Il diario di Giuliano
2007



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Il mangialegno
Giuliano 19 giugno 2007

Ho eliminato dalla cantina un vecchio scaffale pericolante. Siccome le spalle dello scaffale erano alte due metri ed erano piuttosto ingombranti, Bombima erano di un bel legno chiaro e robusto e potevano venir buone a qualcosa, le ho sistemate in via provvisoria là dove potevano stare senza dar fastidio: in giardino, appoggiate al garage.
Qualche giorno dopo (quanta polvere che si mangia nelle cantine! poi per un po’ ti passa la voglia di lavorare...) sono sceso a trafficare di nuovo in giardino, e mi sono trovato a tu per tu con un ospite molto deciso: un insettone volante, nero nero e dall’aspetto deciso, che non sembrava avercela con me ma piuttosto con quel che restava del mio scaffale smontato.
L’ho osservato meglio che potevo: famiglia delle api, forse un bombo, ma al contrario del bombo che è lento e pacioso, e metodico nell’interessarsi soltanto dei fiori, questo insettone nero era duro, coriaceo, dalle ali nere e tese, dure anch’esse e dal volo molto rumoroso. Il legno dello scaffale pareva interessargli molto, ed era evidentemente disturbato dalla mia presenza che gli impediva di fare qualsiasi cosa. Cosicché l’ho lasciato stare, e sono andato in casa a prendere il libro che consulto sempre quando mi vengono di queste curiosità.
Il mio bombo-moscone-calabrone nero si chiama xylocopa violacea; la “Guida agli insetti d’Europa” di Michael Chinery (editore Muzzio) lo mette tra le api e lo descrive così: « xylocopa è un genere che comprende grandi api nere che di solito hanno brillanti riflessi violacei sulle loro ali scure. Scavano il legno morto e sono note come api legnaiole.» (l’illustrazione, che prendo da quel libro, lo mostra in mezzo ai bombi).
Dalle mie nozioni di chimica so che il legno è fatto di cellulosa, e che la cellulosa – in sostanza – è uno zucchero molto complesso. Un molecolone enorme, così grosso che il nostro intestino non lo può digerire: ma i tarli, le termiti, e lo xylocopa sì. Se avessimo gli enzimi giusti, anche noi potremmo mangiare il legno, e credo che sarebbe una delizia: ma il Signore nella sua lungimiranza ci ha destinati ad altro.
Quel legno del mio scaffale doveva essere buonissimo. M’era venuta la tentazione di assaggiarlo, ma – che tristezza – io non sono uno xylocopa, non solo non posso volare ma non so nemmeno digerire il legno; e non saprò mai che sapore ha, e che differenza passa tra il faggio e il pioppo in termini organolettici. Beh, pazienza, sarà per la prossima vita: ma a dire il vero mi sono prenotato come ape, ape comune o magari bombo vista la mia stazza attuale: passare la vita volando di fiore in fiore mi sembra un bel destino e un bel lavoro, ma chissà cosa ne pensano le api vere. In fin dei conti, finché non si prova non si sa a che cosa si va incontro, come direbbe Er l’Armeno.

Linneo
Giuliano 17 giugno 2007

Ci sono persone che hanno contato nella Storia (e nella nostra vita) più di politici, papi e condottieri.Erbario Sono persone di cui non si parla mai, ma che incontriamo ogni giorno nelle nostre vite: ho già parlato qui su Stile Libero di Mendeleev, il chimico dell’800 che scoprì l’alfabeto della Natura; di Liebig, che inventò i concimi chimici ( e non solo il dado per brodo); di Giulio Natta, che cinquant’anni fa vinse il Nobel per la scoperta del modo di produrre la materia plastica nel modo che più ci piace, ed è quindi responsabile più o meno diretto di tutti gli oggetti che vi circondano, e anche di alcuni dei vostri vestiti.
L’elenco di questi signori, stranamente relegati dal sapere comune tra i libri degli Istituti Tecnici (colpa di Benedetto Croce, mi dicono) sarebbe lungo; ma quest’anno ricorre il tricentenario della nascita dello svedese Carl von Linné (1707-1778), italianizzato in Linneo e quindi è giusto dedicare a lui un po’ del nostro tempo.
Linneo pubblicò libri come “Fondamenta botanica” e “Genera plantarum” (1736-37) e il “Systema Naturae” (1758), il primo grande tentativo di classificare e di dare un nome a tutto ciò che esisteva sulla Terra: animali, vegetali, minerali. Non so se ve lo siete mai chiesti, ma se le piante che andate a comperare hanno un nome latino, questo nome lo si deve il più delle volte a Linneo. Sarebbe un discorso lungo, e mi fermo subito, rimandandovi a una buona enciclopedia - che è molto meglio delle cose che scrivo io per passare il tempo. Aggiungo solo che le pazienti e meticolose classificazioni fatte 300 anni fa da Linneo stanno reggendo benissimo alle moderne prove del DNA, salvo qualche sorpresa del resto inevitabile, e che Linneo fallì soltanto nel tentativo di dare un nome anche ai minerali, perché i minerali non si possono classificare a partire dai solo aspetti esteriori, come invece si può fare per animali e piante. Per i minerali bisognava aspettare ancora un secolo, quando sarebbe arrivata la grande intuizione della Tavola Periodica degli Elementi, opera del russo Mendeleev.

L’inventore del cavallo
Giuliano 15 giugno 2007

Della storia della Endemol comperata da Berlusconi ne hanno parlato in tanti, in tutti mi verrebbe da dire – ma di oltraggi alla sintassi ne ho già fatti troppi, in una riga sola per giunta, e quindi conviene che io mi fermi. Però mi vengono da fare due considerazioni, e la prima è forse quella più ovvia: ma davvero c’è bisogno di una società esterna per riempire i palinsesti? La Rai ha sempre fatto da sola, non cinquant’anni fa ma ieri (qui c’è sotto qualcosa, nel senso di tangenti e mazzette). La seconda, ancora più ovvia (ma non l’ho sentita né letta da nessuna parte) nasce scorrendo la lista dei programmi della Endemol. Tolti i reality show, che non so bene se possano essere considerati nuovi ma facciamo finta di sì, si tratta di quiz, di interviste, di bollettini meteorologici, di ricette di cucina. Il mio stupore, che ancora perdura, è che qualche tribunale o ufficio brevetti abbia consentito il copyright su quiz, interviste, bollettini meteorologici e ricette di cucina: da che esiste la tv, non si è mai fatto altro. Chi si ricorda di Portobello, concorderà che nel programma di Enzo Tortora c’era già dentro tutta la tv di oggi, nel bene e nel male, compresa Maria de Filippi; e “Lascia o raddoppia” era già in Rai dal 1956. Eppure abbiamo scoperto che nel 2007 è ancora possibile brevettare quiz, interviste, bollettini meteorologici e ricette di cucina. Non so cosa fate voi oggi, ma io adesso corro alla Siae e all’Ufficio Brevetti: voglio il copyright sull’acqua calda, sulla ruota, sul fuoco e sul cavallo (sul cavallo no, l’invenzione del cavallo spetta di diritto ad Achille Campanile), e magari sul gatto come animale di compagnia. Poi brevetterò Fra’ Martino Campanaro, e d’ora in poi guai a voi se la fischiettate senza pagarmi, anche se fosse sotto le vesti di Frère Jacques.

Cavallo


Il caso Previti e il caso Visco
Giuliano 8 giugno 2007

E così, dopo tutto il nostro scandalizzarci sul caso Previti, ecco che giornali, tv e aule parlamentari risuonano solo del nome di Vincenzo Visco. C’è chi ha fatto notare che nei giorni scorsi, proprio in concomitanza con lo scoppiare di questa “bolla” mediatica, c’era stata la seconda condanna giudiziaria per Marcello Dell’Utri, sempre per concorso esterno in associazione mafiosa.
Ho sbirciato un po’ i vari giornali: tutti hanno titoloni e interviste su Visco e la Guardia di Finanza, nessuno (nemmeno quelli di sinistra, nemmeno il Manifesto e Liberazione) parla di Previti ancora in Parlamento dopo la condanna definitiva per corruzione.
Ci sarebbe molto da riflettere su questo, soprattutto per quel che riguarda lo stato dell’informazione in Italia. Da parte mia, mi limito a sottolineare il fatto che, per quanto grave possa essere in teoria il caso Visco (sul quale peraltro ci sono solo ipotesi e non s’è ancora trovato nulla), se si ritiene normale che un corruttore di giudici condannato in via definitiva e in tre differenti gradi di giudizio abbia ancora il suo posto da deputato, vengono a cadere tutte le fondamenta del vivere civile, e a questo punto non c’è più da stupirsi di niente. Incrociamo le dita e speriamo che vada tutto bene per questa povera Italia.

Cesare Previti


Pensieri metropolitani, n.4
Giuliano 29 maggio 2007

Il giorno 27 aprile compero La Repubblica e, sulla rubrica milanese della posta dei lettori, trovo questa lettera:
« Spot nel metrò, il pubblico li apprezza »
Ufficio stampa Atm - Milano
Rispondiamo alla lettera "Pubblicità a tutta che fastidio in metrò" di Enrico Gigra, pubblicata il 7 aprile. Atm ha messo a disposizione dei propri clienti una rete informativa strutturata su molteplici livelli, e sugli schermi video in metropolitana, si alternano informazioni sul trasporto pubblico, intrattenimento, informazione e messaggi commerciali. L'ultima indagine effettuata sul livello di gradimento della comunicazione assegna alle proiezioni video in metropolitana un voto medio di 7,0. E chi non vuole ascoltare può spostarsi lontano dai tabelloni lungo la banchina.

Naturalmente, il dibattito è proseguito e nei giorni successivi sono apparse tante belle letterine di utenti della metropolitana che non erano proprio d’accordo con l’Ufficio stampa ATM, e che raccontavano di non aver capito un tubo (beh, in metropolitana “un tubo” si può dire...) di messaggi importanti che arrivavano dagli altoparlanti, e altre amenità di poco conto.
Io invece ho scoperto, sgomento, che c’era stata una votazione su questa cosa. Davvero si poteva votare? Il mio voto è zero, anzi è meno quindici: dov’è l’urna in cui lo posso infilare? Da quel 27 aprile, lo confesso, ogni volta che vedo sul sito di un giornale che c’è votazione, io voto. Ieri sera ho votato perché mi piacerebbe che Didier Deschanps rimanesse alla Juve (mi è simpatico, assomiglia a Popeye), e poi ho subito espresso il mio parere anche su Valentino Rossi e le Ferrari (non so andare in moto e detesto la Formula Uno), e su tante altre cose che non sto qui a raccontare: ma intanto voto, credevo che fossero stupidaggini e invece gli Uffici Stampa le prendono in considerazione più delle Elezioni Politiche! C’erano già tanti segnali che mi facevano pensare di vivere ben dentro un racconto di Achille Campanile, oggi me ne sono convinto definitivamente. Che tristezza, almeno nei racconti di Campanile non c’era nessuno che rompeva i timpani nella metropolitana...

