Il diario di Giuliano
2006



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La capitale morale
Giuliano 30 dicembre 2006
- Ma sei venuto su in treno?
- Sì, ho trovato da parcheggiare la macchina vicino a casa, e se la sposto poi il posteggio non lo trovo più.
- Certo che vivi in un bel posto!
Il “bel posto”, ovviamente, è una delle tante vie che si diramano da Milano (una a caso, fate voi); e il dialogo che riporto è assolutamente autentico e me lo ha riferito una persona che ben conosco, e che dialogava con un suo parente. Purtroppo il “bel posto” si sta estendendo sempre di più, e trovare un parcheggio per l’automobile è diventato un problema arduo. Oltretutto, e per questo dobbiamo ringraziare anche i promotori del Federalismo (un federalismo da strapazzo...), nelle città, anche quelle medio-piccole, tutti i posteggi sono ormai a pagamento: il che va bene se devi fare la spesa, un po’ meno bene se fai il pendolare e vuoi usare i mezzi pubblici parcheggiando la macchina nei pressi di una stazione. E magari ti succede come a quella signora che aveva invitato il figlio a pranzo, a Milano in via Garibaldi, e siccome il figlio si è perso un po’ via nel chiacchierare con la mamma si è ritrovato una mega multa: aveva sforato di un quarto d’ora il disco orario... (occhio se andate dal dentista: potreste ritrovarvi la macchina su un carro attrezzi!).
Ma tutto questo è considerato normale. La gente non parla di questo, al massimo se ne lamenta un po’, ma poi – davvero – considera normale che ciò succeda. E’ per altre cose che ci si arrabbia: per l’aumento del bollo, per il calcio, per Roma ladrona che interferisce con i nostri politici così valenti e bravi... Intanto, sono qui davanti alla tv che guardo l’intervista a Mario Rigoni Stern, un fatto del tutto inusuale. Il grande scrittore (è veramente grande, mica per modo di dire!) dice cose meravigliose, e – invitato a dare un consiglio a chi ascolta - conclude dicendo: « Spegnete la tv, e andate a farvi una passeggiata.»
Fa presto a dirlo. Lui adesso riparte, e tra un paio d’ore sarà di nuovo nelle sue montagne. Ma chi abita a Milano viale Zara? Ho avuto anch’io la mia esperienza, e so cosa può capitare. I milanesi che rimpiangono la natura di regola si comperano un cane; e non un cane qualsiasi, ma uno di almeno 40 Kg di peso. Se abitate da quelle parti e volete uscire di casa la sera, a parte la desolazione dello spettacolo che vi si offre (cemento, asfalto, auto in sosta, viados), fate ben attenzione a dove mettete i piedi: potreste portare a casa un ricordo piuttosto sgradevole.

Passeggiata in montagna


Dino Buzzati e le suorine islamiche
Giuliano 28 dicembre 2006
Per arrivare alla mostra di Buzzati attraverso la vecchia Milano. La prendo comoda: penso di ricordarmi dov’è la Rotonda di via Besana, dove è allestita la mostra, e invece – come mi capita sempre, perché il senso di orientamento non è mai stato il Buzzati - Miracoli della Val Morelmio forte – mi perdo e giro in tondo per una mezz’ora. Ma in questo modo posso guardarmi in giro, e perdermi in quello che è anche un piccolo viaggio nel tempo. In questa zona il cemento è quasi assente, e quando c’è si vede e stona malamente. Qui ci sono i giardini della Guastalla; c’è l’Ospedale, c’è l’Università; c’è la Sinagoga austera ed elegante. Ci sono edifici in mattoni e in pietra; e la stessa Rotonda è il trionfo del mattone rosso. Trionfano ancora i colori caldi dell’Ottocento e del primo Novecento, sia pure un po’ sporcati dallo smog; ed è il percorso ideale per giungere alla mostra che celebra i cent’anni dalla nascita del grande scrittore.
Buzzati era nato a Belluno, e manterrà sempre un rapporto strettissimo con le sue montagne; però era cresciuto a Milano, fin da bambino. E’ qui che si è formato il suo immaginario, questi sono i suoi luoghi. E infatti, appena entrati, è giocoforza fermarsi alla teca che contiene un po’ delle vecchie care cose appartenute a Buzzati: la macchina per scrivere, un boccale con dentro penne e pennini, le stilografiche; tre pipe e un po’ di attrezzi da pittore, i colori, le spatole, i pennelli, i raschietti. A Buzzati piaceva definirsi pittore, prima che scrittore. Verrebbe da dargli ragione, qui col naso per aria a guardare i suoi dipinti, se non fosse per il ricordo dei suoi bei racconti e dei suoi grandi romanzi.
Buzzati - CagnoneA Buzzati devo molto. Per me è una vecchia e cara conoscenza, fin dai tempi in cui leggevo il Corrierino, 40 anni fa, e lui c’era: una rubrica fissa e una sua foto. E dunque aveva già 60 anni, in quel 1968, in quella foto: mi sembra strano, ha l’età di mio nonno e me lo sentivo padre, o zio. E’ perché aveva una di quelle facce che non invecchiano mai, un bel viso sul fisico asciutto, con poche rughe. Non che questa mostra mi dica cose nuove, che già non sapessi prima di venire qui: conosco bene i suoi dipinti, ho in casa il suo Orfeo (pardon, “Poema a fumetti”) e anche i suoi orsi e orsatti (“La famosa invasione degli orsi in Sicilia”). Conosco bene e ricordo bene anche i suoi “Miracoli della Val Morel”, fantasiosi ex voto dove abitano balene volanti e le giovani fanciulle vengono rapite da pettirossi giganti; e mi si apre il cuore quando vedo il ritratto del suo cagnone rugoso, o il Duomo di Milano dipinto come se fosse parte delle Dolomiti.
E poi mi piacciono le sue donnine, devo proprio dirlo. A dirla tutta, mi piace abitare – sia pure per un momento – nell’immaginario di Buzzati; tolto qualche eccesso (ma si capisce che è solo un gioco, Buzzati era proprio un uomo buono), corrisponde in gran parte anche al mio, e qualcuna di queste donnine mi pare perfino di averla conosciuta (anzi, ne sono quasi sicuro: ma no, è impossibile...).
Solo due cose mi rattristano: una è che la mostra sia quasi vuota, siamo qui solo in tre o quattro, ed è un peccato – ma così va il mondo, l’immaginario del nostro tempo si è molto ristretto e forse non c’è più spazio per un Buzzati, così grande che è diventato ingombrante anche per i critici sempre più distratti. E poi ci sono le custodi: sono tutte donne giovani, e due di loro portano il velo islamico e sono vestite di nero da capo a piedi, anche un po’ goffamente a dire il vero. Mi sono chiesto cosa ne avrebbe pensato Buzzati, di questa sua mostra sorvegliata da due suorine, o da due sicilianine dei tempi andati, quando il foulard in testa lo portavano tutte. Forse avrebbe pensato d’essere tornato indietro nel tempo, a quando faceva il militare o scriveva uno dei suoi reportages sui Misteri d’Italia, chissà. Francamente, mi è sembrata una nota stonata, un curioso anacronismo. Ma intanto, di lassù, dalle pareti appese, le donnine di Buzzati mi sorridevano; peccato non poterne portare via qualcuna...

Il povero musicante
Giuliano 27 dicembre 2006
(...) ciò che sonava sembrava una sequela inconsistente di suoni senza ritmo e senza melodia, però era tutto immerso nella sua opera: le labbra gli tremavano e i suoi occhi erano fissi sul foglio di musica che aveva davanti... sì, veramente un foglio di note! Mentre infatti tutti gli altri che sonavano meglio di lui si affidavano alla memoria, il vecchio anche in quel trambusto aveva collocato davanti a sé un piccolo leggio portatile, con certe note sudice e gualcite che probabilmente Buzzati - Orfeo a fumetticontenevano nel massimo ordine, ciò che egli faceva sentire in modo così sconnesso. L'insolita montatura che aveva appunto richiamato la mia attenzione, destava, d'altro canto, l’ilarità della folla ondeggiante che lo derideva e lasciava vuoto il cappello, mentre invece il resto dell'orchestra intascava miniere di rame. (...) Arrivato nei pressi della porticina che dall'Augarten dà sulla Taborstrasse, udii improvvisamente il noto suono vecchio violino. Accelerai i passi ed ecco, l'oggetto della curiosità stava sonando a tutto andare in mezzo a una cerchia di ragazzi che impazientiti gli chiedevano un valzer. « Suona un valzer!» dicevano. «Un valzer, non capisci?»
Il vecchio continuava a sonare e pareva non badasse a loro finché il piccolo uditorio lo piantò lì con parole di scherno e di beffa e si raccolse intorno a un altro musicante che a poca distanza di lì girava la manovella di un organino. « Non vogliono ballare » disse il vecchio quasi rattristato, raccogliendo i suoi arnesi. Io mi ero avvicinato. «I ragazzi non conoscono altre danze che il valzer» dissi. « Ma io sonavo un valzer » replicò lui indicando con l'archetto un punto del foglio. «Bisogna adattarsi anche a questo, per via della gente. Ma i ragazzi non hanno orecchio» osservò scotendo il capo malinconicamente.

Questo brano viene da “Il povero musicante”, un racconto del 1838, opera dell’austriaco Franz Grillparzer. Nel racconto il narratore procede per le vie di Vienna in una sera di festa, e tra i tanti musicisti che si esibiscono sulla via nota questo anziano signore, molto distinto. Non può non notarlo: di quello che suona non si capisce niente, eppure ha la musica davanti, e la legge con attenzione. La storia prosegue con il racconto della vita del povero musicante, e con la sua morte, in uno stile tipicamente romantico.
(...)Non avevo potuto parlare con lui un’ultima volta; né domandargli perdono per tutti i crucci che gli avevo procurato, né ringraziarlo dei favori immeritati... sì, favori! Poiché le sue intenzioni erano buone e io spero di ritrovarlo un giorno dove saremo giudicati secondo le nostre intenzioni e non secondo le nostre opere. (...)
E’ un personaggio che mi è rimasto dentro, al di là della bellezza del racconto: perché anche noi siamo come il povero musicante, crediamo di suonare una musica meravigliosa ma non ne siamo capaci, e non lo sappiamo. Gli altri ci ascoltano, non capiscono, ci deridono o ci omaggiano per equivoco o per ignoranza; abbiamo davanti lo spartito, le regole del gioco da qualche parte ci sono, ma raramente la nostra esecuzione è impeccabile. E, anche quando è impeccabile, non è detto che sia conforme a quello che ci è stato richiesto per le nostre vite.

Improvviso, n.3
Giuliano 26 dicembre 2006
(...) Nella fiaba e nella pittura (poi verrà Chagall) il musico ambulante è sempre sospettato di essere in contatto col mondo infero: pregiudizio che contrassegna l'angelico. Ma nessuna orchestra in nessun teatro o sala di conservatorio esprime l'essenza della solidarietà e della compassione umana come la musica di strada... A lei sola appartengono i sonidos negros che attirano il Duende, a lei sola è dato di far gorgogliare l'onda del trascendente nei quartieri appestati e nei crateri di desolazione. (...) (Guido Ceronetti, dal “Corriere della Sera” del 24.12.2001)
Una volta ho fatto ridere un bambino piccolissimo, semplicemente togliendomi di testa il cappello. La mamma era rimasta sorpresa: un bambino così piccolo, non lo aveva mai visto ridere così bene. Ripeto il gesto, il bimbo ride ancora; sembra chiedere un altro bis, ed eseguo.
Il fatto mi torna in mente quando, di fianco al Duomo di Milano, vengo fermato da un giovane africano che vuole vendermi qualcosa, uno dei libri che conosco già a memoria. Ma non è tempo, non ne ho voglia, una volta mi piaceva essere gentile e perdere tempo in chiacchiere ma poi ho trovato chi mi ha fatto passare la voglia, ed anche questa è una brutta novità degli ultimi anni. Ma poi cedo, sbuffo ma per toglierlo di torno gli prendo qualcosa: e intanto gli chiedo quanti anni ha, perché è alto e forte ma sembra un ragazzino. E infatti ha vent’anni: mi tolgo un attimo il berretto e lui si mette a ridere, non si aspettava la mia testa pelata, credeva che fossi anch’io giovane come lui. E’ una risata franca, da bambino, e io mi accodo – ne sentivo il bisogno, magari capitasse più spesso...
Invece il 2 settembre ho dato un euro al suonatore di fisarmonica che stazionava davanti alla libreria in via Dante, ma solo perché da venti minuti stava suonando l’Internazionale, e anche piuttosto bene. E’ anziano, malandato, ha la pelle scura ma di un colore strano, più simile a un indiano che a un nero vero e proprio (che sia cubano?). A me fa sempre piacere riascoltare l’Internazionale, non so a voi. E’ il testo che mi commuove, e anche se so che a molte persone suona male io conosco la Storia, e so da dove viene. Non sarà certo uno Stalin a far tramontare il pensiero di un’umanità che si vuol bene e marcia insieme verso un obiettivo un po’ più alto del denaro.
Per ora chiudo, e ne approfitto per fare gli auguri di Natale: è un Natale molto laico, lo ammetto, ma quest’anno va così; e sono sicuro che Chi di dovere capirà cosa intendo dire, e magari mi darà l’assoluzione.

Chagall - promenade


Improvviso, n.2
Giuliano 22 dicembre 2006
(...) I suoni di strada, anche i più allegri nel motivo, sono sempre suoni tristi, e non è la povertà o la mutilazione o l'età dei musicanti a renderli tali. Nel trattatello impazzito di luce di García Lorca sul duende, l'oscura presenza animatrice dei cantante, dell'attore, del saltimbanco, del musico (il termine castigliano è intraducibile) è detto che "tutto ciò che ha suoni tristi ha il duende". Per contro, il duende non anima che i suoni tristi o meglio, la sua presenza di elemento e partecipazione divina li trasforma in tristi, per incantamento. E la musica di strada è sempre, poiché enduendada, "simile al grido lontano dell'umano dolore" (è Baudelaire che lo dice). Chi Improvvisazionenon ne riceve trafittura ha corazza sul cuore. (Guido Ceronetti, dal “Corriere della Sera” del 24.12.2001)
Improvvisare è bello, però bisogna essere almeno in due. Alle volte, è necessario anche il pubblico: basta una persona, un terzo che osserva e approva, oppure non approva ma, in qualche modo, partecipa: anche solo con un cenno o con un sorriso. Per esempio, l’anno scorso ai primi di dicembre passavo per Milano, ed ero uno dei pochi ad avere l'ombrello: non che sia un merito, anzi. Però quando si mise a piovere io ero al semaforo che dalla piazza, venendo dalla Galleria, porta in via Filodrammatici; lì mi raggiunge una bella signora in bicicletta, che deve fermarsi per il semaforo rosso, e così io posso offrirle riparo sotto l'ombrello. Solo un attimo, ma la piccola recita è venuta bene: a voi non è mai successo? Più tardi, nel pomeriggio, mi fermo alla libreria Feltrinelli e mi diverto a passare il tempo guardando i libri. Un'altra bella signora elegante mi chiede se le posso prendere quel libro là in alto, quello della Mazzantini. Io che sono alto e ci arrivo, sarei così gentile? Certo che lo sono: anche per il piacere di improvvisare.
Il mondo è un palcoscenico, si sa: ognuno ha le sue entrate e le sue uscite, come si conviene. E' difficile essere all'altezza di cotanto palcoscenico, ed è molto più facile fare brutte figure o pessime piazzate. Non essendo io un attore da piazzate, anche perché me ne mancherebbe la voce, (e poi ho un fisico imponente, e come diceva Orson Welles a me spetterebbero solo le parti da re e da persona importante: come si fa? Mica si improvvisano, parti come queste, e il fisico non me lo posso mica cambiare), preferisco scegliere gli angoli del palco, fare la comparsa però con eleganza – beh, fin dove arrivo.
Non è che si debba essere sempre protagonisti. Per esempio, sempre a dicembre e sotto le feste, ero a Como e sotto Porta Torre c'era un fisarmonicista, forse zingaro e certamente slavo o balcanico. Era bravissimo, e suonava un repertorio antico e profondo: ma era lacero, malvestito, e la fisarmonica era vecchia e senza dubbio gloriosa, ma non si capiva come faceva a suonarla così bene, visto che rischiava di cadere in pezzi da tanto che era stata usata. Gli passo davanti, colpevolmente, senza dargli niente. Per punizione, pochi metri più in là, appena passato il liceo, ecco un sax amplificato e rumoroso, con tanto di basso insistente ed elettronico nello scatolone dell'amplificatore. E, per di più, suona jingle bells in stile swing: la cosa peggiore, credetemi. Torno indietro, vado dal mio omino d'altri tempi, che per timidezza sta nascosto proprio nell’ombra dietro Porta Torre, dal lato dell'edicola (chi mai vuoi che passi, lì dietro? pessima posizione per un mendicante), e gli dò due monete da due, di quelle con Dante sul recto. E mi ringrazia, perfino.

