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Il Libro perduto della Bibbia Giuliano 23 dicembre 2005 Il libro perduto della Bibbia è racchiuso fra il capitolo terzo e il capitolo decimo di Moby Dick, ed è stato scritto da Herman Melville (forse l’ultimo dei grandi profeti) a metà Ottocento. E’ il momento in cui Ismaele incontra il guerriero maori Queequeg, di notte, nella Locanda dello Sfiatatoio. Il primo approccio è spaventoso, il giovane europeo è spaventato dall’apparire del terribile barbaro; ma poi i due imparano a conoscersi e diventano amici fraterni. E’ uno dei momenti più belli di tutta la letteratura, e mi capita spesso di ritrovarmelo in testa, specialmente in quest’epoca di fondamentalismi e di fanatismi di varia e preoccupante natura. E’ un’altra delle grandi meditazioni: cosa vuol dire essere cristiani? Melville sembra non aver dubbi, e io mi accodo a lui; e forse per questo tutti e due, io e Melville, saremmo già stati bruciati sul rogo, in altre epoche passate o future. Per intanto, buona rilettura, e buon Natale a tutti quanti. (...) – Me capire molto, - grugnì Queequeg tirando alla pipa e alzandosi a sedere sul letto. – Tu dentro, - aggiunse, facendomi cenno con la scure di guerra e buttando da un lato la sua roba. E in realtà lo fece in una maniera non solo civile ma veramente cortese e caritatevole. Stetti a guardarlo un momento. Con tutti i suoi tatuaggi, era in complesso un cannibale pulito e di aspetto gradevole. Che è tutto questo chiasso che ho fatto, dico a me stesso: costui è un essere umano proprio come me, ed ha tanto motivo di temere me quanto io di temere lui. Meglio dormire con un cannibale sobrio, piuttosto che con un cristiano ubriaco. (...) Poi si preparò alle devozioni serali, tirò fuori l’idolo, spostò il parafuoco di carta. Da certi segni e sintomi mi parve di capire che teneva molto a farmi partecipare alla cerimonia; ma io sapevo bene cosa veniva dopo, e stetti un poco a pensare se dovevo accettare o meno nel caso m’invitasse. Ero un buon cristiano, nato e cresciuto nel seno dell’infallibile Chiesa Presbiteriana. Come potevo unirmi a questo selvaggio idolatra nell’adorazione del suo pezzo di legno? Ma pensai: che cos’è un culto? Credi davvero, Ismaele, che il Dio magnanimo del cielo e della terra (pagani e tutti quanti inclusi) possa essere mai geloso di un insignificante pezzetto di legno nero? E’ impossibile. E allora, che cos’è il culto? Fare la volontà di Dio, questo vuol dire culto. E che cos’è la volontà di Dio? Fare agli altri quello che mi piacerebbe avere fatto dagli altri, questa è la volontà di Dio. Ora, Queequeg è il mio prossimo. (...) Così diedi fuoco ai trucioli, l’aiutai a piazzare in piedi l’idoletto innocente, gli offersi insieme a Queequeg gallette bruciate, gli feci due o tre salamelecchi, gli baciai il naso, e fatto questo ci spogliammo e andammo a letto in pace con la nostra coscienza e con tutto il mondo. (...) (Herman Melville, Moby Dick, capitoli 3 e 10) - Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni con gli altri. Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni con gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri. (Giovanni 13, 34-35) ![]() |
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L’infantile disastro del mondo... Giuliano 21 dicembre 2005 Che un calciatore sia poco intelligente, ci può stare. Che i tifosi siano un po’ ignoranti e poco razionali, anche: fa parte del gioco, e poi l’agonismo fa brutti scherzi, rende cattivi (pardon, grintosi) anche atleti che fuori del campo sono le persone migliori di questo mondo, figuriamoci gli altri. Ma che ci si mettano anche giornalisti e politici, a dar corda agli ignoranti e ai violenti, mi sembra davvero inaccettabile. Il mondo del calcio, negli ultimi anni, ci ha fatto fare le peggiori figure possibili, e per di più davanti a tutta Europa, se non a tutto il mondo. Brutta figura a tutti, come Italia e come Italiani, s’intende: perché le partite di calcio le vedono milioni di persone, in tutto il mondo, e non si fanno tante distinzioni. Dopo lo sputo in faccia ad un avversario da parte del nostro calciatore più famoso, in eurovisione nel 2004, ci siamo presentati al 2005 con gli stadi delle nostre due maggiori città, Milano e Roma, squalificati per atti di violenza inammissibili; e con tifoserie (e adesso anche calciatori) dichiaratamente e vistosamente filonaziste e filofasciste, e per di più con numerosi atti di razzismo vergognoso. Dicevo: ci può stare, perché il mondo va anche così, idioti e violenti ci sono sempre stati e da qualche parte si devono pur sfogare, e forse è meglio che lo facciano dentro uno stadio e non fuori. Ma il corollario di Persone Importanti, politici e giornalisti, laureati e magari sessantenni, e perfino preti, che difendono comportamenti indifendibili, che approvano il comportamento del calciatore fascista, che fanno mille sottili distinguo davanti al giovane africano esasperato dai cori razzisti, che si lamentano perché la loro squadra deve giocare “a porte chiuse”, quasi che fosse stato un maligno sopruso e non la conseguenza di razzi tirati dai suoi tifosi (e si potrebbe continuare con l’elenco), mi lascia veramente avvilito. C’è da farsi cascare le braccia, davanti al giornalista che dice “e allora quelli là che sono comunisti e sventolano il Che Guevara”: come se la faccia barbuta di un argentino pasticcione e rivoluzionario compensasse, in qualche modo, le morti, le violenze, le distruzioni e i tradimenti del fascismo esaltato dall’altra parte più o meno calcistica. Si possono fare tanti bei discorsi, da storici e da eruditi, ma dopo: fascismo, razzismo, violenza, intolleranza, fanatismo vanno sempre, e subito, condannati, soprattutto se si parla in tv o alla radio, o se si scrivono commenti per i giornali. Andrebbe sottolineato che in tutto il mondo “fascismo” è sinonimo di dittatura e che chi si dichiara antifascista sottintende di opporsi anche a Pinochet, a Stalin, a Idi Amin Dada; e anche questo dovrebbe essere più che scontato, ma così non è. Anzi, di recente abbiamo visto anche questo: che un vicepremier prende le doverose distanze dal duce, sia pure con qualche decennio di ritardo rispetto alle persone normali, e ministri del suo governo che replicano seccati che loro no, non ci pensano neanche, e che il vicepremier parli per sè e non per loro... Di fronte ad atteggiamenti come questi da parte di chi dovrebbe dare l’esempio, diventa logico che chi sta più in basso come età, istruzione e livello culturale si senta libero di dire e fare qualsiasi cosa – ma anche questo ormai è diventato un discorso inutile. Da un decennio a questa parte, in Parlamento e al Governo abbiamo visto persone indegne, indegne di un Paese civile e cristiano, fare propaganda aperta di razzismo e fascismo, e ormai i danni sono stati fatti e ce li porteremo avanti per molte generazioni. Verrebbe da chiedere, almeno, che ci vengano poi risparmiate le geremiadi sulla violenza e sul razzismo negli stadi: ma non si può, perché fascisti, razzisti, fanatici, fondamentalisti e intolleranti (povere anime candide) sono anche molto permalosi, si offendono e si infiammano subito. Né vale tirarsi da parte, dire “io non ci sto e di calcio non mi interesso”, perché loro, gli altri, i violenti e i razzisti, non stanno mica a guardare, non gli importa nulla della nostra assenza e se noi ci tiriamo da parte è meglio, così loro hanno campo aperto. Avrei molte cose ancora da aggiungere, ma a questo punto mi fermo e cedo il passo ad uno che certe cose le aveva capite già da molto tempo. Va piano piano alla finestra a vedere se nevica ancora, se continua nel buio luminoso, là fuori, l'infantile disastro del mondo... (Giovanni Raboni, corriere 7.9.91) |
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| Tutto il potere ai paninari Giuliano 18 dicembre 2005 “Pirati su internet, le major all’assalto”, titolava Repubblica il 3 dicembre scorso. E, sempre nel titolo, aggiungeva la richiesta dei produttori di film, musica e supporti vari: “Usare i dati dell’antiterrorismo contro chi scarica gratis”. A fare questa richiesta all’Unione Europea, in maniera ufficiale, sono stati i colossi del settore, dalla Sony-Warner giù fino a Mediaset; per ora l’UE ha negato l’accesso ai dati, ma in futuro non si sa, perché i soldi in ballo sono davvero tanti, e quando ci sono in ballo i soldi si sa come va a finire. Intendiamoci, c’è poco da scherzare: la questione dei diritti d’autore è cruciale, e in qualche modo bisognerà pure che chi inventa cose belle e chi ci mette in grado di averle sia tutelato; ma a me sembra proprio una di quelle battaglie perse in partenza. Perché non c’è niente da fare: siamo nell’era della massima riproducibilità, e indietro non si torna, a meno di cataclismi poco augurabili. Qualcosa bisognerà pur fare, ma io la soluzione non ce l’ho, e francamente la cosa mi tocca pochissimo. Io sono solo un consumatore, per dirla tutta; ho anche scritto qualcosa, ma mica penso di cavarci soldi, anche se c’è chi lo fa (beati loro). Ho duplicato qualche cd, ma più che altro per registrazioni fuori catalogo da decenni e per far conoscere a qualche amico curioso la musica non commerciale, quella oggi proibita dai deejay e dai pubblicitari: che so, Bach, Verdi, Villa Lobos, Monteverdi, Vivaldi... (per questo servizio dovrei essere pagato dalle majors, detto tra parentesi). Però mi disturba, e molto, pensare che ci sia chi tiene un archivio delle mie preferenze, e non importa a che scopo; ma anche qui c’è poco da fare, ci sono dappertutto sensori, registratori, spyware, cookies e videocamere. Ormai viviamo ormai in mezzo a gadgets che James Bond non si sarebbe nemmeno mai sognato, per di più a basso prezzo; e chissà cosa succede negli alberghi, adesso che mi ci fate pensare (magari avete fatto una vacanza a Sharm, e adesso siete la star inconsapevole di qualche tv via cavo di Abu Dhabi, e non lo saprete mai...). Però mi è sorto anche un altro pensiero, e ve lo riporto così come mi è venuto. Non sono solo le proprietà intellettuali ad essere tutelate in modo pesante, ma anche i marchi e le mode. E’ di quest’estate la notizia di una turista multata perché, in spiaggia, aveva comperato un paio d’occhiali da sole “contraffatti”: multata pesantissimamente, e con ragione perché oggi abbiamo una Legge Dello Stato che sanziona questo importantissimo e gravissimo reato. Mah, io non so come si fa a distinguere un Armani da un falso, ma vedo che c’è chi ci fa caso; e la cosa, ovviamente, comincia a preoccuparmi. Vedrò di non perdere mai i miei occhiali da sole, in spiaggia, la prossima estate; per intanto non posso non pensare che in Parlamento c’è stato il ricambio generazionale, e che ormai dopo i sessantottini abbiamo al potere quelli che vent’anni fa si chiamavano paninari, e che ormai sono sui quaranta e passa. Intanto che medito sul modo in cui un paio d’occhiali può essere definito “falso” (mi vengono in mente cose degne di Lewis Carroll), provo a mettere giù il mio pensierino finale, che è questo: solo a un paninaro poteva venire in mente di dare mille o duemila di euro di multa a una turista che compera un occhiale “falso o contraffatto”... ![]() |
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| Ovoprodotto. Giuliano 15 dicembre 2005 Me lo sono sempre chiesto, e ogni tanto me lo sono chiesto anche qui su Stile Libero (spero di non avere annoiato troppo): ma funzionano davvero le norme ISO 9000, le Certificazioni, le Filiere, e tutte quelle norme neoburocratiche spuntate come funghi (una foresta di funghi) in questi ultimi due decenni? Di sicuro, so che funzionano i carabinieri del NAS: non possono arrivare ovunque, ma le analisi le fanno. Adesso è arrivata sui giornali la vicenda dell’ovoprodotto, cioè le uova sgusciate e trattate pronte per l’uso in pasticceria e in gelateria (industriale ma non solo), fatto con le uova marce opportunamente trattate. Sembra che tutto sia stato bloccato prima della commercializzazione, ma continuo a non sentirmi tranquillo. E’ che ne ho viste troppe, nella mia carriera di analista: “ma qui facciamo detersivi e intermedi per l’industria”, mi dicevo; “forse negli alimentari non stanno lì a recuperare proprio tutto, a cercare di vendere anche l’invendibile pur di non perdere soldi...” Me lo sono chiesto, e me lo chiedo ancora: di sicuro, adesso, ai disgraziati che hanno tentato di commercializzare le uova marce arriveranno Sonore Multe & Seri Provvedimenti, così staremo tutti più tranquilli. In attesa, quantomeno, che non arrivi qualche Leader Prestigioso a depenalizzare anche questi reati, dopo aver già depenalizzato il falso in bilancio... ![]() |
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| La piaga del decisionismo Giuliano 14 dicembre 2005 Di tutti i discorsi fatti sulla TAV, penso che la chiave sia una dichiarazione di Bersani, in tv, la scorsa settimana. Bersani ricordava di essere stato, in passato, prima presidente dell’Emilia Romagna e poi ministro dei Trasporti: in tutte e due le vesti si era dovuto occupare di gallerie e di alta velocità, e concludeva: “...vi ricordo che oggi sono in corso d’opera 72 Km di trafori sull’Appennino; ci sono state molte discussioni, ma a questo punto non siamo mai arrivati.” Per completezza, adesso bisognerebbe sentire il parere sull’argomento dei sindaci e dei comitati interessati a suo tempo da questi trafori, che forse sono meno contenti di Bersani e dei vari governi; però mi sembra che la questione sia bene impostata, e valga la pena di fermarsi un po’ a riflettere. Perché la verità è che il governo Berlusconi ha sempre cercato lo scontro, in tutte le questioni che ha affrontato: dall’articolo 18 alla riforma della Giustizia, passando per la scuola e via elencando. Fare la faccia dura è la moda, una moda lanciata trent’anni fa da Margaret Thatcher in Inghilterra, e rilanciata dalla “tolleranza zero” di Rudolph Giuliani a New York. Agli elettori, si è visto, la faccia dura piace: non si risolvono i problemi, ma si ha l’impressione di averlo fatto e per un po’ non ci si pensa più. E’ come verniciare una ringhiera senza carteggiare e senza mettere l’antiruggine: si fa prima, e per qualche giorno l’impressione dei passanti è che tutto sia in ordine. Discutere e concertare non è più di moda, a farlo si passa per mollaccioni inconcludenti, e per “schiavi dei sindacati”: invece non è così, e di esempi ce ne sono tanti, ma contro le mode non si può combattere. Si può solo aspettare che passino, e che nel frattempo non facciano troppi danni, e che i danni fatti non si rivelino, poi, irreparabili. ![]() |