Direct marketing


Pensieri metropolitani, n.3
Giuliano 27 maggio 2007

Finalmente entro in metropolitana, o almeno ci provo: c’è una gran ressa, e gli ambulanti abusivi hanno steso la loro mercanzia dappertutto, e non si riesce a passare. Alcuni sono molto attrezzati, arrivano con le cassette e i cartoni, fanno delle vere e proprie bancarelle. Succede in ogni posto, anche davanti alle stazioni delle ferrovie, anche alla Centrale. Mi chiedo come sia possibile che non si riesca a mantenere liberi almeno gli accessi. Penso a chi dovrebbe far rispettare questa cosa: una volta erano i vigili urbani, che oggi si chiamano Polizia Locale. Penso che se la Polizia Locale non riesce nemmeno a dire ad un ambulante abusivo “guarda, chiudo un occhio ma tu spostati dieci metri più in là”, allora siamo messi male. Altro che fare manifestazioni per l’ordine pubblico, mi viene da dire... Questa è la classica trovata all’italiana, ma forse oggi dovremmo dire “alla lombarda” o “alla padana”. Si prendono le macchine dei vigili, le si rivernicia e ci si scrive su “Polizia”, et voilà: gli elettori abboccano subito. Penso, mio malgrado, che Alberto Sordi ha fatto davvero scuola, con i suoi film e i suoi personaggini.
Intanto scendo le scale ed entro, cercando di non rovesciare niente e di non calpestare i giocattolini semoventi (un gattino a pile, che bello) che la giovane cinese mi butta tra i piedi; cerco in tasca uno dei biglietti che ho conservato con la massima cura, non piegandolo né forandolo né mettendolo vicino a fonti di calore o elettromagnetiche, e nemmeno alle monete e alle chiavi di casa, che non si sa mai; lo riprendo un po’ ansioso dopo che la macchina me lo ha sputato fuori; entro in metropolitana percorrendo viali angusti e obbligati, tra pareti di plastica gialla rilucenti riflettenti e un tantino allucinanti, dentro le quali mi sento come uno gnu nel mezzo del branco; e spero che nessuno mi rubi il portafogli o qualcosa del genere, perché ormai sono un tantino nevrotico e allucinato anch’io. Spero di non perdere il biglietto o che me lo rubino, se no chissà che cosa mi succede: forse mi arrestano e non esco più di galera, e tutto questo per un euro e per tre fermate del metrò. Buona giornata a tutti: Milano vi attende a braccia aperte, da qualunque parte voi veniate.

Ambulante abusivo


Pensieri metropolitani, n.2
Giuliano 25 maggio 2007

Rigiro fra le mani il nuovo biglietto della metropolitana. Beh, proprio nuovo non è: ormai è da quasi un anno che esiste.
Serve per le obliteratrici nuove: quelle che mangiano il biglietto strappandotelo dalle dita, e te lo risputano fuori trenta centimetri più in là, smagnetizzandolo e aprendoti il cancelletto. Mi dicono che a Parigi esistono da decenni, io non le avevo mai viste ma me le avevano raccontate. Mi torna sempre la questione di chi avrà preso la mazzetta (ormai è una fissa che non mi levo più), ma soprattutto penso a quanta tecnologia nuovissima esiste, e io qui con questo biglietto duro e ingombrante in mano. Oggi si potrebbero fare tante cose: per esempio un tesserino col chip come quello delle mense e dei distributori del caffè, che si possono caricare anche a 5 centesimi alla volta. Si potrebbero far pagare le fermate dieci centesimi l’una: così se uno fa tre fermate paga 30 centesimi, se ne fa dieci paga un euro, eccetera: basterebbe far leggere il chip sia all’entrata che all’uscita – ormai sono prossimi a farlo i supermercati, se si può fare con un carrello pieno di spesa e di cose diversissime tra loro non vedo perché, dovendo mettere le obliteratrici nuove, nessuno ci abbia pensato. Oltretutto, sarebbe possibile far pagare di più o di meno secondo gli orari, usare tariffe a tempo che permettono l’uso sia della metropolitana che dei mezzi di superficie, e tante altre cose. Ma queste sono cose che andrebbero incontro ai bisogni degli utenti, che faciliterebbero l’uso dei mezzi pubblici e permetterebbero di ridurre un pochino il traffico automobilistico, e ormai si sa che non è di questo che c’è bisogno.
Le macchinette sono nuove fiammanti, ma questa è una tecnologia nata vecchia. Leggo bene cosa c’è scritto sul biglietto: c’è scritto di conservarlo con cura, di non piegarlo, non forarlo, non metterlo vicino a fonti di calore o elettromagnetiche. Penso al vecchio biglietto, ancora in uso almeno per un po’: è fatto di carta, bastava non spiegazzarlo e andava sempre bene; e anche se lo spiegazzavi potevi sempre provare a metterlo tra le pagine di un libro, o a stirarlo col ferro da stiro, tra un fazzoletto e l’altro. Io ne tenevo sempre una decina nel portafogli e mi duravano dei mesi: ma adesso come mi dovrò comportare? E se ne compero dieci e li metto vicino alle chiavi di casa e si smagnetizzano tutti poi io cosa faccio? Ne compero altri dieci?
Ecco, questa è proprio una cosa di cui non sentivo il bisogno: un biglietto del tram con le istruzioni per l’uso...

Conservare con cura


Pensieri metropolitani, n.1
Giuliano 24 maggio 2007

Da meno di un anno, la metropolitana di Milano ha effettuato un grande restyling. A me piaceva di più com’era prima, ma Schiera di obliteratricipazienza. Soprattutto, i colori erano più belli: so che qualcuno importante la pensa come me, ho perfino letto che negli anni 60 i colori erano stati scelti non troppo brillanti per essere più leggibili e non dar fastidio coi riverberi. Invece questi sono brillanti, brillantissimi: peccato che non sempre si riesca a capire la stazione, perché sono molto radi e non li hanno messi dappertutto – forse costavano troppo. E poi io sono alto un metro e novanta, che in questo caso è un handicap: per capire dove sono devo flettermi sulle ginocchia. La stessa cosa capita sulle linee delle Ferrovie dello Stato: a volte mi sento un genio, penso che ci vorrebbe poco, magari basterebbe scrivere per terra il nome delle stazioni, sui marciapiedi. Con le meravigliose tecnologie del giorno d’oggi, scrivere venti volte “Lodi” o “Voghera” su un marciapiedi, in modo che si veda subito dal finestrino anche stando seduti, non mi sembra una pensata così straordinaria; ma nessuno lo fa, che tristezza. Certo, sarebbe dura scrivere tante volte “Casalpusterlengo” o “Trebaseleghe” lungo le banchine: ma anche questo si potrebbe fare, non è fuori dalla portata delle possibilità umane, e poi se il nome è lungo va scritto meno volte (anche questa è una pensata da genio, lo so).
Anche la mia stazione, quella di piazzale Cadorna delle Ferrovie Nord Milano, è cambiata. Hanno messo una grande barriera di cancelletti per timbrare. Prima non c’era niente, la stazione era un grande spazio aperto dove ognuno andava e veniva come meglio credeva; adesso c’è questa barriera diritta e meticolosa, anche un po’ minacciosa, così nessuno scapperà senza aver pagato il biglietto. Contemplo la linea Maginot, nuova di pacca e non ancora del tutto inaugurata; conto le minacciose obliteratrici e scopro che sono cinquanta. Mi chiedo chi avrà preso la mazzetta per tutte queste barriere, tra qui e la metropolitana dev’essere stato un bell’affare. Mi chiedo anche tante altre cose; soprattutto mi chiedo da dove provenga questo gran bisogno di mettere transenne, costruire muri, mettere tassametri, mettere macchine nuove e minacciose (per tecnologia e aspetto) un po’ ovunque, dalle Stazioni alle Poste. Forse è lo spirito del tempo: una volta qui al Nord si voleva costruire il muro al di là del Po, o magari al di qua, si discuteva se permettere l’accesso ai toscani e ai romani, o se anche gli emiliani dovessero essere considerati estranei; ma il più delle volte lo si diceva per scherzo. Adesso non se ne parla più ma i muri si fanno sul serio, e questo qui di Cadorna è davvero un bel muraglione d’acciaio. Ho letto proprio oggi sul giornale che perfino il Belgio rischia di rompersi, fiamminghi di qua e valloni di là. Ma qui si tratta solo di pagare il biglietto, meno male (beh, per ora...)

A proposito di infortuni sul lavoro
Giuliano 3 maggio 2007

CantiereHo letto con molto interesse il post di Monterosso del 16 aprile scorso. L’ho subito contrapposto a quello che viene sempre detto in queste occasioni, e mi è venuto – come sempre – un po’ di sconforto. Monterosso sa cosa vuol dire lavorare, in fabbrica e sui cantieri: i nostri politici e i soloni che disquisiscono di infortunistica no. Anch’io ne ho parlato tanto, soprattutto nei primi due anni di “Stile Libero”: non volevo farlo, ma poi mi sono fatto prendere la mano. Non so cosa è arrivato a chi mi leggeva, ma il mio stato d’animo era (ed è) molto simile a quello descritto da Monterosso. Alcune delle mie “storie di fabbrica” erano cose divertenti, altre erano ricordi personali (pericoloso giocare coi ricordi personali! chi ascolta si concentra su di te e perde di vista le cose importanti...), altre ancora cose che ho visto o che mi sono state raccontate; e tante altre le ho scritte ma non le ho pubblicate.
In sintesi, e per non costringevi a subire un post troppo lungo, posso parlare dell’atteggiamento che più mi ha colpito dopo il varo della Legge 626, quella che responsabilizza un po’ tutti sull’infortunistica, datori di lavoro e lavoratori, capi e operai: il proliferare delle lettere di ammonizione. Non servono a niente, il più delle volte arrivano per cose inutili, e si rischia il licenziamento se ne arriva una di troppo. Ho visto gente che lavorava con me prendere una lettera di ammonizione (e magari giorni di sospensione) per non avere il casco in testa in un cortile molto vasto e senza alcun ponteggio né tubatura nei dintorni: avevano messo la testa fuori dalla saletta del caffè per chiamare un collega... Ho descritto in un post il vero e proprio processo messo in atto per stabilire se l’operaio X stava fumando una sigaretta in portineria o cinquanta centimetri fuori dalla portineria, e tante altre amenità, compresi i “corsi” per sensibilizzare gli operai ai pericoli che correvano.
Ho detto che le lettere di ammonizione non servono a niente, e lo confermo. Ma allora perché si fanno? Perché così i capi dimostrano “di aver fatto qualcosa”. Se si fa male un mio operaio, nessun tribunale potrà accusarmi: ho spedito trecentoventi lettere d’ammonizione in sei mesi, gli ho fatto fare i corsi, ma quelle bestie non stanno mai attente! Anche questa sembra una barzelletta, e certo esagero un po’. Ma poi leggo il post di Monterosso, e pochi giorni dopo vedo in tv Michele Santoro che dedica un puntatone dei suoi proprio a questi temi, e per discuterne invita Sgarbi e Renato Brunetta. Vittorio Sgarbi, che rapporto può avere con il mondo del lavoro? E’ mai stato in una fabbrica? Ne ha mai vista una anche solo dal di fuori? Io ricordo solo una sua condanna, tanti anni fa, per essersi dato malato mentre andava da Costanzo in tv; e non lavorava in fonderia, faceva lavoro d’ufficio ben pagato presso un Ente Statale. Quanto all’eurodeputato Brunetta, l’ho visto impegnato (come suo solito) a spiegare a una signora che non riusciva a pagare le bollette del gas e che stava perdendo il posto del lavoro che tutto ciò era giusto, vista la contingente situazione del mondo del lavoro; e che in ogni caso la colpa era tutta dei governi di sinistra, a partire da Lamberto Dini nel 1995. Che dire? Che ho spento la tv, e sono venuto qui a scrivere: barzellette per barzellette, preferisco quelle che scrivo io...