Improvviso, n.1
Giuliano 21 dicembre 2006
Il cappello per la moneta è un trucco degli angeli per dissimularsi e muoversi indisturbati, con statuto-lasciapassare di mendicanti. La gente crede che aspettino monete, invece sono loro a riempirci le tasche d'oro. (Guido Ceronetti, dal “Corriere della Sera” del 24.12.2001)
« ... I dreamt I was in marbles hall...» E’ una melodia dolce e famosa quella che mi coglie, del tutto impreparato, in un pomeriggio d’inverno a Como, mentre passeggio in pieno centro. Sono una ragazza e un ragazzo, presumibilmente inglesi: lei canta e lui l’accompagna. E’ un’aria famosa, soprattutto nei paesi anglosassoni: viene dall’operetta di Balfe “The bohemian girl”, e la ragazza è perfetta nel canto e nell’espressione.
Forse la conoscete anche voi: non tanto perché ne parla Joyce, ma forse grazie a Stan Laurel e Oliver Hardy, due vecchi e cari angeli del tempo passato. Il film segue alla perfezione la trama dell’operetta: una giovane zingara racconta un suo sogno, nel quale si trovava in un meraviglioso palazzo ricco di marmi. Lei non lo sa ancora, ma si tratta di un ricordo, e non di un semplice sogno: e presto arriveranno i ricchi signori a recuperare la figlia che credevano perduta. Gli zingari non sono cattivi e non hanno rapito la bambina (questo in un’operetta non succede mai): e, soprattutto, i due zingari che hanno fatto da padri alla bambina, per tutti questi anni, sono proprio Stanlio e Ollio. Due padri amorevoli: mentre la bambina racconta il sogno meraviglioso, Ollio ascolta estasiato, e Stanlio (estasiato anche lui) si mangia tutta la colazione; si giustificherà poi dicendo di averlo fatto “perché aveva paura che si freddasse”.

Capita spesso, sotto le feste, di incontrare musicisti da strada. Di solito sono molto bravi, suonano bene e cantano anche meglio. A Milano gira un magnifico fisarmonicista ucraino, che suona il Temporale di Vivaldi e la Toccata e fuga di Bach senza sbagliare una nota; si mette lì col piattino ma non credo che ne abbia bisogno, forse lo fa solo perché gli piace. E poi tanti peruviani, quelli ci sono sempre; sono invece quasi scomparsi i nostri pastori, quelli che suonavano la piva, ed è un peccato. Un altro giorno, tre anni fa, quando pensavo di essere felice e forse lo ero, sempre a Milano, davanti alla Loggia dei Mercanti (il posto più antico della città), un altro gruppo di giovani (forse inglesi) eseguiva in maniera perfetta l’antica leggenda di Matty Groves, una ballata resa celebre dai Fairport Convention. Anche quel giorno, come a Como tanti anni fa, tutto era perfetto: l’aria fredda, la giornata grigia ma non troppo, le sciarpe di lana, l’ora vicina al crepuscolo. Ma il tempo passa, anche quel Natale è passato, chissà cosa canteranno i giovani inglesi fra vent’anni per riscaldarci i cuori e farci venire nostalgia...

Artista di strada



Celeste Aida
Giuliano 19 dicembre 2006
E’ tutto un gran ripetere, in questi giorni, “l’Aida di Zeffirelli”. Mettiamo bene le cose in chiaro: l’Aida è di Giuseppe Verdi. In secondo piano, l’autore dei versi: il bravo poeta lecchese Antonio Ghislanzoni. Al terzo posto, l’egittologo francese Auguste Mariette, autore del soggetto. E, subito dopo, il maestro (pardon: Maestro) Riccardo Chailly, che dirige l’Aida in questi giorni alla Scala (ancora grazie, Maestro!). E poi i cantanti, e poi l’orchestra, il coro e il Maestro del Coro. A questo punto comincio a intravvedere Zeffirelli: sì, un po’ di spazio c’è anche per lui.
Ma Zeffirelli di Aide ne ha fatte tante, non è più una novità. Mi ricordo volentieri, come grandi capolavori, i suoi allestimenti della Bohème di Puccini e dell’Otello di Verdi; un po’ meno volentieri ricordo una Turandot piena all’inverosimile di gente e di cose, così piena da rassomigliare più ad una delle care vecchie tavole di Jacovitti che ad un allestimento operistico. E anche un Don Carlo, sempre di Verdi, pieno di chierichetti turibolanti e di improbabili cerimonie cattoliche, messe in ridicolo nei giorni seguenti dagli esperti scandalizzati (io, in verità, non mi ero accorto di niente).
Quello che contesto è l’equazione secondo la quale Zeffirelli è la tradizione dell’opera. Non è vero: al tempo di Verdi erano usatissimi i fondali dipinti, ai quali suggerirei di ritornare, ogni tanto.Gli allestimenti faraonici, alla fin dei conti, li paghiamo noi contribuenti: e già abbiamo dovuto accollarci il costosissimo e discutibile lifting della Scala, forse non è il caso di continuare su questa strada.
Per esempio, Giorgio Strehler faceva cose meravigliose con pochi effetti, l’uso sapiente delle luci e una scenografia ridotta al minimo: a lui piaceva fare teatro, lavorare sui personaggi e sulla recitazione, tutte quelle cose lì che si facevano una volta. Insomma, forse si può concludere dicendo che più che lavorare sulle scenografie faraoniche, a Strehler piaceva lavorare: altri tempi anche qui. Altri tempi, altra gente, altre teste...

Milano 1859


Gloria all’Egitto
Gloria all’Egitto
Giuliano 18 dicembre 2006
« Un esercito di Prodi, da me guidato... / E la vittoria, e il plauso di Menfi tutta!»
Beh, fino a tre quarti della frase sono d’accordo con Radames. E’ Menfi che mi scompiglia le idee: cosa me ne faccio del plauso di Menfi tutta? A Menfi, oggi come oggi, ci sono solo rovine: rovine gloriose, ma pur sempre rovine. E chissà dove sono, oggi, i discendenti dei Menfiti.
Locandina dell'AidaComunque l’Aida è sempre bella da riascoltare: non è un’opera facile per i cantanti (e alla Scala il 7 dicembre ce ne siamo accorti: meno male che c’era il maestro Chailly...), ma per chi ascolta scorre tutto liscio. E’ un’opera di grande artigianato, Verdi era ormai ricco e famoso e poteva prendersi tutto il tempo necessario per scrivere come gli pareva più giusto, in maniera meditata e in bella copia; anche se, personalmente, davanti alla perfezione dell’Aida io continuo a preferire il Macbeth e l’Ernani.
Però il buon Ghislanzoni, in quel lontano 1871, “Prodi” lo aveva scritto minuscolo: questo va detto, anche se – a voler essere proprio precisi – è Verdi stesso a mettergli la maiuscola: e basta ascoltare l’inizio dell’opera (magari nelle registrazioni di Carlo Bergonzi) per accorgersene. L’Aida è un’opera intimista, da camera: tratta del dramma di tre innamorati, dei quali una – la figlia del Re – è destinata a rimanere delusa. Sembra strano dirlo, perché l’Aida è famosa per la scena del trionfo: ma si tratta, appunto, di una sola scena. Il resto è tutto dramma intimo, scene notturne con due o tre personaggi alla volta, qualcosa di piccolo e di grande nello stesso tempo.
La marcia trionfale dell’Aida sarebbe un perfetto inno nazionale per l’Italia, salvo per un dettaglio. Il dettaglio, tutt’altro che marginale, è che alla fine della marcia trionfale il coro intona un chiaro e visibile “Gloria all’Egitto”. E’ vero che si potrebbero cambiare le parole, ma sotto sotto si sentirebbe, il “Gloria all’Egitto”. Una volta Claudio Abbado aveva detto, nel corso dei festeggiamenti per il centenario del Tricolore, che la composizione che riflette meglio il carattere degli italiani è di Rossini: l’ouverture dall’opera “La gazza ladra”. Peccato per il titolo, aveva aggiunto; e anche qui mi sento d’accordo, compreso il leggero accenno d’ironia.
Del tutto fuori posto, come inno di qualsiasi tipo, sarebbe il “Va pensiero” dal Nabucco: per chi ancora non lo sapesse (e sì che è stato spiegato tante volte...) è musica bellissima, ma si tratta di un canto di sconfitta e di rassegnazione, tant’è vero che subito dopo arriva il Gran Sacerdote a rimproverarli, questi benedetti Ebrei: va bene il ricordo dei bei tempi, ma ora è il tempo di aver fede e di rimboccarsi le maniche, altro che far volare il pensiero sull’ali dorate! Ma forse sono proprio questi i tempi che corrono, forse davvero spettano all’Italia cori tristi e malinconici, forse davvero arriverà un Gran Sacerdote a sgridarci, o forse – chissà – è già arrivato e la sua sgridata l’ha già fatta. Più Padoa Schioppa che Prodi, direi, così a occhio (pardon, a orecchio). Magari mi sbaglio; comunque, nell’attesa di capirci qualcosa, mi unisco anch’io al Coro e canto “Gloria all’Egitto” e “Su, del Nilo al sacro lido”. Non per altro, ma solo perché Verdi se lo merita: non ne abbiamo avuti mica tanti, di italiani come lui.

Un paese impazzito, n.4
Giuliano 17 dicembre 2006
Non so in quale altro Paese del mondo resterebbe in carica un politico che ha due collaboratori (dei più stretti) uno condannato per corruzione e uno per mafia. Non so in quale altro Paese del mondo resterebbe in carica un politico che da vent’anni è coinvolto in prima persona in decine di processi, e che invece di aiutare i giudici li attacca e mette di mezzo tutti gli ostacoli possibili, fino ad arrivare alla conclusione sperata: l’annullamento per avvenuta prescrizione.
E’ ovvio che la colpa non è del politico, o sedicente tale (i Politici veri sono un’altra cosa: sono i Brandt, i De Gasperi, gli Enrico Berlinguer, tanto per intenderci). La colpa è di chi lo vota. Non ho altre parole, mi allineo con Prodi che definisce l’Italia “un paese impazzito”, e penso che il concetto sia ben chiaro. Questo concetto mi torna in mente tutte le volte che vedo in tv i Casini e i Follini e i Pera dare lezioni di morale agli italiani: sì, ma se sei stato al governo con quello là...

Cesare Previti


Un paese impazzito, n.3
Giuliano 4 dicembre 2006
- Ma quanto dovrà spendere, il Milan, per tornare ai livelli d’un tempo? – chiede il tifoso al telefono.
- Almeno cento milioni di euro - sentenzia, in modo severo e definitivo, il giornalista interpellato.
Il giornalista, anzi l’Esperto, è un ometto sui sessant’anni, e parla – con ogni evidenza – ex cathedra. Non appena il tifoso che telefona da casa abbozza qualche sarcasmo, l’Esperto si inalbera e chiede di troncare la telefonata: come si osa mettere in dubbio la sua competenza?
TelespazzaturaLa cosa che mi incuriosisce, e che mi spinge a scrivere questo post, è che il dibattito con i tifosi al telefono è su Tele Nova, cioè la tv dei vescovi, quella che dovrebbe essere l’equivalente televisivo di Famiglia Cristiana. L’Esperto non sa, o finge di non sapere, che una volta i campioni si allevavano in casa e non costavano nulla. Soprattutto le squadre di calcio milanesi, Milan e Inter, avevano la buona abitudine di allevarsi i campioni in casa, e chi segue il calcio non può non saperlo. Le cose sono cambiate vent’anni fa, in Italia, con l’ingresso di Berlusconi nel calcio. E’ difficile parlar male di Berlusconi se si parla di calcio, ma un dato di fatto è certo: nel 1986 il Milan aveva in casa Baresi, Maldini, Costacurta, Galli, e tanti altri futuri campioni sui quali costruire una squadra vincente. Oggi quei campioni sono invecchiati, e dietro non c’è più niente; a questo punto è obbligatorio comperare, e quindi il ragionamento dell’Esperto ha una sua fondatezza.
Però, quanto mi piacerebbe che l’emittente cristiana, anche parlando di calcio, dicesse le cose giuste: per esempio che di chi ha seminato (cioè i dirigenti del Milan prima di Berlusconi) si è persa la memoria, e invece di chi ha raccolto i frutti e se li è mangiati si celebra la gloria. Per esempio, che “comperando” un giocatore in Brasile per diversi milioni di euro è assai probabile, anzi quasi certo, che almeno un paio di quei milioni si fermeranno alle Isole Cayman, o in qualche altro paradiso fiscale: cosa impossibile se il tuo futuro campione abita a Cusano Milanino e lo vai a prendere col bus tutte le mattine per portarlo agli allenamenti.
Insomma, una vecchia storia: ed è un peccato che non ci sia un Plutarco o un Machiavelli a raccontarcela. Per intanto, sulla Tv dei vescovi la trasmissione è andata avanti: un altro tifoso irrispettoso ha osato chiedere all’Esperto come mai si è permesso di dare del criminale a Fabio Cannavaro, capitano della Nazionale e Pallone d’Oro, che non è propriamente un commento sobrio e meditato. Ma l’Esperto rugge, sbava, diventa rosso in faccia e fa chiudere il collegamento: come si permette il tifoso? « Certo che Cannavaro è un criminale, altrimenti non mi permetterei mai di dirlo! » . Al che, spengo la tv e vado a controllare nel Vangelo: chissà, magari in qualche angolo c’è scritto proprio così, magari nell’Antico Testamento...

