defilati, come è giusto e naturale che sia.Il Professore ha già iniziato la sua lezione, che fa parte di un "corso". Fare corsi è un po' diventata una moda, o forse una mania; spesso sono utili, e a volte indispensabili. Certo è, quantomeno, un tantino esagerato definire "corso" una lezione di un'ora, ma passi. Sono tutti contenti: non c'è bisogno di studiare, non ci sono esami alla fine e poi, soprattutto, si può riposare un'oretta. Sempre meglio che lavorare, insomma. Comunque il Professore è un Professore vero, con tanto di laurea e cattedra universitaria: conosce bene la sua materia e si vede, difatti inizia subito con il riempire la lavagna di formule chimiche anche un po' complesse. Mi guardo intorno: c'è il Direttore e c'è un altro laureato, o forse due; ci siamo io e un altro diplomato; poi ci sono gli operai (terza media, se va bene: compresi i capiturno), e infine, proprio dietro di me, i due addetti dell'impresa spurgo pozzi neri. Non c'è niente da ridere: primo, perché gli addetti allo spurgo pozzi neri servono, eccome, in questa società. Se si fermano loro, sorgono subito dei problemi; se invece si ferma il Direttore del Personale, tanto per fare un esempio, il mondo va avanti lo stesso, e forse va anche meglio. E poi, in una Ditta come questa, solo loro hanno le pompe e le attrezzature giuste per vuotare le vasche di contenimento e per bonificare i serbatoi: e quindi sono quasi sempre qui, e magari gli tocca di lavorare vicino a serbatoi o reattori pericolosi. Sono quindi i benvenuti, ed è bene che anche loro conoscano i pericoli cui vanno incontro.
Il Professore pensa di contenersi, e di fare una lezione un po' all'acqua di rose; e invece dopo la prima formula chimica la platea è già andata in tilt, io compreso perché mi sono alzato alle cinque e ho un gran sonno. Forse il nostro conferenziere se ne accorge, e prova un po' ad alleggerire.- E' cancerogeno l'ossido di etilene? Non si sa con certezza. Studi ne sono stati fatti, ma quello che si sa di certo è solo che l'ossido di etilene distrugge completamente i tessuti che tocca, e quindi non si può parlare di mutazioni... Beh, un po' di attenzione l'ha ottenuta. Adesso è contento e si lancia, conscio della sua esperienza in situazioni simili. - Ha effetti sulla libido l'ossido di etilene? Esperimenti condotti sui ratti parrebbero dimostrare di sì. L'uditorio sorride, e si fanno battute sottovoce. La vita sessuale dei ratti è un argomento che si presta, e nascono anche delle domande, alle quali il Professore risponde contento. Ma ormai l'ora di riposo è passata, il foglio bianco della lavagna è tutto coperto da disegni e da formule, ed è ora di andare. Il Direttore è molto contento, sorride soddisfatto e anche un po' orgoglioso. - Bella lezione, Professore! Complimenti... Anche il Professore è contento, e gli operai possono tornare a lavorare. |
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| Strumentalizzazioni Antenore 27 novembre 2003 DON COLMEGNA RIFIUTA L'AMBROGINO, titolava a tutta pagina La Repubblica del 7 novembre, in apertura delle pagine della cronaca milanese. Don Virgilio Colmegna è il prete che dirige la Caritas ambrosiana, e l'ambrogino d'oro è il riconoscimento per i milanesi eccellenti, che il Comune consegna ogni anno per la festa del Santo patrono di Milano, il 7 dicembre.
Queste le motivazioni di don Colmegna: " Non ho chiesto nulla e non mi interessa stare in mezzo a questa contrapposizione. In ogni caso, il riconoscimento non potrebbe essere personale, ma per tutta la struttura. " La lettera è stata indirizzata al presidente del Consiglio Comunale, che si chiama Giovanni Marra, e l'articolo dice ancora così: " Mi sono trovato - sintetizza chi ha letto il documento - , senza averlo chiesto, al centro di un contrasto politico che non mi interessa e che vorrei avesse fine. In ogni caso, il riconoscimento non dovrebbe essere personale, ma per l'attività di tutta l'organizzazione della quale sono responsabile. Vi prego di non fare più il mio nome a questo proposito. Abbiamo molto da lavorare. " "Lasciatemi fuori dalla rissa politica" , evidenzia la redazione di Repubblica; e, sempre nel titolo, in alto: " Il caso ha irritato anche la Curia che ha chiesto spiegazioni a Palazzo Marino: Le strumentalizzazioni non ci piacciono. " Cos'è successo? Alleanza Nazionale, che fa parte della maggioranza ed è parte rilevante nella giunta che governa Milano, vorrebbe un ambrogino alla memoria di Filippo Tommaso Marinetti. Marinetti, fondatore del futurismo e fascista convinto fin dalla prima ora, è morto da quasi sessant'anni: nel 1944, per la precisione; e il premio a don Colmegna sarebbe, secondo le intenzioni della giunta, un degno bilanciamento "a sinistra" dopo questa scelta. C'è anche il parere di due consiglieri comunali: Matteo Salvini della Lega Lombarda che accusa Colmegna di essere "uno che fa politica", e Nicola di Martino che lo boccia perché " Colmegna mi attaccava sempre in tv, e figuriamoci se lo voto dopo che la sinistra ha messo il veto su Marinetti. " Cosa dire? Tutta la mia solidarietà a don Virgilio, innanzitutto; e poi che l'opposizione ha subito fatto sua la proposta di dare il premio alla Caritas Ambrosiana tutta intera. Non so nemmeno come è andata avanti la storia, perché il mio interesse per tutta la faccenda è finito subito: ma quello che ho letto mi basta per dire che ci vorrebbe Achille Campanile, per raccontare tutto come si deve... |
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| Cronache di fabbrica (24) Antenore 26 novembre 2003 La Tazza Ford. Anche la Tazza Ford si basa sullo stesso principio del Viscosimetro di Engler, ma è molto più semplice: oserei dire addirittura geniale, nella sua semplicità. Si tratta infatti di una semplice tazzina di metallo, ben calibrata, con un buco sul fondo. La si riempie con il liquido in esame, avendo cura di tappare in precedenza il buco con un dito; poi si toglie il dito e si vede quanti secondi ci mette a vuotarsi. Tutto qui: pare che l'abbiano inventata i meccanici della Ford, in America, negli anni '20 o forse prima, per controllare velocemente la viscosità degli oli lubrificanti; e funziona. Funziona entro certi limiti. Ovvio che se il liquido è troppo viscoso e ci mette 5 o 6 minuti a scendere bisogna cambiare la tazza ( o il foro sotto), oppure bisogna cambiare viscosimetro (ce ne sono tanti). Però c'è sempre chi prova a farlo (oppure a farlo fare a te, peggio ancora): ed è come voler misurare un chilometro col centimetro del sarto o con il righello dei bambini. Si può anche fare, ma non è che abbia molto senso...