Venticinque aprile e dintorni
Giuliano 1 maggio 2007

Partigiani sfilano nel giorno della liberazione di MilanoGli anni scorsi avevamo un Capo dello Stato che presenziava al 25 aprile, e un Capo del Governo che scantonava e andava a nascondersi. Quest’anno, che sollievo, tutte le più alte cariche dello Stato sono andate nella stessa direzione. Insomma, non è questo che risolve tutti i problemi ma fa piacere vedere che qualcosa migliora. E’ per questo che sono molto dispiaciuto per le contestazioni milanesi a Letizia Moratti. Per otto lunghi anni Milano ha avuto un sindaco (Gabriele Albertini) che il 25 aprile andava a nascondersi “per non vedere le bandiere rosse”, e oggi finalmente si torna all’antico: perché il papà della signora Letizia, il signor Brichetto Arnaboldi, alla Resistenza ha preso parte. Fischiare il sindaco di Milano che presenzia alle celebrazioni del 25 aprile non è una bella cosa. Significa che la sinistra milanese (e lombarda) si merita tutte le sconfitte che ha patito fin qui. E’ una sinistra quasi inesistente, non tanto sul piano numerico ma su quello dei contenuti; forse una carenza culturale, ma soprattutto una carenza nel guardarsi intorno e fare i conti con la realtà. In questo momento storico, è importantissimo far sapere che la Resistenza non è stata solo una cosa di sinistra, ed è per questo che Letizia Moratti andava applaudita, e con le bandiere rosse in mano. Nella Resistenza c’erano i cattolici, c’era De Gasperi, c’era De Gaulle, c’era Montanelli, c’era perfino Mike Bongiorno: quanti sono i ragazzi e i bambini che lo sanno, dopo la lunga e metodica opera di disinformazione di tutti questi anni?
A questo proposito, forse a qualcuno interesserà avere notizie della svastica che ho segnalato nel post del 9 aprile, vicino al monumento ai Pompieri del paese dove abito. E’ sempre lì, bene in vista; e anche la scritta sulla povera Veronica continua a campeggiare a caratteri cubitali. Però nel fra ttempo il Comune ha affisso un po’ dappertutto un manifesto che riesce nel capolavoro di parlare delle celebrazioni del 25 aprile senza nominare il fascismo. Si parla di una generica “guerra fratricida”, ma senza specificare: penso che ragionamenti simili ne avrete già ascoltati troppi, perciò non perdo tempo a trascrivere. La guerra fratricida: i rossi di là, i neri di qua, a scazzottarsi: alla pari, s’intende; e siamo già generosi coi rossi, sembra sottintendere il manifesto del Comune. Questa è la spiegazione che viene data alla giovani generazioni, per chi ancora non l’ha capito: si insegna anche che il PCI di Berlinguer fu un partito stalinista ed estremista... Pochi giorni dopo, ecco apparire i manifesti di Forza Nuova, che qui non avevo mai visto. Si fa un discorso confuso, quasi incomprensibile, ma sotto una fotografia di tempi lontani si spiega a caratteri cubitali (sì, come quelli sulla povera Veronica del casottino) che “noi stiamo dalla parte della bambina”: mentre noi comunisti l’avremmo mangiata, suppongo. Anche in questo caso, silenzio assoluto e nessuno che protesta: silenzio / assenso, verrebbe da dire. Se provo ad affrontare il discorso, so già cosa mi aspetta: alzate di spalle, sbuffate, “ma cosa stai sempre a dire”... Ho imparato anch’io a stare zitto, a parlare non si risolve niente e a spiegare ancora meno: si diventa solo antipatici, e qualche contatto tra casa e paese bisogna pur tenerlo.
Ritorno ai fischi a Letizia Moratti. Chi ha fischiato, non ha ancora capito che tutta la Lombardia a nord di Milano è ormai perduta: ma non perduta per la sinistra, perduta per il buon senso.

Musica del Novecento - Carl Orff
Giuliano 25 aprile 2007

Io lo chiamo “effetto Figaro”: come la cavatina (cioè l'aria d'ingresso) del “Barbiere di Siviglia”, ci sono brani di musica così ascoltati e abusati da essere diventati inascoltabili. Penso alla Cavalcata delle Valchirie, all'estate di Vivaldi, alle primissime battute della Quinta di Beethoven, alla Carmen di Bizet quasi per intero (Toreador compreso)... Un effetto simile lo fa “Fortuna imperatrix mundi”, cioè l'inizio dei Carmina Burana di Carl Orff: se potessi farvene ascoltare anche solo un pezzetto, capireste al volo che il nome di questo compositore non vi è poi così estraneo, anzi.
Orff fu il teorico del ritorno alle melodie semplici, elementari, probabilmente in reazione alla dodecafonia di Schoenberg: ed è un buon musicista, i Carmina Burana sono davvero piacevoli da ascoltare (per intero, intendo: un paio d'ore di musica, mica solo quel brano lì). Orff rinnegò tutte le sue composizioni precedenti al 1935, considerandole troppo astruse e complicate: aveva una scuola di musica, insegnava ai bambini e scrisse per loro anche un metodo per imparare a suonare, e quindi aveva delle ottime ragioni per questa sua presa di posizione.
Purtroppo per lui, Orff ha un difetto di fondo, qualcosa che non convince e che ho capito solo quando ho scoperto un particolare della sua vita: negli anni 30 fu uno dei pochi musicisti (forse l'unico, tra i compositori importanti) ad approvare apertamente il nazismo. Questo lo rende ben poco attraente, e spiega anche il successo che “O Fortuna!” ha presso certi movimenti politici ben precisi e non presso altri. Che dietro le sue teorie in apparenza innocue e condivisibili si nasconda un “diabolus in musica” ben diverso da quello che ispirava le dissonanze?
Comunque, a me Orff non dispiace. Soprattutto, trovo simpatica la sua opera “Der Mond” cioè La Luna (in tedesco Luna è maschile e Sole è femminile), ispirata ad una favola dei fratelli Grimm. Mi piace soprattutto nell'interpretazione di Gottlob Frick, un grande basso degli anni 50-60, una delle mie voci preferite in assoluto. A dire il vero, non ho ancora capito bene cosa pensare di Orff. Per intanto, lo tengo in un angolo e lo frequento poco, tiro fuori solo ogni tanto la vecchia storia dei due fratelli che catturano la Luna, ascolto con piacere il magnifico timbro della voce di Frick ed evito di pormi altri problemi.

Carl Orff


Musica del Novecento - Le campane di Arvo Part
Giuliano 23 aprile 2007

Giuseppe Verdi, una volta raggiunto il successo e la tranquillità economica, riprese a studiare. Studiò di tutto, gli antichi e i suoi contemporanei, tenendosi informatissimo su tutte le novità; e riprese in mano Pierluigi da Palestrina, che aveva sempre ammirato. E' a questo punto che se ne esce con una frase storica, di quelle che si citano sempre: che alle volte per fare qualcosa di nuovo bisogna tornare all'antico.
Un percorso simile lo ha seguito l'estone Arvo Part, con la differenza che Verdi rimase sempre se stesso, soltanto affinandosi nello stile; mentre per Part si tratta di due vere carriere, forse di due vite, differenti. Part (si può scrivere e leggere in due modi: alla tedesca, Pärt, o come l'ho scritto fin qui) nasce come compositore “sovietico” (gran brutta definizione, ma rende l'idea) e scrive sinfonie nello stile novecentesco. E' un buon compositore, ma non particolarmente interessante né originale. Dagli anni 60, qualcosa cambia nella mente e nella vita di Part: riscopre il gregoriano, il canto russo ortodosso, le Passioni di Bach. E' qui che nasce la grande novità di Part, che scrive composizioni bellissime, dense e rarefatte, strane e toccanti, come “Fratres”, “Tabula rasa”, “Annum per annum”, “Trivium”, “Pari intervallo”... Io l'ho conosciuto tramite il “Cantus in memory of Benjamin Britten”, scritto in memoria del grande compositore inglese, che è molto utilizzato come sottofondo di documentari, ed è stato copiato più volte (vedi i film di Ozpetek!) e quindi magari lo conoscete senza saperlo. Si tratta di una composizione breve, di cinque minuti, dove gli archi suonano come sospesi nell'aria, e si alternano al suono delle campane. Il brano finisce con una nota tenuta degli archi che sembra non finire mai, e che fa tenere sospeso anche il respiro; e, alla fine, risuona lontana una campana, che va suonata in modo che sia appena percettibile, come se venisse davvero da lontano, così lontano che invita allo stupore, e al raccoglimento.

Musica del Novecento - Jean Philippe Rameau e le emozioni in musica
Giuliano 22 aprile 2007

Ho tirato in ballo il mio vecchio e caro gatto, oltre al piacere del ricordo, perché ogni tanto leggo sui giornali articoli più o meno scientifici che parlano del rapporto tra musica e cervello, l'incremento delle capacità intellettuali attraverso la musica, eccetera. Di solito sono articoli molto superficiali, che danno informazioni parziali e distorte: purtroppo capita quasi sempre così con l'informazione scientifica, ed è un peccato. A volte sembra che i neuroni migliorino grazie a Mozart, altre volte il titolista spara che è l'heavy metal a rendere più intelligenti, e che l'effetto Mozart non esiste ed è stato sconfessato completamente quello studio del'93; e così non ci si capisce più niente.
Non sono un neurologo e nemmeno un musicista, però so per certo che per capire la grande musica, Mozart e Beethoven ma soprattutto i contrappuntisti, occorre sapere cosa stanno facendo. Se non si ha nozione di quello che accade in Bach, o in Couperin o in Scarlatti, la loro musica sembrerà assurda e noiosa; ma avendone qualche nozione, o essendo predisposti in partenza alla musica e alla matematica, certamente il nostro cervello ne trarrà vantaggio. Del resto, è un ragionamento così semplice che in altri campi ci arriviamo subito tutti: mettere in mano Dante ad un analfabeta, o a una persona che non ha nessuna voglia di leggere, è del tutto inutile; così come un trattato di fisica o di chimica risulterà illeggibile se non c'è qualcuno a spiegare almeno i primi rudimenti.
Un'altra certezza è che il nostro primo suono musicale è il tamburo: è il battito del cuore di nostra madre, prima ancora di nascere. Un suono semplice, ritmato, forte: anche qui non si scopre nulla di nuovo, è il grande fascino dei ritmi tribali, dell'heavy metal, ma è anche l'inizio della Prima Sinfonia di Brahms.
Fu Jean Philippe Rameau, grandissimo musicista e di grande successo in vita (cosa che capita a pochi) a cercare di mettere anche gli affetti e le emozioni nella teoria musicale: lo fece nel 1722, pubblicando il suo “Trattato dell'armonia ridotta ai suoi principi naturali”: la musica non è solo un rapporto matematico, sembrerebbe dire Rameau. I suoi critici dicono che è un discorso confuso, solamente teorico, poco utile nella pratica, ed è per questo che il suo sistema è stato messo da parte. Oggi il trattato di Rameau lo leggono solo gli eruditi, e io non so nemmeno suonare tre battute messe in fila senza interrompermi; ma posso garantirvi che il la minore è davvero triste e malinconico, che l'accordo di do maggiore è chiaro e luminoso e quello di do minore è inquietante, che il si minore è la tonalità del ricordo. E tante altre cose, come per esempio che, ascoltando distrattamente un cd, di solito sobbalzo e mi fermo davanti ad una tonalità ben precisa, senza nemmeno sapere cosa sto ascoltando: ed è il mi bemolle maggiore, bello e strano come i nostri sogni migliori.