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| Nevica, governo ladro Giuliano 10 dicembre 2005 Il primo sabato di dicembre, alla mattina, esco di casa a piedi e vado a comperare il giornale. Così facendo, vengo a sapere che le Ferrovie Nord, quelle che collegano il paese dove abito a Milano, sono completamente bloccate dalla sera prima, sulla tratta che va da Saronno a Como, a causa della nevicata caduta nella notte. Possibile? Son venuti giù più o meno cinque centimetri, mica poi tanto. Eppure, eccolo lì il primo treno che arriva da Milano: sono già quasi le undici, e l’espressione dei passeggeri è davvero eloquente. Nel tornare a casa, e trovo una mia vicina intenta a spalare: non i cinque centimetri, che ormai non ce ne sarebbe più bisogno, ma la neve che le ha buttato davanti al cancello lo spartineve comunale. Capita così a tutti, e infatti tutti hanno in mano la loro brava pala e fanno i loro mucchietti di fianco al cancello; la mia vicina però ha 80 anni e un po’ mi dispiace di non averci pensato prima, che avrebbe potuto aver bisogno. Intanto, gli avventori del bar arrivano tranquilli e serafici in macchina, e dispongono le loro auto un po’ dove capita, come se non fosse nevicato, tra gli spazi lasciati liberi dai mucchietti abbandonati dal servizio comunale di spazzamento neve. Insomma, non sono mica cose nuove, e ormai ci siamo abituati. Poi però su Repubblica leggo un bell’articolo-reportage di Michele Serra, che riporta la sua avventura avvenuta nella stessa notte rincasando a Milano dalla Liguria, in macchina. Serra è divertente, ma è anche molto preciso nel riportare cosa diavolo è successo per pochi centimetri di neve in autostrada. L’indomani, il ministro Lunardi dirà che è colpa degli automobilisti che non avevano le catene a bordo; Serra insinuava invece (pensa che roba) che i privati che hanno in concessione le autostrade non abbiano un gran interesse a fornire un adeguato servizio, dato che nevicate come queste sono tutt’altro eccezionali, nel Nord Italia. Proseguo nella lettura del giornale, e mi ritrovo nelle pagine di cronaca milanesi. Anche qui, la mini-nevicata occupa spazi importanti, perché sono caduti alberi, si sono fermati i tram, e insomma c’è stato un gran casino. La colpa di tutto questo, secondo il vice sindaco De Corato (di AN) è del partito dei Verdi, che impedisce di tagliare le piante malate. (dev’essere pur colpa di qualcuno, insomma, ma di chi governa certamente no). I verdi ribattono che loro non si sono mai opposti alla manutenzione ordinaria del verde pubblico; più in là Repubblica apre una finestra dove parla un esperto (un esperto vero, in piante e giardini) che ricorda che le piante non sono pezzi d’arredo, e che non è stato intelligente piantare alberi di alto fusto in strade dove le radici non possono svilupparsi, perché sotto c’è la metropolitana e lo spessore del suolo è molto ridotto. E, ancora più sotto, in un’altra finestra, sempre Repubblica fa un breve riassunto della storia dello smaltimento della neve a Milano: una volta c’erano gli spalatori, assunti a contratto dal comune e sempre pronti a intervenire (“Rocco e i suoi fratelli” di Visconti, un film del 1960, comincia proprio così), ma oggi non si usa più e da una quindicina d’anni, col sindaco Formentini della Lega Lombarda, si è stabilito che ognuno deve spazzarsi il pezzo di marciapiede davanti a casa sua, pena una multa che oggi è di 50 euro. Beh, insomma, ecco che il mio piccolo giro è completo. Non si assumono più spalatori, ferrovie e autostrade risparmiano sui costi del lavoro notturno, e così fanno anche i comuni, salvo poi dare la multa a chi non spala davanti a casa sua. Che è un provvedimento utile e anche condivisibile, ma non direi che così si risolva il problema. Eppure resto estasiato davanti a questa piccola scoperta, perché questo delle multe e delle pene severe (anzi, severissime: tolleranza zero) è proprio il sistema scelto per governare in questi ultimi anni, a tutti i livelli, e ce ne siamo ormai accorti in una miriade di piccole cose quotidiane, dal codice della strada al metodo per fare i biglietti in treno, o sul tram. br>Siamo tutti multabili, insomma: e al limite possiamo fare ricorso e sperare di averla vinta in tribunale. Abbiamo riempito il Parlamento di avvocati, di notai e di commercialisti, ed eccone dunque le conseguenze: per loro è normale fare ricorsi in tribunale, per me no. Ci sto pensando anche adesso, mentre faccio il consueto slalom tra i marciapiedi ingombri e le gigantesche pozzanghere, a Milano: chissà se gli arriverà una bella multa, a questo qui che non ha spalato davanti alla Banca che oggi è chiusa perché è domenica! (ma il legislatore ha deciso che il problema è risolto, e dunque non devo star qui a lamentarmi; anzi, magari mi beccherò anch’io una multa, perché sono sceso dal marciapiede e sto camminando in mezzo alla strada, come quelle due anziane signore che vanno chissà dove, e che se ne dovrebbero stare a casa, a far la calza, invece di intralciare il traffico...) |
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| Barzellette dal mondo del lavoro, n. 7 Giuliano 9 dicembre 2005 E, infine, meraviglia delle meraviglie, ci si vanta del fatto che è scesa la disoccupazione, per la prima volta in vent’anni. Beh, i numeri parlano chiaro: ma andrebbero anche interpretati, e la miglior interpretazione ce la danno i cassieri dei supermercati e dei negozi, che sanno come vanno davvero le cose. I dati ci sono, e dovrebbero preoccupare chi ci guida: ma così non succede. Anzi, guai a chi la tocca, la legge Biagi: un sindacalista in tv prova dire “legge 30”, e subito il sottosegretario al governo lo corregge, rimarcando bene e quasi urlando: “legge Biagi, legge Biagi, il professor Marco Biagi che è stato ucciso dalla brigate rosse!!!” Non è proprio andata così, e magari bisognerebbe chiedere lumi alla vedova del professor Biagi, o magari all’onorevole Scajola di Forza Italia, ma lasciamo stare, perché l’argomento non è questo. L’argomento è la disoccupazione: ma si può definire “occupato” un lavoratore con un contratto a due, a tre, a sei mesi? E’ occupato un lavoratore sempre sottoponibile a ricatti più o meno pesanti? Di solito, la risposta è un alzare le spalle e dire: “Ma in America fanno così da sempre!”. E con questo si vorrebbe chiudere la questione: se lo fanno in USA, e in Svizzera, e in altri Paesi Civili... Peccato che poi la cronaca nera parli chiaro, e mostri con chiarezza di quanto siano contenti, in America, i lavoratori precari. E’ questo che si vuole, anche in Italia? Si vuole arrivare a vedere anche da noi le rivolte dei ghetti, l’aumento della microcriminalità, le macchine incendiate come nelle banlieues parigine di questi ultimi giorni? Se è così, siamo sulla buona strada; ma allora, ovviamente, i benpensanti daranno la colpa “a quelli là”, ai neri, agli immigrati, ai disoccupati cronici, che delinquono, si sa, per loro natura e non per altre risibili cause. A queste persone bisognerebbe ricordare, ogni tanto almeno, che questo è un Paese cristiano, e che Cristo ci ha lasciato due insegnamenti fondamentali, reperibili nel Vangelo: ama il tuo prossimo, e non giudicare. Ma qui, me ne rendo conto, sto andando troppo oltre; e per adesso mi fermo e provo a passare a cose più futili. ![]() |
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| Idomeneo contro il mostro marino Giuliano 7 dicembre 2005 L’opera incomincia così: siamo a Creta, dopo la guerra di Troia, e la principessa troiana Ilia sembra destinata a sposare un greco, il giovane Idamante figlio del re Idomeneo. Ilia è molto combattuta dentro di sè: dovrà dunque unirsi a uno dei nemici della sua patria? Ma questo è quasi un prologo, la vera azione comincia con la scena successiva, nella quale ci troviamo nel mare, sul vascello che sta riportando a casa il re Idomeneo. Il mare è in tempesta, e l’equipaggio è spaventatissimo; ma il dio Nettuno placa le onde e la nave è salva. Le prime parole di Idomeneo, appena placata la tempesta, sono queste: “ Eccoci salvi, alfine...” Ma Idomeneo, durante la tempesta, ha fatto un voto solenne, uno di quei voti così frequenti nella mitologia ma anche nelle fiabe e nei racconti popolari: che sacrificherà a Nettuno la prima persona che incontrerà. Ed ecco che si avanza la vittima inconsapevole: è suo figlio, il giovane Idamante. Idomeneo fugge via, spaventato; il figlio si interroga sul comportamento inaspettato del padre. Possiamo dire subito che ci sarà un lieto fine, un po’ perché l’opera è datata 1780, ma soprattutto perché non è tanto il soggetto ad essere interessante, quanto l’uso che ne fa Mozart. Le cronache dicono che Mozart lavorò moltissimo sul libretto dell’italiano Varesco, smontandolo e rimontandolo per cercare di trovare una quadratura che in origine non aveva, dato che si trattava di uno dei soliti “pasticci” settecenteschi su soggetto mitologico; è lo stesso lavoro che farà Verdi nell’Ottocento, e che faranno i maestri del cinema nel Novecento. Sappiamo tutti, infatti, che si può trarre un buon film da un soggetto non particolarmente originale, e che si può invece fallire partendo da un capolavoro; ed “Idomeneo, Re di Creta” è dunque memorabile perché si tratta del primo vero grande capolavoro di Mozart per il teatro. Mozart aveva già scritto molto, e anche molte opere; già a 12 anni, per esempio, era stato capace di inventarsi un vero piccolo capolavoro come l’aria del mago nell’operina (nel senso di opera per bambini) “Bastien und Bastienne”. Ma con l’Idomeneo Mozart, ormai ventiquattrenne, capisce quale è la sua vera strada, quella che lo porterà ai grandi e famosi capolavori, il Ratto dal Serraglio, Le Nozze di Figaro, il Don Giovanni, e via elencando. Il modello evidente è Gluck, nell’impianto drammatico dell’opera e nell’uso del coro, che è uno dei veri protagonisti. Bellissimo, quasi cinematografico, l’arrivo di Idomeneo con la tempesta e l’incontro con il figlio sulla spiaggia; spettacolare e commovente il finale dell’atto secondo, dove si manifesta il mostro marino (che appare per un attimo però non canta, anche se forse si sarebbe potuto fare). La “sceneggiatura” di Mozart per il finale secondo è questa: Idomeneo cerca di rimangiarsi il suo terribile voto, e allora Nettuno manda un terribile mostro a spaventare e minacciare Creta; i cretesi lo vedono arrivare, fra il crescendo della nuova tempesta che sta arrivando, e fuggono, lasciando vuota la spiaggia e anche la scena. Un finale d’atto in diminuendo, a svanire, che crea un effetto bellissimo e inaspettato. Il mostro verrà sconfitto da Idamante, che sarà il nuovo Re e sposerà Ilia: così comanda la voce di Nettuno, e tutti si accordano volentieri al volere del Nume. Ma il lieto fine non è per tutti: rimane Elettra, figlia di Agamennone, a sfogare la sua rabbia per non aver potuto coronare il suo sogno di diventare regina sposando Idamante. Elettra è il prototipo delle future e grandi parti femminili di Mozart: la Contessa, Donna Anna, Donna Elvira. Le grandi scene corali devono ancora molto al talento di Gluck (soprattutto all’Alceste), ma è in questi personaggi che già si vede la vera vocazione di Mozart, e questa è l’importanza vera dell’Idomeneo, l’opera che aprirà la nuova stagione della Scala e che verrà trasmessa (in questo caso il servizio pubblico esiste ancora...) da Radiotre nella serata del 7 dicembre, per sant’Ambrogio ( e speriamo che si parli di Musica e non di chi c’era e chi non c’era: ma sarà molto difficile, visti i tempi che corrono). ![]() |
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| Barzellette dal mondo del lavoro, n.6 Giuliano 3 dicembre 2005 La legge Biagi è la madre del mobbing. Mi sento proprio di scriverlo, che almeno qualcuno possa leggerlo scritto come si deve... Come molte altre leggi (quasi tutte le nostre) nasce da buoni propositi e poi va a finire male. Mi spiego: se me ne vado io dal mio posto di lavoro, con i contratti vecchi, quelli post 1969, la Ditta può assumere un altro lavoratore, magari uno di vent'anni sveglio e di buona volontà, e dimezzare così d'un tratto lo stipendio che deve pagare per la mia mansione. Con il vantaggio, inoltre, di poter lasciare a casa quando vuole il giovane sveglio e di buona volontà, e magari di sostituirlo con un altro ancora, ma sempre con contratto a termine: si può fare, la legge lo consente, e dunque perché non farlo? Anch'io lo farei, se fossi un datore di lavoro (e magari se volessi avere una segretaria più giovane, più carina e più disponibile, visto che cambiare la moglie è troppo costoso...). E' un bel programma, però prima bisogna mandar via quel vecchio arnese che ho qui da tanti anni e che non se ne può più di vederlo, magari una mamma troppo affezionata ai suoi figli da andare a prendere e portare a scuola, che poi mi perde un sacco di ore e non è mai in orario. E' dunque un bel programma, quasi un sogno: e quindi la guerra comincia, e guai a chi ci si trova in mezzo. (Per i dettagli, basta andare un po' in giro a chiedere, magari all'ufficio vertenze dei sindacati, o magari al supermercato o ai vicini di casa) (in tv no, perché di queste cose non si parla: anche i giornalisti ormai sono sottomessi alla Legge Maroni-Biagi...) |