Un paese impazzito, n.2
Giuliano 2 dicembre 2006
Ho visto anch’io, come tutti noi, l’ultimo spot pubblicitario del Parmigiano Reggiano. Purtroppo mi è toccato di vederlo, aggiungo con enorme dispiacere: comparse piuttosto goffe, vestite da spicchi di parmigiano, che danzano e cantano su un jingle dei più banali e risaputi; e il jingle sillaba in modo chiarissimo e inequivocabile il nome del prodotto. Ho visto di recente alcuni filmati dello Zecchino d’Oro, e devo dire che il livello artistico e musicale delle canzoni per bambini è nettamente superiore a questo spot e a questo jingle.
L’ultima cosa che mi sarei aspettato, da padano autentico e da emiliano per parte di mamma, è di vedere il Parmigiano Reggiano trattato come se fosse un formaggino qualsiasi, di quelli fatti col latte in polvere e con gli addensanti artificiali. Il problema non sono i creativi pubblicitari, che sappiamo tutti quanto possano essere cretini: il problema è che questo spot è stato approvato dagli alti dirigenti del Consorzio del Parmigiano-Reggiano, e quindi qui c’è qualcosa che non va.
Il vero problema del Parmigiano è il prezzo: costa molto, e questo spot sciagurato non aiuterà minimamente le vendite, ma darà invece un notevole danno d’immagine. Anche lo spot di prima era brutto, però quantomeno la mucca che cercava di entrare nei pascoli “doc” dava un’idea di come si lavora nel Consorzio. Tempo fa, avevo letto che l’Italia si era salvata dal morbo della mucca pazza anche per queste nostre tradizioni: le mucche devono mangiare l’erba, e quelle del Parmigiano Reggiano devono mangiare solo l’erba buona, la migliore. E’ questo il segreto del Parmigiano, ed è anche il motivo per cui il prezzo è alto.
Coltivo da tempo un gran timore: che al vertice del Consorzio arrivino dirigentini rampanti che prendano la storica decisione: “ma basta con questi metodi antiquati! il Parmigiano lo si può fare anche dando mangimi alle mucche, tanto cosa cambia?”. E’ già successo in altri settori, succederà anche a Parma; e questo spot è solo il segnale di quanto siamo già avanti su questa strada.

Mucche


Il Libro dei Primati
Giuliano 23 novembre 2006
Non solo non c’è dubbio che gli umani discendano dalle scimmie, ma è altresì vero, verissimo e dimostrabile, che non tutti discendiamo dalle medesime scimmie. Per esempio, e tenendo ben aperto il libro dei Primati per i confronti, è del tutto evidente che io e Solimano siamo due antichi oranghi: grosse dimensioni, volto ovale, ampia fronte, una certa tendenza all’essere corpulenti, aria assorta e forse inutilmente pensosa. Non per niente, in malese “orang” significa uomo, e orang utan è l’uomo delle foreste.
Giuliano Ferrara è un gorilla: basti guardarne il fisico massiccio, la postura, il collo breve, la testa villosa con gli occhi infossati, piccoli e scrutanti. Silvio Berlusconi è senza alcun dubbio uno scimpanzé: piccolo, aggressivo, vivace, gesticolante, vociante e dotato di una rispettabile intelligenza. Naomi Campbell, elegante nelle movenze, gambe e braccia lunghe su un corpo sottile ed armonico, è un gibbone: se non ve ne siete mai accorti è solo perché Naomi è sprovvista di pelliccia. Cossiga somiglia molto ad una nasica, e Gad Lerner è un macaco, o una bertuccia: simile a una delle scimmie che s’aggirano per Gibilterra o nei templi dell’India, intelligenti e curiose ma anche vagamente spernacchianti e irrispettose.
E fin qui mi sono limitato alle scimmie catarrine, le più simili all’uomo, che sono di tutti i tipi e di tutte le misure, e purtroppo molte di loro hanno la coda, il che lascia un po’ perplessi riguardo alla dimostrabilità della mia teoria. Però guardo le fotografie sul mio libro, e penso che sarebbe bello starsene seduti su un ramo in alto e far penzolare la coda, e che forse perdendo la coda il Signore ci ha tolto davvero qualcosa, chissà.
Ma le scimmie sono tante, ci sono ancora le platirrine dell’America e poi tutto l’universo delle proscimmie, come i lemuri del Madagascar (ma questo è un altro discorso), passarle tutte in rassegna richiederebbe molto tempo e molto spazio, perciò per il resto lascio fare a voi e alla vostra immaginazione. Personalmente, sono molto attratto dall’ipotesi espressa da H.G.Wells in “L’isola del dottor Moreau”, e cioè che noi tutti si discenda non solo dalle scimmie ma un po’ da tutti gli animali, tramite misteriosi innesti di pericolosi scienziati. Ma, anche qui, preferisco fermarmi e lasciar fare alla vostra fantasia: chissà quanti gatti, rettili, passerotti e ippopotami conoscete, e non vorrei togliervi né lo spazio né il divertimento.

Scimmie


Velvet
Giuliano 19 novembre 2006
« A chi penso quando immagino il nostro lettore? A noi della redazione. Uomini e donne, dai 20 ai 50 anni, con esperienze e stili di vita diversissimi. La sfida sarà ben miscelare i nostri gusti per essere certi di incontrare una platea di lettori quanto più larga possibile. »
Questa frase l’ho trovata sull’Espresso della scorsa settimana, ed è di Michela Gattermayer, direttrice del nuovo mensile “unisex” di Repubblica, che si chiama Velvet e del quale è appena uscito il primo numero. La Gattermayer dice anche: «Perché è il nuovo che ci interessa, le cose che succedono nel mondo e le tendenze in arrivo anche da noi.» Un giornale nuovo, edito da “Repubblica”, che nasce guardando le facce di quelli che sono in redazione? Andiamo bene, se ne sentiva proprio il bisogno. Forse è l’immagine migliore per descrivere il mondo dell’informazione com’è oggi...

 Velvet


Un paese impazzito
Giuliano 16 novembre 2006
“Questo è un paese impazzito, dove non si pensa al futuro e dove ognuno pensa solo al proprio particolare”, ha detto Romano Prodi la settimana scorsa, suscitando un vespaio di reazioni polemiche e scandalizzate anche tra quelli che l’hanno votato e lo sostengono in Parlamento. Francamente, non capisco la ragione dello scandalo: Prodi ha qualche problema di comunicazione, e lo sappiamo tutti, ma quello che ha detto corrisponde esattamente alla realtà del tempo che stiamo vivendo, e basta poco per accorgersene. Basta guardarsi in giro, magari vicino a casa.
Mr. ScroogeBasta guardare qui vicino, come ho dovuto fare anch’io (senza volerlo fare, per dire il vero: in questi tempi preferirei non vedere e non sapere e stare sempre zitto). Nel condominio c’è un piccolo problema? Il “proprietario” se lo risolve da solo, senza chiedere né permessi né consigli. Un problema simile, solo una decina d’anni fa (mica secoli), lo avremmo risolto tutti insieme, risparmiando soldi e facendo meno danni sui muri: ma tant’è, “a casa mia comando io” e non c’è altro da aggiungere.
Un altro piccolo esempio: nelle villette a schiera costruite qui vicino è arrivato il primo inquilino. Ha cintato tutto con cura, ha seminato il piccolo prato davanti all’ingresso (all’inglese, of course), ha messo un enorme cane in un piccolo recinto, e poi ha affisso il fatidico cartello: “Attenti al cane e al suo padrone”, con tanto di pistola in effigie. Penso proprio che a lui non importi niente, ma io su quel prato lì, dove adesso c’è lui con il cane e con la pistola a difenderlo, io ci andavo a giocare da bambino. Tutta la Lombardia sta diventando così, anzi in gran parte lo è già diventata; e anche l’Emilia è avviata su questa strada, ma cosa importa? L’importante è avere il cane più grosso che si può trovare, metterlo sull’automobile più grossa che si può trovare, e poi cintare il tutto e guai a chi si avvicina...
Concludo il mio triste giro del cortile con un annuncio di quelli più comuni, preso da un giornale di domenica scorsa. E’ da notare la cura con la quale è stata inserita con la parola “neodiplomato”: bene in evidenza, in grassetto, sottolineata. Fosse stato possibile, l’inserzionista l’avrebbe forse voluta a colori e in rilievo. Questo è un annuncio che ha molte cose da dirci, al di là della sua apparenza innocua: perché ognuno è libero di assumere chi gli pare (ci mancherebbe!), ma – solo per dirne una – in questi ultimi anni nel comasco molte aziende di quel tipo hanno chiuso, molti lavoratori esperti sono in mobilità o in cassa integrazione, insomma ci sarebbe una grande possibilità di scelta. Ma il nostro industriale vuole solo un neodiplomato: è ovvio, con la legge Biagi e tutte le altre approvate negli ultimi anni (anche col beneplacito dell’Ulivo), il ragazzo di 19 anni è la scelta perfetta. Perché si accontenta di poco: mille euro gli sembreranno una fortuna, finalmente una somma da gestirsi da solo; “sta sotto” e non ha pretese, e se ha pretese, magari se si iscrive al sindacato, lo si può tranquillamente mandare a casa perché la legge finalmente lo permette (addio lacci e lacciuoli!). Invece un uomo di 30 o 40 anni, o magari anche solo di 25, ha esigenze diverse: magari vorrebbe sposarsi, pagare un mutuo per la casa. Insomma, questo industriale non vuole avere in giro gente “che rompe i coglioni”: e chiedo scusa per l’espressione, ma è la frase che ascolterete immancabilmente in questi casi. So bene che sto esagerando (un po’, non troppo) e che – ripeto – è giusto che ognuno assuma chi più gli piace, ma tutto questo ha un nome solo: grettezza. Sembra di essere in un romanzo dell’Ottocento, e forse è proprio così. Magari il “Racconto di Natale” di Dickens, un autore che – purtroppo per noi – sta tornando sempre più d’attualità.

 L'annuncio


Borrelli for president, n.2
Giuliano 10 novembre 2006
E’ passata un po’ sotto silenzio la relazione che Francesco Saverio Borrelli ha scritto il 20 settembre scorso per la Commissione Cultura della Camera. Direi che è un peccato, e provo a recuperarne qualche passo: ... Le indagini che abbiamo condotto in questo periodo hanno messo in luce alcuni fenomeni, e soprattutto l'epifenomeno: abbiamo riscontrato questa trama molto fitta di complicità, di contatti continui, di intese, di raccomandazioni, di frequentazioni rischiose, di telefonate che ponevano in evidenza non tanto l'esistenza di una cupola, nel senso peggiore, mafioso, o camorristico della parola, ma certamente l'esistenza di una rete molto fitta palloneche generava o favoriva distorsioni dei normali meccanismi sportivi. C'è stato uno scadimento graduale del senso delle regole, una sorta di appannamento della sensibilità ai valori etici dello sport, che pure labialmente, oralmente, vengono celebrati, quasi, con delle sottolineature spesso anche retoriche, a vantaggio dei valori spettacolari, economici; il tutto in funzione di una conservazione dello status quo (...). Non so se possiamo limitarci a constatare e a deplorare tutto questo, a invocare ed applicare sanzioni individuali o alle società, sanzioni più o meno gravi, a esortare alla correttezza, alla lealtà sportiva, o badare che al recinto di gara accedano solo persone legittimate ed evitare contatti illeciti prima delle partite. Si può fare tutto questo, ma non credo che basti. La questione deve essere affrontata come sempre devono essere affrontati i problemi e le piaghe sociali: a monte. E’ vero, in Italia c'è una scarsa propensione alla legalità, anche se dobbiamo dire che scandali nel mondo del calcio ve ne sono stati in tutti i paesi. (...) E’ stato osservato che la metà dei calciatori dell'Inter e del Milan guadagna quanto duemila calciatori delle serie minori, che i bilanci sommati di Milan e Inter equivalgono a quelli di 15 altre squadre della stessa serie A. Già questa osservazione evidenzia degli squilibri che non possono non essere rimossi dal mondo del calcio. Per quello che riguarda i costi di ingaggio dei giocatori, nell'ordine di idee di decongestionare questa dimensione economica dello sport - quanto più denaro circola tanto maggiore è la tentazione e il pericolo che si partecipi al «festino »,
(...) Infine, per quanto riguarda il procedimento disciplinare - questo è l'argomento più prossimo alla mia esperienza -, la prima osservazione è che i poteri dell'ufficio indagini sono modestissimi. Abbiamo acquisito qualche documento reperibile nell'ambito delle associazioni che fanno parte della Federazione; abbiamo interrogato gli indagati, gli incolpabili e qualche testimone; non abbiamo altri strumenti. Naturalmente, non pretendo che all'ufficio indagini o alla procura federale venga attribuito il potere di mettere in manette gli indagati. Forse, qualcuno si stupirà di quello che dico, ma secondo me le manette non dovrebbero essere messe neppure agli indagati Francesco Saverio Borrelliper reati, se non in casi del tutto eccezionali. Bisognerebbe, però, riflettere sulla possibilità per l'ufficio investigativo o per la procura federale, dì ottenere una collaborazione dalle forze di polizia, nei limiti in cui questo non ponga a repentaglio il segreto delle investigazioni di carattere penale né la privacy dei cittadini. (...) Mi è stato chiesto fino a che punto i dirigenti delle società calcistiche potessero non sapere: l'argomento del "non potevano non sapere" mi ricorda polemiche di anni lontani. Cito ancora una volta la pubblicazione del 1998 in cui si parlava di Moggi come di un «Lucky Luciano» e già si metteva in evidenza il potere che stranamente si era consolidato intorno a questo personaggio. Insomma, è difficile dire che i dirigenti delle società ignorassero questa situazione, che era venuta alla ribalta in articoli e in libri. Che cosa possiamo concludere da questo? Che probabilmente ciascuno trovava il proprio tornaconto, in quel sistema (...) In conclusione, alla domanda "fino a che punto i dirigenti potevano non sapere" rispondo che dovevano necessariamente sapere. (...)

Sta parlando di calcio, Borrelli? Direi proprio di no, quello che esce dall’intera relazione (sono tre pagine abbondanti) è il ritratto dell’Italia degli ultimi vent’anni. Un ritratto così perfetto che ne propongo l’uso nelle scuole, come testo obbligatorio di lettura. Un testo scomodo, così scomodo per tutti che è normale che se ne sia parlato così poco. A me piace soprattutto quel “non potevano non sapere”: anche qui, è stato facile individuare un “super colpevole di tutto” (prima Craxi, adesso Moggi), così poi ci si sente subito autorizzati a proclamarsi santi ed onesti. Però molti, purtroppo anche in politica, continuano a ragionare da tifosi: e allora bisognerà ricordare che il “caso Moggi” poteva essere facilmente risolto da Lega Calcio e Figc, e che il governo avrebbe potuto modificare le norme relative con estrema velocità. Oltretutto, in questi ultimi 5 anni al governo abbiamo avuto uno statista che dal mondo del calcio proviene, e che il calcio lo conosce benissimo: si chiama Silvio Berlusconi ed è da vent’anni il presidente-padrone del Milan, una delle più grandi squadre del calcio mondiale, e che ha suoi uomini nei posti chiave del calcio e dello sport. Ma il governo Berlusconi, dal 2001 a ieri, di sport si è occupato ben poco, segno evidente che le cose gli stavano bene così, Calciopoli compresa. L’unico intervento sul calcio del governo Berlusconi è stato il “decreto spalmadebiti”: basta la parola. Ma Borrelli, si sa, è persona fine e discreta, non vuole portare il discorso fino in fondo, e allora provo a completarlo io meglio che posso con questo post.