Rameau


Musica del Novecento - Un grande critico musicale
Giuliano 21 aprile 2007

Rimpiango molto il mio vecchio caro gatto siamese, insieme abbiamo passato dei gran bei momenti, ascoltando musica e leggendo. Cioè, io leggevo e scrivevo; lui non so bene cosa facesse mentre ascoltava così intento e assorto Beethoven e Brahms, forse pensava, forse sognava di sue vite passate, chissà (forse perché era nato a Parma?) Aveva precisi e raffinatissimi gusti musicali. Non ha mai amato il rock, e il suo interesse per il mio stereo era stato fin lì limitato al moscone che i Pink Floyd avevano messo su Ummagumma, ma solo per il tempo di capire che non era un moscone vero. Ma poi le cose erano cambiate, io avevo cominciato proprio in quegli anni ad ascoltare musica sinfonica e operistica, e quando la puntina scese per la prima volta su quel coro del Nabucco (il primo, “Gli arredi festivi”) il gatto stava facendo con grande piacere quello che quasi tutti i gatti di casa fanno: rincorreva senza sosta una cartina di caramella accartocciata. Durante il gioco, il gatto finì sul mio letto proprio mentre partiva il coro di Verdi: e il micio si fermò di colpo, rimanendo assolutamente immobile per tutta la durata del disco. Ricordo ancora mio padre incuriosito dal comportamento del gatto: avevamo provato a spostarlo con delicatezza, a toccarlo, a far scricchiolare la cartina, ma non c'era niente da fare; ed è da quel giorno che ho avuto il gatto siamese come compagno fedele d'ascolto. Quando trovava la porta della mia stanza chiusa, si metteva seduto con un'espressione così desolata che mia madre apriva e mi chiedeva se non avevo cuore a lasciarlo fuori così; e quando provavo a rimettere il rock il gatto se ne andava a dormire, ma in un'altra stanza, non prima di avermi lanciato un'occhiata di rimprovero e forse anche di disprezzo, perché per lui quella non era musica. Non amava neanche Stravinskij, “La sacre du Printemps” per lui era un'accozzaglia di suoni senza senso; e sicuramente avrebbe amato molto le sinfonie di Bruckner, ma a quell'epoca non lo avevo ancora scoperto (con gli lp da girare ogni venti minuti, ascoltare il fluviale Bruckner non era facile).
Ho detto che andava a dormire, perché da me non dormiva. Un gatto che dorme, si sa, è un gatto stravaccato o appallottolato; invece il mio amico in ascolto era sempre composto, si metteva comodo con le zampine sotto il corpo, in posa quasi da sfinge, immobile e con gli occhi chiusi, ma con le orecchie ben tese e attente, sistemate nella posizione migliore per percepire nel modo migliore il suono che usciva dalle casse dello stereo. E, quando il disco finiva, usciva dal suo samadhi; apriva gli occhi, consentiva ad essere spostato e mi permetteva (mi spingeva?) di alzarmi per cambiare il disco, operazione che oggi con i CD sarebbe evitabile. Dopodiché, tornava nella sua posizione preferita (addosso a me, naturalmente: chi conosce i gatti sa cosa intendo) e riprendeva l'ascolto. Non per questo cessò di inseguire le carte di caramella, o di arrampicarsi sugli alberi quando poteva scendere in giardino: in fin dei conti, era pur sempre un gatto e, si sa, gatti si nasce e non si diventa.

gatto siamese


Musica del Novecento - Ferneyhough
Giuliano 18 aprile 2007

La Garzantina dice che Brian Ferneyhough è un compositore inglese, nato a Coventry nel 1943. Attivo in Olanda, Svizzera e Germania, si distacca dalla scuola inglese per avvicinarsi a Boulez e a Stockhausen; c’è anche un accenno alla sua passione per la filosofia, e l’elenco delle sue principali composizioni.
Ferneyhough l’ho incontrato nelle mie prime esperienze alla Scala, il 21 giugno 1980 durante uno di quei bellissimi concerti che metteva in piedi Claudio Abbado (lo fa ancora, che il Signore gliene renda merito!), e che sono una delizia anche solo a leggerne le locandine, perché dal semplice accostamento dei nomi si imparano un sacco di cose sulla storia e sui significati della Musica.
Quella sera però Abbado commise un errore, alternando Ferneyhough con Beethoven e Nono con Verdi (lo Stabat Mater, una delle ultimissime opere di Verdi). Andò così: si inizia con il brano del compositore inglese, una prima esecuzione per l’Italia. Era un brano breve, per piccolo organico, ben fatto e molto gradito dal pubblico in sala, dal titolo “Funérailles”. Finita l’esecuzione, gli strumentisti si alzano in piedi e salutano; il pubblico risponde con un applauso non formale, anzi abbastanza convinto; e applaudo anch’io perché mi è proprio piaciuto. C’è una breve pausa, entra l’orchestra (L’Orchestra!), entra il pianista Alfred Brendel, uno dei maggiori in attività, ed entra anche Claudio Abbado che dà il via al secondo brano. Il secondo brano era il Concerto n. 4 in sol maggiore per pianoforte e orchestra, di Ludwig van Beethoven. Chi lo conosce sa già che effetto può aver fatto: un’enorme folata di vento ha spazzato via definitivamente il piccolo brano di Ferneyhough, e io non ne ricordo più nemmeno una nota, nemmeno un momento, mi è rimasta solo l’immagine degli strumentisti che si alzano per ringraziare. Questo è l’effetto che mi ha provocato Beethoven dopo Ferneyhough, e non poteva essere diversamente. Da allora mi è rimasto molto rispetto per il compositore inglese, ma ogni volta che ne sento il nome mi scatta inesorabile questo ricordo, e non so proprio che cosa farci.

Beethoven


Frode sportiva
Giuliano 16 aprile 2007

Lo scandalo Previti alle prime pagine non ci arriva mai. Siamo tutti qui ad aspettare che qualcuno ne parli nei dovuti modi (un corruttore conclamato in Parlamento!), ma i giornali e le tv, e anche i siti internet, trovano sempre il modo di parlare d’altro. Le non-notizie, come qualcuno le ha definite: io, che non ho laureati in Legge in famiglia, ci ho messo tanti anni a capire che nei processi c’è la fase istruttoria, al termine della quale ci sono i rinvii a giudizio o l’archiviazione; e che Cesare Previtici sono tre gradi di giudizio, e che ci sono le richieste dell’accusa e della difesa, e poi le sentenze. Ma i giornalisti, in che mondo vivono? D’accordo, bisogna vendere e ci sono gli scoop, e i titoloni da sparare: ma che non si sia ancora capito che tra il PM che chiede trent’anni di galera e la sentenza definitiva la strada è ancora lunga, mi sembra strano. Eppure va sempre così, e adesso guardo con tristezza i titoloni sull’inchiesta napoletana di Calciopoli: anche questa è una non-notizia, si è solo chiusa la fase istruttoria, era tutto già scontato in partenza e le novità sono pochine, rispetto a quanto già si sapeva. L’inchiesta riguarda fatti di 3-4 anni fa, dei quali si è già discusso ampiamente: ma questi sedicenti giornalisti (giornalisti immaginari?) sembrano non essersene nemmeno accorti.
Ma intanto a me è venuta voglia di mettere giù qualche pensiero, e ne approfitto. Comincio dalla frode sportiva: che reato è mai questo? Provo a pensarci: cosa cambierà nella nostra vita se una squadra di calcio vince al posto di un’altra? Ci sono milioni di persone che vivono beatamente senza nemmeno sapere che esiste il campionato di calcio, e io personalmente sono già diventato due volte campione del mondo (nel 1982 e nel 2006) senza che ciò cambiasse in alcun modo la mia vita; ma si vede che non è così per tutti, perché leggo e sento paroloni spropositati: “gravissimo, inconcepibile, mostruoso”... A chi nuoce la frode sportiva, in fin dei conti? Al di là dell’antipatia della cosa in sè, senz’altro a chi scommette sui risultati. Ecco, a me uno Stato che tutela gli scommettitori qualche dubbio me lo mette. Dallo Stato pretenderei esattamente l’opposto...
E poi c’è la sede dell’inchiesta: Napoli. Poche settimane fa Napoli era al centro dell’attenzione, se ne scriveva come se fosse l’inferno in terra, si invocava l’intervento dell’Esercito: e adesso scopriamo che, da tre anni a questa parte, carabinieri, poliziotti e magistrati, proprio a Napoli, si occupavano di partite di calcio, e dei guadagni di giovanotti milionari e dei loro procuratori: perchè di questo si tratta, voi cosa avevate capito? L’ipotesi di reato di associazione a delinquere riguarda il fatto se un calciatore di vent’anni poteva guadagnare un milione di euro all’anno stando con Moggi, oppure guadagnarne soltanto ottocentomila stando con un suo concorrente. Una questione essenziale, vitale, indispensabile. Penso alle paghe delle persone normali, e anche ai dirigenti d’industria, magari con la responsabilità di un impianto chimico o di un cantiere edile, che cifre simili non le vedranno mai. Penso anche al deputato Previti, lo saluto e brindo con lui alla sua futura e gloriosa carriera: con un’Italia così, mi sa che è lui quello che ha scelto la strada giusta.

Calciopoli


La scuola e il mobbing
Giuliano 15 aprile 2007

Per una volta non sono del tutto d’accordo con quello che scrive Nicola, e con la maggior parte dei commenti che sono seguiti alla morte del ragazzo di 16 anni che si è ucciso perché gli altri ragazzi della sua età lo prendevano in giro. Non sono d’accordo prima di Mobbingtutto perché non sappiamo nemmeno se il ragazzo era omosessuale: non sempre ci si riesce, ma nel parlare di una notizia un’ottima regola è basarsi sui fatti certi e non sulle supposizioni (i giornalisti professionisti non lo fanno quasi mai, figuriamoci noi che cerchiamo solo di ragionarci sopra...). Ma soprattutto non sono d’accordo perché qui la questione non è l’omosessualità, ma il mobbing. Un ragazzo si è ucciso perché gli dicevano che era gay? Mi viene da dire che almeno in questo caso c’è un motivo dietro, e anche un motivo di quelli tosti, perché la questione dell’identità sessuale è forte e primaria, nella razza umana: e lo è ancora di più tra gli adolescenti. Può essere letta come una battuta molto pesante (non è così) e in questo caso me ne scuso subito: ma per essere vittime del mobbing e della derisione dei compagni di classe, a scuola, basta molto meno. Basta non essere vestiti alla moda, per esempio; basta essere troppo magri o troppo grassi, avere le tette grosse o non averle, starsene in disparte o partecipare troppo, un pretesto qualsiasi: e ognuno di noi ha di sicuro da raccontare la sua, per averla vista o per averla vissuta. Le vittime principali sono gli handicappati, fisici e psichici, ed è una cosa particolarmente vergognosa, e anche antica come l’uomo; ma io penso anche a cosa mi direbbero oggi, se andassi a scuola con la mia vecchia cartella invece che con lo zaino firmato. “Una volta i vestiti bisognava farseli durare”, ha detto Marco Paolini in uno dei suoi monologhi, ricordando la sua infanzia (che è anche la mia, visto che siamo più o meno della stessa età): io sono andato a scuola quando ancora c’era l’eco del ’68, ai vestiti e alle cartelle non si dava troppa importanza. Subito dopo, però, è iniziata l’epoca dei paninari...
Insomma, il mio parere è che riconducendo questa tragedia alla condizione omosessuale la si renda più piccola e che, in qualche modo, ci si sottragga alle nostre responsabilità collettive. Diventa una tragedia privata, ed invece io vorrei che un handicappato potesse frequentare la scuola senza problemi, avere amici come tutti; e che ogni studente possa essere giudicato in base al proprio rendimento scolastico, e non in base a come si veste o al fatto se sia più o meno simpatico ai compagni di classe o ai professori. Così non è, e questa è una responsabilità di tutta la società, in primo luogo di chi avrebbe il compito di educare, dei preti, dei professori, dei genitori, della politica e più di ogni altro dei mass media – ma guai a dirlo...