I miei colleghi usano il cronometro, perché così dice il metodo ufficiale. Ed è un bel cronometro, abbastanza inutile perché non sempre la precisione assoluta è necessaria: in meccanica sì, perché se si fa un pezzo di un millimetro più grande si blocca tutto l'ingranaggio, e in farmaceutica un errore di dosatura può essere fatale. Ma un olio lubrificante può ben essere un po' più viscoso o colorato, e va bene lo stesso.Un cronometro professionale è bello da vedere e da usare; è così bello che ogni tanto bisogna comperarne uno nuovo, perché quello che c'è sparisce subito, se non lo si rimette subito al suo posto. A questo punto, potrei aprire una parentesi sulla necessità e la bellezza di rimettere subito ogni cosa al suo posto; ma sospiro, vi risparmio il sermone e passo ad altro. Infatti, io uso sempre l'orologio che ho al polso; o magari quello grande che è appeso al muro. Il che mi provoca sguardi di riprovazione, ma 1) non cambia niente 2) mi sono stufato di cercare il cronometro, o la chiave del cassetto dove è tenuto nascosto. Comunque adesso sto facendo il "test symplex". Niente di preoccupante: è una semplice diluizione, una prova applicativa per uno shampoo, o un doccia schiuma. E' un test importantissimo, e infatti noi tutti sappiamo bene quanto sia importante la viscosità del nostro docciaschiuma. E' così importante che la Dottoressa e il Dottor Biribò mi seguono passo passo, per vedere se sbaglio. E così eseguo diligentemente la mia diluizione, peso con cura e disperdo con attenzione i componenti; poi centrifugo, controllo la temperatura, inizio l'analisi e vado a prendermi un caffè. Il test symplex, infatti, ha una viscosità di circa 2500 millipascal, cioè come il miele quando è piuttosto denso: versato nella Tazza Ford con il foro 4, se il prodotto è a posto, impiega 400-500 secondi. Il che vuol dire dai 6 minuti in su: il tempo di prendersi un caffè, appunto; o di calcolare la distanza in centimetri da qui a casa del Dottor Biribò, che non abita molto lontano. | ||
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| La Tetralogia per intero Antenore 25 novembre 2003 Leggo e trascrivo, da Repubblica del 14 novembre 2003: Presentata da "Nature" una nuova tecnologia che supera il cd. Tutta la musica del mondo in un centimetro cubo. Milano. L'ineluttabile percorso verso la fine del compact disc come supporto principale per la diffusione della musica sta per compiere un altro passo avanti: un nuovo supporto di memoria, tecnologicamente più avanzato, in grado di contenere molti più dati in uno spazio più piccolo e ad un costo decisamente minore. (...) Qual è il vantaggio per gli utenti, oltre a quello economico ? Che il supporto contiene una quantità di dati diverse centinaia di volte superiore a quella di un cd in una dimensione che supera di poco quella della testa di uno spillo. (...) La novità, sintetizza l'articolo, sta nell'unione di materiale organico (un polimero plastico) con uno inorganico (una pellicola di "silicone", che però forse è silicio...) . Il nuovo dispositivo è stato presentato, sulla rivista "Nature", da ricercatori dell'Università di Princeton e dai laboratori della Hewlett-Packard, e ha destato vivo interesse anche al Massachusetts Institute of Technology. Io guardo la mia raccolta di cd (non so più dove metterli, tra un po' dalla stanza dovrò uscire io, ma non voglio mica buttarli via: ho ancora il giradischi e i 33 giri...), penso che non ho ancora comperato il dvd e sto valutando da almeno sei mesi l'acquisto di una macchina fotografica digitale; inoltre, conosco molte persone che non hanno mai avuto in casa un lettore cd e vivono lo stesso contenti, beati loro. Ben venga il progresso della tecnica, ma per quanto mi riguarda l'mp3 è già un impaccio. Su un cd trovano posto fino a 80 minuti di musica, ed è già un bel sentire; e poi ci sono anche i cambiadischi: il mio lettore cd il caricatore da sei. E' già una fortuna avere il tempo di ascoltarla, un'ora e venti di musica; a meno di non farsi Milano-Reggio Calabria in macchina, giusto per ascoltare la Tetralogia per intero... ![]() | ||
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| Giuliana Rigamonti Antenore 24 novembre Ammetto di non sapere nulla di Giuliana Rigamonti. L'unica cosa che so è che è di Sondrio, e queste tre poesie le ho trovate sul Corriere della Sera, un paio d'anni fa; e le ho fedelmente conservate per tempi migliori. Ho lasciato il pub per la torre di Joyce, tonda sugli scogli di un mare scuro come birra scura. " Quando su noi infurieranno i venti" :
ricordo solo un verso, il cielo desertodi voli, un paese morto. Una scheggia brucia la spiaggia (dannato amore che rodi anche in capo al mondo). Devo tornare. Il liquore dei tramonti è giunto al fondo delle mie labbra. (Giuliana Rigamonti, la torre di Joyce) Breve, a volte, sulla tempia, ti pulsa una vena, come la luce al neon sull'angolo dell'edicola. Rivederla la casa sul canale, anche soltanto riflessa nell'acqua. Non ho alzato gli occhi. Accesa o buia non so la finestra, ma entrando nel taglio della luce la mia ombra s'allungava. Era tutto o il poco per uscire dal primo "ti amo" sussurrato al di là del vetro. (Giuliana Rigamonti, di là dal vetro) Due ali attraversano lo sguardo; in auto tagliamo una primavera ventosa, il verde è ancora acerbo come questo primo viaggio insieme. Un vernissage di paesaggi che il finestrino squadra e fa uguale al desiderio. Ho bevuto la tua notte. (Giuliana Rigamonti, Credere negli angeli) |
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| Cronache di fabbrica (23) Antenore 23 novembre 2003 Viscosità. Uno dei parametri che controlliamo più spesso, in laboratorio, è la viscosità. Che cos'è la viscosità? La Garzantina la definisce così: In fisica, la grandezza che descrive l'attrito interno dei fluidi (soprattutto dei liquidi), cioè la resistenza alle deformazioni prodotte dallo scorrimento di uno strato fluido sull'altro ("viscosità dinamica", misurata in poise ). E' una proprietà caratteristica del fluido in esame, e nei liquidi è indipendente dalla pressione e dalla velocità ma diminuisce se aumenta la temperatura. Talvolta si definisce la "viscosità cinematica" (misurata in stokes ) come rapporto tra viscosità dinamica e densità del fluido. La viscosità degli oli minerali si misura in unità pratiche ("gradi" ) dipendenti dal viscosimetro usato, per esempio i gradi Engler: °E.