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| Barzellette dal mondo del lavoro, n.5 Giuliano 2 dicembre 2005 Ed ecco, venerdì scorso, lo sciopero generale: l'ennesimo, si è subito detto. E il premier Berlusconi, che tanto lustro ha dato all'Italia in questo inizio di millennio, lo ha subito bollato come inutile. Un rito inutile, si è subito aggiunto: ed anche a ragione, visto che ormai c'è la legge Biagi e che quindi metà della nostra forza lavoro, soprattutto i giovani, non può scioperare neanche se lo volesse. Perché i precari non possono permettersi di scioperare: perderebbero il posto, dato che difficilmente il contratto in scadenza verrebbe loro rinnovato. Così, senza neanche darsi da fare più di tanto, ecco di fatto abolito l'articolo 18; ed anche tutto lo Statuto dei Lavoratori, verrebbe da dire: e tante altre norme, compresa la legge 626, quella varata 10 anni fa contro gli infortuni sul lavoro (chi oserebbe più dire questo lavoro in questo modo non lo faccio perché non sto lavorando nelle condizioni giuste?). Non credo che ci sia bisogno di spiegare: assumere a termine ormai è permesso dalla legge, per tutte le mansioni. Il sindacato aveva posto dei limiti a questa libertà assoluta, nei primi anni '90, ai tempi della concertazione con il governo Ciampi: ma con la legge Biagi sono saltati tutti i limiti e tutti i paletti. Le ditte assumono a tempo indeterminato solo i lavoratori di cui sono ben sicure, e magari neanche quelli: e fanno bene, chi glielo farebbero fare di tornare ad assumere come prima? Intendiamoci, c'è una logica in tutto questo, e il mercato del lavoro richiede davvero la flessibilità. Il rischio è la chiusura delle fabbriche, e la fuga dei capitali verso l'estero: anche questo aspetto lo darei per scontato, soprattutto in un post che dev'essere per forza di cose breve. Però le fabbriche sono fuggite lo stesso, verso la Cina o verso la Romania, ed è una cosa ben triste. E poi un governo come si deve dovrebbe aver cura dei suoi cittadini: può andar bene il precariato, se serve, ma con tutte le norme necessarie per poter vivere e non solo sopravvivere, e soprattutto dovrebbe essere più che tutelato chi è in difficoltà e chi ha più bisogno, cosa che non succede proprio, a quel che vedo e che sento. E dunque quale è il senso vero della legge Biagi, che io preferirei veder chiamata Legge Maroni? Semplice: far fuori il sindacato, ridurlo a un fenomeno folcloristico come era nell'ex Unione Sovietica, e farla finita una volta per tutte con quella sporca faccenda dello Statuto dei Lavoratori, e tornare finalmente e felicemente agli anni Cinquanta. (o magari anche agli anni Trenta, c'è chi ci spera ma forse sarebbe chiedere troppo...) |
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| Opinion makers, n.3 Giuliano 1 dicembre 2005 Dite quel che volete, ma io mi rifiuto di depilarmi. Non mi passa neanche per l'anticamera del cervello. Già farsi la barba ogni giorno è una sofferenza e una perdita di tempo, se poi dovessi passare anche al resto del corpo non potrei fare altro per tutto il mio tempo. Vorrei anzi aprire un fronte di solidarietà con le donne, e darci un taglio, con questa storia della depilazione, che non se ne può più. So di cosa parlo perché mi hanno depilato due volte, in ospedale, in modo parziale, e ci hanno messo quasi mezz'ora ogni volta; e la ricrescita è fastidiosissima (chi ha detto che i peli sono superflui? Alcuni lo sono, altri sono utilissimi...). Insomma, per piacere, se uno vuole contribuire alla crescita economica del settore cosmetico-estetico, che faccia pure (fa bene anche al PIL, come direbbe Bergonzoni), ma mi si lasci libero di andare in giro come vuole la mia natura, senza sentirmi dire che sono trasandato. E poi c'è quell'altra faccenda dei parrucchieri, che ormai mi riguarda in modo solo marginale ma mi va di parlarne lo stesso perché mi capita da trent'anni di confondere una donna con un'altra, per strada: perché ad un certo punto viene di moda una pettinatura, un taglio particolare, e subito il 65% delle donne lo adotta, per cui va a finire che sembrano tutte uguali. Probabilmente, le parrucchiere hanno un Grande Capo che le obbliga a fare a tutte lo stesso taglio per un determinato periodo, forse sono una specie di massoneria misteriosa, una P2 dedita a crimini meno misteriosi? Lo stesso effetto, negli uomini, lo ottengono baffi e barbe: per esempio il pizzetto. Con il pizzetto, tutti gli uomini si somigliano. La barba intera no, sembrerà strano ma qualcosa della fisionomia si salva; il pizzetto, invece, è una grande livella; e qui mi fermo, ma penso ammetterete che questo, questo dei pizzetti e delle pettinature femminili, è un annoso problema del quale non si è mai discusso abbastanza, e che era ora di cominciare a farlo. |
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| Barzellette dal mondo del lavoro, n.4 Giuliano 30 novembre 2005 Ho visto Mario Monti in tv, l’altra sera: siccome non è una di quelle persone che capita spesso di ascoltare o di vedere, mi sono messo diligentemente all’ascolto; e ne sono uscito con una certezza e un dubbio. La certezza è che Mario Monti è una brava persona, affidabile e competente; il dubbio è che Mario Monti, con ogni probabilità (e facendo i debiti scongiuri, perché con gli italiani non si sa mai) sarà il prossimo ministro dell’Economia. Con noi, intendo: con Prodi e con Fassino. Monti si dice liberista e contento di esserlo, e non so quanto la cosa sia compatibile con un governo di sinistra, ma staremo a vedere. Il motivo per cui ne scrivo è questo: Monti ha accennato alla legge Biagi, la legge 30 sul lavoro precario, e se ne è detto contento, pur premettendo di non essere il lavoro la sua materia di competenza. E’ un parere condiviso da molte brave persone, e in parte anche da me; però a questo punto mi è venuta la voglia di mettere giù qualche mia nota personale, un breve riassunto di cosa succede. Comincia così: lo studioso Marco Biagi, dell’Università di Bologna, collega e amico di Romano Prodi, collabora col Ministero del Lavoro e mette giù una bozza di quello che si potrebbe fare. Nel frattempo, viene assassinato come sappiamo, cioè da alcuni anziani brigatisti rossi rimasti ancora in circolazione (anziani, cioè della mia età: fra i 40 e i 50 anni, una veneranda età per un terrorista), che verranno subito individuati e arrestati. La cartella con le bozze e le ipotesi messe giù dal professor Biagi rimane al Ministero, sulla scrivania del ministro leghista Maroni: che la fa diventare legge così come è, senza toccarla nemmeno, perché a lui va bene tutto. Ci mette poi, per cappello, il nome dello studioso assassinato dai comunisti: così guai a chi la tocca, che si prenderà subito del simpatizzante delle BR ( poco importa che nel frattempo sia saltato fuori, con relative dimissioni dell’interessato, che il ministro dell’Interno abbia dato del “rompicoglioni” al professore appena morto, che aveva invano chiesto la scorta...). Ed ecco che la “legge Biagi” viene approvata dal Parlamento, e finisce sui giornali: occupa una pagina intera dei quotidiani, magari anche due se il quotidiano è in tabloid. Perché le tipologie di lavoro sono davvero tante, troppe, inesauribili: c’è da perderci la testa, ed è per questo che la definisco una bozza, un’ipotesi di lavoro. Mi rifiuto di credere che uno studioso stimato come Marco Biagi abbia messo giù la legge così come è oggi, me lo impedisce il buon senso. Che senso avrebbe mettere giù una serie di norme così complesse, quasi una legge “ad personam” per ogni persona che si trovi a dover lavorare, con tipologie e contratti quasi infiniti? Anzi, no, un senso glielo trovo – però vado avanti domani se no questo post diventa troppo lungo. ![]() |
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| Opinion makers, n.2 Giuliano 26 novembre 2005 I labbroni: ormai è un'epidemia. Ogni tanto appare, o riappare, una donna (anche giovane) che si è fatta un po' conoscere in tv, e ha le labbra diverse da come le aveva prima, gonfie e sporgenti, quasi che avesse preso un pugno sui denti. Cos'è successo, ormai lo sappiamo: si tratta di chirurgia estetica, tesa così dicono - a migliorare le donne e a renderle più belle. E tutto questo perché qualcuno (ma chi?) ha deciso che le labbra grosse e gonfie sono le più sexy e le più belle. E poi i capelli: io ho più capelli in testa, intesa come sommità del cranio, rispetto a Berlusconi. La differenza è che io me li rado, trovandoli antiestetici (non è una gran fatica) e lui invece se li è fatti trapiantare perché proprio voleva averli. Le foto vere, non quelle ufficiali e leccate, lo ritraggono con una misera e un po' squallida chierica a malapena ricoperta dal riporto, dal gel e dalla tintura: e se lui è contento sono contento anch'io, perché c'è gente che perde i capelli per malattia, anche donne, e che ci sia un rimedio è una bella cosa, ed è bello che ci sia chi si presta a far da cavia per i chirurghi plastici, che così fanno pratica in attesa dei traumi e dei problemi veri. E' probabile che il nostro amato premier più avanti farà un infoltimento anche lì, sul cocuzzolo del cranio, e buon pro gli faccia, così a 80 anni avrà la capigliatura di un ventenne; ma per un uomo essere calvi, da adulti, è da considerarsi cosa normale, e queste cose andrebbero dette, in tv, soprattutto dalle persone importanti che dovrebbero avere qualche dovere civile verso gli sprovveduti. Così come andrebbe detto che le donne belle sono belle con le loro labbra e non quelle di un'altra, e che i criteri estetici variano molto a seconda di chi ti guarda (se chi ti guarda è innamorato, di regola, è innamorato di te e non del tuo naso o dei tuoi zigomi...). E magari si potrebbe anche aggiungere che i capelli trapiantati provengono da zone dove non c'è il rigetto dovuto all'età e agli ormoni (zone che non è bello nominare, ma una volta o due qualche chirurgo estetico che l'ha detto sono riuscito a trovarlo), ma passi. Ben venga la chirurgia estetica, dunque, se serve; ma i problemi veri sono ben altri, e chi ha dovuto affrontarli, purtroppo, lo sa. |
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| Aiuto Giuliano 25 novembre 2005
A 16 anni avevo già letto Solgenitsin, senza capirci molto ma l'avevo letto e mi ero informato. Poi avevo incontrato Dostoevskij, mi ero appassionato e di lui avevo letto tutto, ma proprio tutto, comprese le memorie di sua moglie Anna Grigorievna Snitkina. Dostoevskij racconta nel dettaglio le prigioni zariste, che conobbe dopo che gli fu commutata (con notevole sadismo, per inciso) una condanna a morte per quello che oggi definiremmo terrorismo. Le prigioni zariste raccontate da Dostoevskij non sono molto diverse da quelle sovietiche di Solgenitsin, cent'anni dopo, e questo è già un motivo di riflessione, e anche (se si vuole) di sorpresa: testimonianze molto dure, campi di prigionia severi e in Siberia, dove i reclusi morivano di freddo e di fatica. I racconti di Dostoevskij e di Solgenitsin sono però molto diversi da quelli raccontati dai superstiti di Auschwitz, in molti libri e in molte testimonianze tutte agghiaccianti, compreso il processo di Norimberga e quello, dei primi anni '60, che servì a Peter Weiss per L'istruttoria.Ecco, l'ho detto. Per aver fatto questo raccontino, qualche anno fa, fui quasi aggredito: ma allora tu vuoi negare l'orrore dei gulag, ma allora tu vedi solo rosso e non vuoi ammettere, eccetera eccetera. Santo cielo, cosa avevo detto di male? Ancora oggi non mi ci raccapezzo: il mio riassuntino non assolve nessuno, men che meno Stalin e la cortina di ferro, e a me pareva evidente. Ma poi, saltando a questi nostri giorni, mi è capitato di accennare al fatto che Romano Prodi è un cristiano, anzi uno dei pochi cattolici osservanti tra i nostri politici: apriti cielo, è venuto giù il gelo prima ancora che il diluvio e la tempesta. Prodi cristiano??? Ma se vuole il matrimonio tra gli omosessuali!!! e via seguendo con le moschee che vuole costruire, con le leggi abortiste e assassine, e dulcis in fundo con gli extracomunitari e i clandestini, che ormai ci sono sempre, in tutti i discorsi. E ancora: e il conflitto di interessi di Berlusconi? Quello proprio non si può nemmeno iniziare a parlarne: sei noioso, che palle, non hai argomenti, suvvia, siamo ancora qui con queste storie, non se ne può più E potrei fare altri esempi, ma mi fermo perché penso che ve li siate già immaginati tutti. Non rispondo più, sto zitto, mi tiro da parte e se posso me ne vado: alle mie più piccole rimostranze vengo subito zittito con un perentorio ma allora vuoi sempre avere ragione tu!, seguito magari da un tu vuoi sempre che si faccia solo quello che piace a te!. Insomma, sono in ambasce e non so più che fare. Lo ammetto e confesso: questo che avete appena letto non è un post per Stile Libero, è una richiesta di aiuto |
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| Scavalcamontagne Giuliano 24 novembre 2005 Gli attori se la tirano. Non è una novità, anzi è cosa risaputa: ben consci della loro importanza sociale e culturale, gli attori (e le attrici, naturalmente) non fanno nulla per nascondere la loro importanza, soprattutto quelli di teatro. Nell'antichità non era così, ma nel '900 (dalla Duse in avanti, più o meno) fare l'attore è stato molto gratificante, per chi ha avuto successo. Molti attori famosi l'hanno perfino confessato: recitare diventa una terapia, un portare alla luce se stessi e il proprio lato oscuro, eccetera. Strehler se la tirava moltissimo, se mi si passa il termine: e poteva ben permetterselo. Inoltre, Strehler teorizzava proprio il ruolo sociale del teatro, la sua funzione di utilità per la crescita della collettività, la cultura come base della società civile. Ma adesso le cose sono cambiate, anzi stanno cambiando radicalmente e velocemente: prima la televisione, poi i videogames, adesso il governo Berlusconi (che con la televisione fa tutt'uno, per inciso). Fare l'attore non è più un gran mestiere: adesso basta un bell'aspetto fisico, una dizione passabile, un microfonino, gli appoggi giusti, e si diventa famosi: in tv, appunto. Ma la cultura cosa c'entra? Niente, o quasi; e non parliamo dell'attore di teatro, nel senso di Strehler, di Buazzelli, di Parenti, di Eduardo: la polvere del palcoscenico è ormai solo polvere, smog, roba che sporca e che secca la gola, e basta. Il colpo di grazia al teatro, soprattutto a quello che intendeva Strehler, sta arrivando: ed è una gran mazzata. Però potrebbe avere degli effetti positivi, anche se non sicuramente sulle tasche degli attori: il teatro tornerà povero, chiuderanno i teatri, si tornerà nelle strade e nelle piazze, a prendere freddo e uova marce e verdure tirate addosso, e farà teatro solo chi ne avrà veramente la passione, e la voglia. Forse vedremo spettacoli migliori, forse non ne vedremo affatto; ma difficilmente il teatro morirà, perché fa parte della nostra vita quotidiana. Torneranno le vecchie compagnie, forse, i carri di Tespi, gli scavalcamontagne, gli scarrozzanti; spanderanno sudore, sangue, polvere, saranno acrobati e vecchi tromboni, chissà mai se lo vedremo |