Fotografie in lettura,n.4
Giuliano 12 aprile 2007

Questa è una foto del 1993, tratta da un vecchio numero dell’Espresso. Adesso non ricordo più perché avevo conservato quell’articolo, che mi è tornato in mano di recente; può darsi che fosse proprio per la foto, perché la donna ritratta assomiglia molto a una persona reale che (per mia fortuna) ho conosciuto e frequentato per un po’.
Rivedendola mi viene spontaneo pensare che oggi nessun giornale pubblicherebbe le foto di una modella come questa: non c’è più spazio per queste misure di seno, la modella dovrebbe per forze di cose gonfiarsi almeno un po’, oppure dire addio alla carriera. Io la trovo una cosa mostruosa: la donnina in questione è molto bella, ed è una donna normale. Non tutte le donne hanno il seno che pare una mongolfiera, neppure quelle giovani e belle. Mi chiedo cosa mai succederà nella testa degli adolescenti, che – ormai abituati ai mezzi meloni delle fotografie e dei film – forse troveranno brutte e insignificanti le loro coetanee.
Mi chiedo anche che cosa è successo ai canoni della bellezza femminile: chi è mai stato quel pazzo che ha deciso che le donne per essere belle devono avere le labbra gonfie, ripiene di collagene ( o magari peggio) iniettato in loco con le siringhe? Si vedono in giro ( e non solo in tv, purtroppo) veri e propri mostri, donne un tempo belle o piacevoli che adesso sfoggiano labbra che sembrano il tubo di gomma che uso per innaffiare il giardino. “Labbra a canotto”, le ha definite un giornalista brillante: come si farà mai a desiderare di toccare una cosa del genere? Labbra a canotto, e al posto del seno femminile due mezzi cocomeri, durissimi e immobili, che non cambiano stato qualsiasi posizione prenda la donna. Esistono anche le protesi per le natiche, ho sentito dire con orrore: e, per i maschi, protesi sottocutanee per simulare i muscoli. Sono cose spaventose, non solo a vederle ma anche al pensiero di doverle toccare. Non ce l’ho con la plastica in sè, che in alcuni casi può essere necessaria, ma con l’uso che ne viene fatto; e soprattutto con questi canoni estetici abominevoli, che nessun uomo sano di mente troverebbe attraenti. Non so come concludere queste mie riflessioni; in attesa di un parere femminile, o magari di un intervento serio del cardinal Bagnasco, metto via la foto della mia donnina, e spero di ritrovarne presto una uguale – e non solo nel sorriso.

Uomo e donna


Fotografie in lettura, n.3
Giuliano 10 aprile 2007

Queste sono foto di moda, è facile. Però io ho guardato bene quelle ragazze, e sono trasecolato. Chiedo scusa, comincio ad avere una certa età e quelle ragazze lì potrebbero essere mie figlie: una ha delle occhiaie spaventose, l’altra ha delle cosce che sembrano quelle di una bambina di sette anni, più piccole del mio polso.
Sono foto recenti, le ho prese dai giornali di questi giorni. Penso a tutte le chiacchiere che si sono fatte sull’anoressia, sulla droga, e sulle modelle che sfilano e che sono troppo magre: ma se io fossi il padre di una di queste ragazze sarei molto preoccupato, e mi meraviglio molto di chi le fa sfilare in passerella dopo averle viste in questo stato. Non so se esagero, ma se io fossi lo/la stilista che le fa sfilare non mi stupirei di essere messo sotto inchiesta da parte della magistratura.

ModelleModelle


Fotografie in lettura, n.2
Giuliano 9 aprile 2007

Questa è una foto che ho fatto io l’altro ieri. Rappresenta il Monumento ai Pompieri, Monumento ai pompieri e svasticaappena inaugurato dal Sindaco. I Pompieri un monumento se lo meritano di sicuro: anche due, se è per questo. Però guardate con attenzione il casottino sullo sfondo, a meno di cinquanta metri dal monumento: anche da una foto approssimativa come quella che ho fatto io si può chiaramente distinguere una svastica. Se girate dietro al casottino, sul lato più corto, troverete una scritta a caratteri enormi che indica come una certa Veronica adoperi una certa tecnica sessuale indicata con un termine in slang siciliano non ripetibile pubblicamente se non per scherzo. Le scritte continuano sugli altri due lati. La domanda è questa: è possibile che una svastica così grossa passi inosservata? La scritta risale ad almeno un anno fa e di certo è opera di qualche ragazzotto idiota del quale non è il caso di preoccuparsi (ne ha fatte altre in giro per il paese); ma davanti al Monumento ai Pompieri, poco meno di quindici giorni fa, hanno sostato a lungo il Sindaco, il Vicesindaco, gli Assessori, i Vigili (pardon: Polizia Locale), i Pompieri, la Pro Loco; più l’opposizione (Ulivo e Rifondazione compresi), e magari qualche autorità regionale o provinciale di passaggio. In più, questa è area di mercato; a sinistra del parcheggio c’è l’Asl; a destra c’è la caserma dei pompieri. Possibile che nessuno si sia accorto della svastica? Io conosco il vicensidaco, so che gli piace andare in giro a fare fotografie, di sicuro è al corrente non solo della svastica ma anche della scritta su Veronica S.M.; faccio fatica a pensare che abbia simpatie naziste, però la svastica è ancora lì, e anche tutto il resto.
Questa è una storia ben triste. Come sia potuto succedere che nel 2007 una svastica alta 40 cm passi inosservata è una storia che andrebbe ben raccontata, e che trova le sue radici in un certo “sdoganamento” effettuato a Roma a fine 1993. Chi sa chi è il colpevole, è pregato di dirlo agli storici che stanno scrivendo la storia di questi ultimi anni; e di controllare che ne scrivano bene il nome, a futura memoria.

Fotografie in lettura, n.1
Giuliano 8 aprile 2007

Questa è una foto che ha colpito la mia attenzione perché è molto significativa. Vi prego di dimenticare la marca dell’automobile, che è solo un dettaglio: di certo è un’ottima automobile, ma non è questo il punto. Guardate bene come il fotografo (o il “creativo” pubblicitario) ha sistemato gli elementi della foto: è facile immaginarsi una storia dietro quest’immagine. Per esempio, l’uomo in secondo piano ha portato la macchina fino ad un punto dove non avrebbe mai dovuto portarla, se avesse avuto anche solo un minimo di rispetto per la natura: puro esibizionismo, suppongo. La natura è molto malridotta, forse siamo davanti ad un deserto: ma forse non è sempre stata così, e l’albero sulla sinistra sembra ricordare tempi migliori; e forse è stata proprio l’azione dell’uomo a trasformare questo posto. L’uomo si è portato dietro anche il cane, probabilmente uno di quei disgraziati animali che vivono la loro vita in pochi metri quadrati, dentro a un recinto. L’uomo, soddisfatto, contempla il panorama. Il cane, avvicinatosi a quel che resta dell’albero ormai secco, ci piscia sopra.

L'auto e il cane


Musica del Novecento – Olivier Messiaen
Giuliano 5 aprile 2007

Sono stato convertito a Messiaen dal suo “San Francesco”. Sembra una battuta, ma Olivier Messiaen non è mica facile da ascoltare. Non era solo un musicista, ma anche un ornitologo: gran parte delle sue composizioni partono proprio dal canto degli uccelli, quelli di casa e quelli esotici. Messiaen annotava tutto, e trasportava il canto degli uccelli nella sua musica. Non sono abbastanza competente né in musica né in etologia per capire veramente che cosa ha fatto Messiaen; posso però dire con assoluta sicurezza che si tratta di qualcosa di sconcertante, nel contempo un ascolto piacevole e spiazzante, non astruso ma di estrema difficoltà.

Forse la vera difficoltà dell’operazione, quella che la rende pressoché impossibile, è che quello che noi chiamiamo “canto” degli uccelli in realtà non è affatto un divertimento, così come capita a noi umani, ma un vero e proprio sistema di comunicazione del tutto estraneo al concetto di musica così come noi lo intendiamo normalmente. E’ un equivoco costante: per quanto sia piacevole il canto del canarino o dell’usignolo, si tratta di una forma di comunicazione e non di musica. Penso proprio che Messiaen ne fosse cosciente, e che quindi cercasse di fare qualcosa che a noi (a me in particolare) sfugge. Ma nell’unica sua opera, andata in scena nel 1983 e dedicata non a caso a San Francesco d’Assisi, avviene il fatto sorprendente: musica e canto degli uccelli si fondono davvero, la voce umana si piega agli intervalli del canto degli uccelli; e quando frate Leone davanti al Mistero dice “J’ai peur”, “ho paura”, sulle due note di un richiamo familiare che pare uscito dal bosco, tutto si fa più chiaro...

Olivier Messiaen


Musica del Novecento – Stockhausen
Giuliano 4 aprile 2007

A Stockhausen è legato uno dei miei ricordi più piacevoli, alla Scala nel 1981. Seduto comodamente in loggione, appoggiato sul parapetto, col naso in giù, a guardare i tecnici del Teatro smontare completamente il palcoscenico e la fossa dell’orchestra, per costruire la scenografia che avevo preteso il Grande Regista appositamente chiamato.
Un’ora di lavoro, uno spettacolo nello spettacolo, perché le maestranze della Scala, Stockhausen - Donnerstagfalegnami e attrezzisti, sono quanto di meglio si può trovare al mondo, e vederli all’opera è cosa rara. Ero seduto comodo perché gli spettatori erano pochissimi: capita sempre così con la musica contemporanea. Chi c’era era già d’accordo in partenza con l’autore, non c’era nemmeno il pericolo di fischi, come capitò a Rossini ma anche ad Alban Berg.
Dopo aver aborrito l’opera lirica per decenni, Stockhausen aveva cambiato parere: ne aveva sette già pronte, tutte dentro la sua testa. Sette come i giorni della settimana, perché si trattava di un’allegoria della Creazione, chiamata “Licht”, Luce; e dal Giovedì, “Donnerstag”, si cominciava. Un’opera lunghissima, di dimensioni wagneriane; pensare che era solo un settimo del totale dava sgomento. Fu funestata da uno sciopero dei coristi che dicevano, partitura alla mano, di avere parti da solista: l’Autore stesso li aveva esortati a considerarsi tali, salvo poi fare retromarcia dopo avere avuto le orecchie tirate dall’Amministrazione del Teatro, perché un solista viene pagato più di un corista, come è ovvio.
Capita raramente che un’opera contemporanea (se ne scrivono ancora) abbia delle repliche Stockhausen - Montagoltre la prima. Al di là del loro valore, spesso elevato e comunque meritevole di ammirazione, viene il dubbio che si tratti delle classiche cose che interessano solo a parenti e fidanzate, e forse nemmeno a quelle; però si fanno, perché non si può non farle, non si sa mai. Stockhausen era un compositore di prestigio, e si meritò uno spettacolo magnifico e colossale, affidato a Luca Ronconi e Gae Aulenti. Non avevo mai ascoltato niente di suo. Pensavo a chissà quali astruserie, evocate dal nome stesso: Stockhausen, un nome da filosofo o da alchimista medievale, il Nume supremo dell’avanguardia musicale; e invece no, era musica molto piacevole, divertente. Anche Stockhausen, nelle foto e nelle interviste, ha un aspetto piacevole: un signore elegante, fine, di bell’aspetto. Ha un figlio e una figlia, musicisti. Il figlio Markus suonava la tromba, con un bell’effetto; la figlia Majella suonava il corno di bassetto, uno strumento che è già musica nel suo nome stesso, uno dei nomi più simpatici che siano mai stati dati a uno strumento musicale. (In realtà, è un parente del clarinetto: il Concerto per clarinetto di Mozart fu scritto per questo strumento).
Di cosa parlava “Licht”? D’una immensa cosmogonia, la creazione del mondo alla quale prende parte attiva anche Lucifero, come in Faust e nel Libro di Giobbe. Lucifero visto come forza positiva, alla Carducci, “parte di quella forza che vuole sempre il male ed opera sempre il bene”. Ho conservato il programma di sala, pieno di disegni e di appunti opera del Maestro: le fantasie d’un bambino, verrebbe da dire, ed è un peccato che Stockhausen non abbia seguito l’esempio di Tolkien, nel mettere per iscritto queste sue fantasie.
Il ciclo di Licht è stato completato, però non alla Scala, dove sono andati in scena solo i primi due capitoli. Oltre al Giovedì, ci fu un “Montag”, Lunedì, nel 1988 senza più Ronconi ma con una Eva alta cinque piani, seduta a gambe aperte per partorire minuscoli omini e donnine: tutt’altro che scandalosa, piacevole e quasi innocente. Poi ci sono state delle incomprensioni, il compositore tedesco ha dovuto portare altrove, in giro per l’Europa, il suo Lucifero a compiere l’opera,
Ecco, “piacevole” è la parola che mi ricorre più spesso pensando a Stockhausen e a quel pomeriggio del 1981: musica piacevole, spettacolo piacevole, pomeriggio piacevole, compagnia piacevole. Tutte cose che non hanno avuto un seguito, comprese le mie piacevoli compagnie. Tutto abbastanza piacevole, e tutto abbastanza inutile: come gran parte della musica colta del Novecento, almeno nella sua seconda metà.