Io il viscosimetro di Engler l'ho usato spesso, quasi una pratica quotidiana. A vederlo sembra un pezzo da museo, invece è una bella applicazione pratica, uno di quegli apparecchi che una volta si usavano spesso e che sono l'incarnazione stessa del pragmatismo. Un metodo pensato per ottenere misure veloci e sicure, insomma.Più prosaicamente, il viscosimetro di Engler è un vaso, o forse una scodella, dall'incarnato bronzeo che fa tanto antichità. Sul fondo di questo vaso (che all'interno è sempre di un bel colore dorato brillante, se lo si usa: se no diventa brutto come all'esterno) c'è un foro. Il foro viene tappato con un apposito bastoncino a forma di matita, che dev'essere rigorosamente di legno di bosso; poi si versa il liquido in esame, fino a raggiungere delle tacche (che in realtà sono tre piccoli rampini di ferro); poi il vaso viene tappato con l'apposito coperchio, ed eventualmente riscaldato o raffreddato. Sotto il vaso (pardon, viscosimetro) si posiziona una particolare bottiglietta graduata, che si chiama "ballerina"; poi si toglie l'asticella di legno di bosso e si calcola in quanto tempo il liquido che scende dal forellino riesce a riempire la ballerina. Il tempo, in secondi, che si ottiene, viene rapportato al tempo che impiega l'acqua a fare la stessa cosa, e dal rapporto tra i due numeri escono i gradi Engler. L'acqua impiega circa 48 secondi, e nelle nostre misurazioni i valori erano di solito intorno ai 3 °E. Nella fotografia, che viene dal Museo degli Strumenti Chimici di Firenze, si vedono bene sia la ballerina ( di fianco all'apparecchio) che il bastoncino di bosso (al centro del viscosimetro, di fianco al termometro) ; inoltre si noteranno il treppiede sul quale appoggia il viscosimetro, e la camera di riscaldamento che abbraccia e contiene il vaso. Nella camera di riscaldamento si versa di solito acqua, calda o fredda a seconda che si voglia riscaldare o raffreddare; e c'è anche l'apposito agitatore a mano, anch'esso visibile nella foto. Oggi diventa sempre più difficile trovare questi apparecchi; se ne usano altri dall'aspetto meno ottocentesco, e poi ci sono delle comode tabelle di conversione. ma io sono contento di aver usato quest'apparecchio, e anche altri. Di sicuro, usandolo, si capisce bene che cos'è la viscosità, quasi meglio che a leggerne la descrizione in una voce d'enciclopedia. |
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| L'età dei terroristi Antenore 22 novembre 2003 Ora sappiamo chi ha ucciso D'Antona e Marco Biagi: le loro foto e le loro biografie sono su tutti i giornali. Un particolare mi colpisce: sono tutti più o meno della mia età, intorno ai 45 anni. Si tratta quindi di persone cresciute negli anni '70, e magari di loro amici un po' più giovani. Da quanto è stato detto nei giorni successivi al loro arresto, pare che si sia inferto un colpo mortale a queste nuove BR. Se è davvero così, e relativamente alla parte che mi concerne (e solo a quella) mi ritengo abbastanza rassicurato. Non è dei terroristi di 45 anni che ho paura... Quando arriveranno i terroristi di vent'anni, come succedeva un quarto di secolo fa, allora comincerò a preoccuparmi. Speriamo che non succeda: ma vedo che si fa di tutto per coltivarne con cura una nuova generazione, e questo non direi che succeda nei centri sociali, ma piuttosto altrove, magari con provvedimenti governativi sbagliati. Ma il discorso mi diventa troppo complicato, e mi fermo subito. ![]() |
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| Pogo Antenore 21 novembre 2003 L'anno scorso ho cercato Pogo in libreria, ma non c'è più niente. Sono stato anche alla Milano Libri di via Verdi, la libreria di Giovanni Gandini: cioè il fondatore di Linus, inteso come rivista. Niente anche lì, tutto fuori catalogo. E' triste non poter fare un bel regalo di Natale, ed è anche triste vedere come le mode la facciano da padrone. Anche alla Libreria del fumetto, per esempio, ci sono quasi solo cartoon giapponesi... Non ci trovo niente di male, per carità, nei cartoon giapponesi: ma forse il problema vero è che Pogo è troppo bello per i tempi che corrono. ![]() | ||
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| Cronache di fabbrica (22) Antenore 20 novembre 2003 Il quaderno d'appunti. Finalmente, dopo anni e anni, il Direttore dà il via ai lavori: la USSL ha detto che il tetto del laboratorio è troppo basso, e che così non si può più andare avanti. Ed il tetto è in eternit: cioè in amianto, pericolosissimo. Così si dà il via ai lavori, nella prima estate del nuovo millennio. Questo comporta un trasloco temporaneo del laboratorio, con tutti i suoi strumenti: per un mesetto non ci sarà neppure il tetto, sopra i vecchi banconi. Giunge il fatidico giorno: ad uno ad uno smontiamo gli strumenti e gli accessori, e li portiamo nel posto provvisorio, una decina di metri più in là. - Alle dieci staccheranno la corrente. Vedete di essere pronti per quell'ora. - dice il Direttore; e così ci affrettiamo. Ma poi c'è un intoppo, la corrente verrà staccata fra un paio d'ore e nel posto nuovo non c'è ancora... - Ma allora non possiamo fare le analisi? - mi chiede il dottor Biribò, un po' ansioso e insolitamente gentile. - Eh no, dottore, - gli rispondo, con le mani occupate dal pHmetro, cercando di non far cadere l'elettrodo di vetro; e gli spiego come è andata la cosa. - Ma chi vi ha dato ordine di portare di là tutto quanto? - chiede ancora, stavolta leggermente alterato. Forse pensa che sia colpa nostra, di noi lazzaroni che non vogliamo lavorare, ovviamente. - L'ha detto il Direttore. Ha detto che staccavano al corrente alle dieci, ma poi... Il dottor Biribò se ne va, sospirando e agitando le mani a mulinello davanti a sè. Comunque i lavori iniziano, e proseguono nei tempi previsti. Quando viene smantellato il tetto, gli operai dell'impresa