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| Politici e Prefetti Giuliano 22 novembre 2005 Sono le 17.30 di un qualsiasi giorno feriale, stiamo uscendo da Milano dopo essere andati al lavoro, e siamo fermi, dentro la nostra automobile, sulla terza corsia di un'autostrada a tre corsie. Cos'è successo? Si tratta di qualcosa di strano, di anormale? No, è la normale amministrazione: c'è così tanto traffico, a Milano nelle ore di punta, che per almeno 6 ore (tre al mattino e tre alla sera) entrate e uscite di Milano sono quasi completamente bloccate: come dice Beppe Grillo, è esattamente come avanzare a dorso di mulo. E non succede da ieri o da pochi mesi, ma da tanto di quel tempo che ormai si è persa la memoria di come si faceva prima. E un analogo discorso si potrebbe fare per i mezzi pubblici, spesso strapieni e intasati o bloccati. E' per questo che penso che aver scelto il prefetto Ferrante come candidato sindaco sia una buona cosa. Le cronache raccontano che a Milano, spesso, i problemi li ha risolti più il prefetto che non il sindaco: soprattutto quelli più spinosi, come le vertenze sindacali. Verrebbe da dire che è così non solo a Milano ma in tutta la Lombardia, anche se con alcune lodevoli eccezioni. E forse anche in tutta Italia sta maturando una decisa insofferenza verso i troppi politici improvvisati, sciatti e parolai: o, almeno, così spero, perché sarebbe ora. Del resto, il calendario dei lavori parlamentari degli ultimi 5 anni parla chiaro; e anche adesso, oggi, mo' mo', just now, il Parlamento Nazionale è occupato da mesi dai dibattiti su legge elettorale, devolution, presidenzialismo, legge previti, bonus di mille euro sui neonati In Lombardia abbondano pseudopolitici come Prosperini di AN, assessore regionale, che dice di voler bombardare le navi dei clandestini, deportare gli zingari, tagliare il pisello agli stupratori (con le sue mani, e con un paio di cesoie da giardiniere), e altre simili amenità. Tutte cose che si possono anche dire, e che non mi scandalizzano perché possono ben passare per la testa, visto che non siamo dei santi. Parole e frasi che sono comprensibili come sfogo, davanti a gravi problemi e a gravi fatti, perché siamo tutti esseri umani imperfetti, e le parole e le frasi ti possono ben scappare. Ma se poi, quando bisogna fare sul serio, passare ai provvedimenti pratici e non alla facile propaganda elettorale, il politico in questione (virgolette d'obbligo) insiste a straparlare di cesoie e di cannoniere a Lampedusa e sul Canale d'Otranto, meglio prendere il politico (virgolette d'obbligo), metterlo in un angolo, dirgli di starsene zitto, e rivolgersi invece al prefetto, o comunque ad un bravo professionista che sappia davvero cosa fare |
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| Devolution secession Giuliano 21 novembre 2005 Le regioni hanno ormai una propria sanità, una propria contabilità, possibilità di legiferare, scuola locale e polizia locale, e tante altre cose ancora. Di battere moneta non c'è bisogno, perché tanto siamo nell'euro. Cosa manca, allora? Beh, quasi niente: diamo ancora un po' di tempo, proprio lo stretto necessario, e saremo alla secessione. Era questo l'obiettivo, e direi che è stato raggiunto, con buona pace delle dichiarazioni ufficiali e dei referendum abrogativi. Resta da vedere quanto questa faccenda della devolution fosse importante nella lista dei pensieri dei cittadini comuni. Continuo a pensare che i cittadini vorrebbero in primo luogo avere dei politici onesti e competenti, più che scegliere tra politici locali o politici romani: ma questo non lo garantirà nessuna riforma... Come sempre, in Italia, si parla di tutto meno che delle cose serie, e si perde del gran tempo su questioni secondarie. Per esempio, ci possiamo chiedere che cosa farà, adesso, il comune di Varese per combattere l'inquinamento e la siccità del Po, oppure quello di Lecco per combattere mafia, droga, disoccupazione, o magari quello di Novara per la ripresa economica... Di preciso non lo so, non sono mica io che devo dare le risposte; per adesso passo e chiudo, prendo idealmente sottobraccio Rigoletto e Solimano, e saluto con nostalgia Massimo, Monterosso, Rowena, Graziella, Lodes, Nicola, Bfaber e tutti gli altri che ormai poveretti sono stati da noi devoluti. |
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| Un milione, due milioni, tre milioni
Giuliano 19 novembre 2005 A Madrid, un milione di persone scendono in piazza e manifestano contro le leggi varate da Zapatero. Sono guidate dalla Chiesa, e contestano soprattutto la legge sul matrimonio agli omosessuali e la legislazione sull'aborto. Un milione di persone sono tante, meritano rispetto, e secondo me Zapatero farebbe bene a tenerne conto, anche solo per una questione di buon senso e buona educazione. Fin qui tutto normale, siamo in democrazia e c'è il diritto-dovere di protestare contro le leggi che vanno contro ai nostri princìpi: ci mancherebbe altro! Però non posso non pensare a quello che è appena successo in Italia, in circostanze analoghe. In questi ultimi anni, il governo Berlusconi ha varato riforme che sono state duramente contestate da masse ben più imponenti di quella (già enorme) vista a Madrid: come dimenticare i tre milioni di persone scese in piazza contro i provvedimenti sul lavoro, sotto la guida dei nostri sindacati? Il ministro che si doveva occupare del problema, cioè il leghista Maroni, fece spallucce e commentò che altri 47 milioni di italiani se ne sono rimasti a casa... Come dimenticare la riforma della Giustizia, varata contro il parere di tutti (di tutti i magistrati e anche di gran parte degli avvocati, destra e sinistra unite)? Il ministro che si stava occupando del problema, cioè il leghista Castelli, rispose (annoiato e anche un po' seccato) che i giudici devono imparare a rispettare il voto del Parlamento, che è sovrano. Idem per la scuola, per la legge elettorale, per le riforme costituzionali... (ho dimenticato qualcosa?). Berlusconi ripete spesso che il suo governo ha fatto riforme che aspettavano da anni: è vero, le ha fatte e le ha fatte male e contro il parere di milioni di italiani, ma tutto questo non conta niente. E allora, che dire ai cattolici spagnoli che contestano Zapatero (e anche il Re di Spagna, suppongo) su una questione tutto sommato minore? Potremmo mandargli i nostri Maroni, Castelli, Letizia Moratti e compagnia cantante, che saprebbero ben ripetergli credo la loro formula magica, ovverosia che il Parlamento è sovrano e i cittadini devono adattarsi e farsene una ragione. |
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| Il mondo prima di Berlusconi Giuliano 18 novembre 2005 - Quando si è accorto che esistevano le donne? - (!) Ma che bella domanda che dà soddisfazione alla risposta! Avercela bella anche quella! Diciamo, questa è una risposta che si consuma nella domanda: quando ti sei accorto che c'erano le donne Ma quando mi sono accorto che c'era il resto del mondo, caro signor Biagi! La donna ma mi mette una parola in bocca che non solo riempie la bocca, che riempie proprio tutta l'otorinolaringoiatria del corpo umano, perché la donna ! Si vive solo per la donna, io personalmente penso, non le dovrei dire direttamente queste cose, dovrebbero sempre venire indirette ma non riesco ad andare sotto la metafora, sotto un simbolo, una cosa! E' la donna, diciamo penso d'avere forse vissuto solo per la donna, è l'unica cosa che m'ha attratto, ma molto più dell'uomo, molto più del cane, molto più del dei
- Dei tramonti?- Dei tramonti, dei panorami, che non me ne interessa niente, ma un panorama con una donna in mezzo diventa un panorama, un panorama femminile, ma, ma - Che cosa la attrae soprattutto in quel paesaggio? - Ecco, diciamo, delle donne, uno si innamora ma non c'è la parola spiegazionale per questo agglomerato fisico e dell'anima e del creato umano, che poi, ecco, gli volevo dire che m'è venuto che quando dicevo che noi si cantava con questi poeti, noi si cantava con l'Ariosto, del quale le ottave sulle donne erano meravigliose, dell'Orlando Furioso, non so se lei se le ricorda: Le donne han fatto tal mirabil cose / che l'uom di loro niuna si ricorda Tutte quelle ottave che l'Ariosto dedica alla donna nel cervello e nel corpo, dal quale ovviamente noi ne siamo attratti da questo cosa qua e, là, lò, mi viene proprio delle impuntature su questo argomento perché non so che cosa , e con quale espressione del viso potrei fare presente la risposta a questa domanda. - Lei alle donne che cosa ha dedicato? - Ma, diciamo così, dedicato, non è che ho fatto delle dediche alle donne - Dei versi. - Dei versi, delle canzoni, sì, ma qui verrebbe da rispondere banalmente tutto, ma insomma, effettivamente, credo che non ho mai pensato all'uomo quando che ho scritto una cosa, o recitato. Quando ride una donna, signor Biagi, non è la risata dell'uomo: la risata della donna nasce proprio dalla profondità dell'essere, ci ha uno stimolo e un movimento di nervi e di sensi che l'uomo... - Un terremoto. - Che l'uomo non se lo sogna, che lo si vede anche a teatro, quando si fanno quelle serate volgarmente dette seratacce, quando ci sono le donne che ridono in prima fila è un altro La donna è proprio l'immagine di Dio, la donna che ride, ecco, gli organi genitali intendo, che nella Cabala hanno scoperto che sono l'immagine di Dio, proprio la cosa più sacra, che per gli organi genitali noi usiamo quei brutti termini, che li ammazziamo, li facciamo passare male, li deturpiamo, ecco, in qualche maniera, invece sono per natura votati alla riproduzione, alla fedeltà, all'amore, sono proprio l'immagine di Dio, e le donne più di tutti hanno quest'immagine di Dio dentro di sé. Perché, diciamo, le donne hanno misteriorizzato più dell'uomo quest'immagine ( ) ho scritto anche, come tutti gl'imbecilli del mondo, delle poesie ( ) - Mi dica Benigni, se non sono indiscreto, come le corteggia le donne? Le fa ridere - Ma io gli salto addosso, è sempre stata una mi' tecnica, diretta, perché, nel senso, è sempre stata una tecnica diretta, perché quando vedo una donna che mi piace io proprio gli vado a toccare la veste per andare a sentire l'odore della carnagione, quel bel termine italiano, l'incarnato, la carnagione, che è, diciamo, mi piace proprio buttarmici a corpo morto, e a mente viva, diciamo, nel sentimento della donna. Il mio sistema di corteggiamento è sempre stato piuttosto brutale, che non è come l'umorismo, non ci aveva delle vie di mezzo, - Lei non allude. - Non alludo, no: ci vo diretto, ho sempre voluto far sapere quali fossero le intenzioni. - E che risposte ha trovato? Capivano o no? - No. - Non capivano? - No! E a me m'hanno rovinato le donne, infatti: troppo poche ( ) - Ma c'è una domanda che vorrei farle, dopo questo suo elogio alle donne. Lei una volta è andato a un convegno di femministe e ha esordito dicendo: Buonasera, brutte maiale - Sì, è vero, è vero - E come andò a finire? - Mi hanno rotto una costola. In senso che era una festa delle donne, un otto marzo. Quale omaggio maggiore, volevo dire, buonasera brutte maiale era, secondo me, è difficile dire, ma, come atto d'amore ( ) mi sembrava anche un bel verso, buonasera brutte maiale ( ) l'ho detto proprio buttandomi nella vita. - E loro hanno reagito con cordialità? - Con cordialità no, perché loro sono salite sul palcoscenico e mi hanno dato una ginocchiata, non so in che punto mi volevano prendere ma io mi sono piegato, mi hanno preso nelle costole e io sono caduto in terra e sono svenuto, e da allora ho sempre salutato Buonasera signorina. (Enzo Biagi intervista Roberto Benigni, da Linea diretta, Rai1, marzo 1989) |
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| Pasolini e la volgarità Giuliano 16 novembre 2005 Complici le recenti celebrazioni, ho potuto rivedere con calma e come si deve (ma solo grazie alla Televisione Svizzera ) le opere più chiacchierate di Pierpaolo Pasolini, quelle che all'epoca avevano suscitato scandali ma anche grande curiosità. Si tratta del Decameron, dei Racconti di Canterbury, di Il fiore delle Mille e Una Notte: episodi tratti da tre delle maggiori raccolte di racconti popolari, ormai patrimonio universale. Devo fare anch'io un po' di autocritica, perché questi film non li avevo mai capiti: è vero che non vedevo il Decameron da trent'anni, però parecchi episodi me li ricordavo bene; degli altri due avevo visto solo spezzoni o copie tagliuzzate dalla censura, perciò incomprensibili. Che dire? Che è certamente vero che si tratta di sequenze spesso imbarazzanti, con nudità insistite, dove gli argomenti sono sesso, merda, sporcizia, soldi, corna; e che quindi non sono film consigliabili a tutti. Ma, detto questo, sesso, merda, soldi, sporcizia e corna sono anche gli argomenti più ricorrenti della narrativa popolare (quella vera) insieme alle storie di guerra e di fantasmi, e di morti che ritornano dalla tomba. Erano i racconti che si facevano attorno al fuoco, nel fienile, d'inverno; e sono racconti vecchi di generazioni e generazioni, una tradizione orale ormai quasi perduta. Anche la mia nonna paterna faceva parte del novero delle narratrici di novelle, ne raccontava spesso, e dai frammenti che sono riuscito a raccogliere erano proprio di questo genere, quello scelto dal Boccaccio ma anche dai fratelli Grimm e da tutti i grandi narratori di storie. Solo in seguito è intervenuta la censura, anche pesante: ma chi conosce, per esempio, le prime versioni, quelle originali, di Cappuccetto Rosso, sa di che cosa ci stava parlando Pasolini in quei lontani anni '70. E dunque si può discutere sull'opportunità di mettere in immagini proprio quelle storie lì, quella di Andreuccio e non magari quella del falcone, più poetica, ma una volta superata questa fase non si può far altro che ammirare il lavoro di Pasolini. Che è molto discontinuo, con alcuni episodi poco riusciti e altri splendidi per pura grazia, come la storia della ragazza e del ragazzo che fanno l'amore sul tetto (nel Decameron), o spettacolari per la resa cupa e favolistica (la storia dei due monaci nelle 1001 notte, con Franco Citti a impersonare un diavolo davvero inquietante). Mi disturbava molto anche la recitazione, e il doppiaggio, voluti da Pasolini; mi ha disturbato fino a ieri, per l'appunto, quando ho finalmente capito ciò che avrei dovuto sapere da tempo. Si tratta, per l'appunto, dello stesso tipo di recitazione usata nei Maggi, cioè negli spettacoli popolari che si tengono da tempo immemorabile, da noi, soprattutto nei paesi a cavallo dell'Appennino emiliano, e che rischiano fortemente di scomparire in quest'epoca di globalizzazione o meglio, come avrebbe detto Pasolini, di omologazione culturale. Una recitazione ingenua, non professionale, non sempre ben riuscita ma molto sentita e molto divertita; la stessa tradizione dei cantori in ottave dalla quale è uscito Roberto Benigni, e che presto, purtroppo, perderemo: nel volgere, forse, di questa sola stessa generazione (la mia, e quelle seguenti) che ne hanno a malapena il ricordo, e che ormai celebrano feste commerciali americane e seguono riti appena inventati da qualche esperto di marketing, e che ormai non sanno più inventare storie nuove. |