Stockhausen con il figlio Markus


Musica del Novecento – Ravel
Giuliano 3 aprile 2007

E’ quasi un riflesso condizionato, una molla pronta a scattare come quella delle trappole per i topi: si nomina Ravel e salta subito fuori il Bolero. In realtà, Ravel non aveva molta stima di quel suo piccolo lavoro: “qualsiasi studente del Conservatorio avrebbe potuto scriverlo”, fu la sua dichiarazione in proposito, quando gli fecero i complimenti per il successo che riscuoteva in tutto il mondo. Detto che tutti gli studenti di tutti i Il Bolero di Ravel in una coreografia del Bolshoi BallettConservatori di tutto il mondo sarebbero strafelici di averlo composto, ed a ragione, è però vero che il Bolero non rende se non in minima parte l’idea della grandezza di Maurice Ravel. Chi vuol conoscere Ravel deve entrare davvero nel suo mondo, che è quella di un compositore raffinatissimo, grande orchestratore, sempre piacevole all’ascolto ma solo apparentemente semplice.
Forse Ravel è davvero il Novecento in musica. Nessun altro come lui è riuscito a fondere in maniera così perfetta l’alto e il basso, il jazz e il classico, la canzone e il canto lirico, l’orchestrazione raffinata e la semplicità assoluta nel porgerla. Le interviste ai musicisti, a partire dai mostri sacri come Benedetti Michelangeli, sono piene di ammirazione per Ravel; dicono sempre che anche i passaggi all’apparenza più semplici rivelano poi difficoltà inaspettate. Sia per chi esegue che per chi ascolta, possiamo aggiungere. Potrei fare un esempio perfino ridicolo: l’imitazione del verso del gatto innamorato, un bel gattone dalla voce baritonale, nell’operina “L’enfant e les sortileges”. Non si sa se ridere o se restare ammirati, e forse è proprio questo l’effetto che voleva Ravel: divertire o commuovere, ma senza scendere a compromessi o perdere di valore.
L’elenco dei capolavori di Ravel è lunghissimo, da “La valse” (che un po’ riprende la formula del “Bolero”, ma con il valzer), ai “Valzer nobili e sentimentali”, alla “Pavane pour une infante défunte”, al “Concerto per la mano sinistra” dedicato all’amico pianista rimasto mutilato nella Grande Guerra; ma se devo scegliere una composizione, e soltanto una, allora prendo le tre “Canzoni di Don Chisciotte”, cioè “Don Quichotte à Dulcinée” su testo di Paul Morand; possibilmente nell’esecuzione di uno dei grandi baritoni francofoni, Josè van Dam o Gérard Souzay.

Le mie 25 lettrici (4)
Giuliano 31 marzo 2007

Coleridge illustrato da DoréPer quel che mi riguarda ho scritto tanto, anche troppo. Non avete idea di quanto ho scritto, quello che avete visto è solo la punta dell’iceberg. Preso dalla disperazione, tempo fa ho cercato di mettere un po’ d’ordine, dividendo per argomento il mare di appunti e di fogliettini che avevo in giro; ne sono usciti alcuni file che qualcuno ha letto e trovato belli, e adesso Solimano mi consiglia di dargli forma definitiva. Non lo farò mai, a meno che non mi paghino come la Rowlings o come la Tamaro. Scrivere è facile, mettere in ordine e dar forma definitiva è una fatica immane. Un po’ come, per uno scultore, sbozzare una figura nel marmo e poi rifinirla e levigarla fino ad arrivare a un Canova: una gran fatica, roba da certosini, e difatti nella scultura moderna non lo fa più nessuno, usano gli stampi (fatti col computer) e le resine. Oltretutto, penso a quanti scrittori e poeti grandissimi sono stati dimenticati: penso a Toti Scialoja, a Massimo Ferretti... Perché si dovrebbe tenere memoria di quello che ho scritto io? Venticinque tra lettrici e lettori mi bastano, è molto più di quanto avrei immaginato di avere, e il fatto che non siano qui ma in giro per l’Italia, magari a 500 Km di distanza, è davvero bello.
C’è ancora una cosa da dire, un’altra triste e ben nota realtà: di regola le cose che scriviamo piacciono a lettori lontanissimi da noi, mentre trovano scarso riscontro, noia più o meno mascherata o indifferenza, persino odio e ostilità, in casa e nelle persone a cui vogliamo più bene e alle quali siamo affezionati. A scrivere capita così. L’opinione comune, alla quale mi accodo, è che scrivere è da scemi, se non ci fai soldi: scrivono poesie le ragazzine, e ridicoli Neroni quarantenni compongono musica e versi pensando d’essere grandi artisti.
Ma non voglio chiudere così la mia relazione accademica: scrivere è qualcosa di diverso, di migliore e di profondo, e anche di inevitabile. Cosa sia lo scrivere lo ha spiegato Coleridge, nella “Ballata del vecchio marinaio”: la storia, una storia di spettri e di navi fantasma, è narrata da un uomo che afferra (letteralmente afferra) un giovane per un braccio, e lo costringe ad ascoltare. Il giovane si ferma e ascolta, perché è affascinato dalla narrazione e non può farne a meno. Ecco, qui sta la risposta alla domanda sul perché si scrive, e anche al perché si legge. Scrivere, raccontare, è qualcosa di più forte di noi, quasi una forza che ci possiede. Ci sarà sempre qualcuno che racconta e qualcuno che ascolta, nei blog o su carta, o dalla viva voce di chi ci parla. Come ha lasciato scritto più di un grande poeta, scrivere – a qualsiasi livello - è inevitabile, è quasi come sognare: (...) Ma sognare è un fiume profondo, che precipita a una lontana sorgiva, ripùllula nel mattino di verità. ( Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore)

Le mie 25 lettrici (3)
Giuliano 30 marzo 2007

In questi anni, dal 2003 quando abbiamo iniziato, c’era un governo pessimo. In Lombardia c’è ancora, ma almeno a livello nazionale non avere più i fascisti al governo è stato un sollievo mica da poco. E’ per questo che mi sono preso il lusso di tornare a parlare di musica, o di altri argomenti più leggeri. Ho notato che anche gli altri ne hanno approfittato, forse ci sentiamo tutti più leggeri, sollevati; speriamo che duri, e che un giorno si possa tornare a parlare di Politica.
Parlare di musica, o di cinema, o di ricordi, è un altro modo di parlare di politica. Libri antichiPenso che ne siamo tutti coscienti; anche parlare dei propri casi personali o di chi si incontra per strada serve, può servire per cambiare, almeno nel nostro piccolo. Per esempio, attorno a che cosa sta nascendo questo benedetto Partito Democratico? Attorno al nulla delle chiacchiere di Montecitorio? Sarebbe bello che nascesse dal mio edicolante, dai “campare la vita” di Rigoletto, dall’ortolano di Monza, dai giapponesi di Firenze...
Ai tempi di Golem, a me hanno detto (era una mail dubbia nel suo mittente, sembrava quasi un sondaggio, chissà chi c’era dietro) che “non è possibile che un operaio scriva in questo modo e abbia tanta cultura”. Chissà poi perché: a chi la pensa così andrebbe ricordato che l’invenzione di Gutenberg, il libro a stampa, risale ad ormai parecchi secoli fa, e che da allora è diventato relativamente facile (oggi, facilissimo) trovare e leggere i grandi libri. Leggerli, e imparare: anche per un muratore e una cassiera, perché no? E’ perfino divertente quando succede che tu hai già fatto una cosa e arriva qualcuno che ti dice che è impossibile che tu l’abbia fatta, e che in ogni caso è brutta e non interessa.
Mi piace leggere le recensioni ai libri sui giornali. Come per il cinema, ho imparato ad essere dietrologo: tolti quei sempre più rari critici che davvero vale la pena di leggere, il resto è “recensione amica”, uno spot a pagamento o un piacere a un amico (o a un’amica) che poi ricambierà. E’ un fenomeno che meriterebbe un bel saggio all’inglese, di quelli divertenti che se ne può anche ricavare un film. Per esempio, tanto tempo fa, quand’ero ancora giovane e inesperto, leggevo e memorizzavo i nomi di un famoso recensore; e non mi ci raccapezzavo. Solo dopo molto tempo ho scoperto che quel recensore era omosessuale, e recensiva quasi solo libri e film di autori e tematiche omosessuali: ma il mondo non è così ristretto, e soprattutto scrivendo su un giornale bisognerebbe allargare almeno un po’ i propri interessi e le proprie letture... E’ solo un esempio dei tanti, un po’ come il fenomeno delle ragazze e dei ragazzi che raccontano il loro mondo: se il livello di scrittura è basso, cosa ne resta? Chi leggerebbe ancora, oggi, “Porci con le ali”? E cosa ne sarebbe del “fenomeno” Wu Ming (una recensione al giorno su tutti i principali giornali), se i quattro ragazzi non fossero così ben introdotti nel mondo della stampa? I loro libri non interesserebbero a nessuno, anche se sono ben fatti. Ogni tanto salta fuori uno scrittore o una scrittrice giovani, italiani, dei quali si dice un gran bene: sono quasi sempre pubblicitari, o laureati del Dams. Non so voi, ma io quando vengo a sapere che una pubblicitaria ha scritto un libro perdo ogni interesse per quel libro, a meno che non sia un libro di figure e disegni che allora non si fa fatica e quantomeno lo si può sfogliare in libreria. Ecco, questa del disegnare è davvero un dono di natura. Non è una cosa che si impara: si può migliorare, ma se di partenza non c’è nulla...