girano con tute bianche integrali e mascherine. Un mio collega, il più ingenuo, si spaventa un po' : - Ma perché loro girano con le mascherine, e noi che siamo così vicini lavoriamo lo stesso senza nessuna precauzione? Lo chiede a diverse persone, soprattutto ai capi, ma non ottiene una sola risposta decente. Così si va avanti a lavorare, sia pure un po' accampati. Un po' troppo accampati, per i miei gusti: ma pazienza. Cosa non si fa quando si ama il proprio lavoro, e si ha senso di responsabilità... Intanto piove, piove a dirotto per diversi giorni, di quegli acquazzoni che vengono giù solo d'estate, quando vengono. E qui inizia una notazione un po' triste, soprattutto per me. Mi spiego. Quando ho incominciato a lavorare, mio padre mi diede un consiglio: prendi un quaderno, segna quello che vedi, fai vedere che sei interessato al lavoro... E così ho fatto: per 12 anni ho preso nota, giorno dopo giorno, di quello che facevo. Così ero sempre pronto quando c'era da sistemare un prodotto, e siccome avevo fatto un discreto lavoro i miei appunti venivano richiesti e consultati un po' da tutti; in mancanza di istruzioni "ufficiali", tra l'altro, ogni appunto preso è prezioso. Anche i nostri armadietti sono stati spostati e messi sotto una tettoia. Ma adesso piove a dirotto, la tettoia ( anch'essa in eternit, del resto) si rivela un po' obsoleta; il mio quaderno è nell'armadietto e fa una brutta fine. Ormai è illeggibile e devo rassegnarmi a buttarlo via, con tutte le informazioni che contiene. Addio, vecchio quaderno d'appunti...Sei stato un fedele compagno, e non solo per me: ma così gira il mondo. |
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| Cimbe? Antenore 19 novembre 2003 " Scettri, dovizie, onori, bellezza, gioventù... che siete voi?...", si chiede un giovane Carlo Quinto, destinato a diventare un Grande Re di Spagna, nel terzo atto dell'Ernani di Giuseppe Verdi. Per sua fortuna, formulata a dovere la domanda, ha pronta la risposta; e si risponde così: " Cimbe natanti sovra il mar degli anni, cui l'onda batte d'incessanti affanni..." Cimbe? Cosa saranno mai le cimbe? Passi per tutto il resto, oscuro come può essere oscuro solo un libretto d'opera, ma le cimbe proprio non riesco a trovarle da nessuna parte, con buona pace dell'autore dei versi, il fedele servitore di Verdi che risponde al nome di Francesco Maria Piave. Alla fine, quando ormai non speravo più di risolvere la questione, mi viene in soccorso non un dizionario ma un programma di sala della Scala, stagione 1982-82: " Cimbe, navicelle." Ah, ecco. Meno male, che non ci dormivo la notte... ![]() |
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| 54 a 12 Antenore 18 novembre 2003 Il Corriere della Sera, in data 9 novembre, pubblicava questa breve lettera di un lettore: In ottobre ho visitato la chiesa di San Lorenzo a Firenze. Costo 13,50 euro (interno 2,50 , sacrestia nuova 6,00 , Biblioteca laurenziana 5,00). Il 4 novembre ho visitato il Museo del Prado, a Madrid. Costo, 3 euro. Avendo moglie e due figli fanno 54 euro contro 12. Serve un commento? Il nome del lettore è Franco Beretta, di Milano. Il commento non me la sento di farlo, e forse davvero non serve. Invece prendo un quotidiano, e tiro giù i prezzi dei teatri di Milano: al Carcano, 27 euro oppure 20,50 ; al Piccolo, 22,50 e 19,50; allo Strehler, 29,50 e 23,50; al San Babila, 27 o 19,50 euro. Potrei continuare, ma mi fermo. I biglietti dei cinema viaggiano sui 5-7 euro; alle mostre di pittura e ai musei non si accede con meno di 9 euro. Eccetera. Magari potrei continuare la lista con salari e stipendi, o forse con l'importo delle pensioni... ![]() | ||
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| Cronache di fabbrica (21) Antenore 17 novembre 2003 Mitologia. Questa ditta non è sempre stata una multinazionale: fino a vent'anni fa il proprietario era un altro. Il Vecchio Proprietario, Colui-che-vendette-l'azienda , era un personaggio non comune. Io ho avuto la fortuna di vederlo, e anche di parlargli, sia pure per pochi mesi; e mi sento di garantire sulle molte leggende che circolano sul suo conto. Innanzitutto, che era un Uomo Buono; uno di quella stirpe, intendo, che è vicinissima all'estinzione, soppiantata dal Carrierista Rampante Senza Peli Sullo Stomaco. Anche il Dottor Biribò appartiene, tutto sommato, a questa stirpe: ma in lui prevalgono strani rancori, eccetera. Invece, Il Vecchio Proprietario era davvero così, ma era anche un Uomo Distratto. L'uomo distratto delle barzellette, insomma; e su di lui si raccontano aneddoti davvero mitologici. Per esempio: 1) Il Vecchio Proprietario sta passeggiando nel cortile della ditta. Vede passare un operaio, che cortesemente lo saluta. - Ehi tu, - lo chiama con fare gentile. - Prendi quella sonda e vieni con me. L'operaio esegue e si dispone ad eseguire il lavoro richiesto. Il Vecchio Proprietario lo porta con sé in un lungo giro della ditta, poi si ferma e gli dice: - Aspettami qui. L'operaio si ferma, appoggia la sonda e si dispone ad aspettare. Passa mezz'ora, e il Vecchio Proprietario non torna più. Immerso nei suoi pensieri, era tornato in ufficio e se n'era dimenticato. 2) Il Vecchio Proprietario riceve un ordine da una ditta che produce asfalti per le strade: un legante o qualcosa di simile. "Ottimo, "- dice tra sé; perché questo è il tipo di prodotto che consente di guadagnare qualcosa e nello stesso tempo di recuperare vecchie produzioni andate a male. Il Vecchio Proprietario entra in laboratorio, e non ne esce finché non ha prodotto quello che voleva. Un chilo di prodotto molto buono, che spedisce al cliente come prova. Il cliente è molto contento e fa un ordine consistente, ma il Vecchio Proprietario non si è scritto la formula, confidando nella sua memoria, e adesso non si ricorda più che cosa ci ha messo dentro. 