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| De panchina eloquentia Giuliano 15 novembre 2005 Forse non leggete le pagine sportive, e allora vi sarà sicuramente sfuggito il censimento delle panchine che sta facendo (ma non tutti i giorni) Gianni Mura su Repubblica. Provo ad ovviare meglio che posso, come segue. ( ) Ci pensavo scomodamente seduto su una panchina di Lanciano, probabilmente la peggiore (voto 2), davanti alla trecentesca chiesa di Santa Lucia, bellissima, come è bello il vecchio centro. Un parallelepipedo di marmo, osceno nel contesto, e naturalmente di quelli senza spalliera. Sarà l'età che avanza, ma faccio molta attenzione alle panchine e nel mio personale pagellario le considero fondamentali per capire il grado di vivibilità di un posto. Per alcuni secoli, le panchine sono state di legno, ci si poteva appoggiare, accavallare le gambe, anche appisolare. Che grande piacere leggere il giornale su una panchina di Place des Vosges, o delle Ramblas, o anche solo guardare passare la gente, la schiena appoggiata comoda, sotto le chiappe una materia amica come il legno. Da qualche parte devono aver deciso che chi è stanco o contemplativo deve stare seduto in pizzo in pizzo, come nell'anticamera del dentista, o già che c'è non sedersi per nulla. ( ) (Gianni Mura, Repubblica 16.10.2005) Sono stato a Imola e ho visto una biblioteca bellissima, roba che se l'avessi avuta a Milano avrei studiato di più. Ho anche visto nei paraggi, sulla via Emilia, panchine di pietra serena (a occhio), montate su un supporto metallico a forma vagamente di supposta, ebbene sì, senza schienale e molto scomode: voto 2. Messaggio ai lettori: ho già ricevuto 5 segnalazioni di panchine orrende (2 corredate da foto) ma questa rubrica non è dedicata all'arredo urbano. Se ne occupa quando il suo curatore (sono sempre io, ma pare faccia fino parlare ogni tanto in terza persona) s'imbatte in panchine indegne. S'imbatte vuol dire che le guarda, inserite nel famoso contesto, e ci si siede. E solo questa operazione fa scattare il voto alla panchina. ( ) (Gianni Mura, Repubblica 13.11.2005) |
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| Noi e loro Giuliano 14 novembre 2005
Ho letto e ascoltato molti commenti su quello che sta succedendo in Francia in questi giorni, compreso l'intervento di Massimiliano Fuksas a Ballarò (quello a cui Buttiglione ha risposto con un sorrisetto vedo che lei queste cose non le conosce molto). Il tema della violenza che viene dall'alto, contrapposta a quella che viene dal basso, insomma il tema del noi e del loro così caro alla peggior destra, è molto importante e preoccupante, in prospettiva; ma è anche uno di quelli che non si può affrontare nella maniera adeguata nelle poche righe di un post. Perciò mi limito a riportare l'intervento che più mi ha impressionato, e che più mi ha toccato nel profondo delle mie corde. E' l'opinione di un calciatore, ma non di un calciatore qualsiasi.< Quando Sarkozy dice "ripuliremo tutto a fondo senza riguardo" io che ho vissuto in una periferia lo prendo come un insulto personale. Ripulire chi? Ripulire cosa? Anche a me dicevano "appartieni a una feccia", ma io volevo solo lavorare. La violenza non è mai gratuita. Bisogna capire cosa provoca il malessere. Prima di parlare di insicurezza bisogna forse parlare di giustizia sociale. Stiamo dando una pessima immagine della Francia. Di chi è la colpa? Cercate e troverete>. Queste cose le ha dette Lilian Thuram in Martinica, dov'era con la nazionale francese. ( ) Thuram non è un calciatore qualsiasi, è uno dei campioni del mondo del '98 e, inoltre, fa parte dell'Alto Consiglio francese per l'integrazione. Aveva il diritto e il dovere di esprimersi come s'è espresso in difesa di quella che considera ancora "la sua gente" e con la memoria, certamente, di esperienze personali, sulla sua pelle. ( ) (Gianni Mura, Sette giorni di cattivi pensieri, Repubblica 13 novembre 2005) |
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| Primo Levi, 1979 Giuliano 11 novembre 2005 - Cosa pensa delle varie manifestazioni e prese di posizione antisemite che si vanno intensificando in Italia e in Europa? - E' difficile dire delle cose che non siano ovvie. E' chiaro che davanti a fatti come quelli di Varese (slogan e striscioni antisemiti durante una partita di basket, ndr), si prova dolore, si prova scandalo. Vorrei aggiungere una cosa. Mi sembra di poter distinguere un legame tra l'episodio dell'Express, l'intervista a Darquieur de Pellepoix, e l'intervista su Le Monde a Faurisson e questo fatto di Varese. E' una tesi che propongo. Andrebbe discussa, andrebbe dibattuta. Si direbbe: i tre episodi sono collegati da una estrema stupidità. Non era così nella Germania di Hitler; si potrebbero dire molte cose contro i nazisti, ma non che fossero stupidi. Qui invece si direbbe che c'è una delega agli idioti. E' idiota, perché è senile, Darquieur de Pellepoix. Idiota, bisogna parlare con rispetto dei malati di mente, ma è un malato di mente Faurisson? E questi di Varese, a quanto pare, erano dei ragazzini abbastanza inconsapevoli di quello che facevano. E' probabile Certamente è la delega agli idioti. I deleganti non è detto che lo siano, idioti, probabilmente non lo sono. E' da valutarsi che non trovino niente di meglio, tutti, anche in Francia, e usino gente di questo tipo. (Primo Levi, intervista ad Ha-Tikwa, aprile 1979) (pag.279 volume Einaudi Conversazioni e interviste con Primo Levi) |
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| San Paolo persecutore Giuliano 10 novembre 2005 Un'altra cosa che non capisco di questa destra italiana è il continuo rinfacciare a persone come Norberto Bobbio, Dario Fo, Giorgio Bocca, il loro passato fascista. Potremmo aggiungere anche Enzo Biagi, che a più riprese ha ricordato di aver vinto, con un tema sul duce, un premio dell'opera balilla. Ma qui sta il punto: si tratta di persone nate negli anni Venti, o poco prima. Nel ventennio erano bambini o molto giovani; e commettere errori a vent'anni è molto facile, senza che per questo ti debbano essere rinfacciati per tutta la vita, anche se tutto sommato ciò fa parte della vita. (C'è anche un bel racconto di Italo Calvino, sull'argomento: si chiama Un punto nello spazio ed è nelle Cosmicomiche) (Per tacer di Conrad, Lord Jim e Linea d'ombra ) . E dunque Giorgio Bocca oggi ha ottantacinque anni, se non sbaglio: fu fascista per venti, e fiero democratico per sessantacinque; eppure ancora oggi i vari Borghezio ed ex missini insistono a definirlo fascista, il che mi pare quantomeno singolare. C'è una sola cosa che mi fa piacere in tutto questo, ed è il giudizio negativo sul regime fascista (finalmente! benvenuti fra le persone normali, era ora!); per il resto, non posso non pensare a come definirebbero questi signori Paolo di Tarso, che fu fiero e terribile persecutore dei cristiani prima di unirsi a loro dopo la conversione, com'è raccontato dalle Scritture. Forse questi signori, nel giorno dell'onomastico, festeggiano ancora un San Paolo persecutore, ignoto ai più e conosciuto soltanto da loro ![]() |
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| Barzellette sul mondo del lavoro, n.3 Giuliano 9 novembre 2005 Il capo del personale della Ditta dove ho lavorato per 15 anni era convinto che Sergio Cofferati fosse un pericoloso estremista, e che la CGIL fosse un covo di fondamentalisti e l'anticamera del terrorismo rosso. L'ho ascoltato mentre lo diceva più di una volta, magari dicendo il Cinese per il gusto di non farne il nome, e strascicando con disprezzo la seconda sillaba: il cineeese Ho poi scoperto che non era l'unico a pensarla così, ed è stata una delle mie scoperte più penose. Ripensavo a tutto questo vedendo Cofferati da Fabio Fazio, in tv, la settimana scorsa. Molti si sono stupiti delle posizioni prese da Cofferati come sindaco di Bologna, ed io mi stupisco di questo stupore: Cofferati è sempre stato se stesso, ed è quel che appare, cioè un signore posato con la barba bianca, molto attento alle leggi e alla buona educazione. Che poi il mestiere di sindacalista lo abbia portato a qualche eccesso, non deve stupire: cosa deve fare un sindacalista, se non cercare di ottenere più che può durante una trattativa? Ma per questi signori della destra dire sindacato equivale ad evocare il diavolo, nelle sembianze magari delle BR. Il sindacato ha le sue colpe, essendo composto di esseri umani non ha mancato di sbagliare, e soffre degli stessi problemi dei quali soffre la politica (cioè l'infiltrazione di opportunisti e corrotti anche nei posti chiave, tanto per intenderci). Però negli stessi momenti in cui il mio ex capo del personale (ormai è in pensione, ma continua come consulente: gli piace e guadagna bene) definiva Cofferati come estremista e brigatista, i lavoratori dicevano neanche troppo sottovoce che Cofferati era un venduto: erano gli anni dell'abolizione della scala mobile e del patto con Ciampi presidente del Consiglio ![]() |
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| Barzellette sul mondo del lavoro, n.2 Giuliano 7 novembre 2005 Il signore che vedo in tv facendo zapping (come sempre) è ormai anziano, ed è un imprenditore. Fa il fornaio, ha cominciato da ragazzo ed ha una catena di negozi. Il suo nome mi sfugge, ma dice cose sensate e mi fermo ad ascoltarlo, perché è sempre bello ascoltare chi ha un'esperienza di vita da raccontare. Però il finale del suo intervento mi fa saltare su, e mi trovo a ridere amaro. Ecco la storia che racconta, parlando di occupazione giovanile: un ragazzo va da lui, segnalato da un amico che sa che è disoccupato. All'imprenditore il giovanotto non dispiace, e gli dice che è assunto: potrà cominciare a lavorare lunedì mattina alle sei. Ma il giovane alle sei non arriva: si presenta alle dieci e dice che rinuncia al lavoro. Come mai, chiede il mancato datore di lavoro; e la risposta è Mio padre non vuole che io porti in giro il pane la mattina. Dice che ho il diploma di ragioniere, e che finché non trovo un lavoro adatto al mio titolo di studio può continuare lui a mantenermi. Ovviamente, tutti in studio fanno commenti tra il sarcastico e lo scandalizzato: ma come, ma allora non aveva bisogno di lavorare, ma oggi cosa vale il diploma di ragioniere, ma anch'io avevo cominciato così, eccetera eccetera. La mia esperienza diretta invece è questa, ed è per questo che mi permetto di ridere come fece Franti: dopo il diploma ero andato subito a lavorare, in fabbrica, perché così si faceva almeno così mi avevano raccontato. Dopo un annetto mi ero permesso di pensare che potevo fare qualcosa in più, e avevo fatto un giro di domande d'assunzione che non andarono a buon fine. La risposta più diretta e chiara che ebbi fu quella di un giovane dirigente, poco più vecchio di me, che mi disse: Ma perché un diplomato come lei è andato a fare l'operaio?. E già, chissà mai perché ero sceso così in basso (forse perché mio padre non c'era più e non poteva mantenermi?). Questa risposta aveva un pregio, quella di essere sincera. Molti altri non dicono niente, nel mondo del lavoro: i curricula con su scritto che hai fatto l'operaio, mentre sei diplomato o laureato, vengono cestinati senza neanche andare avanti a leggerli. Posso garantire che funziona così ancora oggi, con l'aggravante delle varie Leggi Biagi o Maroni: se proprio volete fare l'operaio, fatelo che non c'è niente di male né di negativo; ma poi sul curriculum, meglio raccontar balle. |
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| 1936,27 Giuliano 5 novembre 2005 Un'altra cosa che mi lascia allibito (ma anche qui c'è stata una bella semina di stupidità, da parte di Libero e della Padania soprattutto) è che si rimproveri a Prodi il numero che convertì la lira in euro, il famoso e famigerato 1936,27. Si tratta del numero che fissò il cambio tra la lira e la moneta unica, ed è un numero che riflette la quotazione di un giorno ben preciso: un po' come la foto del matrimonio o quella che facevano a scuola, che magari non venivi giù come volevi ma ormai era fatta e fotografava la situazione di quel momento in quel giorno, e basta. La lira era messa davvero male, in quell'inizio di millennio, e se ne occorrevano quasi duemila per un euro il motivo c'era; e poi, come ricorda chi c'era (Ciampi e Prodi, per esempio) il punto di riferimento all'epoca era il marco tedesco: fu un grande successo riuscire a portare la povera lira sotto il cambio di mille lire per un marco, dopo un decennio di peripezie avvilenti. Ma, soprattutto, quando si fanno questi discorsi sull'euro non si fa mai riferimento a quanto siano cambiate (in peggio) le condizioni dei lavoratori, oggi quasi tutti precari e dal futuro incertissimo: quando avevamo l'inflazione al 12% le giovani coppie si sposavano e mettevano su casa lo stesso, non c'erano tutte queste angosce ma guai anche soltanto ad accennare a queste cose, si passa per nemici della patria Adesso vedo ancora una volta Tremonti in tv chiedere la banconota da un euro, convinto di dire una cosa intelligente, e ripetere per l'infinita volta che Prodi sbagliò a introdurre l'euro (tanto la gente abbocca ancora ). Detto francamente: sono un po' stufo di queste scemenze, e vedere che c'è qualcuno che trova ancora il tempo di pensare all'euro di carta non fa più neanche ridere, fa solo rimanere allibiti (ma, e se se ne andassero a lavorare???) |