A. Robida - La fin des Livres


Le mie 25 lettrici (2)
Giuliano 28 marzo 2007

Il pericolo in agguato quando si scrive è il narcisismo. Ci si innamora dei propri scritti, si pensa che valgano molto, ci si sente al centro del mondo, eccetera. E’ quello che capita col 90% dei blog e dei videoblog, ed è normale che succeda. A me mi hanno stroncato subito: la Redazione di Golem (persone alle quali voglio tuttora molto bene) mi ha cambiato e tagliato alcune cose sulle quali avrei voluto essere consultato. Non che fossero capolavori, ma l’autore ero io... Almeno su queste cose mi piacerebbe avere l’ultima parola, sarebbe bello che ti dicessero: “E’ troppo lungo, riscrivilo”. Invece no, si taglia si cambia e si cestina senza chiedere niente, e a me questo non piace; in questi casi, preferisco continuare a scrivere per me. Scrivere è un esercizio che mi è servito per diventare un lettore migliore: è solo scrivendo, provando a scrivere, che si può davvero capire Joyce.
Oggi, grazie alle redattrici di Golem e a un misterioso Ingegnere, ho dunque i miei 25 lettori e lettrici: che fare? Nei primi tre anni di Ulivo Selvatico, non avendo mai pubblicato niente, avevo 45 anni d’arretrati. Li ho smaltiti tutti, non ho quasi più cose da dire, mi accorgo che ho scritto troppo e che mi ripeto, e che il più delle volte, anche davanti all’attualità, potrei ripubblicare pari pari le cose che ho già scritto anni fa (sono tutte accessibili in archivio, un grazie a chi ha fatto il lavoro!).

Scrittore


Le mie 25 lettrici (1)
Giuliano 27 marzo 2007

Mi è piaciuta la riflessione di Solimano sullo scrivere. Dice cose di buon senso, e non si può che convenire; ma mi ha fatto venire voglia di aggiungere qualcosa, ed è un po’ un parlarsi addosso, ma ogni tanto è utile farlo. Comincio dall’inizio, da Renoir - La lettricequando internet non c’era. In altri tempi, persone come noi che scriviamo sui blog avrebbero fondato una rivista: anzi, non l’avrebbero mai fondata perché pubblicare una rivista di carta costa moltissimo, e al massimo col ciclostile e con la fotocopiatrice ci si poteva fare il bollettino parrocchiale, che non è il massimo delle soddisfazioni. E poi, siamo uno a Roma e uno a Monza, una a Ravenna e una a Firenze: difficile mettere in piedi una rivista in queste condizioni. Invece con internet ci siamo, i costi sono vicini allo zero, non c’è il problema di stampare e distribuire, pubblichiamo qualcosa tutti i giorni e siamo anche bravini. Quanto al farci soldi, penso proprio che nessuno di noi ci abbia mai pensato: il nostro genere di scrittura è del tutto gratuito, proprio come chiacchierare con degli amici con cui ci si trova bene.
Si sa che il mondo dei libri e dei giornali è un mondo molto chiuso, ed è difficile entrarvi; e tutto questo andava bene negli anni passati, quando il controllo su chi scriveva nei giornali ed appariva in tv era molto stretto, perchè così si salvaguardava la qualità di ciò che veniva pubblicato. Era molto difficile, ancora negli anni 70 e 60, trovare un cretino in radio, in tv o sui giornali; oggi accade esattamente il contrario, sappiamo anche di chi è la colpa, ma pazienza. Quello che stavo dicendo era che, quando a un “fuori casta” accadeva di aver qualcosa da dire, o da ridire, su quello che accadeva o che aveva appena letto, c’era un solo strumento: le Lettere al Direttore.
Sappiamo tutti come sono fatte queste rubriche. Non sono proprio tutte così, ma di regola succede che uno scrive, e la Redazione magari pubblica, ma solo per dirti che hai torto (con il maggior garbo possibile, o magari con pesante ironia), oppure per darti ragione se già eri d’accordo con loro. A me accadde in anni lontani: su una rivista di musica, nel 1980, e su una di cinema, negli anni 90. La distanza di dieci anni non è casuale: quando ti capita una volta, poi ti passa la voglia e ti chiedi chi te lo ha fatto fare.
Io ho iniziato a vedere alcune mie cose pubblicate solo con internet, nel 2001: è stato un puro caso, con rime e versi che non mi sarei mai sognato di far leggere in giro (e infatti ho usato uno pseudonimo, per tre anni) e ne ho ricavato alcune belle soddisfazioni, compresi i famosi 25 lettori di cui parlava Solimano; e siccome alcune erano lettrici, mi sono permesso di fare una modifica al Manzoni per il titolo di questa piccola serie. Il bello di “Golem” (www.golemindispensabile.it ) è che si può scrivere all’autore. Infatti anch’io ho ricevuto posta, una dozzina di lettere in tre anni, che sommate a chi scrive su “Stile Libero” fa proprio 25, se non sbaglio i conti che sto facendo sulle dita. Forse chi mi scriveva pensava che io fossi della cerchia di Umberto Eco, e comunque uno scrittore noto; penso alla delusione di chi ha ricevuto la mia onesta risposta (di quei lettori-lettrici sono rimasto in contatto solo con due persone, amicizie delle quali mi onoro).

Marco Biagi e la "legge Biagi", seconda parte
Giuliano 26 marzo 2007

Sono d'accordo su quasi tutto, soprattutto se si tratta di dire tutto il bene possibile del professor Biagi. E poi io non ho nemmeno un decimo della preparazione di Treu e di Ichino, esprimo solo la mia personale esperienza di vita. Ma, una volta detto questo, posso solo confermare il mio parere. Prima di tutto, perché il precariato (l'essere assunti a termine) ha di fatto demolito e resa inapplicabile, quindi inutile, la legge 626 sulla sicurezza nei posti di lavoro, con i risultati che si vedono. La legge 626 nasce Veritàall'inizio degli anni 90, ancora in regime di piena tutela (anche eccessiva, in certi casi) del lavoratore; ma quando questa sicurezza è stata smantellata, cosa resta? Resta il fatto che un lavoratore che prova anche solo ad alzare un sopracciglio, anche su questioni serie e gravi, sarà accompagnato più o meno delicatamente alla porta, e non potrà appellarsi a nessuna legge, perché gli sarà semplicemente scaduto il termine del contratto...
Soprattutto, mi dispiace - e mi fa anche ridere, perché di cosa comica si tratta - vedere il tono con il quale vengono presentate le riforme del lavoro e delle pensioni. Non è che ti vengano a dire, come sarebbe più che accettabile, "siamo costretti ad alzare l'età pensionabile perché non ci sono più soldi", o magari "siamo costretti a mettere queste norme nel mondo del lavoro perché è venuto giù il muro di Berlino e altrimenti le aziende scappano e qui rischiamo la disoccupazione per tutti"; no, ti dicono che è bello e giusto, Adattamentoe che ne devi essere contento. Un po' come se il chirurgo, invece di dire al paziente "siamo costretti ad amputare, ma è per il suo bene", si rivolgesse al paziente dicendogli con faccia allegra di essere contento, che tanto di gambe ne ha due e una basta e avanza, e anzi fanno delle protesi magnifiche, se potessi guardi me ne farei una anch'io.
Di queste dichiarazioni ne ho viste e lette anche troppe, mi piacerebbe fare un bel blob e metterle tutte in fila; soprattutto mi piacerebbe che la "legge Biagi", così com'è, venisse applicata al figlio di questo o quel politico o economista o giornalista (a proposito, se tutto va così bene, perché mai i giornalisti fanno tutti questi scioperi per il loro contratto?). La dichiarazione più bella l'ho sentita fare dall'onorevole Brunetta, economista e deputato di Forza Italia: che ad una signora presente in sala, in un programma tv per famiglie, ebbe a dire (testuale): "Cara signora, lei è una privilegiata. Lei ha 50 anni ed è già in pensione; con il recente incremento della durata della vita noi la dovremo mantenere per almeno 30-40 anni, e lei non ha versato abbastanza contributi...". Il che è molto sensato, e bisogna tenerne conto; ma detto da un deputato o da un senatore è qualcosa tra la satira politica involontaria (Fo, Luttazzi, Grillo, andate a nascondervi!) e un'incitazione alla lotta armata. Ma poi i "rivoluzionari" sono così imbecilli da far fuori i Marco Biagi e i D'Antona, e gli elettori sono così imbecilli da mandare i Brunetta a legiferare in Parlamento: ed è anche per questo che poi le riforme non si fanno o si fanno in modo indecente o inadeguato

Marco Biagi e la "legge Biagi", prima parte
Giuliano 25 marzo 2007

Da quando ho scritto l'ultimo post sul curriculum vitae, dove parlavo molto male della "Legge Biagi", mi sono capitati davanti parecchi articoli sull'argomento. Sarà un caso, o una delle rime misteriose di cui parlava Jung; però adesso mi sembra il caso di approfondire almeno un po'.
Da tutto quello che ho letto e ascoltato, sembra proprio che Marco Biagi fosse Romano Prodi e Marco Biagiun'eccellente persona, e non avevo il minimo dubbio in proposito. Tiziano Treu, che di Biagi era amico personale e che ha iniziato a cambiare il mondo del lavoro una decina d'anni fa, dice su Repubblica: « Biagi è stato tirato per la giacca da una parte del centrodestra. È stata presa una parte della sue proposte senza domandarsi se rispecchiasse complessivamente il suo pensiero. Marco, da vero riformista, si era sempre sforzato di combinare flessibilità e tutele. Ma questo equilibrio nella "legge 30" non c'è. C'è al contrario un proliferare di tipologie contrattuali, delle quali non si sentiva per niente il bisogno, e non c'è l'altra parte: gli ammortizzatori sociali e lo Statuto dei lavori. L'estrema sinistra, poi, ha visto nella "legge 30" la causa di tutti i mali. La polemica fu assai dura e oggi è giusto riconoscerlo. » Anche Pietro Ichino, esperto di diritto del lavoro, era un altro dei suoi amici e colleghi; e so che è tuttora nel mirino delle Br. Ichino scrive sul Corriere, e io ritrovo il suo articolo grazie a www.arengario.net : « (...) ancora oggi nello schieramento di centrosinistra prevale nettamente il rifiuto di chiamare la legge scritta da Marco Biagi con il suo nome. Non solo la sinistra radicale, ma anche i Ds, continuano a chiamarla "legge 30", con questa motivazione: "Biagi era una persona troppo intelligente e per bene per poter scrivere una legge contro i lavoratori come questa". E il rifiuto perdura anche dopo che si è constatato, dati alla mano, che questa legge non ha cambiato sostanzialmente nulla della protezione del lavoro stabile e, quanto al lavoro precario, negli ultimi cinque anni la sua quota complessiva non è affatto aumentata. (...) Anche oggi che le accuse mosse alla legge Biagi - quelle di spalancare le porte al precariato, o di "smantellare il diritto del lavoro" - si sono sciolte come neve al sole (al punto che nel documento presentato da Cgil, Cisl e Uil al governo nei giorni scorsi per l'avvio della concertazione sulle politiche del lavoro non si fa alcun cenno neppure a una modifica di quella legge), perdura pur sempre a sinistra una paura di fondo verso la parte essenziale del contributo politico- culturale del giuslavorista bolognese: una coazione a prenderne le distanze come se si trattasse di cosa infetta. (...) è la riluttanza ad aprire gli occhi sulle macroscopiche disfunzioni del nostro sistema, che egli metteva in evidenza attraverso il confronto con i sistemi dei nostri partner europei più evoluti.»
Mi sembra che Ichino esageri un po', e dia un po' troppe cose per scontate; e a giudicare da quest'articolo sembra quasi che non abbia mai ascoltato parlare un operaio in vita sua, e anzi che passi la sua vita col naso sui libri senza parlare con nessuno, avendo come riferimento solo quelle 4-5 persone che vede normalmente nel percorso casa-ufficio; se non è così chiedo perdono, ma l'impressione è questa. Se la prende soprattutto con la sinistra, ma alla fine si ricorda del grave insulto rivolto da un ministro berlusconiano proprio a Biagi e proprio quando già era stato colpito dalle BR.
E infine mercoledì 21 trovo sempre su Arengario (un grazie a Franco Isman), Claudio Tucci su Il Sole 24 Ore : (...) In Italia si appanna il mito del lavoro fisso: una persona su tre non è interessata a un contratto a tempo indeterminato. Contano sviluppo professionale, condizioni lavorative e incentivi monetari. (...) Mi sorprendo, poi leggo bene: è un'indagine confezionata dalla Bocconi su commissione della Manpower. Ah, volevo ben dire...