3) In un locale chiuso, si rompe il serbatoio dell'acido acetico. Non è una delle cose peggiori, l'acido acetico concentrato: è infatti un acido debole e non tossico. Però è molto irritante e va trattato con cura, un po' come capita con l'ammoniaca (che invece acido non è, anzi il contrario - ma passi). Gli operai indossano le maschere con i filtri protettivi ed entrano nel reparto sacramentando un po' e dandosi spesso il cambio. Il Vecchio Proprietario entra, guarda e sorride. Si pone in mezzo al reparto, senza maschera né niente; pone le mani sui fianchi, tira un respiro profondo e dice: - A me non mi fa niente. 4) Si apre un fusto, e si deve prendere un campione. Ma non ci sono recipienti in giro: che fare? Il Vecchio Proprietario non ha dubbi. Andare a prendere un vasetto? Non se ne parla neanche. Con le maniche della camicia bianca allacciate fino al polsino, immerge il braccio nel fusto fino al gomito, raccoglie la quantità che gli serve nel cavo della mano e, gocciolante, si dirige verso il laboratorio. Insomma, un uomo simpatico, bonario, geniale, un po' distratto. Uomini così non ne nascono più, forse... |
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| Giglio immacolato? Antenore 16 novembre 2003 L'Ernani di Giuseppe Verdi è tratto da un dramma di Victor Hugo, come il Rigoletto. Ebbe la sua prima rappresentazione nel 1844, Teatro La Fenice di Venezia: due anni dopo il successo del Nabucco e nove prima della stagione dei grandi successi che diedero tranquillità economica a Verdi. E' un'opera che mi piace molto, e che ascolto sempre con grande piacere (soprattutto nell'edizione con Carlo Bergonzi, il più grande tenore verdiano del secolo scorso). E' anche un'opera un po' sconclusionata, ma la colpa non è tutta di Verdi e di Piave e bisogna darne il grave peso anche all'autore del soggetto originale, Victor Hugo. C'è anche un curioso episodio di censura, nel libretto d'opera: l'aria famosa del vecchio Silva, nell'originale, iniziava così: - Infelice, e tu credevi sì bel giglio immacolato... Il nobile e un po' attempato Silva aveva infatti messo gli occhi sulla giovane protetta Elvira, che invece sorprende "nel penetral più sacro di sua magione" in compagnia di ben due uomini, il bandito Ernani e il re Carlo Quinto in incognito. Si può ben capire cosa sia passato nella sua mente, ma la censura dell'epoca inorridì al pensiero, e il verso divenne così: - Infelice, e tuo credevi sì bel giglio immacolato... Non che le cose cambiassero molto, né per Silva né per noi; ma almeno la decenza era salva. ![]() |
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| Li paghiamo come uno che rischia la vita. Non troppo Antenore 14 novembre 2003 Non esiste solo Milena Gabanelli, nel nostro giornalismo. Lei ha la fortuna (durerà?) di apparire in tv e di essere diventata un volto popolare; ma ci sono altri giornalisti che sanno fare il loro mestiere, e che non vanno in cerca di falsi scoop o del quieto vivere come fanno molti altri. Ce ne sono, e non sono pochi: il difficile è trovarli... Roma. L'operazione è già in corso e si estenderà presto a tutta Italia. Saranno delle guardie giurate, d'ora in poi, a vigilare sulla sicurezza di caserme e depositi di armi o di altro materiale. L'appalto è stato vinto da un raggruppamento di imprese private, tra le quali spicca la Ivri di Milano, probabilmente la più grande azienda di vigilanza italiana. Niente più garitte con i soldati di guardia, ma metronotte che vigileranno, principalmente dall'interno - attraverso sistemi video - ma anche dall'esterno con ronde e presidi. Come in una banca o in una qualsiasi azienda. E' l'estremo risultato di un processo silenzioso e poco visibile che ha riguardato banche, ministeri, ASL, uffici postali, ferrovie, aeroporti. Il movente della "privatizzazione militare" dovrebbe essere economico. Anche se c'è chi lo mette in dubbio. (...) Il silenzio che ha seguito questa serie di appalti è la testimonianza di quello - quasi totale - che circonda tutto questo mondo: un settore che dà lavoro ufficialmente a oltre 30mila persone e che da tempo lamenta una crisi difficilissima da spiegare considerando che il crescente ricorso alla privatizzazione fa parlare gli esperti di boom. (...) Conferma il sindacalista Meniconi (Cisl): il vigile privato ha una vita stressante e poco garantita. Rischia la pelle ma ha lo status di un operaio del commercio, non sempre buona preparazione e, spessissimo, livelli di straordinario che non esistono in altri settori. " Essendo le paghe basse, - osserva il sociologo Maurizio Fiasco, studioso del settore - non è raro che vigili arrivino a 16 ore al giorno di lavoro. La mattina davanti ad una banca, al pomeriggio la pattuglia in un'azienda, la notte in un magazzino da sorvegliare. " (...) Le banche, oggi, sono le grandi accusate dalle imprese: il trasporto valori, l'incarico più pericoloso, viene retribuito quanto un pony express. E sono le società più serie - quelle che garantiscono tre persone sui mezzi come imporrebbe la legge, e le scorte armate, e le tecnologie - a soffrire di più per le basse tariffe del servizio imposte dagli istituti di credito. (...) " Purtroppo - dice Raffaele Zanè, titolare e presidente del gruppo Securitas, duemila dipendenti, - se si rifiutano i contratti che la banche impongono, si trova sempre un'altra società pronta ad accettare. Si dirà: è la concorrenza. Ma non è così. Io sarei felice della vera concorrenza, ma a quei prezzi è impossibile garantire qualità e sicurezza. " (...) Dicono alla Mondialpol di Milano: " Agli appalti pubblici non partecipiamo più, non siamo in grado di vincerli. " Pagate troppo i vostri dipendenti? " Li paghiamo come uno che rischia la vita. Non troppo. Ma c'è chi non si fa di questi scrupoli. " (...) L'articolo è apparso sul Venerdì di Repubblica, il 17 ottobre scorso, a firma di Attilio Giordano. E' un'ottima inchiesta, lunga due pagine, e c'è anche una breve storia degli Istituti di Vigilanza. Vi sentivate più sicuri con Fini e Bossi al governo? Meglio far finta di niente, e non pensarci troppo. In fin dei conti anche l'11 settembre di New York, con tutto il rispetto per Bin Laden, nasce da premesse come queste... Meglio non pensarci troppo, per l'appunto. |