Milano di marmo
Giuliano 8 novembre 2006
E’ finito il restauro esterno di Palazzo Reale, che ha cancellato il vecchio e ottocentesco colore giallo della facciata, così come era già stato fatto per la Scala un paio d’anni fa. Era il colore della vecchia Milano, della Milano di Verdi e della Cinque Giornate; i filologi dicono che è giusto così, che è la Milano neoclassica e settecentesca che torna a rivivere, e non ho motivo per dubitarne, anche perché io non sono un filologo. Ma anche questo è un segnale di come sta girando il mondo: un segno, più o meno inconscio, di restaurazione. Forse Milano non vuole più essere accogliente, e lo dimostra anche in questo modo: e magari sono io che esagero, ogni tanto mi capita. Ma io a quei colori risorgimentali ci ero affezionato, perché questi muri dipinti di giallo e di arancio sono stati la mia Milano, in tutti questi anni; una Milano diversa che forse non c’è mai stata, ma alla quale era bello pensare.
Beh, pazienza: vuol dire che quando vorrò trovare qualcosa di caldo, a Milano, andrò a fare un giro al Monumentale.

Palazzo reale


Materassi e banditismo
Giuliano 7 novembre 2006
Non avevo mai visto nessuno accarezzare un materasso, prima di vederlo fare in tv nelle televendite. Ma da quando in qua si accarezzano i materassi? Io sapevo che li si tasta, ci si sdraia sopra, qualcosa del genere: idem per i cuscini, anch’essi voluttuosamente accarezzati in tv da cotante bellezze. Sono una meraviglia, queste televendite: di regola scappo quando ne vedo una (a meno che non ci sia Gerry Scotti che si mangia i cioccolatini: li mangia davvero, mica è uno che fa finta, lui), ma stavolta faccio un’eccezione e rimango un po’ su questo fermo immagine. Mi fermo perché l’esimio cavalier Berlusconi, l’altro giorno, ha detto che il disegno di legge Gentiloni per la riforma del sistema televisivo è banditismo: non una parola da poco. Gentiloni è diventato un pericoloso bandito perchè – disgraziato! – vorrebbe conteggiare le televendite come pubblicità. Ma guarda un po’ cosa mi tocca sentire: sarà mai possibile? Lo sanno tutti che le televendite non hanno nulla a che fare con la pubblicità, ma da che pianeta viene questo ministro Gentiloni? E dunque, anche a casa nostra, visto come vanno i sondaggi sarà bene abituare le nostre femmine ad accarezzare i cuscini e i materassi: non si sa mai, potrebbe venire la polizia a prenderle e portarcele via.


Berlusconiani di sinistra
Giuliano 5 novembre 2006
In Argentina ci sono i peronisti di destra e i peronisti di sinistra. Ho sempre trovato la cosa curiosa, ma non ho mai voluto indagare più di tanto, forse per paura. Che ci sia chi, pur essendo di sinistra, si riconosce in un leader nazionalista e populista come Peron mi ha sempre fatto una brutta impressione, però – mi dicevo – magari in Sudamerica capita. Però poi trovo su Repubblica, nei giorni scorsi, la recensione ad un libro di Edmondo Berselli appena uscito, che si chiama “Venerati maestri”, e che mi dà molto da pensare. L’articolo è firmato da Filippo Ceccarelli. Eccone alcuni passi: “ Il punto è che i metri di giudizio critico non sono più quelli di una volta. I PoohEd è qui precisamente che il virtuosismo di Berselli, la sua indubbia conoscenza di sport, tv e canzoni, la sua ricerca di contaminazioni tra alto e basso, lascia irrompere sulla scena, gomito a gomito con i venerabili maestri, i finti intrusi della vera Italia, gli eroi casuali dell’immaginario pop: Alvaro Vitali, Bombolo, Renzo Arbore, i Pooh...” “Claudio Magris con quella sua esse solitaria y final, il naso grifagno di Norberto Bobbio, la bianca acconciatura elegantissima di Giulio Einaudi, la faccia gialluta di Renzo De Felice...”
Mi guardo in giro, qui nella mia stanza, e so che sui miei scaffali i libri della Adelphi sono tanti. So che le critiche a Eco e a Calasso sono più che legittime, anzi divertenti; ma so anche che, senza Eco e Calasso ( e senza la vecchia Einaudi, quella di Calvino e di Pavese), io sarei una persona diversa, molto più ignorante senza dubbio, perché questi libri mi hanno aiutato a capire cose ed eventi che altrimenti non avrei mai capito. Forse, mi viene da pensare, uno di sinistra che scrive sui giornali dovrebbero prendersela con altri modelli culturali, con altri intellettuali e scrittori – prima di passare ad Eco e a Calasso, intendo. Anch’io, come Berselli e Un titolo delle Edizioni Adelphicome Fabio Fazio, sono rimasto affezionato a vecchie cose leggere: su richiesta, posso ripetere a memoria ancora oggi tutte le formazioni della Juve, del Toro e della Lazio negli anni 70, cioè quelle che hanno vinto gli scudetti in quegli anni: ma non è che andrei in giro a vantarmene. Non sono sicuro che avere una “indubbia conoscenza di sport, tv e canzoni” sia un titolo di merito (anzi), ma so per certo che conoscere il contenuto dei libri pubblicati da Calasso e da Giulio Einaudi è fondamentale, a sinistra e non solo: in caso contrario dovrebbe essere vietato scrivere sui giornali, soprattutto su Repubblica – a meno che uno non paghi personalmente per farlo e venga pubblicato in spazi appositi e ben recintati, come si fa con la pubblicità.
Questi commenti di Berselli e di Ceccarelli li metto assieme alle “critiche cinematografiche” di Marco Giusti e Tatti Sanguineti, quelli che parlano bene dei film di Pierino e deprecano le astrusità di Antonioni e Fellini, e penso che ormai la “classe degli asini” delle vecchie barzellette ha preso il potere e lo detiene saldamente. Purtroppo è anche la mia, di classe: la classe di quelli che sono nati negli anni 50, intendo, e anche di quelli che ne sono seguiti.
Prendo anche l’Espresso, dove scrive normalmente Berselli, e so che è il giornale dove scrivono sia Giorgio Bocca che Giampaolo Pansa. Di Pansa, in questi giorni, mi fa impressione la faccia con la quale si presenta quando deve pubblicizzare il suo libro. Non è che dica “è con sommo dispiacere, per puro amore della Verità, che ho sentito il desiderio di esaminare alcuni lati oscuri della Liberazione” (o qualcosa di simile); no, Pansa sembra davvero contento di parlar male della Resistenza e di avere al suo fianco Ignazio La Russa e la discendenza di Mussolini. E’ l’espressione di Pansa che mi fa star male, non quello che dice.
Penso, per chiudere come posso questo torrente di pensieri che s’ingrossa, che anche in Italia molti che si dicono di sinistra sono ormai peronisti – pardon, berlusconiani. E che, dentro di sè, non vedano l’ora di gettare la maschera e di adagiarsi beati su quelle sponde – ma non possono, non ancora perlomeno. Ci arriveranno, su quella sponda, quando saranno pagati abbastanza – vien da dire. Per ora, pur non avendo mai amato il giochino della torre, posso dire con assoluta certezza che, dovendo decidere fra Bocca, Pansa e Berselli stringerei forte la mano al vecchio partigiano e butterei giù di sotto gli altri due senza troppe remore, anche a costo di perdere un’altra volta le elezioni.

Depilation road
Giuliano 4 novembre 2006
Ogni tanto dò anch’io un’occhiata all’isola dei famosi, soprattutto quando ci sono delle ragazze carine sulla spiaggia. E’ così che mi sono accorto di una cosa che non poteva sfuggirmi: anche dopo un mese sull’isola del naufragio, le ragazze sono sempre accuratamente in ordine, cosa che – come sanno tutti gli uomini che hanno vissuto con una donna o che l’hanno sposata – non è materialmente possibile, non su questo mondo e su queste spiagge. Poi, per pura simpatia da appassionato di ciclismo, mi è caduto l’occhio sul vero protagonista di questa vicenda: el Diablo, cioè il grande Claudio Chiappucci, eroe di tante tappe in salita al Tour de France oggi ridotto a queste comparsate per ritrovare un po’ di notorietà. E’ depilato anche lui. Non ha un pelo in tutto il corpo: per le donne, può essere; ma per un uomo da un mese abbandonato su un’isola la cosa è – a dir poco – sospetta.
Insomma, quando è cominciata questa storia? Chi l’ha cominciata, e perché si propaga? Anch’io ho avuto la mia esperienza in proposito – due volte, in coincidenza con due interventi chirurgici all’addome risoltisi felicemente. In entrambe le occasioni, ne sono uscito con una depilazione “chirurgica” che partiva da una decina di centimetri sopra l’ombelico e terminava a metà coscia: venti minuti buoni, con tutta la buona volontà del povero infermiere addetto alla triste pratica. Ne deduco che se dovessi depilarmi quotidianamente, gambe comprese, non avrei tempo per fare altro nella vita; che è forse quello che capita a Chiappucci su quell’isola. E sì che non sono poi così villoso: voglio dire, peggio di me ce ne sono tanti, io sono ben dentro alla norma.
Ovviamente, nei giorni successivi all’intervento per la cosa non si prova il minimo interesse. E’ dopo che nascono i problemi (“sembri il gatto Silvestro quando finisce sotto il tosaerba”, mi disse un’amica, ridendo di gusto; e allora mi sono un po’ aggiustato con le forbici e il rasoio, accompagnando via il disastro). Soprattutto, penosissime sono le ricrescite, delle quali vi risparmio i dettagli: ma, insomma, dopo un po’ tutto torna a posto e alla depilazione non ci si pensa più.
O, almeno, così capita a me: però vedo che negli ultimi dieci anni non depilarsi è diventato peccato gravissimo, soprattutto per i maschi. E allora, esprimo tutta la mia solidarietà alle povere femmine che lo fanno da sempre; e, in quanto ai miei simili, torno a chiedermi: ma quando è cominciata questa moda? Chi è quel fesso che l’ha cominciata, e perché si propaga?

depilazione...


John Dowland
Giuliano 1 novembre 2006
Ho un po’ il dente avvelenato con Fabio Fazio, ma sabato sera mi ha fatto un gran bel regalo, facendo una di quelle cose che in tv sono diventate spaventosamente rare. E’ vero che Fazio invita sempre personaggi che hanno qualcosa a cui far pubblicità, e che a tutti dice che sono dei grandissimi artisti (non grandi, ma grandissimi John Dowlande straordinari tutti): ma stavolta, grazie a Sting, è successo un piccolo miracolo. Il miracolo è che si è parlato per mezz’ora, in tv e in prima serata, di John Dowland. Dowland è uno dei più grandi musicisti di tutti i tempi, ma – a parte l’Inghilterra – è anche uno dei meno conosciuti. Perciò ne approfitto subito, e – visto che è una notizia d’attualità – torno per un momento ai miei argomenti preferiti.
Dowland è contemporaneo di Shakespeare e di Cervantes. Nasce in Inghilterra nel 1562, ma poi gira tutta l’Europa (è sempre straordinario vedere come la gente si muovesse così tanto anche in quei secoli lontani, senza aerei né automobili ma a piedi e a cavallo...), ed è a contatto con tutti i più grandi musicisti del suo tempo. Dowland è nella storia delle musica per le sue “infinite variazioni sulla melancolia”, ovvero le composizioni intitolate “Lachrymae”, per complesso di viole; ma il suo strumento era il liuto, che è un antenato della chitarra, e molte sue composizioni sono per liuto e per voce. Non la voce dei cantanti d’opera come la pensiamo oggi, una vocalità che è ancora molto lontana nel tempo, ma una voce per cantare in piccoli ambienti, molto intima e simile a quella dei cantanti del 900 e di questo inizio secolo. E’ per questo che Sting le può cantare, e da quel poco che ho ascoltato le canta benissimo, con grande stile e personalità.
L’unica cosa che mi è dispiaciuta, di quella chiacchierata tra Sting e Fazio, è che non si è mai fatto il nome di Claudio Monteverdi, che è ancora più importante di Dowland e che ha la sua stessa età (1567-1643): visto che Dowland è stato anche in Italia, è più che probabile che si siano incontrati e scambiati qualche parere. I testi delle canzoni di Dowland sono molto belli, ed è molto bello anche come Dowland li mette in musica; però sono tutti in inglese, l’inglese elisabettiano, e questo su Stile Libero crea qualche problema. Perciò per oggi scelgo Monteverdi, in una delle sue “canzoni” più famose (e se volete ascoltare le meraviglie che ne ha tratto Monteverdi, vi consiglio il cd con l’edizione diretta da Rinaldo Alessandrini).

Hor che 'l ciel e la terra e 'l vento tace,
Stinge le fere e gli augelli il sonno affrena,
notte il carro stellato in giro mena,
e nel suo letto il mar senz'onda giace.
Veglio, penso, ardo, piango; e chi mi sface,
sempre m'è innanzi per mia dolce pena:
guerra è il mio stato, d'ira e di duol piena;
e sol di lei pensando ho qualche pace.
Così sol d'una chiara fonte viva
move il dolce e l'amaro ond'io mi pasco:
una man sola mi risana e punge:
e perchè il mio martir non giunga a riva,
mille volte il dì moro, e mille nasco,
tanto della salute mia son lunge.
Francesco Petrarca, Rime - Claudio Monteverdi, Ottavo Libro dei Madrigali.

Striscia la notizia? E’ una boiata pazzesca
Giuliano 30 ottobre 2006
Fotogramma da L’ultimo è stato Tremonti, giovedì scorso: ha fatto una battuta sulla trasmissione alla quale era stato invitato e Michele Santoro, giustamente, lo ha ringraziato. Perché Tremonti aveva paragonato il lavoro di Santoro e del suo staff alla “Corazzata Potiomkin”, evidentemente conoscendo solo la battuta di Paolo Villaggio nel vecchio film di Fantozzi; invece Santoro sapeva di cosa si stava parlando, e cioè di una pietra miliare nella storia del cinema. Nel 1924, il russo Sergej Eisenstein “inventò” il cinema come lo intendiamo oggi: ogni volta che vediamo uno stacco da un primo piano a un flashback o a una scena d’insieme, anche nella più banale delle fiction televisive, è ad Eisenstein che dobbiamo pensare. Insomma, dire (come fece Fantozzi) che “La corazzata Potiomkin è una boiata pazzesca” è un po’ come quando a scuola si dice “Leopardi e la Divina Commedia, che palle”: e quello era il senso della battuta, come ha spiegato più volte Paolo Villaggio che ne è l’autore.
Ovviamente, non si può pretendere che tutti conoscano la storia del cinema (ma anche Veltroni è caduto nello stesso trabocchetto di Tremonti, più di una volta); però l’episodio mi è tornato in mente l’altro ieri, quando ho letto su un giornale che Michelle Hunziker, a “Striscia la notizia”, prende amabilmente in giro il nome del paese dove abito. Sia ben chiaro: il paese dove abito non ha nulla di particolare e lo si può ben prender in giro, figuriamoci quanto mi interessa. Però ha una rima particolare, di quelle che da sempre vanno a ripescare i comici quando non hanno più nulla da dire e cercano disperatamente di far ridere ancora una volta. Un paio d’anni fa anch’io mi sono divertito a scrivere dei limericks, che appunto si basano sui nomi dei paesi e sulle loro rime: molti paesi (soprattutto quelli che finiscono in “azzo”: Il GabibboCastellazzo, Beregazzo, Comazzo, Lomazzo) si prestano facilmente a rime oscene. Ma è quel tipo di rima che può fare anche un bambino di otto anni: troppo facile, troppo scontata, una noia insomma. Appena mi veniva in mente una rima così la scartavo subito: che gusto c’è? Troppo facile, meglio lasciar perdere e riprovare quando viene un’idea, una qualsiasi ma non quella. Vedere queste battute, e queste rime, riproposte in tv in un programma di grande ascolto è davvero desolante. Negli stessi giorni, causa gli scioperi dei giornalisti, sono anche riemersi dei film di Totò: è una grande lezione vedere, anche dopo 50 anni, come Totò affrontava le oscenità e le banalità. Non schivandole, ma ricamandoci sopra dei veri e propri capolavori, in questo aiutato da una schiera di grandi autori che lavoravano per lui, e che oggi non ci sono più.
Oggi c’è Antonio Ricci, del quale nessuno può dir male. Ricci è diventato uno dei maitre à penser del nostro tempo, forse il più grande: è per questo che mi permetto, e mi sembra ben giusto, di far mio il messaggio di Fantozzi e di proclamare a gran voce (beh, non ho mai avuto una gran voce: faccio quello che posso) che “Striscia la notizia” è una boiata pazzesca, ma di quelle enormi.