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| Opinion makers Giuliano 4 novembre 2005 Ogni tanto, qualcuno si alza su e dice, che so, che Rino Gattuso è un grande calciatore e che Sarah Jessica Parker è molto bella e molto sexy. Bisogna dunque crederci e ripeterlo ad ogni occasione, altrimenti ti guardano male: perché grande è la potenza dei media. Ma io mi ricordo, in quel ruolo, che so, Tardelli, Oriali, Furino, Bertini, Benetti, Lodetti, Ancelotti: e perfino il buon Marocchi era più bello da vedere rispetto a Gattuso (ma i grandi calciatori, a dirla tutta, sono davvero un'altra cosa). E, quanto a Sarah J. Parker, divenuta famosa grazie a un telefilm (Sex and the city), che dire? Come attrice non mi dispiace, ma per il resto, insomma, direi che è una donna assolutamente normale, anzi forse un po' sotto la media. Le donne più belle viste sullo schermo direi proprio che sono Greta Garbo e Grace Kelly (inarrivabile); di tutte le altre si può discutere. Io per esempio ho un debole per Meryl Streep, e mi offendo molto quando mi dicono che non è bella. E poi nel 1982 avevo conosciuto una ragazza di Saronno che le somigliava, e ancora oggi ogni tanto ci penso anche se le cose sono andate poi nella direzione opposta a quella che avrei voluto (erano gli anni di Kramer contro Kramer e di La donna del tenente francese, nonché del Cacciatore con De Niro). Ma non è che io preferisca le bionde, e potrei fare anche il nome di Maria Conchita Alonso, o di Linda Fiorentino, o magari Greta Scacchi. E ho un bel ricordo anche di Mariangela Melato, vista proprio da vicino al Piccolo Teatro di Milano Ecco che come al solito divago, e ricado nei miei vizi peggiori: metà di questi nomi ormai sono sconosciuti, proprio mi ostino a stare lontano dalle masse, e certamente il signor Zhdanov mi avrebbe già punito con le più severe purghe staliniane, a questo punto del mio ragionamento. Invece viviamo tempi migliori, come dicono Tremonti e Berlusconi tutti i giorni (anzi, meravigliosi); e la mia unica punizione, come al solito, è di dover stare qui da solo a farmi questi miei ragionamenti (e, soprattutto, guai a chi tocca Gattuso!). ![]() |
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| Franco e Ciccio contro i creazionisti Giuliano 3 novembre 2005 Franco Franchi riusciva a muovere le orecchie. Io da bambino lo guardavo e mi veniva una gran rabbia, perché a me non riusciva e a lui sì: ma come faceva? Al massimo dello sforzo, potevo muovere fronte e sopracciglia: di più non mi era concesso. E intanto lui muoveva anche il cappello che si metteva in testa, senza sforzo e senza trucchi, come se fosse la cosa più normale del mondo... Il trucco lo avrei capito solo una dozzina d'anni dopo, leggendo finalmente L'origine dell'uomo : tutti gli animali hanno muscoli per muovere le orecchie, così da poterle indirizzare verso l'origine del suono e capire da dove viene il pericolo. Un gadget utilissimo, che noi abbiamo perso nel corso della nostra evoluzione, e che ritorna di tanto in tanto in alcuni individui. Si trattava dunque di un atavismo, per usare il termine scelto da Charles Darwin per definire questo genere di cose: qualcosa di atavico, che deriva da remoti antenati, come recita il dizionario. Atavismo è dunque la ricomparsa in un individuo di caratteri anatomici e funzionali e esistenti in lontanissimi antenati. Gli studenti di medicina, dopo essersi ben studiati l'anatomia umana, sanno che di atavismi ce ne portiamo dietro anche altri: uno che abbiamo tutti, e non solo il comico siciliano, è per esempio l'appendice, una parte dell'intestino ben sviluppata nei mammiferi vegetariani e in noi del tutto inutile, un moncone residuo che serve solo ormai per procurarci l'appendicite, cosa della quale faremmo volentieri a meno (preferirei avere le orecchie mobili, a dirla sinceramente: riuscire a far ridere i bambini è una gran bel dono). Un altro gadget che avrei voluto avere, ed è per questo che guardo con invidia e gran rispetto ad ippopotami e ornitorinchi, è la possibilità di avere le palpebre anche nelle orecchie, così da poterle chiudere a piacimento. A loro serve per andare sott'acqua, a me servirebbe per non dover ascoltare certi discorsi, tra i quali quelli dei creazionisti (ma non solo loro, purtroppo). Come per esempio quando mi tocca sentire che il darwinismo è una religione, oltre che una teoria bizzarra da estirpare. Innanzitutto, il darwinismo non esiste: esistono le teorie di Charles Darwin, basate sull'osservazione attenta della natura: chiunque abbia dato anche solo un'occhiata distratta ai suoi libri non può non saperlo. E poi la scienza non ha niente a che vedere con la religione, non ci sono dogmi e atti di fede, le teorie scientifiche si possono confutare ed è già successo molte volte, basta avere degli argomenti validi e magari qualche dimostrazione matematica ma poi di che cosa sto parlando? Qui su Stile Libero queste cose noi le sappiamo già e possiamo solo sospirare quando le sentiamo per l'ennesima volta, come è appena successo a me. Agli eventuali creazionisti che mi stanno leggendo, per oggi, posso solo consigliare l'opera omnia di Francesco Benenato, in arte Franco Franchi, che nella sua vita è stato ben coadiuvato dall'esimio professor Francesco Ingrassia, detto Ciccio. (Non credo che cambieranno idea, ma almeno me li ritroverò davanti più rilassati e di miglior umore, la prossima volta.) ![]() |
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| Tim Buckley, 1970 Giuliano 31 ottobre 2005 - Ho perso anni e anni della mia vita a combattere per avere il diritto di fare le cose a modo mio, e il più delle volte ho combattuto invano. (Orson Welles, da un'intervista del 1950) Quante volte nella nostra vita abbiamo incontrato qualcuno che ci ha detto Fa' così, fa' come ti dico che ti troverai bene?. E molte volte il consiglio era davvero buono, e quasi sempre il consiglio era davvero dato con le migliori intenzioni e magari con grande affetto e attenzione; ma il mondo non è così semplice e così chiaro, e molto spesso il buon consiglio dato con le migliori intenzioni va nella direzione opposta a dove dovrebbe andare. Per esempio, nel 1970 Tim Buckley pubblicò ben due dischi nei quali credeva molto, e nei quali aveva messo tutto se stesso: Lorca e Starsailor. Sono i suoi dischi più belli e più difficili, e vendettero pochissime copie. Ancora oggi, perfino in USA, Starsailor non è reperibile sul mercato. Buckley aveva esordito giovanissimo, a 17 anni, scrivendo canzoni splendide tra il country e la ballata; con Bob Dylan come ispiratore, però con una voce bellissima per timbro e straordinaria per estensione, due qualità che per i rocker non sono quasi mai una benedizione (anzi). Il secondo album è un grande successo, e le case discografiche fanno proposte interessanti al giovanissimo cantante; che però è curioso, si interessa al jazz e alla musica colta moderna, da John Cage a Luciano Berio: e commette altri due gravissimi peccati, di quelli che il mondo moderno non perdona. Buckley esce dal mercato, diventa troppo difficile e troppo colto: eppure fa solo canzoni, e anche molto belle e struggenti. Il passo successivo è questo di Lorca e di Starsailor: un grandissimo risultato come artista, una rovina in senso commerciale. Buckley è distrutto e molto deluso. Un agente suo amico lo prende sottobraccio e gli dice quello che tutti gli avevano detto fin lì (ma lui duro, avanti per la sua strada ): fa' così, fa' come ti dico io, ascolta un amico E il raffinato giovane californiano diventa un cantante pop e funk commerciale, o almeno ci prova. Ma non funziona, i dischi nuovi non piacciono sul mercato e Buckley ci sta malissimo. Erano gli anni '60, droghe ed alcool scorrevano a fiumi, neanche Tim ne era esente. E' così che Tim Buckley, o meglio quel che ne era rimasto, muore a soli 28 anni, nel 1975. Come Jimi Hendrix, come Janis Joplin, come Jim Morrison: ma meno famoso, meno maledetto, più oscuro. Si può tradire il proprio destino? E' una domanda grossa come una casa, e io per oggi non me la sento di rispondere. ( ) Ah, lord, it's just the same old story Something about love for glory A nickel and a dime a dozen fame (Tim Buckley, Happy time) ![]() |
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| A proposito di tagli alla cultura Giuliano 29 ottobre 2005 Ecco una piccola lista di cose e persone, necessariamente incompleta, che un ragazzo di 15 o 20 anni non ha mai visto in tv (tantomeno sulla Rai, servizio pubblico): Charlie Chaplin, Buster Keaton, un concerto di Beethoven, un'intervista a Claudio Abbado, un'opera lirica, il teatro di Pirandello, l'hockey su ghiaccio, il curling, Carlos Kleiber, un quartetto d'archi, il basket NBA, Raoul Casadei, Rashomon di Kurosawa, La strada di Fellini, un balletto classico, un balletto moderno, un cantastorie siciliano, un fisarmonicista vero, eccetera eccetera eccetera. Quand'ero ragazzo io, e fino a una decina d'anni fa, queste cose in tv passavano con grande facilità. Insomma, c'era la possibilità di farsi un'idea del mondo indipendente dalle campagne pubblicitarie e da tutto il resto che tanto piace a chi ci comanda oggi. O, per dirla meglio: Alcune sere fa si è verificata a Roma una concomitanza di eventi. All'Auditorium, Claudio Abbado dirigeva la Settima Sinfonia di Mahler; al teatro Sistina, Enrico Montesano debuttava con il suo varietà Noio vulevam savuar. Con tutto il rispetto per Montesano, i due eventi erano assolutamente incomparabili. Ad ascoltare Mahler c'era il Presidente della Repubblica; a vedere il varietà c'era Silvio Berlusconi. Ognuno passa le serate come crede, ovviamente; ma, passandole come crede, si rivela. In cinque anni, il capo del Governo non ha mai, dico mai, manifestato il minimo interesse, la minima premura, per libri, cinema, teatro, arti figurative, musica, insomma la cultura. Dirò di più: questa parola, cultura, egli non l'ha mai pronunciata. Ci meravigliamo se, dal profondo della sua insensibilità, egli abbia detto sul teatro d'opera, a cominciare dalla Scala, le offensive sciocchezze che ha detto? ( ) (Corrado Augias, 21 ottobre 2005, La Repubblica- rubrica lettere) ![]() |
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| Un Campari con il Pacs Giuliano 28 ottobre 2005 Sto guardando la partita del Milan con lo Schalke, in Champions League, quando parte lo spot del Campari. Forse ve lo ricordate: una donna elegante che si scopre il petto e mostra d'essere un uomo travestito, e un uomo elegante che si toglie la giacca e la camicia e mostra d'essere una donna travestita. Il tutto girato in modo conturbante, e con il sottofondo della musica usata da Stanley Kubrick nel suo ultimo film, Eyes wide shut: in quella scena era raffigurata un'orgia con risvolti sadici e satanici davvero impressionanti. Ma nel film di Kubrick quella scena aveva un senso, e poi il film era riservato a spettatori adulti: qui invece stavamo guardando una partita di calcio, e certamente ci sono molti bambini e adolescenti ai quali è capitato di dover subire queste immagini. Non so voi, ma io dopo questo spot prima di bere un campari ci penserò su molte volte; e, comunque sia, penso a quanto siano ipocriti molti di quelli che si scandalizzano per i PACS e che si mobilitano contro i matrimoni fra omosessuali. Per chi non avesse ancora ben chiaro il quadro, la partita era su Canale 5, la rete televisiva di proprietà del nostro attuale premier. La sua ammiraglia, anzi. Io non mi scandalizzo facilmente, e queste sono certamente piccole cose; però di esempi simili se ne potrebbero fare molti. Chissà cosa ne pensano i nostri Vescovi e Cardinali, Ruini in primis: temo che non lo sapremo mai, essendo essi ormai molto più occupati a far politica ![]() |
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| Santo subito Giuliano 27 ottobre 2005 Opera proibita è il titolo dell'ultimo cd di Cecilia Bartoli; si riferisce al fatto che l'opera lirica, a Roma, fu per lungo tempo proibita alle donne. Siamo nel 1700, trecento anni fa: i papi dell'epoca vietarono sia l'opera lirica (sostituita dagli oratori su soggetto sacro, da eseguire in forma di concerto) sia il fatto che nei concerti intervenissero interpreti di sesso femminile. Come spiega bene la Bartoli in un'intervista, Quando Haendel ebbe la prima del suo oratorio La Resurrezione a Palazzo Bonelli, residenza dell'allora marchese Ruspoli, ci furono dei problemi. Si vide entrare, nei panni della Maddalena, la cantante Margherita Durastanti, e a quei tempi le donne artiste non erano viste di buon occhio. Tanto che si racconta di un'ammonizione di Sua Beatitudine. In conseguenza di ciò, alle recite successive l'interprete femminile fu sostituita da un sopranista castrato. ( ). In questo disco, Cecilia Bartoli interpreta per l'appunto alcune delle arie che, all'epoca dell'arrivo del giovane Haendel a Roma (1706) una donna non avrebbe mai potuto cantare in pubblico. E' una cosa che può fare impressione (a me ne fa ancora tanta), ma in quell'epoca le voci dei cantanti castrati erano considerate normali, e per la Chiesa di Roma far cantare una donna era fonte di peccato, mentre far castrare dei bambini per poterli far cantare da soprano era cosa normale e preferibile all'avere una donna cantante Eh già, perché il punto è questo, e chi conosce un po' la storia della musica lo sa: per far cantare un adulto con voce da soprano è necessario castrarlo da bambino, prima della muta della voce; e così si faceva, col beneplacito di papi e cardinali (ma poi non è detto che l'operazione andasse a buon fine, in senso artistico: e c'erano molti disgraziati castrati da piccoli senza purtroppo aver potuto poi diventare cantanti da adulti). I compositori si adattavano, trovavano dei bravi cantanti (a volte eccellenti) e li scritturavano, in alternativa alle donne, usando di volta in volta, secondo le esigenze del momento, donne o castrati: perché la scrittura musicale non cambia, si tratta sempre di soprani e di contralti e il pentagramma non fa distinzioni di sesso. Era il gusto del tempo, e ci sono rimasti molti grandi capolavori (di Haendel, di Gluck, di Scarlatti ) in cui il protagonista è maschile, magari un Giulio Cesare o un Nerone, ma canta con voce da soprano o da contralto: un effetto straniante al quale ci si abitua anche oggi, perché è chiaro da subito che questo genere di teatro ha ben poco a spartire con il mondo reale, ma si nutre di musica e di sogni. Poi i gusti sono cambiati, grazie soprattutto all'opera buffa, che prediligeva le voci normali e quotidiane; e già Mozart alla fine del Settecento smette di scrivere per i castrati, che pure ancora circolavano per i teatri. E poi arriverà l'Ottocento, con l'avvento delle voci di tenore e di baritono, e dei castrati si perderà quasi la memoria. In teatro, però: perché nella Cappella Sistina continueranno a cantare i castrati, e l'ultimo di loro (il Moreschi) farà in tempo a incidere dei dischi, cent'anni fa. Beh, ormai è storia, questi incubi appartengono al passato e oggi, per nostra grande fortuna, se qualcuno provasse a ripetere quell'operazione su un bambino finirebbe in un manicomio criminale; ma io penso a quante critiche si è preso papa Giovanni Paolo II, negli anni scorsi, per aver osato chieder scusa degli errori della Chiesa. E' stato un atto dovuto, e molto coraggioso perché si presta a letture stupide e maligne, quasi che chiedendo scusa degli errori si metta in discussione anche tutto il buono che è stato fatto Anche Papa Wojtyla ha fatto qualche scelta discutibile, nel suo pontificato; ma per questa sua richiesta di scuse a quanti hanno subìto del male per via di quante volte ci siamo discostati, noi cristiani, dal messaggio di Cristo ( quello vero, quello che è scritto a chiare lettere nei quattro evangeli, rimasti immutati in questi duemila anni eppure spesso non letti o interpretati a capocchia) , per il suo abbraccio con il rabbino di Roma, per i suoi incontri con le altre religioni, mi permetto di unirmi al coro di chi lo vorrebbe Santo, e magari subito. ![]() |