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| Juliette Antenore 12 novembre 2003 Gustave Courbet (1819-1877) è famoso per un quadro famoso, che fece scandalo per più di un secolo: si chiama "L'origine del mondo" e lo potrete facilmente ritrovare in rete. Non sapevo niente di Courbet, e quel quadro fu il mio primo incontro con lui. Al di là del soggetto, si vedeva subito che il dipinto non era opera di un pittore qualsiasi; così mi venne voglia di cercare altre sue cose, e fu una gran bella sorpresa. Sorpresa solo per me, naturalmente: Courbet è un pittore molto quotato. Con lui ho avuto, fin qui, un solo incontro di persona: alla mostra itinerante su Auguste Renoir, che io ho visto a Milano l'anno scorso, c'erano le sue marine, e un paesaggio in un bosco. Apprezzo molto l'opera di Renoir (padre e figlio), ma davanti a Courbet sono rimasto molto più tempo che davanti ai Renoir. Le marine, e i paesaggi, sono poi un genere molto particolare. Non colgono l'attenzione al primo sguardo, e si è portati a sottovalutarle: Tutto qui? E anch'io ho fatto così, ma mi sono distratto un attimo (era passata una bella signora) e poi l'occhio mi è caduto, quasi per caso, di nuovo sulle marine di Courbet. E le marine, colte di sorpresa, mi hanno accolto nel loro regno; e così mi è successo anche con quel bosco. Ed è così che si deve fare, con le opere dei grandi artisti: non andargli incontro direttamente, ma coglierli di sorpresa, o aspettare che siano loro a chiamarvi... Di Courbet ho scelto un'opera che mi commuove sempre molto, un ritratto a matita di sua figlia Juliette. ![]() |
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| Don Chisciotte Antenore 11 novembre 2003 Leggo che a Madrid, al Museo del Prado, è stata allestita una mostra con le immagini (210 immagini!) dedicate nel corso dei secoli al "Don Chisciotte". Il romanzo di Cervantes fu pubblicato per la prima volta nel 1605, e quindi si tratta di quattro secoli di illustrazioni, a volte veri e propri capolavori. La mostra è aperta fino al 7 gennaio: che peccato non poterci andare! ![]() | ||
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| Cronache di fabbrica (18) Antenore 10 novembre 2003 Sculta. Nei primi tempi, quando mi avevano appena assunto e cominciavo a riconoscere i miei nuovi compagni d'avventura, tra gli operai si nominava spesso un tale Sculta, che era appena andato in pensione. A me piace parlare dei cognomi e della loro storia, e mi ero già letto il libro fondamentale sull'argomento (Emidio De Felice, Dizionario dei cognomi italiani); e un cognome così aveva attirato subito la mia attenzione. Mi ero già ripromesso di domandare a qualcuno, quando vengo a sapere che con noi lavorava ancora il fratello di Sculta: che però aveva un altro cognome, tipicamente lombardo. Insomma, era un soprannome, e questo è il racconto di come gliel'avevano trovato: Sculta era un caporeparto, di quelli di una volta che tenevano tutto per sé, come se dovessero la loro posizione a chissà quale segreto che loro soli conoscevano, quasi come i segreti che custodivano gli antichi artigiani, e che venivano tramandati solo di padre in figlio. La realtà era, ovviamente, ben diversa; ma questo atteggiamento era ben diffuso, tra i vecchi capi, anche perché contribuiva a "portar rispetto" e a farsi ubbidire. Però con le nuove generazioni non era così facile farsi rispettare, e così il nostro uomo aveva escogitato un tranello molto subdolo. Lui era dall'altro capo del cortile, e vedeva passare un operaio; gli faceva cenno e l'operaio si voltava, chiedendo con lo sguardo: cerchi me? - Sì, propi ti. Ven chì, sculta. L'operaio mollava quello che aveva un mano, un secchio o qualcos'altro, traversava il cortile e si disponeva ad ascoltare. - Intant che te set chì, sculta: ciapa su 'l mulètt, e va' de là a tö quel bancale che l'è là de drée al magazzino, e pö, intant che te set lì, ... Insomma, un trucco che andava bene solo con i nuovi assunti, o con gli sprovveduti. Ma lui ci provava sempre, ormai più per abitudine che altro, e il soprannome gli era rimasto attaccato. (traduzione per i non milanesi: Sì, proprio tu. Vieni qui, ascolta... Intanto che sei qui, ascolta: prendi il carrello elevatore, e vai là in fondo a prendere quel bancale che è dietro al magazzino; e poi, intanto che sei di là,...) |
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| Azione parlante Antenore 9 novembre 2003 Nei giorni scorsi, il consigliere comunale di Roma Nunzio D'Erme, eletto come indipendente nella lista di Rifondazione Comunista, ha rovesciato un secchio di letame davanti alla casa romana di Silvio Berlusconi. E' stato un gesto provocatorio, e D'Erme ne va fiero. Il gesto gli è costato la revoca di una delega del sindaco Veltroni, che aveva ricevuto come consigliere più votato della sua lista: " Compagni, l'azione deve parlare: creare conflitto e consenso." Nunzio D'Erme è il leader del movimento dei disobbedienti, e il suo gesto, d'istinto, provoca una certa simpatia Però gesti simili sono stati fatti già molte altre volte, magari anche dai missini; e poi il mio pensiero di lavoratore vola subito a chi, incolpevole, avrà poi dovuto pulire. Di certo, non D'Erme. Che poi continua così: " Devo ricordarle che dopo il letame abbiamo però srotolato quintali di carta igienica davanti a Palazzo Chigi. Come vede c'era un'idea: e se abbiamo sporcato, in qualche modo abbiamo ripulito. " L'intervista (Venerdì di Repubblica, 24 ottobre, Antonello Caporale) continua, e D'Erme è anche piuttosto simpatico. Però non è più un bambino, li porta molto bene ma è sui 40, o magari molto vicino. Cosa dire di questa azione? Mah... lascio a voi il giudizio, e chiedo scusa per l'argomento: ma i tempi che corrono sono questi, e la notizia non è certo tra le peggiori che ci tocca sentire. Io, cresciuto in una famiglia di operai che ai bilanci ci stavano attenti, depreco soprattutto l'enorme spreco di carta igienica: che, inoltre, è anche un insulto alla mia mentalità ecologista... |