PS1: Più sopra, ho scritto che ho letto la notizia su un giornale: è vero, perché io da 30 anni appena appare in tv Ezio Greggio cerco di cambiar canale. Purtroppo, non sempre mi è possibile farlo.

PS2: la battuta storica sul paese dove abito è di origine ferroviaria: “chi scende Lomazzo, chi sale lo strozzo”. Come si può notare, è una battuta molto antica, che non comprende la parola che piace sottolineare a Ricci e alla Hunziker. Non per censura, credo: ma perché “cazzo” è una parola napoletana, e quando nacquero le Ferrovie, cent’anni fa, nel comasco di napoletani ce ne erano ancora pochi e le parole usate per denominare il membro maschile erano altre. Ma questo è un argomento noioso, per affrontarlo ci vorrebbe Dario Fo, o magari il professor Tullio De Mauro; perciò passo e chiudo e mi fermo qui, che ne ho già parlato fin troppo.

L’eredità di Cipputi
Giuliano 27 ottobre 2006
CipputiDevo dire che mi fa sempre una certa impressione sentir parlare degli operai al passato, come se gli operai si fossero estinti tanti anni fa. E’ ben vero che oggi ci sono macchine e impianti che richiedono molta meno manodopera rispetto al passato, e che i computer sono dappertutto; ma ci sarà sempre bisogno di chi scava buche nelle strade, tira su i muri, salda i tubi, mette giù le pavimentazioni, stura i pozzi neri. E’ di poche settimane fa la copertina dell’Espresso (con relativa inchiesta) su come avviene la raccolta dei pomodori in Puglia, ed è di pochi giorni fa l’ennesima spaventosa statistica sulle “morti bianche” nei cantieri e nei posti di lavoro tutti. Ed ecco che vedo il nuovo numero di Golem, la rivista on line di Umberto Eco e di Furio Colombo, dedicare il nuovo numero a “L’eredità di Cipputi”, come se il personaggio di Altan fosse una cosa passata. Con un titolo così, mi affiorano subito alla mente tutti i luoghi comuni su “certa sinistra”, e me ne dispiace molto perché si tratta di persone che amo e che stimo, ma che evidentemente (ci metto anche D’Alema) con gli operai hanno avuto ben poco a che fare nella loro vita. Forse, ne hanno visto qualcuno di lontano; forse, a qualcuno avranno perfino stretto la mano.
Già il fatto di chiamare “Cipputi” l’operaio indica la lontananza di chi scrive da questo mondo. Il nostro Altan di operai ne ha disegnati tanti, ma proprio tanti: Cipputi è solo uno dei cognomi che ha usato nelle sue vignette. Ho una vera passione per i cognomi e la loro storia, ma un Cipputi non l’ho mai incontrato. E’ un cognome che non ho mai sentito, penso che Altan se lo sia inventato per puro divertimento, imitando o storpiando il suono del nome di qualche suo amico.
Per me, gli operai si chiamano Antonio, Giuseppe, Antonello, Carlo, Lorenzo, Salvatore; magari si chiamano Orlando, come mio padre. Io so cosa vuol dire alzarsi alle 5 del mattino per andare in fabbrica, so come ci si sente dopo 15 anni di turni di notte, non ho voglia di scherzare o di scrivere dotti e brillanti articoli sulla condizione degli operai: anche se è una cosa più che possibile, oggi non ne ho proprio voglia. Men che meno ho voglia di pensare agli operai al passato, dopo la Legge Biagi e le altre leggi precedenti che hanno reso precario il lavoro. Soprattutto non ne ho voglia oggi, perché sono appena venuto a sapere di un altro incidente sul lavoro, l’ennesimo di un’infinita serie – ma tanto sono sempre i figli degli altri, i padri degli altri, i mariti degli altri a lasciarci le penne, poveri disgraziati che pena, magari sbandando con la macchina alle sei del mattino uscendo dalla fabbrica (che poi non rientri neanche nelle statistiche, sai che roba).

Cipputi


Libbero
Giuliano 23 ottobre 2006
Una delle differenze più evidenti tra destra e sinistra, in questo paese, è nella capacità di comunicare. Non c’è partita: loro sono molto più bravi, più efficienti, perfino più precisi e puntuali. Quando gli serve e dove gli serve, si intende: precisi nel sottolineare i nostri difetti, puntuali nel tacere i loro e creare schermi mediatici su quanto  Prodi e berlusconidi positivo facciamo noi. Ma queste sono sottigliezze, e comunque se ne può parlare in un altro momento, così come ad un altro momento si può rimandare la questione fondamentale se davvero in Italia ci siano una destra e una sinistra (la risposta è no: abbiamo i neofascisti e il partito di Berlusconi da una parte, e dall’altra una riedizione dei governi Dc degli anni 70-80).
Non è detto che a una migliore comunicazione corrispondano contenuti migliori: e anche questo si dovrebbe sapere, ma non bisogna mai dare niente per scontato e perciò lo scrivo bene in chiaro. Per esempio, negli anni passati è stata fatta passare l’idea che l’Italia abbia assoluto bisogno del federalismo e della devolution, idea che è stata ripetuta e fatta propria anche da sinistra. Qualcosa di vero c’è e lo vedo: la verità però è che l’Italia avrebbe bisogno di amministratori competenti e onesti (tutte e due le cose insieme), dopo di che andrebbe bene anche essere governati via fax dal Gran Mogol o dall’imperatore del Giappone – ma passi. Di questo, e soprattutto di questo, si è parlato molto in questi ultimi anni; si è invece passato sopra, con grande disinvoltura, al conflitto di interessi e alle scandalose dichiarazioni di Berlusconi sulla legittimità di non pagare le tasse, per dire solo le due prime cose che mi vengono in mente.
Come sarebbe stato bello, per esempio, vedere il Parlamento bloccato per due giorni a discutere degli incidenti sul lavoro, con l’opposizione a incalzare e i ministri a rispondere e a impegnarsi; invece questa cosa è stata fatta sull’affare Telecom, con i risultati penosi che ben sappiamo. Questi sono i miracoli della propaganda, così come lo è l’andare in giro a chiedere cosa vuol sentirsi dire la gente per poi metterlo nei programmi. Se mio padre avesse governato così in casa mia, prima chiedendo il parere ai figli e poi facendo debiti per accontentarli, anch’io oggi sarei ancora impegnato a pagare i debiti, come sta facendo l’Italia post berlusconica (post? speriamo...).
Far passare gli insuccessi per successi è molto umano, e questo al di là delle strategie di mercato tanto care nell’ambiente di Forzitalia. E’ umano perché prendere atto dei propri fallimenti aiuta sì a crescere e a migliorare, ma fa anche star male e alle volte è difficile tirarsi fuori da questi pensieri quando li cominci, specialmente a 40 anni: meglio non pensarci e dar la colpa ai comunisti, agli arbitri venduti, o magari agli immigrati. A questi miracoli della comunicazione corrispondono i miracoli all’incontrario della sinistra, come le tante sciagurate campagne pubblicitarie alle quali abbiamo assistito. A queste si potrebbe ovviare cambiando i pubblicitari (si Peppone e Don Camillopuò? non è che poi si vendicano?) ; non si può invece ovviare a un altro nostro difetto, che è quello di non avere le fette di salame sugli occhi. Noi li vediamo, i difetti dei nostri: e ne parliamo.
Ebbene, sì: l’onestà è un difetto. Noi non siamo innamorati di Prodi, tantomeno di d’Alema e di Rutelli. Al massimo della nostra passione, possiamo dire che Fassino è una brava persona. Tutt’altra cosa da quel che capita a destra, dove c’è un culto della personalità che neanche Peppone e don Camillo, dove il ducismo regna sovrano e dove non si può neanche dire che Berlusconi è calvo e ha 70 anni perché gli innamorati, si sa, diventano subito violenti.
E’ per questi “miracoli” che poi mi tocca sentir dire che Rai3 è “militarizzata dalla sinistra” o che Repubblica è schierata e faziosa (schierata magari sì, faziosa proprio non direi: se fosse faziosa sceglierei subito un altro giornale), e tutto questo mentre a destra (ammesso che il partito di Berlusconi sia una destra) esistono cose come Libero e Il Giornale, o il tgcom di Liguori e il tg4 di Fede. “Libero” è il giornale che dopo l’elezione di Napolitano fece un titolo sul “comunista con il pannolone”, per intenderci: spiace riportare l’espressione, ma almeno so di essermi spiegato a sufficienza. Sugli altri titoli sorvolo, perché lo spazio non basterebbe; e del resto basta che passiate domani mattina in edicola per averne un’idea.
E noi qui, a discutere e darci addosso gli uni con gli altri. Per esempio, i candidati ministri dell’Economia di Prodi erano Monti o Padoa Schioppa: che fosse l’uno o l’altro, il contenuto della Finanziaria sarebbe stato questo, ed era chiaro fin dal principio. Ovvio che si possa discutere dei singoli provvedimenti, altrettanto ovvio che non si possa scaricare in eterno la voragine del debito pubblico sui nostri figli e nipoti. Prima o poi qualcuno dovrà pagarlo, questo debito dell’Italia: spero che non siano i miei, di nipoti – nel qual caso preferisco fare un po’ di sacrifici io, così come mio padre li fece per me. Ma questi concetti, nella prima pagina di Libero, non li troverete mai.

Affioramenti, n.2
Giuliano 18 ottobre 2006
« Ma non lo hai ancora imparato, che il Corriere si comincia a leggere dall’ultima pagina?» – mi dice il Molignoni, subito dopo avermi chiesto se poteva leggere il quotidiano che avevo portato a scuola. A quel tempo, 30 anni fa, il Corriere della Sera metteva le pagine sportive in fondo al giornale: aprendo dall’ultima pagina, il mio amico poteva trovare subito le notizie sull’Inter, che era l’unica cosa che a lui interessava. Il biondo Molignoni, un “laghé” alto e robusto, era un tipo simpatico e il giornale gliel’avevo lasciato volentieri. A quel tempo, e anche dopo, questi episodi li trovavo simpatici. Fa parte dell’essere “popolo”, questa passione per il calcio (e per le macchine, e per le donne “basta che respirano”...), un’antica e simpatica tradizione ben radicata. Una cultura oltretutto messa in minoranza, in quegli anni, dal mito dell’impegno civile e della politica attiva. Non avrei mai creduto che questa cultura “bassa” avrebbe preso il potere, come invece è successo. I ragionamenti che allora facevano in pubblico solo “gli operai ignoranti”, magari al bar, li ho poi sentiti fare largamente da ministri e leader politici, e anche da opinionisti in tv e sui giornali. Per dire: il ragionamento della Fallaci, quelli tipo “non tutti gli islamici sono terroristi ma tutti i terroristi sono islamici” (magari fosse vero! e l’IRA, e L’ETA ? ) è proprio un ragionamento da osteria, così come “da osteria” è anche dire e ripetere ossessivamente “non esiste un islam moderato” (da che mondo è mondo, la gente vuol solo stare tranquilla e tirar su i figli in santa pace, in tutto il mondo...). Io, nella mia ingenuità, pensavo che il compito delle persone istruite e dei leader politici fosse di aiutare gli incolti a ragionare, non il contrario... Potrei fare altri esempi, oltre a questo dell’islam moderato ( e se ascoltassero i discorsi del Papa, questi cristiani che vogliono difendere le nostre radici?), ma preferisco fermarmi qui e chiudere. Però questo “affioramento” della mia memoria adesso è sistemato, almeno credo, e per un po’ mi lascerà in pace. Di altri non è il caso di parlare qui, e perciò ve li risparmio, anche in ossequio al fatto che questo è pur sempre un sito politico e che non bisogna esagerare troppo col personale, come si diceva una volta (bei tempi, che eravamo tutti molto più giovani!).



Affioramenti, n. 1
Giuliano 15 ottobre 2006
Una volta avevo un’amica biologa, una Dottoressa di quelle vere, per di più ricercatrice in un centro importante. Chiacchierando con lei, le avevo accennato le mie vicissitudini con il “controllo qualità” e con le normative Iso 9000, le stesse che ho raccontato qui negli anni scorsi e che sono ancora in archivio. Non solo la mia amica Dottoressa non si è stupita dei miei racconti, ma mi ha anche confermato che sono cose frequenti, e che non capitano solo nelle ditte medio-piccole, anzi. Ovviamente, il suo posto di lavoro, non essendo una fabbrica e non facendo produzione, era fuori da queste storie; ma mi aveva raccontato di una sua amica, anche lei biologa, che lavorava per un’importante azienda cosmetica. Il suo compito era quello di controllare le materie prime e redigere i certificati della produzione: ma senza strumenti. Nel suo ufficio (appunto, un ufficio e non un laboratorio...) c’era solo la scrivania, un computer, una stampante e poco altro. La dottoressa era diventata bravissima a compilare certificati senza aver fatto le analisi: “Cosa vuoi farci, - diceva – lo stipendio è buono, dove lo trovo un altro posto così?”

Detto che per inventarsi le analisi bisogna essere molto bravi (non è uno scherzo, è la verità: io ero diventato mio malgrado un maestro, e mi piacerebbe poterlo scrivere nel mio curriculum), questo è proprio il genere di cose che può capire solo chi ha lavorato. Chi ha vissuto queste cose, intendo: sulla propria pelle o su quella degli altri, persone a noi vicine. Mi è tornato in mente, imperiosamente, questo ricordo: proprio mentre scoppiava in Germania l’ennesimo scandalo su alimenti deteriorati che erano regolarmente in commercio. Lo scandalo tedesco riguardava la carne, e perciò fa particolarmente senso (la maggior parte andava ai ristoranti...), ma in Italia abbiamo avuto un po’ di tutto, in questi anni, e non possiamo dare lezioni né tanto meno essere felici del fatto che queste cose accadano anche altrove (un atteggiamento questo particolarmente da fessi, che purtroppo riscontro spesso anche in ambienti colti...).