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| Meraviglie del mondo moderno: la privatizzazione Giuliano 24 ottobre 2005 Inizio questa cronaca come avrebbe fatto Totò, dettando a Peppino De Filippo: "Quell'anno ci fu una grande morìa dei postini..." Eh già, perché non so da voi ma qui nel comasco i postini cominciano a scarseggiare, soprattutto nei comuni più piccoli: chi vuole la posta deve andare a prendersela, e non è detto che negli uffici postali gliela diano, perché manca anche il personale addetto allo smistamento, e spesso la corrispondenza giace ancora nei sacchi, che sono grossi e pesanti. Una signora si lamenta con il quotidiano locale, e scrive un'accorata lettera: Le Poste non sono un negozio qualsiasi, che apre e chiude quando vuole: le Poste sono un servizio pubblico... Condivido, ma forse alla signora qualcosa è sfuggito: le Poste sono state privatizzate, elargiscono Prodotti Postali, fungono da Banca (però pagando il personale molto meno delle Banche), eccetera. Insomma, si sono modernizzate: non è mica più la Posta di una volta, e infatti macina utili e c'è anche in corso (da tempo) un nuovo e vantaggiosissimo accordo con una Banca Privata, la Mediolanum della famiglia Berlusconi, proprio per facilitare la nostra vita (di noi cittadini, naturalmente!). Per dirla tutta: non credo che sia un caso, se mancano i postini. E' una vecchia tattica, già esperita con successo nella Scuola e nella Sanità : si fa funzionare male il servizio, così gli utenti si disamorano, e poi si passa alle cose serie. Non rendono, gli uffici postali dei piccoli comuni: non portano abbastanza soldi. E per il privato, si sa, non ha senso tenere aperto un negozio che non rende: perché questo sono le Poste oggi, un negozio. Altro che le nostre menate nostalgiche sul Servizio Pubblico... E perciò, signori abitanti dei piccoli comuni, preparatevi, perché il futuro (la modernità) è proprio questa: la posta ve la andate a prendere da soli, oppure imparate a usare l'e-mail (che per adesso è gratis, ma in futuro non si sa). E poi, se proprio volete che qualcuno vi porti i pacchi e le lettere fino a casa, preparatevi a pagare - perché presto il postino sarà solo un lontano ricordo del passato. E' la modernità, baby, e indietro non si torna. |
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| Zingari e villette Giuliano 22 ottobre 2005 La notizia è questa: che in un parco di Milano un gruppo di zingari ha costruito delle villette abusive. La tv ne riporta le immagini, e villette non è la parola giusta: queste sono delle belle ville, con tanto di giardino ben curato e di robusta recinzione con cancello a prova di intrusione. Partono le polemiche, come sempre guidate dalla Lega Nord; ma qui c'è qualcosa che non quadra, e secondo me è questo: che gli zingari hanno fatto il loro dovere, nel nostro teatrino, cioè si sono comportati da zingari. Gli zingari, per definizione, non hanno molto senso dello Stato; si sono trovati bene lì e lì hanno costruito, e fin qui non c'è nulla di strano. Quello che trovo strano è che nessuno, vigili o polizia locale, si sia accorto che in quel punto del parco qualcuno stava costruendo delle ville: non si fanno mica in un giorno, delle ville così. Ci vuole almeno un anno, e poi passano i camion, servono le gru, eccetera eccetera. Insomma, è quello che è successo tante altre volte in questa benedetta Italia: i controllori, alla fine dei conti, non è che controllino poi molto. Anche quelli bene intenzionati, che ci sono, rischiano di fare una fine ingloriosa, come i finanzieri che provarono a indagare sulle fortune di Berlusconi tanti anni fa: o accetti il sistema o è meglio che cambi mestiere, ma questa è ormai storia vecchia e non interessa più ai mass media. Per intanto, godiamoci le villette degli zingari e tutto il contorno delle reazioni sdegnate dei politici locali; poi vedremo quale sarà la prossima frontiera della legalità da abbattere. |
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| Folon Giuliano 21 ottobre 2005 - Quando vengo qui a Firenze vado a cercare le ali degli angeli di Beato Angelico: all'epoca di Beato Angelico c'era lo specialista per le ali degli angeli, così come c'era lo specialista per le nuvole, lo specialista per il viso della Vergine. C'erano specialisti che andavano da una bottega all'altra per disegnare le loro specialità, così non è dato sapere chi ha fatto cosa. So soltanto che quando guardo le ali degli angeli del Beato Angelico resto assolutamente meravigliato, e cerco di copiarle perché sono bellissime. (Jean Michel Folon, da Repubblica del 22.9.2005) Mi ero abituato all'idea di avere Folon tra i miei contemporanei. Conoscevo le sue opere ormai da tanti anni che quasi mi sembrava che fosse un amico o un parente; e, come per tutti, era stato amore a prima vista. Mi piaceva l'idea che, anche nei momenti più bui (come questo che stiamo passando) Jean Michel Folon fosse da qualche parte, in quello stesso momento, a dipingere qualcosa di bello. Perché sicuramente era qualcosa di bello, quello che Folon stava dipingendo; bello come la colomba della pace che ci tiene compagnia da tanto tempo, per esempio, qui sopra, in Stile Libero. ![]() |
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| Il teologo in tv Giuliano 20 ottobre 2005
Alle volte mi chiedo perché cambio sempre canale quando c'è in tv Giuliano Ferrara. In fondo, non se lo meriterebbe, e c'è un sacco di gente che stimo che mi dice che invece Ferrara è bravo. Ma poi, ogni volta che mi fermo ad ascoltarlo, lui riparte sempre con quella storia che nel 1993 ci fu un complotto dei magistrati per abbattere la classe politica dell'epoca, eccetera (l'onesto Craxi, insomma, e via dicendo); e lo dice con sicurezza assoluta, come se fosse la Storia e non una sua personalissima opinione.Ma questa sera vedo che c'è Hans Küng in tv, e proprio da Ferrara. Sono rarissime le occasioni di vedere il tv il teologo svizzero, così mi fermo ad ascoltare. Küng ha appena pubblicato un libro sull'Islam, e il mese scorso è stato ricevuto dal papa, con molta cordialità a quel che sembra. In passato, Küng ebbe importanti divergenze con l'allora cardinale Ratzinger, soprattutto per le sue posizioni spesso molto vicine a quelle dei protestanti. E così il teologo comincia a parlare, e poi è il turno di Ferrara di fare una domanda. Ma la domanda di Ferrara non è una domanda: è un articolo di fondo, e la sua esposizione impiega quasi cinque minuti. A cosa devo rispondere per primo? chiede educato Küng, e Ferrara un po' si inalbera. Il dibattito prosegue, in studio ci sono anche Socci e Gad Lerner. Ferrara fa un'altra domanda-articolo di fondo-voce d'enciclopedia; Lerner si inserisce parlando della scomunica del comunismo; Socci fa una filippica deplorando le posizioni di Küng su quasi tutto quello che è possibile dire in cinque minuti. E' un po' difficile rispondere a tutto questo, replica dallo schermo (proprio dietro a Socci) il teologo, sempre educato ma ormai un po' più che perplesso. Siamo qui apposta perché è difficile, replica il conduttore del dibattito, e riparte con un'altra mega domanda che richiede espressamente di essere d'accordo (se no che senso c'è?). Credevo di essere qui per parlare del mio libro, sospira Küng. A questo punto riparte Socci contestando quello che Küng ha provato a dire, con disprezzo e con sarcasmo. Io veramente ho scritto un libro di mille pagine su questi argomenti. Come faccio a rispondere in due minuti a tutto questo? Lei ha letto il mio libro, signor Socci? No, non l'ho letto ribatte Socci seccato e sprezzante Ho di meglio da fare. . Ferrara invita Küng a replicare, ma ormai la trasmissione è finita. L'anziano teologo sorride, tace, e giunge le mani come in preghiera. Ferrara insiste a provocare, poi si rassegna: Se non vuole rispondere, non risponda, ma non ci si può nascondere sotto il basto della propria erudizione! ; segue la sigla e alla pubblicità cambio canale, nella speranza, già che ci siamo, di veder magari comparire l'asino di Sancio Panza su qualche canale (non c'è, peccato). Insomma, ci ho capito ben poco. Ed è un peccato perché l'argomento era molto interessante. Ma come si fa a condurre un dibattito così? Ben altro stile ha Lerner nell'Infedele, per tacere di Enzo Biagi; e poi, soprattutto, se si invita Hans Küng il contraltare non dovrebbe essere un Socci qualsiasi ma magari monsignor Ravasi, il cardinal Ruini, magari Franco Cardini Sospiro, e rimango sempre più convinto della mia idea: che il miglior Ferrara che io abbia mai visto si chiamava Ciro. Ciro Ferrara, intendo: è un peccato che abbia smesso di giocare al pallone, ma gli anni passano per tutti |
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| Porta a porta Giuliano 19 ottobre 2005 Un venditore di scope: ecco l'altra immagine che cercavo. E' l'esatta immagine che mi sorge dalla memoria ogni volta che vedo in tv l'onorevole Roberto Rosso di Forzitalia, sottosegretario al Welfare. Un venditore di scope e di spazzole, di quelli che infestavano i film americani degli anni '50, e che poi furono soppiantati dai venditori d'aspirapolvere: sorridente, educato, insistente, ben vestito, sicuro di sé e del suo prodotto: anche se a voi non serve e se avete altro da fare, lui è lì e insiste. Anche la faccia di Rosso è una maschera: una maschera da putto sorridente, o forse da cicisbeo del Settecento, la faccia del bellone nei cartoni animati, con tanto di fossetta sul mento. Ha sempre la battuta pronta, di quelle che nelle convenscion fanno tanto ridere; è sempre pronto a batterti una mano sulla spalla e a dirti ma su, ma non vedi che è come dico io?; dice noi e sorride, dice loro e fa una smorfia e un gesto eloquente. Dice ancora noi e il faccione s'illumina radioso, poi dice invece loro e il faccione si fa triste e disgustato, ma solo per un attimo perché il cliente non va intristito con queste misere considerazioni: il cliente deve comperare ed essere contento, come dice il manuale del perfetto venditore di scope. Questa è la politica in Italia, da una dozzina d'anni in qua: Rosso ha avuto un ottimo maestro e si vede. Del resto, i venditori di scope ci sono ancora e sono numerosi e insistenti, per convincerli ad andare via (caspita, mi sto facendo la barba!) mi tocca anche di essere maleducato, e mi dispiace. Ma, se ci sono ancora, vuol dire che vendono; e se vendono, vuol dire che c'è chi compera. Insomma, a qualcuno queste cose piacciono; e, per colpa di questo qualcuno, a me tocca di andare a rispondere al citofono con la faccia metà insaponata e metà no, e anche questo non è bello. |
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| Loki Giuliano 18 ottobre 2005 Gli dèi sono tutti riuniti a banchetto, e fanno festa nella maniera più esagerata, cioè la migliore. Fuori fa freddo e tira vento: del resto, siamo nell'estremo Nord e ci siamo abituati. Ma ecco che, nel bel mezzo del banchetto, si apre la porta e appare Loki. Loki è il Mercurio della mitologia nordica, qualcosa tra Ermes e Prometeo: non è né dio né demone, è una via di mezzo e quindi non appartiene a nessuna delle due parti. Wagner lo ribattezza Loge e gli dà voce di tenore nell'Oro del Reno: è molto amico di Wotan (cioè Odino, il Grande Capo, Giove ) e lo aiuta a recuperare l'oro (rubandolo, naturalmente, con l'astuzia e la malizia di un ladro). Ma qui Loki non ha nessuna voglia di fare festa: si mette sulla soglia, fa entrare il vento freddo e la neve, e insulta tutti, sistematicamente, rinfacciando agli dei sconcezze e tradimenti vari. E' il riassunto della Lokasenna, l'invettiva di Loki che è una parte dell'Edda, il poema mitologico dei popoli del Nord Europa. E' a questo che pensavo ieri, scrivendo dell'irruzione dei Senza Volto nella politica italiana. Il vento freddo e il disagio che provocano, con la loro irruzione nel banchetto, è molto simile a questa scenata di Loki davanti agli dèi e ad Odino, ed è un'immagine molto forte. Ripensavo anche, lasciando la letteratura e tornando alle nostre cose piccole, a quando ci siamo trovati a cena da Rowena, a maggio, e io mi ero lasciato andare a riflessioni serie ma un po' scontate; e Massimo se ne era uscito con la battuta su ma sì, certo, se io stasera mi fossi mangiato l'85% di quello che c'era in tavola, voi cosa avreste detto?. E' il problema che rimuoviamo completamente, e con cura, giorno per giorno: siamo convinti, noi occidentali al banchetto, di avere diritto a tutto questo ben di Dio perché ce lo meritiamo. Non è così, e ogni tanto arriva un Loki, sgradevolissimo, uno di noi ma da noi diverso, a dirci cose brutte ma vere sui nostri comportamenti, e a fare entrare il vento freddo nella sala del banchetto. Ma poi, come finisce la storia di Loki? Finisce che Odino si avvicina a Loki e lo invita ad entrare: Ma dai, su, per stasera basta, ti sei sfogato, adesso vieni dentro e mangia con noi . Ma Loki è davvero arrabbiato e se ne va via rincarando la dose di insulti. Odino si stringe nelle spalle, chiude con cura la porta, e ritorna al banchetto. Finché si può ![]() |