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| Luce radente Antenore 8 novembre 2003 In questi giorni d'inizio novembre, il sole (per fortuna c'è il sole) è ai suoi punti più bassi, e ci illumina quasi sempre con la luce radente. Non c'è più il sole a picco dell'estate, insomma; e la luce radente, come sanno bene i fotografi, è l'ideale per far risaltare le piccole asperità, i contorni, le macchie. E' con la luce radente che si fotografano le monete, per esempio; o anche i bassorilievi e gli altorilievi (voi vi ricordate la differenza? io no...). Ma con la luce radente di questi giorni, purtroppo, si evidenziano anche le macchie e le ditate: sui mobili, sulle antine, sui vetri. Anche la polvere, e dappertutto: sembra di aver passato la nostra vita a seminare ditate, e non è mica detto che sia così ma l'impressione è proprio quella. E' che, di solito, le ditate e la polvere non si vedono... Anche la tastiera del mio computer subisce l'effetto della luce radente, e me ne vergogno molto. Non è facilissimo pulire la tastiera di un pc, e non è una scusa valida ma a qualcosa devo pur aggrapparmi. Comunque mi sono ormai abituato a vedere anche i lati positivi delle cose negative (il famoso "effetto Berlusconi") e adesso posso fare una piccola statistica. I tasti che uso di più sono anche i più puliti; e dunque uso pochissimo w, y, x, j ... Adesso che le ho usate, i loro tasti hanno un aspetto migliore (e poi andrò a lavarmi le dita, non preoccupatevi). Un piccolo esercizio per pulire meglio i tasti, cominciando dalla x : digitare le parole che non uso mai, per esempio xerografia, xenofobia , xilene, xantogenato, maxigonna, saxofono... ![]() |
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| Il problema vero Antenore 7 novembre 2003 A vent'anni mi resi improvvisamente conto di non sapere niente di Borsa. Allora mi misi a leggere le pagine economiche dei giornali, che prima saltavo senza problemi; e cominciai a chiedere un po' in giro, a persone che invece qualcosa ne sapevano. Era il periodo in cui la Fiat aveva grossi problemi, come oggi e forse di più: c'era la cassa integrazione e il mercato stagnava, eccetera. Ebbene, proprio in quei momenti delicati il titolo in Borsa delle azioni Fiat salì di colpo: c'erano delle speculazioni in corso, eccetera. In seguito, la Fiat si riprese ma le azioni persero valore... Fu allora che decisi che la Borsa non era fatta per me: io pensavo che se un'azienda va bene valga la pena investirvi, e viceversa. Invece non è così, la Borsa segue altre logiche e pazienza. Poco tempo fa, facevo questo discorso con un'amica che mi ha risposto così: " Io di questi problemi non me ne sono mai fatta. Gli ultimi vent'anni li ho passati a pagare il mutuo della casa, e anche prima di soldi da investire non ne ho mai avuti..." . E' sempre bello parlare con gli amici, quelli giusti intendo; e certamente la mia amica è andata a cogliere il problema vero. |
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| Cronache di fabbrica (17) Antenore 6 novembre 2003 ISO 9000. Il laboratorio è in fibrillazione: un cliente importante contesta una nostra fornitura. - Vai subito a prendere il nostro campione della fornitura di giovedì scorso, e portamelo qui. Bello da dirsi, ma andare a prendere il campione di una fornitura non è così facile... Ma andiamo con ordine. Le norme sulla Certificazione di Qualità, la famosa ISO 9000 e via dicendo, sono norme molto severe e ormai obbligatorie. Di fatto, è quasi impossibile lavorare senza essere certificati dalle norme ISO; le norme prevedono, per ogni produzione, tutta una serie di controlli e di misure che obbligano alla documentazione passo per passo di tutto quanto viene fatto. Su richiesta di un cliente, o di un ispettore della Certificazione, si dovrebbe poter ricostruire tutta la vita di un prodotto, lotto per lotto: dalle materie prime alla lavorazione allo stoccaggio. E, di ogni lotto, si deve conservare con la massima cura non solo il campione finale, ma anche un campione per ogni materia prima impiegata durante la sua lavorazione. Il tutto etichettato e stoccato con la massima cura: nel magazzino dei controcampioni, per l'appunto. Ma non è così facile... - Non trovo il controcampione, - mi vedo costretto a riferire al mio capo, la Dottoressa. - E come mai? Ma non è possibile che ogni volta che si cerca un controcampione quello non c'è mai !!! E se ne va arrabbiatissima. Non con me, spero: io non c'entro, però so cosa è successo. Provo a spiegarlo, in sintesi: in teoria, così come esigono le norme molto severe della Certificazione di Qualità, il magazzino dei controcampioni dovrebbe essere sotto chiave, ben chiuso; e ogni volta che si preleva un campione si dovrebbe chiedere il permesso, rivolgersi al custode designato, firmare un registro e impegnarsi alla restituzione entro breve termine. Un po' come succede nelle biblioteche, per esempio: che se non si rende un libro entro il termine previsto poi arriva una lettera minacciosa. Abbiamo provato a seguire questa procedura, con il vecchio capo, ma richiederebbe la presenza costante di un vero e proprio custode; e invece i controcampioni sono molto richiesti, perché sono molto utili ai laboratori dove si fa assistenza ai clienti (un ambiente molto