Mi è affiorato questo ricordo, dicevo, e me lo porto in giro da qualche tempo – non so nemmeno io perché. Lo scrivo qui sperando che per un po’ se ne torni sott’acqua, anche perché non ho bisogno di ricordarmelo, non era affatto rimosso. E’ un fenomeno che capita spesso, questo degli affioramenti improvvisi di ricordi, volti, fatti; è così comune che non varrebbe nemmeno la pena di parlarne, eppure è uno dei nostri argomenti di conversazione preferiti. Di quelli con cui di solito affliggiamo le persone che ci stanno vicine, per intenderci: alle quali non importa nulla, di solito, di questi nostri affioramenti. E’ per questo che la mia serie si fermerà a due: il prossimo, a domani.



Povero Mozart
Giuliano 13 ottobre 2006
Locandina dell'IdomeneoNon so se avete letto la cronaca dell’Idomeneo di Mozart sospeso a Bonn perché il regista aveva messo in scena la decapitazione di Maometto, e anche quella di Buddha e Cristo. Siccome so che gli appassionati d’opera sono rimasti in pochi, riassumo la vicenda (per chi non sa ne nulla) nella maniera più semplice possibile: con l’Idomeneo di Mozart, Buddha Cristo e Maometto non c’entrano una beata mazza. Chiedo scusa per la volgarità dell’esposizione, ma penso che così il concetto sia ben chiaro, e mi stupisce che perfino un grande musicista come Daniel Barenboim (in prima pagina su Repubblica) perda del tempo a difendere questa cosa : si tratta infatti dell’ennesima fetecchia inventata da pessimi registi e da sovrintendenti convinti che il teatro d’opera sia una cosa vecchia e vada ammodernata, che se no ci si annoia. Gli allestimenti trasgressivi sono la norma, anche se sembrerebbe una contraddizione: mai che si possa vedere una Traviata o un Don Giovanni così come sono stati pensati, che tristezza. L’anno scorso ho letto di una Traviata che diventava Lady Diana, e la scenografia era un immenso parabrezza d’automobile: sai che allegria...
Però mondo dell’islam è ben presente nell’Opera: ai tempi di Mozart, per esempio, i Turchi erano ancora ben potenti e ben presenti, e meno di cent’anni prima della sua nascita erano arrivati ad un passo dal prendersi anche Vienna. Mozart ne accenna nel “Ratto dal serraglio”, una commedia (con musica meravigliosa, una delle cose più belle e solari di Mozart) dove un giovane va a salvare la sua innamorata dall’harem di un Sultano: ma il Sultano gliel’ha trattata bene, e anzi si dimostrerà magnanimo e illuminato. Poi c’è Rossini, che nel primo 800 dedicherà due opere ai Turchi: “L’Italiana in Algeri”, un’allegra farsa che si sarebbe meritata la presenza di Totò dove il bey di Algeri è un gran somaro (grande parte per un basso comico), e “il Turco in Italia”, una commedia brillante dove il Turco è un gran signore e il gran somaro è il marito (italiano) di una signora piuttosto allegra. Di Rossini c’è anche un Maometto II (L’assedio di Corinto), ma si tratta di un personaggio storico e non di un profeta.
Ci sono i luoghi comuni che tutti possiamo immaginare: la poligamia, il divieto di bere alcool, gli eunuchi e le impalazioni, le gag dei film di Totò per l’appunto. Non so se i “turchi” di oggi potrebbero offendersi: spero di no, perché in ogni caso le censure sul teatro e sui libri sono cose tristissime. Una cosa tristissima però è anche avere a che fare con certi allestimenti: una volta andavano di gran moda i nazisti, che spuntavano dappertutto, poi è stato il turno dei gangster (Rigoletto tra i gangsters, Lucia di Lammermoor nel terzo Reich...), e di recente ho letto di una Tosca che non vive più a Roma ma sul lago di Como, e di un Nabucco che era da vedere solo perché il protagonista arrivava in scena su un autentico cavallo: mah, portiamo pazienza. Chissà, forse Mozart si sarebbe divertito; e quanto a Rossini, “vengan danari, al resto son qua io”.
Max Bignens

“Scemo scemo”
Giuliano 9 ottobre 2006
Avevo del tempo da perdere, la settimana scorsa, e così mi sono guardato un po’ degli interventi alla Camera nel dibattito sul “caso telecom”: un dibattito richiesto in maniera pressante dal centrodestra, come sappiamo. Non ce l’ho fatta invece a reggere la replica di giovedì al Senato, e per ottime ragioni ho lasciato perdere e ho anche cercato di evitare, per quanto mi è stato possibile, commenti e filmati.
Non entro nel merito della discussione sul “caso Rovati-Prodi-Tronchetti Provera”, anche perché per cominciare a capirci davvero qualcosa ci vorrebbe una laurea alla Bocconi e una notevole esperienza (e memoria). Entro però nel merito del dibattito, che è stato desolante. Della Telecom, cioè del presente e del futuro di una delle principali aziende del Paese, si è parlato pochissimo: Pinocchiosoltanto Franco Giordano di Rifondazione Comunista ha finalmente nominato i lavoratori dell’azienda e anche gli utenti del servizio (me compreso, quindi); e anche l’intervento della Lega Nord, sia pure in modo scombinato, era abbastanza in tema. Prodi aveva detto, più o meno, quello che tutti aspettavamo che dicesse, e che del resto aveva già ampiamente detto nei giorni precedenti; e, alla fine del dibattito, quando i pezzi grossi avevano finito e stavano parlando i rappresentanti dei piccoli partiti, l’aula era desolatamente vuota, deserta come sempre.
Sono rimasto invece triste e sconsolato davanti all’intervento di Tremonti e a quello di Fini. Tremonti è stato brillante, e si è ben meritato l’applauso dei suoi. Un bel numero d’alta scuola, e mi complimento anch’io: ma cosa c’entrava con il futuro della Telecom e delle telecomunicazioni italiane? E’ stato tutto un attacco personalissimo a Prodi, una cosa quindi noiosissima (ad onta della brillantezza dell’esposizione) e, soprattutto, inutile. Il Parlamento Italiano ha perso due giorni, con tutto quello che c’è da fare, solo per consentire alla “casa delle libertà” di fare il suo show contro Prodi: ne valeva la pena? Tremonti e i suoi ( mi piacerebbe poter riportare il testo dell’intervento) si sono comportati come quei “monelli” d’altri tempi che per passare le serate tiravano i sassi sulle finestre e, quando infine l’inquilino usciva, gli gridavano “scemo scemo” tanto per il gusto di farlo. In queste condizioni, non importa nulla di quello che dice la “vittima” dello scherzo: l’unico scopo del farlo uscire è tirarlo fuori e gridargli che è scemo, e tanto basta. Ognuno si diverte come può, e pazienza: è un peccato però che il Parlamento si fermi per queste scemenze, tanto più dopo aver visto la Lega Nord che mi fa rimangiare, con l’ennesimo inutile show, quel che di buono potevo aver pensato l’altro giorno (la storia dei burattini di Pinocchio ormai è vecchiotta). La mia conclusione, dopo tanto parlare per niente, è rimasta quella che avevo all’inizio: se anche Prodi e D’Alema avevano qualche progetto su Telecom, mi sembra ben poca cosa dopo i 5 anni di leggi Gasparri e dintorni che ben sappiamo. Insomma, una gran perdita di tempo; io sono un utente Telecom e la discussione mi interessa, ma se viene fatta così mi viene di dar ragione a Prodi: “discutere di queste cose in Parlamento? ma siamo matti...”

Erudizione e umanesimo
Giuliano 2 ototbre 2006
« Il DNA si presenta in lunghissimi filamenti e forma i famosi cromosomi, che sono i segmenti di DNA presenti all’interno del nucleo di ogni cellula. I cromosomi sono uguali in tutte le cellule di un individuo e sono caratteristici di quell’individuo particolare. (...) Le unità che compongono i cromosomi sono in numero elevatissimo ma possono essere solo di 4 tipi: A, G, C e T. La catena del DNALe lettere si usano per comodità, e sono le iniziali di quattro composti chimici semplici e ben noti: Adenina, Guanina, Citosina, Timina. A e G sono della classe di sostanze chiamate “purine”, cui appartengono ad esempio anche la caffeina e l’acido urico; C e T sono delle “pirimidine”, molecole un po’ più piccole: la vitamina B1 è un derivato della pirimidina. Hanno tutte un comportamento chimico di alcali, o basi (l’opposto di acidi) e vengono perciò chiamate anche semplicemente “basi”. Ogni base è attaccata a una molecola di zucchero, il Desossiribosio (dal quale viene la D di DNA). La struttura generale di un filamento di DNA è molto semplice: lo scheletro è formato da un’alternanza regolare di acido fosforico e di un desossiribosio. Indicando con il simbolo P l’acido fosforico e con D lo zucchero, lo scheletro del DNA è quindi: ...-P-D-P -D-P-D-P-D-... Ad ogni zucchero D è attaccata una base, A C G o T, in una certa sequenza, che è diversa e caratteristica di ogni segmento di DNA (...)»
Ho preso questa spiegazione da un bel libro del genetista Luca Cavalli Sforza (“Chi siamo – Storia della diversità umana”, capitolo quarto), che è anche un ottimo divulgatore scientifico.
Il che vuol dire che questo brano è stato scritto nella maniera più semplice e chiara possibile. Nonostante tutto, voi non ci avete capito niente lo stesso? Beh, è normale se non avete studiato almeno un po’ di chimica: che è quello che capita alla stragrande maggioranza degli italiani.
Eppure queste sono le basi per poter iniziare un qualsiasi discorso sulle cellule staminali, per esempio, o sugli OGM, o su un altro degli argomenti che tanto turbano le nostre coscienze di questi tempi. Mancando queste elementari conoscenze di chimica (si studiano a 16-17 anni, alle superiori), è praticamente impossibile affrontare l’argomento.
Beh, succede: si può parlare di Hiroshima anche senza avere nozioni di fisica nucleare, per intenderci, o di fede senza avere nozioni di teologia. Lo facciamo tutti i giorni, si va un po’ a tentoni ma ci può stare. La cosa che però mi sconvolge è questa: che io ho studiato poco e male, trent’anni fa, queste nozioni – poco e male non per colpa degli insegnanti ma per colpa mia, a dirla tutta. Ma queste quattro cose che ho appreso e poi anche messo in pratica, cioè conoscere la tavola periodica di Mendeleev e sapere che cos’è un amminoacido, mi mettono in posizione di grande competenza rispetto al 95% delle persone che incontro o che sento discutere in tv o sui giornali o in Parlamento di questi argomenti. E’ una cosa che davvero mi sgomenta: io competente in qualcosa? Penso a quel ragazzo che ero trent’anni fa, ringrazio almeno un po’ il destino di avermi fatto prendere il diploma di perito chimico invece di andare al classico come la Moratti, ma non è che la cosa mi consoli molto e mi piacerebbe tanto avere, almeno in Parlamento a stendere le leggi, qualche persona capace di leggere quello che ha scritto Cavalli Sforza senza farsi venire il mal di testa. So già che non è possibile, ma pazienza: il mondo andrà avanti lo stesso, ma nella direzione che vogliono le multinazionali e i nipoti del dottor Stranamore.

L’uomo di plastica
Giuliano 29 settembre 2006
Nel 1860 due scienziati russi, Borodin e Mendeleev, si recano ad un congresso di chimici in Germania, a Karlsruhe. Il primo rimarrà famoso non per la chimica ma per un suo hobby: la musica. Le “danze polovesiane” di Borodin, dall’opera “Il Tavola periodicaprincipe Igor”, sono ancora oggi famosissime, usate e abusate anche nei film e dalla pubblicità: sono gli scherzi che riserva il destino. Invece Mendeleev ( si pronuncia Mendeleyeff), proprio a partire da quel convegno dove si tentò di mettere ordine alle prime e un po’ caotiche scoperte, cominciò a lavorare sulle relazioni esistenti tra gli elementi chimici fino ad allora noti, e nel 1869 elaborò (si dice grazie ad un sogno, come capita spesso in questi casi) la famosa tavola degli elementi, il Sistema Periodico dove tutti i “mattoni fondamentali” della materia sono disposti secondo un ordine perfetto, che è poi l’ordine del creato. Nella tabella stesa da Mendeleev c’erano molte caselle vuote: si sarebbero riempite negli anni successivi, con la scoperta degli elementi (gas e minerali) mancanti. Era stato così portato alla luce uno dei grandi segreti della Natura, o del Creato se preferite. L’intuizione di Mendeleev permise le sensazionali scoperte fatte nei 50 anni seguenti, e permise la vera nascita dell’industria chimica e farmaceutica: adesso era possibile produrre, nella quantità e nella purezza volute, ogni tipo di composto. Così come la scoperta dell’alfabeto permette di leggere e scrivere, grazie al Sistema Periodico siamo arrivati, per citare solo due delle cose più clamorose, alla plastica e alla bomba atomica. Due cose che in natura non c’erano, e che non ci sarebbero mai state senza l’intervento umano.
Oggi leggiamo di un’altra sensazionale scoperta, la decifrazione del genoma umano. La scoperta della struttura della molecola del DNA risale agli anni 50, con relativo Premio Nobel 1962 agli scienziati Crick, Watson e Wilkins. Oggi abbiamo tutte le lettere dell’alfabeto del nostro corpo, così come grazie alla Tavola Periodica degli Elementi abbiamo avuto tutte le lettere dell’alfabeto della Natura: possiamo smontare e rimontare l’uomo come ci piace, e abbiamo già cominciato a farlo. Quale può essere il futuro? Qualcosa di simile alla plastica negli ultimi cinquant’anni può accadere nel mondo vivente? Avremo accanto a noi, quotidiano e tranquillamente domestico, l’equivalente dell’uomo di plastica, nei prossimi anni? Staremo a vedere; per intanto, come ho già fatto per Natta, non posso non stupirmi nel constatare che il nome di Mendeleev, il Prometeo moderno, è spesso ignoto perfino a chi lavora nell’industria chimica.

Moplen
Giuliano 27 settembre 2006
Giulio NattaNel 1954 il chimico ligure Giulio Natta riesce ad ottenere dei polimeri con struttura geometrica prestabilita: questa scoperta lo porterà a vincere il Premio Nobel nel 1963, insieme al tedesco Karl Ziegler. E’ proprio in questo periodo, i primi anni 60, che Gino Bramieri con la sua faccia simpatica riempie le nostre serate televisive con la pubblicità del Moplen e con uno slogan azzeccato: “Ma signora guardi ben / che sia fatto di Moplen!”. Da allora, secchi catini e mastelli non saranno più fatti di legno o di metallo, ma di plastica: è questo uno dei risultati della scoperta di Natta. E’ anche l’epoca, a metà degli anni ’60, nella quale fanno la loro comparsa i sacchi neri della spazzatura: anch’essi di plastica. Prima, non ce n’era mai stato bisogno.
Non so come facessero nelle città, ma qui da noi i rifiuti di cucina si buttavano nella rudéra, cioè nell’orto, in una buca, a far concime; carta e legno si bruciavano nella stufa, per riscaldare la casa; e i rifiuti metallici erano destinati allo straccivendolo, che li rivendeva all’industria. Insomma, non si buttava via nulla e non c’era bisogno di discariche.
Poi è arrivato il moplen (polipropilene isotattico), e tutte le altre materie plastiche oggi di uso comune: Polivinilcloruro (PVC), polistirolo, polietilentereftalato (PET)... Materie perfette per l’uso, ma anche indistruttibili. Molecole che in natura non c’erano e non ci sarebbero mai state senza l’intervento umano.
Non che prima la plastica non ci fosse: c’era la bakelite, per esempio, con la quale si costruivano le manopole delle radio, i portalampade, e altri piccoli oggetti. Ma la bakelite (o baccalite, dal nome del chimico danese Baekeland) era una resina informe, creta da modellare o poco più. La scoperta di Natta permise di disporre le molecole a piacere, secondo l’uso che ne vogliamo fare. E’ come inanellare le molecole in una collana o in una catenella, di lunghezza teoricamente infinita: da qui la definizione di “polimero isotattico”. Dapprima l’operazione si fa col propilene, che è una piccola molecola gassosa: tante molecoline di propilene messe in fila ad una ad una, proprio come la catenella, in fila come le perline di una collanina, ed è il moplen di Bramieri. Poi via via si fanno cose sempre più complesse, quelle che vediamo tutti i giorni e alle quali ormai abbiamo fatto l’abitudine.
Sull’enciclopedia, Giulio Natta ha tre righe molto smilze. Eppure, dovrebbe essere famoso come Garibaldi: ha influito più lui sulla nostra vita, sicuramente non volendolo, di tanti capi di Stato e filosofi e leader religiosi che si ripromettevano di cambiare il mondo...