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| Senza volto Giuliano 17 ottobre 2005 Alle primarie dell'Ulivo fanno irruzione i Senza Volto: hanno raccolto più di centomila firme e hanno una loro candidata. Per questo motivo, in tv cominciano a invitarli; da qui nascono reazioni scomposte e non sempre prevedibili. Il primo dibattito lo vedo su Telelombardia, dove un ragazzo molto giovane e dall'aspetto esile (ricorda un po' Valentino Rossi, anche nella voce) si presenta con un passamontagna colorato a coprirgli il volto. E subito i presenti, politici e giornalisti, si scandalizzano: non ci si presenta con la faccia coperta, per fare politica bisogna mostrare la propria faccia!. Ma a me il ragazzo ispira subito simpatia, anche se non condivido tutto quello che dice; e poi mi nasce subito dentro una strana sensazione, qualcosa come un déjà-vu, che trova presto conferma nella mia antica passione per il teatro. Ma certo: il potere della maschera, la maschera a coprire la propria faccia e la propria personalità, e a dare risalto al personaggio (all'idea) invece che all'attore Non è un caso, credo, che due dei più grandi premi Nobel italiani del Novecento, Dario Fo e Luigi Pirandello, abbiano dedicato gran parte della loro poetica proprio alla maschera. E, poche settimane fa, Dario Fo era in tv , su Raitre, proprio con uno spettacolo sulle maschere: con la maschera di Pulcinella, Dario Fo diventava davvero Pulcinella; e con la maschera di Filottete, nel passo più impressionante dello spettacolo, Dario Fo spariva e appariva l'eroe greco, una delle figure più drammatiche della storia del teatro e della letteratura, l'eroe ferito abbandonato su un'isola dai suoi compagni e amici. E dunque ecco come spiegare l'irritazione e lo sconcerto provocato dall'apparizione del teatrino della politica di questo ragazzo col passamontagna dai colori dell'arcobaleno (simbolo di pace, spiegava lui a chi parlava di terrorismo): il ragazzo mascherato non portava se stesso sulla scena della politica, ma le mille esigenze della società e i mille problemi che i politici normali si sono ormai completamente dimenticati, e che pure continuano ad esistere. Un concetto difficile da spiegare ai deputati e assessori di AN, della Lega, di Forzitalia (ma anche ai nostri!), ma un colpo di teatro notevole e un grande intuito drammatico. A patto di non esagerare, naturalmente: siamo in Italia, e in Italia le novità durano pochissimo, lo spazio di un'elezione. Poi bisognerà tornare a fare le cose serie, ma per intanto mi sono goduto lo spettacolo (lo spettacolo dei politici scandalizzati dall'apparire dei problemi che rimuovono) e non è poca cosa. ![]() |
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| A proposito delle primarie Giuliano 15 ottobre 2005 Mi ha colpito il post di Bfaber del 10 ottobre scorso, e me lo sono letto bene; poi ho letto quello di Solimano del 13, e mi sono trovato pienamente d'accordo. Il mio parere, da ospite del sito e non da protagonista (e quasi sempre in ritardo), è che in fin dei conti qualcosa si è mosso, direi anche grazie a gruppi come Suez. Ormai le primarie sono una realtà, e sembra che si faranno anche a Milano per il candidato sindaco. Forse non andrà tutto bene, ma questo è già un risultato: speriamo che la piantina appena nata possa crescere. Per le altre cose, quelle più grandi e più belle, il discorso si fa più serio e mi sento meno ottimista. D'altra parte, mi viene da pensare, siamo pur sempre in Italia: il governo che abbiamo oggi non è lì per caso ma è stato liberamente votato, e non è un bel segno. Per intanto, che il nuovo partito si chiami Ulivo o Unione non conta molto; l'importante sono i contenuti, e mi associo a quello che scrive Bfaber e ne riporto il finale, perché mi sembra molto positivo. Forse la barca non è ancora pronta, però ora si può pensare di prendere il mare (e, per il futuro, ci sarà tanto da remare ): Ma una cosa è se l'Ulivo non può nascere, per qualsiasi suo motivo, ed altra cosa è per noi elettori arrendersi, non opporsi al declino democratico ed assistere passivamente alla cinica trasformazione delle istituzioni e dei principi fondamentali della Repubblica. Perciò usiamo quella ragione sociale obsoleta e teniamo vivo quel desiderio di stare insieme, per superare questa crisi e la confusione che ne deriva. Poi, senza paura delle novità, vedremo cosa fare. |
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| Meditazioni sul presente, n.6 Giuliano 13 ottobre 2005 - Quanto le manca alla pensione? - Eh, poco. Ormai ci sono arrivata. Sono stata fortunata. - Sì, ma mi dispiace per quelli di adesso, che chissà quando ci andranno. - Magari a 70 anni, se hanno fortuna!!! - Prima ci si poteva contare sulla pensione. - Adesso invece gliela daranno agli extracomunitari, vedrai. - Sì, quelli lì hanno tutto: basta che chiedano e glielo danno. Invece a noi Non è uno dei dialoghi più stupidi ai quali mi sia capitato di assistere, ma ci manca poco. E' però significativo per il suo percorso: partendo dalle pensioni, si pensa, non si dovrebbe finire a parlare degli extracomunitari ma piuttosto del governo, della politica, dei sindacati, dell'economia Invece si va sempre a finire lì, e non certo per caso.
Questa conversazione, raccolta alla cassa di un negozio di alimentari, mi ha fatto trasecolare: ma ormai dovrei esserci abituato. Abituato al razzismo, alla stupidità, ai luoghi comuni spacciati per saggezza popolare, e via dicendo. Sono i politici, e la tv, che guidano queste discussioni: e lo fanno, come si sa, con grande efficacia. Al tempo della DC e del PCI avevamo una classe politica forse non migliore di quella attuale, ma sicuramente più preparata ed educata. Non si sarebbe mai visto un Fanfani o un Forlani incitare al razzismo e all'intolleranza come è stato fatto in questi anni. E' certo che l'immigrazione ha creato grossi problemi, e che da questi problemi non usciremo presto; ma sentir dire da politici di governo (nazionale e locale) che bisognerebbe prendere a cannonate le navi dei clandestini, per esempio, fa una certa impressione. In fin dei conti, siamo in un paese cristiano e dovremmo accogliere i bisognosi: ma provate a fare questo discorsi, e vedrete come si ribella la gente. A loro tutto è dovuto, ti rispondono
Tornando sul piano personale, a me piacevano i film di Akira Kurosawa, e sono andato a vederli per tanti anni, finché c'è stato Kurosawa. Ma poi ho provato a parlarne con altri, e con altre, e la risposta molto spesso era: un film giapponese, con tutti giapponesi??? Giapponese? Akira Kurosawa era giapponese? A dire il vero, non me ne ero quasi accorto e di sicuro non m'importava più. Kurosawa era un grande artista, un Maestro come Michelangelo e Raffaello, e questo era l'essenziale. Ma non mi piacciono i giapponesi era una risposta che mi tornava spesso, anche in anni lontani; e così ho smesso di parlarne in giro, per non offendere amici, colleghe e ragazze carine. E' triste, ma è ancora più triste che chi dovrebbe essere la guida del paese raccolga questi discorsi e ne faccia la propria bandiera per essere rieletto, coalizzando il consenso intorno al razzismo e all'intolleranza. Ma intanto, oggi è festa e sono a Milano. Ci sono tante belle ragazze in giro, e mi dispiace di non avere più 16 o 18 anni. Di queste ragazze, tante sono extracomunitarie, di origine più o meno recente. Esotiche, insomma: e pensare che quando avevo 18 anni per vedere una russa dovevi andare fino in Russia, pensa te. Per esempio, qui davanti a me c'è una ragazza molto bella, semplice ed elegante, con la pelle scura e gli occhi allungati come le nubiane dell'antico Egitto; non è molto alta, ma ha un fisico atletico, lineamenti perfetti, un incanto. Vicino a lei, un ragazzo italiano palesemente felice. Penso che ormai ho una certa età, e questa ragazza potrebbe benissimo essere mia figlia. Sarei un padre piuttosto giovane, ma ci può stare. Me la mangio con gli occhi, ma non per i motivi che potete pensare: io non ho avuto figli, e di una figlia così sarei stato orgoglioso. E' tutta invidia, la mia: vorrei aver conosciuto sua madre, e invece sono stato qui a perdere tempo con le ragazze del mio paese, e ormai (per me) è troppo tardi per poterci mettere rimedio. |
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| Meditazioni sul presente, n.5 Giuliano 12 ottobre 2005 A me fanno impressione, quelli che parlano della Cina e la trattano come se fosse Vighizzolo o Brisighella. La Cina non è il paesino dietro l'angolo, e neanche il nostro vicino di casa: è un colosso, è un continente intero e basta un'enciclopedia qualsiasi, o magari il libro di geografia di quarta elementare, per capire che differenza di dimensioni passa tra l'Italia e la Cina. Eppure i nostri politici continuano a parlare di dazi e di misure da paese, quasi che la Cina fosse un esercito di quattro straccioni da tener facilmente sotto controllo. La cosa più curiosa, o la più divertente se a uno piace guardare alla politica come un teatrino (funziona, e ci si fanno delle gran risate a patto di dimenticarsi di tutto il resto), è quando i nostri esimi politici di centrodestra fanno gravemente osservare che in Cina i lavoratori sono sottopagati. ( E se magari si preoccupassero un po' anche dei nostri lavoratori, visto che sono al governo e potrebbero farlo?). I dazi, ammesso che servano, si possono discutere solo a livello europeo o mondiale. L'Italia da sola non è che possa fare molto, e non serve il Nobel per l'economia per capirlo: lo sanno tutti, ma bisogna pur straparlare per poter prendere voti. E, purtroppo, gli italiani votano sempre in massa per chi straparla e li prende in giro ma anche questa è una storia vecchia e si diventa sempre più noiosi a raccontarla. |
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| Meditazioni sul presente, n.4 Giuliano 11 ottobre 2005 Basandosi sulle attuali avanzatissime conoscenze tecnologiche, sarebbe possibile far pagare la metropolitana, o il biglietto del bus, un tanto a fermata. Che so, 15 centesimi a fermata: tre fermate, 45 centesimi, e così via. Così si eviterebbero seccature, noiose discussioni, multe più o meno salate; e penso che la gente pagherebbe più volentieri il biglietto. Sarebbe possibile, questo meraviglioso progresso della tecnica, con un semplice badge di quelli già in uso da decenni presso le mense aziendali: in metropolitana sarebbe, per esempio, facilissimo; forse un po' più complicato per i bus, ma più che altro per via del vandalismo. Invece, vedo che la metropolitana di Milano ha appena fatto un costoso restyling, e hanno anche messo tutte le macchinette obliteratrici nuove, ma di questa innovazione non si è mai nemmeno parlato. Chissà perché. (invece, la nuova tratta che porta a Rho costerà 1,50 euro: e presto, penso, scatteranno nuovi aumenti del biglietto, così la gente non si lamenterà più della sproporzione). Anche sui treni, quelli delle FFSS, sarebbe stato bello inserire questa possibilità: uno si compra una tesserina ricaricabile, di quelle col chip inserito, e la svuota e la ricarica sul treno, così come si fa con il bancomat e con il telepass in autostrada. Invece no: le FFSS hanno speso una fortuna per le macchinette obliteratrici da mettere in stazione, e se non obliteri paghi multe salate. Chissà perché, anche qui, ormai nel terzo millennio Io penso che sia la civiltà delle multe, la nuova tendenza nel rapporto fra il cittadino (l'utente) e chi gli sta sopra. In quasi tutte le leggi che sono state approvate negli ultimi anni è sempre prevista la multa, o magari il carcere: se cominciate a farci caso, poi diventa impressionante. Una volta non era così, ma una volta forse si viveva meglio, almeno a livello di paese o di famiglia. Il cittadino onesto poteva anche sbagliare, confondersi, essere imbranato, senza aver paura di vedersi piovere addosso multe devastanti. Oggi, dopo tutta questa scuola di furbi che abbiamo avuto al governo, le multe sono inevitabili: e direi che l'Italia se le è cercate, viste le persone che si è scelta per farsi governare. |
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| Meditazioni sul presente, n.3 Giuliano 7 ottobre 2005 Chiedo scusa in anticipo per l'argomento, che non è certo dei migliori, ma mi ci hanno tirato dentro per i capelli, e chi mi conosce di persona sa che non è facile. L'argomento è questo: un calciatore sputa verso un avversario, e viene squalificato per tre partite. Le televisioni, un po' tutte, riprendono l'argomento e mostrano il filmato incriminato: non una volta sola, che sarebbe già troppo, ma dieci, venti, trenta volte. Al rallentatore, alla moviola, e da diverse angolazioni; e la cosa va avanti per giorni, anzi per mesi, perché c'è da stabilire se il calciatore volesse davvero colpire l'altro, oppure se ci sia stato qualche equivoco; e poi ci sono i casi precedenti, che vanno ricordati e documentati con grande cura. Purtroppo non è una novità, anzi è ormai un'abitudine consolidata: anche nei servizi registrati e nelle sintesi gli sputi dei calciatori (quelli per terra, intendo) non vengono più tagliati, anzi li si usa come mezzo d'espressione. Il che fa particolarmente schifo, e ormai guardare una partita in tv è diventato roba da stomaci forti: non mi risulta che in altri sport si sputi così tanto, o quantomeno non si vede e gi&ag |