diverso dal nostro, che è un laboratorio di fabbrica), ma non si può proprio pagare una persona per fare solo quel lavoro lì. Una volta, il "gabbiotto" (detto anche pollaio) dove si conservano i vasetti con i campioni di tutti i lotti prodotti era, quantomeno, sottochiave; e quindi c'era un minimo di sorveglianza. Ma poi sono stati fatti lavori di manutenzione, e il piccolo magazzino è stato spostato. Oggi è in uno spazio aperto: aperto a chiunque, non c'è neanche la porta. Chi vuole, operaio o dottore che sia, può frugare tra gli scaffali e prendere quello che gli serve. E' altresì facilissimo prendere un vasetto, svuotarlo del suo contenuto imperfetto e riempirlo con un altro lotto "a norma"... Una situazione sotto gli occhi di tutti, a partire dal Direttore che ha fatto fare i lavori del gabbiotto nuovo, ma senza escludere gli Ispettori della Certificazione che vengono a farci visita a cadenze regolari. Eppure ogni volta (ogni giorno?) ci si stupisce e ci si arrabbia se non salta fuori il lotto che si sta cercando, e ci si chiede il perché. Perplesso, con un bigliettino in mano per ricordarmi data e numerini vari, mi rimetto la giacca a vento e vado fuori, nel freddo d'inizio inverno, a ricominciare l'inutile ricerca. "Meno male che non lavoro per un'industria alimentare o farmaceutica...", penso; tiro fuori i vasetti ad uno ad uno e vedo se, per caso o per fortuna, quello che cerco non sia finito nella fila sbagliata. |
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| Halloween Antenore 4 novembre 2003 Una piccola notizia dei giorni scorsi: a Castione, in Valtellina (provincia di Sondrio), la Pro Loco decide di festeggiare Halloween con una grande festa, per la gioia dei bambini. Il giorno dopo, in chiesa, il parroco ricorda che celebrare Halloween è un tantino fuori luogo, per un cristiano; e che la festa che si celebra l'indomani è tutt'altra cosa. Ne nasce una polemica che finisce anche sui giornali. Il primo novembre è la festa di Tutti i Santi; il giorno dopo, due novembre, è il giorno del ricordo per le persone a cui abbiamo voluto bene, e che non ci sono più. Halloween è un'invenzione americana, forse un residuo del paganesimo: può anche essere divertente, ma forse ai bambini bisognerebbe insegnare qualcos'altro, se proprio vogliamo continuare a parlare di Tradizioni (come si fa tanto in questi giorni...). Altrimenti, fra una decina d'anni, saranno proprio i nostri figli a staccare il Crocifisso dalle pareti. Mica per altro, ma perché non sapranno neanche più che cos'è. Mia madre ha commentato così la notizia: "Anche noi da bambini svuotavamo le zucche, ma per Carnevale...". Ed infatti, a guardare le vetrine, sembra di essere proprio a Carnevale; e forse è proprio questo che vogliamo, un continuo Carnevale dove tutto si mischia e non si sa più che cosa conta davvero, e non solo per la religione. ![]() | ||
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| Cronache di fabbrica (16) Antenore 3 novembre Desemantizzazione. Il giovane Stefano, brianzolo da generazioni, ha da poco finito il servizio militare; e ha trascorso questo periodo, un anno intero, in mezzo a commilitoni palermitani, o comunque siciliani. Stefano è un ragazzo esuberante e simpatico, gli piace stare in compagnia e non gli pare vero di trovare ancora un siciliano tra i suoi nuovi compagni di lavoro. Purtroppo per lui, e per noi, i suoi ex commilitoni siciliani non erano molto fini e non gli hanno insegnato il dialetto dell'isola, ma - come è ovvio e prevedibile - un mare di scurrilità e di espressioni idiomatiche pittoresche ma irripetibili. Il nostro collega siciliano, col quale divide anche la sciagurata fede interista, è un ragazzo bene educato e rispettoso, ma ormai la frittata è fatta. Stefano si diverte un mondo a ripetere, infantilmente, le decine di parolacce imparate; e il nostro ambiente di lavoro, nei momenti calmi, è ormai diventato un luogo poco raccomandabile, almeno per chi conosce i dialetti dell'isola... Ma tant'è: che fare? Ritorniamo tutti bambini e ci divertiamo un mondo a giocare con parole di cui conosciamo a malapena il significato, e poi così si passa anche il tempo. Ma, dopo un po', se ne va il nostro capo; anche Stefano, vista l'aria che tira, si trova un altro posto e ci lascia. Al suo posto viene assunto un secondo siciliano, un quarantenne molto pacato e riservato che ha il tempo di incrociare il suo predecessore e di rimanere allibito davanti al suo (e ormai nostro) lessico. Gli spieghiamo la cosa, e si mette a ridere; ne nasce una divertita lezione sui vari dialetti siciliani: - La dizione esatta sarebbe "purpu", che significa "polipo", - spiega - ma in alcune città dell'isola si mangiano la erre, e allora "purpu" diventa "puppu" o "puppo". - Niente a che vedere con il teatro dei pupi, allora... Un'altra risata è la risposta giusta: - No, proprio niente... Tutta un'altra cosa. La parola esatta da usare, in questo caso, dovrebbe essere "desemantizzazione" , cioè la perdita del significato originale della parola, così come è successo per altre parole: per esempio "casino", che si è desemantizzata due o tre volte nel corso del tempo. Ci eravamo così divertiti da aver usato per mesi un pesante insulto, molto volgare, senza conoscerne il senso; ma ormai se ne poteva ridere tranquillamente, l'innocuo celenterato era entrato nel nostro lessico ed era ormai difficile portarlo via. L'altro siciliano madre lingua, divertito anche lui, ride e conferma... ![]() | ||
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| 2 novembre Antenore 2 novembre 2003 Non sono un gran ciclista, ma - tempo e traffico permettendo - mi piace girare in bicicletta per i paesi qui intorno, e, soprattutto la domenica pomeriggio, lo si può ancora fare senza correre troppi rischi (gli automobilisti hanno sempre fretta e non vanno tropp |