L’eresia catara
Giuliano 24 settembre 2996
Benedetto XVI, a Ratisbona, ha fatto un discorso che ha suscitato un vespaio. Ho provato a leggermelo, almeno per quanto ne posso capire (cioè poco): è il discorso di un erudito, di un Professore con la maiuscola, di una persona veramente autorevole. E proprio qui sta il punto, secondo me: hanno ancora un posto, gli eruditi, nella società moderna?
Il Papa parlava di fede e di ragione, di come possano (e debbano) andare congiunte. Ha parlato per quasi un’ora, un discorso lungo e complesso rivolto in gran parte a noi, noi fedeli occidentali e cristiani. Di tutto questo, la maggior parte delle persone non ha capito nulla; e gli ignoranti nel mondo islamico hanno preso le poche parole che sono riusciti a capire, cioè la citazione fatta da Ratzinger dell’imperatore bizantino che nel 1391 parlava dell’islam in termini poco lusinghieri. Il Papa ha fatto quella citazione in chiave storica, per segnalare la distanza che passa tra oggi e quei tempi; ha più volte ribadito, in seguito, che non era quello il suo pensiero ma soltanto una citazione in un discorso molto più ampio e complesso.
Non sto qui a discutere su chi abbia ragione: non serve a nulla, è un discorso molto complesso, se ne è scritto e parlato molto in questi giorni e io non ho la minima competenza in campo teologico. Posso soltanto dire che la reazione di molti (quasi tutti) davanti ai discorsi del Professor Ratzinger (non solo a quest’ultimo) è simile alla reazione di chi viene messo per la prima volta davanti ad un libro di Storia dell’Arte, magari dell’arte ellenica: vi dirà che sono tutti nudi, che ci sono donne e uomini nudi, ed è assolutamente vero, perché Il rogo dei Cataril’arte antica è piena di nudi. Ne sarà contento, o magari penserà che siete dei malvagi maniaci appassionati di pornografia, ma gli sfuggiranno appieno l’essenza del libro e le intenzioni dell’autore – e anche le vostre, che gliel’avete messo davanti.
Un tempo, questa sarebbe stata la reazione di un contadino ignorante, e avrebbe mosso al riso. Oggi di contadini non ce ne sono quasi più, e quelli che ci sono sono istruiti come chiunque altro; purtroppo i mass media hanno ridotto la figura dell’erudito a quella di una macchietta, e ogni volta che si prova a fare un discorso appena un po’ complicato, che sia chimica, economia, teologia o politica, ecco la reazione tipica: “Che palle”. Le “due palle” sono ormai la categoria critica più diffusa, sia che si parli di cinema che di teologia, e “cultura” è diventata una parola impronunciabile. E leggere un libro, o ascoltare un discorso, fino in fondo (dall’inizio alla fine, magari prendendo appunti o cercando qualcosa sull’enciclopedia) è diventata un’impresa improponibile e spesso impossibile. Tutto questo non nasce per caso ma è il risultato di un’educazione ormai quasi trentennale, impartita più che altro dai dj e dalle tv commerciali.
Non so cosa farci, non sono certo io quello che può rimettere a posto questo tempo uscito fuori dai suoi cardini. Posso solo ricordare un antico racconto di un altro antico erudito, un vero pezzo da museo della categoria “due palle ma di quelle grosse”: Luigi Pirandello. Il racconto si intitola “L’eresia càtara”, e parla di un vecchio professore che trova finalmente un’aula dove gli studenti lo stanno a sentire: non fanno chiasso e ascoltano con attenzione, quasi assorti. Passano di lì due studenti, dal corridoio sentono una voce dentro un’aula: aprono delicatamente la porta e trovano il professore che, nella sua profonda miopia, ha scambiato per studenti dei cappotti e altri oggetti accatastati in un’aula vuota. Ma è talmente contento di poter finalmente tenere la sua lezione sul suo argomento preferito, l’eresia dei càtari, che non si accorge di nulla. I due studenti, delicatamente come erano entrati, escono e richiudono la porta, per non intristire inutilmente l’anziano erudito.
Sto forse dicendo che ci sono delle somiglianza tra Papa Ratzinger e l’anziano professore di Pirandello? No, il mio pensiero è un altro e questo racconto è solo una citazione all’interno di esso; ma qui mi fermo per non parlare troppo, anch’io, da solo davanti a un uditorio vuoto.

Prendiamoci in giro, n.3
Giuliano 23 settembre 2006
  • Prima dell’autunno caldo del 1969 (o nel 1848, prima del comunismo?) le fabbriche andavano bene, ma i proventi se li intascavano tutti i “padroni”. Ci sono voluti decenni di scioperi faticosi e morti e galere e dittature per far avere a chi lavora quello che gli spetta. Oggi, il ministro Damiano va a toccare i contratti dei call center e i padroni d’oggi dicono: ci costringerete a spostare posti di lavoro altrove. Dal punto di vista teorico, non fa una grinza; dal punto di vista umano è una vera schifezza, per tacere di quello che dovrebbe essere il punto di vista di un Cristiano vero. Bisognerebbe vergognarsi a fare questi discorsi, anche perché le stesse aziende spendono senza fare una piega miliardi (di euro) in pubblicità insistenti e fastidiose, ma poi ritengono il personale un costo da tagliare. Ma così va il mondo, da sempre: la differenza è che oggi sono tornati a vantarsene.
  • D’Alema dice che è un’idea aberrante la pensione a 57 anni. Spero di aver capito male, spero che D’Alema abbia detto qualcosa in più: magari che lui (o un parlamentare, un avvocato, un notaio) può ben lavorare fino a 80 anni, come Ciampi e Napolitano; ma che per un operaio o un muratore o un minatore le cose sono diverse. Altri lo hanno detto, e anche questa è una cosa ovvia, così ovvia che mi vergogno a scriverla ancora. (Ma D’Alema è mai stato di sinistra?)
  • In Europa le decisioni vengono prese dai liberisti, da sempre. E’ per questo che ci dicono tutti i giorni che bisogna risparmiare sul welfare e sulle pensioni: per i liberisti è un dogma ben conculcato. Mai che ti dicano che bisogna risparmiare in altri settori... E’ vero che la sanità costa, ed è vero che il welfare costa; ma è meglio spendere per fare un’ecografia o una tac che fare lunghe degenze ed operazioni devastanti dopo. E’ anche meglio dare soldi “a vuoto” a un padre di famiglia per consertirgli di far studiare i figli piuttosto che spendere il triplo dopo per combattere la delinquenza. Trovo che siano ben spesi anche i soldi per la scuola, per l’istruzione: a patto che gli insegnanti siano bravi e non siano lì a scaldare la cattedra. (Sarebbe ora che i ragionieri tornassero a fare i ragionieri: penso che ne sarebbero contenti, se in giro ci fossero dei politici veri.) o, il nove non lo metto: otto punti bastano. Gli argomenti sono tanti ma il concetto mi sembra già abbastanza chiaro, e mi fermo qui. Tanto, di chiacchiere in giro ce ne sono già fin troppe...

Prendiamoci in giro, n.2
Giuliano 21 settembre 2006
Proseguo nel mio discorso di ieri, sempre alla scoperta dell’acqua calda.
    poliziotti
  • Combattere la delinquenza costa. Costa un sacco di soldi: la delinquenza la combattono i carabinieri, la polizia, la finanza. Con quali soldi vengono pagati i carabinieri? Con le tasse, come sanno tutti. E’ quindi inutile star lì a discutere se i delinquenti sono immigrati o se sono di qui: in ogni caso bisogna combatterli. E per combatterli servirebbe, magari, il famoso poliziotto di quartiere. Dirlo è facile, facilissimo: altro è spiegare nel dettaglio che, per pagare il poliziotto di quartiere (almeno quattro: uno per turno, e uno al centralino – a tacer delle ferie e della malattia che richiedono altro personale...), bisognerebbe che i cittadini pagassero una tassa apposita. Perché, sbarco a Lampedusaoltretutto, il personale va addestrato (altro costo non da poco), e va anche pagato bene perché non si può mandare qualcuno a rischiare la vita per quattro soldarelli. Questo è il punto, e il resto sono tutte chiacchiere da salotto.
  • Gli immigrati diminuiscono oppure aumentano: colpa del governo? merito del governo? A me sembra che i governi non c’entrino molto: c’entra, e molto, la Storia. Prima del 1989 dell’Albania non sapevamo niente: per quanto ci riguardava poteva essere una regione dell’Indonesia o dell’Africa Nera, non trapelava nulla e non se ne parlava mai. Dopo, con il crollo del regime, migliaia di albanesi si sono riversati qui: erano i primi anni 90. Oggi gli albanesi che volevano venire in Italia ci sono già venuti, gli altri si appoggiano ai parenti che sono già qui; lo stesso discorso si può fare per gli ex jugoslavi, dieci anni fa. Insomma, di gommoni dall’altra riva dell’Adriatico adesso non ne arrivano più, ma non c’entrano nulla i nostri governi. Oggi arrivano i disperati dal Sud del mondo, rischiando la vita e spesso perdendola: qualcuno è davvero disposto a pensare che prima di partire prendano in esame le nostre leggi, per vedere se sono più o meno dure e se gli conviene venire in Italia o andare altrove?


Prendiamoci in giro, n.1
Giuliano 20 settembre 2006
Penso che capiti a molti: si ascoltano gli interminabili dibattiti tra politici, con relative code velenose e polemiche, e viene da sbuffare. Già, perché i problemi sono sempre quelli, da decenni (il debito pubblico!), quasi sempre le ricchissimidecisioni sono obbligate, e perché, insomma, sarebbe ora di smetterla di prenderci in giro. E’ per questo che oggi mi sono deciso a mettere giù alcune riflessioni, con l’avvertenza (se proprio volete perdere tempo a leggerle) che si tratta di qualcosa che sta a metà tra l’invenzione del cavallo e la scoperta dell’acqua calda. (le pensano tutti, nessuno le dice mai...)
  1. Con il debito pubblico che ci portiamo dietro da più di 30 anni, la politica economica è praticamente obbligata: si fa quel che si può. L’importante è non prendersi in giro, magari dicendo che possiamo abbassare le tasse: abbassare le tasse serve solo ai ricchi, come è facile vedere con qualche calcolo elementare (in matematica, le proporzioni le insegnano alle medie). Ma se io potessi pagare qualche milione di tasse, sarei contento: come mi disse un conoscente tanti anni fa, visto che le tasse si pagano in percentuale, se paghi tante tasse vuol dire che hai guadagnato tanto.
  2. La politica estera italiana, dal 1945 ad oggi, la fanno gli USA. Quindi, le nostre missioni militari all’estero o sono obbligate (nel senso che non si può farne a meno, per la nostra sicurezza futura), oppure sono volute dagli americani. A noi rimane il piccolo cabotaggio, qualcosa sul commercio e un po’ di diplomazia: le grandi scelte si fanno altrove, magari non all’ONU ma nelle sedi delle multinazionali...
  3. Il conflitto di interessi non riguarda solo Berlusconi. Lui era un caso colossale (lo è ancora, a dire il vero), ed è per questo che ci siamo scandalizzati tanto, per le sue dimensioni. Ma ce ne sono tanti, di conflitti d’interessi più o meno ben nascosti...


Tre piccole riflessioni sulla professionalità dei nostri giornalisti
Giuliano 15 settembre 2006
Tre piccole riflessioni da semplice lettore, leggendo e guardando qui e là:
  1. Papa Ratzinger fa un discorso quasi da no global, prendendosela (con toni accorati) contro il consumismo e con i cristiani che non sanno più cos’è la Giovanna Melandrispiritualità: non è una sorpresa, e non è nemmeno la prima volta che accade perché anche Giovanni Paolo II ha fatto molti discorsi di questo tono. Poi succede questo: che uno guarda il giornale e trova Michele Serra che fa un commentino caustico e superficiale sul Papa che se la prende con i viveurs e le discoteche, oppure – sui quotidiani – titoloni in prima pagina e nove colonne a caratteri cubitali dove c’è scritto qualcosa di assolutamente banale come “I terroristi sono contro Dio”. Bene, così possiamo saltare a piè pari i rimproveri mossi direttamente a ciascuno di noi per scaricare invece tutta la colpa su quelli là, su quegli altri, gli islamici insomma. A Papa Woytila, ricordo, facevano sempre dire che i poveri hanno bisogno del nostro aiuto... Clemente Mastella
  2. Il ministro Melandri (la nostra Melandri...) entra in fiera polemica con il ministro Mastella: due ministri del governo in carica, insomma. E tutto questo perché, in un programma di intrattenimento, c’è chi ha pensato di intervistare Luciano Moggi, ex manager della Juventus. Sarebbe un classico caso da “ e chi se ne frega”; e, soprattutto, il signore questione non è un assassino o un bancarottiere, al massimo ha taroccato qualche partita di calcio: quindi tutto questo baccano mi sembra davvero esagerato. Oltretutto, i giornalisti (quelli veri) hanno l’obbligo di intervistare anche i criminali, non solo i Moggi, dunque, ma anche i mafiosi e i trafficanti d’armi, e farli parlare. Poi sta a noi, e al giornalista che conduce l’intervista, trarre le conclusioni e porre le domande giuste, durante l’intervista e anche dopo: ma sempre ascoltando. Qui invece si mettono a litigare ministri e si sprecano commenti, sembra che sia successo chissà che cosa, e allora non posso non pensare a quante persone appaiono in tv tutti i giorni e vengono incensate anche se hanno commesso crimini veri e propri o hanno messo in mezzo ad una strada operai e impiegati; e anche a tutte quelle persone (le contessine madre e figlia, le mamme di Mussolini e sorelle di Sofia, le Ripe di Meana ex Lante della Rovere, gli Albano Carrisi...) che appaiono in tv tutti i giorni, anche tre volte al giorno, senza avere assolutamente niente da dire. Quantomeno, il signor Moggi fa discorsi che possono interessare chi si occupa di calcio...
  3. All’edicola, giovedì scorso, mi imbatto in un titolone della Gazzetta dello Sport, che occupa metà della prima pagina per dire ( lo riporto così com’era) “Urca, che Gourcuff!!!” . Detto che Gourcuff è un giovane calciatore del Milan che ha fatto una gran partita, ho pensato subito che al posto di quell’ “urca” probabilmente, in origine, c’era un’altra parola – non dico quale per rispetto. Ai bei tempi, la Gazzetta avrebbe scritto “Gourcuff illumina San Siro”, o qualcosa del genere; poi si è stabilito che titoli così erano vecchiume e avevano stufato e si è passati a questi, che ormai sono la norma. Quando anche questi avranno stufato, o sembreranno banali, prepariamoci al peggio (non oso pensarci, ma accadrà presto). Rifletto solo sulla parola “urca”: non pensavo che fosse ancora in circolazione. Ai miei tempi, la usavano solo i bambini di otto anni; dopo i dieci, ti guardavano male e dovevi passare ad altre interiezioni. Adesso la scopro sulla prima pagina di uno dei giornali più letti e venduti d’Italia: d’accordo, è un eufemismo usato per non dire un’altra parola; ma è pur sempre un’interiezione da bambino di otto anni, e forse è davvero questo il livello raggiunto oggi dai nostri giornalisti (sedicenti) professionisti.


Berlusconi? E’ Pippo Franco in mutande
Giuliano 13 settembre 2006
Noto che Berlusconi ha ripreso parlare, dopo un paio di mesi di quasi silenzio: mesi nei quali ha taciuto anche su vicende che hanno danneggiato il suo Milan, aimg src="pippofranco.jpg" align="left" alt="Pippo Franco e Pamela Prati">nell’immagine e non solo (chissà perché è rimasto zitto: forse Tronchetti Provera ha nel cassetto registrazioni di telefonate anche sue?).
Noto anche che, ogni volta che qualcuno prova a criticare Berlusconi subito si alza una barriera di fuoco e di parole contro lo sventurato. Barriera di parole che, quasi sempre, non prende nemmeno in considerazione gli argomenti portati: si difende Berlusconi perché è Berlusconi, e basta. Si parla di odio: ma perché mai si dovrebbe odiare Berlusconi? Non c’è odio, e l’ometto di per sé non è nemmeno antipatico: c’è piuttosto una divergenza profonda di idee e di programmi. Le ragioni sono state dibattute centinaia di volte, e sarebbe ora che qualcuno rispondesse nel merito; nel frattempo mi permetto – finché mi è consentito - di dire il mio parere, e cioè di spiegare perché non mi è mai piaciuto Berlusconi. La prendo larga: parto dall’inverno scorso, quando ho ascoltato in tv un’intervista a Pippo Franco, dove il comico romano (un ottimo professionista e un bravo attore, anche se ha avuto poche occasioni di dimostrarlo) si sfogava a proposito della sua estromissione dalla Rai, in anni ormai lontani. Eh già, perché una volta, tanti anni fa, “il Bagaglino” andava in onda sulla Rai; poi arrivarono i Professori, come ricorda Pippo Franco, che giudicarono poco adatto alla Rai un programma come quello.
Pippo Franco aveva parole amare e severe per quell’antico Consiglio d’Amministrazione, reo di averlo costretto ad emigrare su Canale 5. Ma secondo me proprio qui sta il punto: i Professori avevano ragione. Anche se il comico romano fa bene a difendere il suo lavoro, la Rai avrebbe il dovere di trasmettere altre cose, e un tempo lo faceva. Ma poi è arrivata la tv commerciale, il cui modello è stato imposto da Berlusconi e da Publitalia: altri modelli sarebbero stati possibili, ma sono stati letteralmente spazzati via e da quel momento il palinsesto delle tv (di tutte le tv) non è più stato fatto dai direttori di rete e dai programmisti, ma dai pubblicitari.
Tutto quello che si fa in tv oggi è in mano ai pubblicitari: si trasmette solo quello che fa vendere, che fa un certo share e una certa audience. Lo spartiacque fu proprio in quegli anni ormai lontani che ricordava Pippo Franco, quando Enzo Siciliano, come presidente della Rai, ebbe la pretesa di trasmettere in prima serata (come si era sempre fatto) un evento culturale importante, e cioè la prima della Scala; e per di più al sabato sera. Il giorno dopo i pubblicitari padroni della tv storsero il naso di fronte alle cifre della “pazzia suicida” di Siciliano: un milione misero di spettatori invece dei 6-7 che avrebbe garantito anche un Panariello qualsiasi.
L’evento era compiuto: si era stabilito una volta per tutte che Pippo Franco in mutande vale molto di più del Macbeth di Giuseppe Verdi, e che anzi Pippo Franco in mutande vale quanto Verdi, Mozart, Pirandello, Fellini, Leonardo e Michelangelo messi insieme, che non arriverebbero mai al suo share nemmeno buttando sul piatto della bilancia il campionato di basket e i mondiali di pallanuoto. Così ragionano i pubblicitari, ed è il loro mestiere – guai se non ragionassero così. Ma dare in mano 6 canali televisivi ai pubblicitari mi sembra davvero grave, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Può darsi che ci sia stato un disegno politico preciso dietro questo abbassamento di livello fortemente voluto (il programma della P2), ma non saprei dirlo con sicurezza; e mi fa davvero impressione vedere il buon Silvio quando si erge ad alfiere della cultura e paladino del cristianesimo, perché quello che si vede tutti i giorni su Mediaset è piuttosto la negazione dei valori cristiani, e quanto alla cultura è meglio lasciar perdere, visto che oggi viene perfino sbeffeggiata apertamente. Quello che posso dire con sicurezza è come vedo io Berlusconi e il suo programma politico: Berlusconi è Pippo Franco in mutande, magari vestito da donna, che fa l’imitazione di un politico. E il resto – destra, sinistra, centro – sono solo chiacchiere.

Il diritto di cittadinanza
Giuliano 12 settembre 2006
Il dibattito sul diritto di cittadinanza è durato poco: ma ci si tornerà, appena risolte le questioni della finanziaria, del conflitto di interessi, di multietnicitàqualcos’altro ancora. Se il Parlamento approverà la legge che dimezza da dieci a cinque anni il tempo necessario per fare richiesta, c’è già chi è pronto a raccogliere le firme per un referendum abrogativo: il che mi sembra normale in un Paese democratico, speriamo solo che almeno stavolta nessuno si metta a fare campagna per l’astensionismo.
Il dibattito c’è stato, ci sono le buone ragioni per il pro e per il contro: ho scoperto che in Svizzera sono molto severi, mentre in USA bastano cinque anni e – come ha raccontato Vittorio Zucconi su Repubblica, che ci è passato – anche piuttosto facile. A Zucconi, che ha la doppia cittadinanza, è capitato di essere giudicato abile come americano da una corte di ex immigrati, di origine asiatica e sudamericana. Non ho un’opinione precisa in merito, penso che 5 anni possano bastare perché sono più che sufficienti per giudicare una persona, ma anche se fossero 10 non sarebbe una tragedia. Il problema (ormai mi sono fissato su queste cose) è sempre il solito: chi controllerà i requisiti dei richiedenti la cittadinanza? Nell’Italia di oggi i controllori, dai revisori di conti agli arbitri di calcio, hanno spesso rimediato una pessima figura. Temo che la corruzione la farà anche qui da padrona, e che come al solito ci andranno di mezzo i miti e gli onesti.
Ma, intanto, ecco che sto tornando a casa a piedi e vedo un giovane asiatico, probabilmente cinese, che sta andando al bar: parcheggia quasi in curva proprio sotto il cartello di divieto di sosta, ma sembra che non gliene importi molto. Fuma, e poi butta il mozzicone per terra; gli manca solo una bella bestemmia (imparerà), e direi che per il resto è già pronto per la cittadinanza italiana. Benvenuto nella civiltà!

A che punto è il Partito?
Giuliano 11 settembre 2006
Seguo con difficoltà e con un po’ di tristezza la storia del Partito Democratico.
Chissà se nascerà mai per davvero; si direbbe che siano piuttosto in atto manovre molto serie per rifare la vecchia DC. Ma forse sono io che sono pessimista, chissà: mi capita spesso, sarà l’età che avanza.
Per intanto, stamattina ho assistito a questa piccola scena e ve la riporto così come è avvenuta, e con tanti saluti anche a Letizia Moratti, oltre che ai nostri sogni dell’anno scorso.
La signora (molto materna): Come sei grande, che bel bambino che sei diventato! Ma allora non ci vai proprio più all’asilo? Il bambino (molto affermativo): No, non ci devo andare più all’asilo! La signora: Ti dispiace? Il bambino: Noo! La signora: Eh sì, perché adesso vai in prima elementare...
Il bambino (molto convinto e pedante, come sanno essere solo i bambini:Non si dice prima elementare!!! Io adesso vado alle primarie.

scuola primaria


La Provincia di Como
Giuliano 9 settembre 2006
Da quando il mostro di Loch Ness non c’è più, i quotidiani d’agosto non sanno come riempire le pagine. Le redazioni cercano della alternative, ma il buon vecchio Nessie non è facilmente rimpiazzabile. Ognuno si arrangia come può, insomma: magari con le zucche giganti, o con gli avvistamenti di Ufo. MeroniMa Como, da questo punto di vista, il problema dell’agosto ce l’ha tutto l’anno: ed è una gran fortuna, ben inteso. E’ ben difficile che Como arrivi sulla cronaca nazionale, e quindi le nostre notizie sono più o meno sempre le stesse, magari terribili per chi vi è coinvolto, come gli incidenti stradali, ma poco raccontabili se si cerca audience o qualche copia in più da vendere. E, siccome nel Lago di Como il mostro non c’è mai stato (al massimo qualche racconto dei vecchi pescatori, ma poca roba anche lì), ecco che il quotidiano di Como, “La Provincia”, ha sempre , tutto l’anno, il problema di come riempire il numero di pagine che deve pur avere per non sembrare un bollettino parrocchiale. Ecco dunque pensosi articoli di fondo di autorevoli opinionisti (che poi non legge nessuno: triste la vita in provincia...), ed ecco soprattutto gli argomenti ricorrenti, i cavallini della vecchia giostra che si tirano fuori quando servono. Per esempio, l’annosa questione della Ticosa: un’antica fabbrica tessile comasca, situata proprio in centro e di grande estensione. Le aree industriali dismesse, si sa, suscitano grandi appetiti: ma a Como non è ancora arrivato un Tronchetti Provera capace di far fruttare la Ticosa come la Bicocca a Milano, e la questione langue irrisolta da una ventina d’anni. Ogni tanto dentro quelle mura in rovina muore un immigrato, scoppia un incendio, arriva la polizia e fa uno sgombero: insomma, poco da raccontare anche qui. Da Mussolini in una caricatura ingleseComo è ormai sparito anche il grande calcio, visto che la squadra è stata fatta fallire da gestione poco attente; il basket a Cantù sopravvive con fatica, e anche in provincia le cose vanno malaccio. Ci sono delle ottime società di atletica, ma si sa che l’atletica non fa notizia e non aiuta a vendere copie.
E poi ci sono i veri, grandi temi comaschi: per esempio il calciatore Meroni, che giocava nel Torino ed è morto giovanissimo quarant’anni fa. O un ricordo dello scrittore Pontiggia, che era di queste parti, o magari una pensosa articolessa riguardo al pensiero di Gianfranco Miglio, un antico professore che sarebbe ormai dimenticato se non fosse stato ideologo della Lega di Bossi, o ancora l’intrepido aviatore che in tempi lontani fu fidanzato con la romantica Liala... Purtroppo, dai tempi di Alessandro Volta, le celebrità comasche sono davvero poche; e meno male che di recente è arrivato George Clooney, se no eravamo davvero messi male e non si saprebbe più di cosa parlare.
Le foto di Meroni, con la maglia della Nazionale oppure con i capelli lunghi e vestito come i Beatles nel 1964, sono tra quelle che più ricorrono sulle pagine del quotidiano, battute solo per numero e quantità da quelle del Duce. Beh, qui non c’è storia: Mussolini è vissuto molto più tempo di Meroni, e poi il Duce è sempre il Duce, e i comaschi – chissà perché – lo ricordano con nostalgia. Il Duce c’è sempre, sulla “Provincia”; se non c’è, basta aspettare qualche giorno e la sua foto arriva, oppure qualcuno lo nomina nella rubrica delle lettere: si sa, quando c’era lui le cose andavano molto meglio. Ovvio, quindi, che in casi come quello di questi giorni – un nipote che chiede l’esumazione della salma (pardon, della Salma) per far luce definitiva sulla sua morte – il giornale vi dedichi ampio spazio e commenti ponderosi, e che quando George W. Bush definisce i terroristi “fascisti islamici” lettori e opinionisti insorgano disperati per l’accostamento. Per quanto mi riguarda, e in attesa che magari “La Provincia” dedichi spazio anche a me quando sarò diventato famoso, ecco il mio pensiero definitivo sulla morte del Duce e sulle sue cause: chi ha ucciso Mussolini, quella mattina sul Lago, a Giulino di Mezzegra, ha fatto bene. Dovevano farlo prima, caspita: chissà quanti milioni di morti in meno ci sarebbero stati, quanti bombardamenti ci saremmo evitati, e quanti istriani e fiumani non avrebbero dovuto andar via dalle loro case senza quella sciagurata guerra combattuta con gli stivali dalla suola di cartone...

Ecco una cosa che si farà
Giuliano 8 settembre 2006
doganaAppena eletta sindaco di Milano, Letizia Moratti ha promesso di mettere un ticket da pagare all’ingresso di Milano. Passa qualche settimana, ed ecco il momento di mettere in pratica la promessa, o meglio la minaccia: il dibattito arriva sui giornali, ed è una cosa curiosa leggere le reazioni di “quelli che vengono da fuori”. Il quotidiano di Como, “La Provincia”, le riporta in prima pagina: da Como, da Varese, da Cantù e dalla Brianza tutta è un insorgere campanilistico contro la capitale lombarda: « Ah, loro vogliono mettere a noi il ticket d’ingresso? Allora glielo facciamo pagare anche noi, a loro, ai milanesi che vengono su per il lago nel weekend!!!»
Ecco una cosa che si farà, mi sono detto subito. Come abitante di “zona di confine” (confine tra le province lombarde, intendo: come ai tempi del Barbarossa e della Lega Lombarda, quella vera), ho sempre trovato stucchevoli queste battute contro “i milanesi che vengono qua con le loro macchine a dar fastidio la domenica”. Passi per quelli del lago, i “laghé”, che da Milano sono un bel po’ distanti e che avrebbero tutto il diritto di starsene tranquilli a pescare; ma qui nella Bassa Comasca, che senso ha? La provincia di Milano è a un tiro di schioppo, e quella di Varese idem...
Comunque, in Italia una delle poche cose che contano, quelle vere e profonde, è il campanilismo; e questa cosa dei ticket si farà certamente, dategli solo un po’ di tempo. L’anno scorso Umberto Eco pubblicava un libro, “Se il tempo fosse un gambero”, con riflessioni simili a queste, un po’ in tutti i campi: una lettura divertente ma anche inquietante. Pare proprio che in quest’inizio di millennio il tempo si diverta ad andare all’indietro, e questa trovata dei dazi e delle gabelle in entrata ci riporta molto lontano. Prepariamoci dunque a vedere risorgere Porte, Caselli, Barriere davanti alle nostre città; e, perché no, magari anche qualche bel giro di Mura come ai bei tempi passati.

Il basket in tv e lo stato dell’informazione
Ho rivisto con piacere il basket in tv, alla Rai, in occasione dei campionati mondiali. Per i nostri è finita quasi subito, peccato; però non è questo che mi spinge a scrivere. Le mie riflessioni sono di questo tipo: ma com’è che il basket è sparito completamente da