Il nipote di Rameau (VI)
Giuliano 24 marzo 2007.

Una volta ho regalato un burattino: era un gatto, stava in mezzo a tanti altri e pareva nascondersi, perciò l’avevo scelto, era per una bambina timida. E poi un elefante, che Lady Rowenaperò è rimasto qui da me, infelice, perché la storia non ha avuto seguito. Mi piacciono le marionette ma le ho sempre trovate fragili e complicatissime; e mi piacciono i burattini ma non riesco mai a far entrare le mani dentro quei guanti: li fanno per i bambini, suppongo.
Visitare la bottega d’un burattinaio è sempre stato uno dei miei desideri, perciò quando Rameau m’ha chiesto – con umiltà, quasi che mi chiedesse scusa – se potevo fargli una piccola commissione, mi sono affrettato a dirgli di sì. Ed eccomi qua, in mezzo a decine di pupi e di marionette, tra burattini d’ogni tipo e scenografie da favola.
- Sì, ho un po’ di tutto, e poi lavoro anche su commissione. Una volta erano i bambini che guidavano le marionette, bambini cattivi che spesso le rompevano; adesso le ordinano gli adulti, non le rompono ma le lasciano a prendere polvere appese a un muro. Va un po’ meglio coi burattini, è più facile, ci infili la mano dentro, e zac! è fatta. Vuol provare? Ah no, non si può: lei ha le mani troppo grandi, mi spiace doverglielo dire... Solimano il MagnificoForse dovrebbe fare il marionettista, con quelle dita lunghe e le mani grandi, poi così alto...
- Io a fare il Burattinaio? Non mi ci vedo, sa. Tutte le volte che ho provato a guidare qualcuno, fanno sempre l’opposto di quel che dico.
- Ma i burattini vivono di vita loro, non lo sapeva? Hanno una loro volontà, come le marionette.
- Cos’è questo?
- Ah, è un pupo della serie dei paladini. Un Orlando, per la precisione.
- E dunque questa è Angelica?
- No, è Alda la Bella: siamo nell’Orlando Innamorato, non nel Furioso. E questa qui è una Bradamante. Quest’altra signora, senza la corazza ma in abito medievale, è Lady Rowena. Ma non li ho fatti io, li ho trovati o me li hanno portati. Guardi questo: è un Solimano.
- Bello. Vistoso, potente, leonino. Ma Solimano quale? Solimano il Magnifico oppure l'altro, Solimano II ?
- Sa che non ci avevo pensato? Non so, a me ha detto solo che si chiama Solimano. E poi ho un Rigoletto, nebbioso e pieno di colori. E tre Sissi, due Roby, una Graziella fiorentina, una piccola Silvia, un Monterosso, un Montepino, un Alessandro e un AP, un San Nicola matematico, uno Iannazzo, un Mizar con Alcor, un Lodes quieto e riflessivo, un Ottavio. E un Enrico, che era qui e non so più dove è finito. Ho anche un Marnetto, là su quello scaffale.
- E come è fatto un Marnetto?
- Così.
- Però. E parla?
- Romanesco purissimo.
- Volevo ben dire.

Rigoletto


Il nipote di Rameau (V)
Giuliano 23 marzo 2007

Lui: Ah, eccovi, signor filosofo! Che fate qui, in questo mucchio di fannulloni? Anche voi perdete il tempo a far muovere pezzetti di legno? Il dottor BalanzoneIo: No; ma quando non ho nulla di meglio da fare, mi diverto a guardare un attimo quelli che li sanno far muovere bene.
Lui: In questo caso, vi divertite di rado: ad eccezione di Légal e di Philidor, gli altri non se ne intendono affatto. (...)
Io: Siete difficile, e vedo che non fate grazia che agli uomini sublimi.
Lui: Sì, quando si tratta del gioco degli scacchi, della dama, di poesia, di eloquenza, di musica. A che serve la mediocrità, in cose di questo genere?
Io: A poco, ne convengo. Ma sta di fatto che un buon numero di gente vi si deve applicare perché venga fuori l’uomo di genio: il quale è uno, nella moltitudine. Ma lasciamo da parte questo discorso.
(Denis Diderot, da “Il nipote di Rameau”)


- ... che per fare il medico è indispensabile studiare tanto, certo; e anche per fare il chimico, l'avvocato, l'ingegnere, magari l'archeologo, quello che vuoi tu. Altre lauree sono solo pezzi di carta, il più delle volte: psicologia, per esempio: che sarà mai? O la letteratura e anche la filosofia, bella cosa ma te la puoi studiare anche da solo . L’università in questi casi serve solo per conoscere gente importante e far carriera. E poi ci sono le lauree vendute, che ogni tanto saltano fuori e si sa che in questi casi se Mascherasalta fuori uno vuol dire che ce ne sono dieci sotto.
- Se penso a un medico che si è comprata la laurea comincio ad essere preso dal panico.
- Ma è quello che succede. Magari ne fanno le spese quei poveri disgraziati che sanno il loro mestiere ma non sono arrivati fino in fondo.
- Studiare è difficile. Io ci ho rinunciato, non sarei mai riuscito a dare gli esami. E' sempre stato un mio problema.
- Ma quanti laureati ignoranti hai incontrato nella tua vita?
- Ecco,
- Ah sì, lo so: tanti quanti ne ho incontrati io. Come hanno fatto a laurearsi se non conoscono nemmeno l'abc della loro materia?
- Mi vuoi far spaventare.
- Mi sa che comincia a piovere. Andiamo là sotto a ripararci.
- Quel portico? Ma io ora devo andare. Ma, senti, già che passi di là, perché so che di là prima o poi ci passi, mi porti questa busta a questo signore qui?
- Questo nome qui scritto sulla busta?
- Sì, proprio lui. Lo sai dov’è, no?
- Beh, dovrei.
- Allora tanti saluti, e grazie. Sai, io di là non ci passo mai. Se lo viene a sapere mio suocero...

Il nipote di Rameau (IV).
Giuliano 20 marzo 2007

Io: E’ un’eternità che non vi vedo. Non penso affatto a voi, quando non vi vedo; ma mi fa sempre piacere rivedervi. Che avete fatto?
Lui: Quello che fate voi, io, e tutti gli altri fanno: del bene, del male, e nulla. E poi ho avuto fame, e ho mangiato quando se ne è presentata l’occasione; ho avuto sete, e talvolta ho bevuto. Intanto mi cresceva la barba, e quando era diventata lunga la facevo radere.
Io: Avete fatto male. E’ la sola cosa che vi manca per essere un saggio.
(Denis Diderot, da “Il nipote di Rameau”)

Avendo ritrovato Alberto, una visita alla Scala è d’obbligo. Quanti ricordi, quante code per trovare i biglietti in loggione, quante chiacchierate... Sono passati tanti di quegli anni che anche la Scala non è più la stessa. Adesso dietro all’edificio storico del MarioPiermarini, l’unico che è rimasto in piedi, troneggiano in bella vista le opere tardo novecentesche dell’architetto Botta.
- L’hai mai vista una cosa così?
- E’ come le tags dei writers: loro passano e lasciano la loro firma sul muro, e anche tu passi di lì e non puoi non vederla, anche se ti disturba. Le opere d’arte dei writers sono fatte apposta per essere viste, per dire “ci sono anch’io, e non voglio passare inosservato”. Vanno bene in periferia, sui muri di cemento dei cavalcavia e delle fabbriche abbandonate, ma gli edifici storici meriterebbero rispetto. Ecco, anche qui l’architetto poteva ben stare sotto al tetto del Piermarini, invece ha voluto fare capolino e dire ciao con la manina. Ed ora eccoli là, l’autosilo e la scatola da scarpe...
- Figurati che ho un’amica che abita in zona San Siro, vicino allo stadio, e da una mattina con l’altra si è trovata davanti un’enorme faccia di Berlusconi, grande come un campo di calcio. E’ rimasta lì per tre mesi, poi è cambiata e sul cartellone le hanno messo una tipa in mutande, sempre grande come un campo di calcio.
- E’ già un bel passo in avanti.
- Anche sul Duomo hanno messo i cartelloni pubblicitari...
- Basta che paghi, e puoi fare tutto; se invece fai i graffiti gratis, allora sei da perseguire: potrebbe essere questa la morale.
- E intanto la Scala non è più la stessa. Pensa che io esco di casa da 30 anni, e da 30 anni mi trovo davanti la sagoma di una fabbrica di detersivi. Beh, mi dicevo, pazienza, abito in un paese che non è mai stato famoso per le sue bellezze. Però non avrei mai pensato che la fabbrica di detersivi potesse fondersi con la Scala...
- Ci mettono anche le luci, di sera, così bisogna proprio notarla, l’opera dell’architetto. Ne vanno orgogliosi.
- Non capita solo a Milano.
- Sì, ma Milano è casa mia. E’ un pezzo della mia vita, me l’hanno cancellato e passi; però dicono anche che ne dovrei essere contento. E non solo contento, anche orgoglioso...
- E’ così che va il mondo, oggi.

Manifesto pubblicitario


Presente e futuro, a Milano e dintorni
Giuliano 19 marzo 2007

In questi giorni ho incontrato due cose nuove che mi hanno fatto pensare, e provo a raccontarle. La prima è questa: per un giorno (un giorno solo) ho tradito la mia solita edicola, e sono andato in un’altra che è a poca distanza ma è più grande, e i giornali si possono esporre meglio. Adesso la gestisce un uomo giovane, molto gentile; il negozio è sempre in ordine e ha anche iniziato ad utilizzare una vetrina che prima rimaneva vuota. LibriNella vetrina ha messo spade da samurai, libri sulle rune e sui Celti, e altre piccole amenità. E’ una vetrina in allestimento, un tentativo; il vecchio proprietario aveva provato con maglieria ed articoli sportivi. Mi sono chiesto il perché di questa scelta, e temo di averla trovata. Anch’io mi sono interessato dei Celti e delle rune, tanti anni fa: ho letto l’Edda e il Kalevala, e anche qui su Ulivo Selvatico ho trovato modo di infiltrare un piccolo Loki, l’anno scorso. E’ un bell’argomento e si possono imparare tante cose, sulle rune come sugli Egizi e sui Sumeri (la saga di Gilgamesh è meravigliosa e toccante, la più antica dell’umanità). Però c’erano mille cose che si potevano scegliere, da vendere accanto ai giornali e alla macchinetta del Lotto: e i Celti e le rune, come l’occultismo e le storie dei Templari, sono cose belle ma attirano anche l’attenzione di tanti personaggi strani. Che io ne abbia trovato uno? Nel dubbio, torno volentieri alla mia vecchia edicola, che è nella stessa metà del paese dove abito io, e non devo neanche preoccuparmi se trovo il passaggio a livello abbassato.
La seconda è a Milano, in Cordusio, dove proprio in vista del Duomo, e appena fuori dalla Galleria, c’è una bancarella di un venditore di libri, che ha il bel nome di Librivendolo. Ma adesso, dopo tanti anni, anche il Librivendolo ha passato la mano; il nuovo proprietario (o gestore) pur mantenendo il vecchio nome ha subito ridotto lo spazio dedicato ai libri, e ha messo in bella vista tanti giocattolini e gadgets per turisti. Anche lui è piuttosto giovane, e ha le idee chiare: a Milano, con i libri, non si campa. E’ vero che lì vicino c’è la Feltrinelli, enorme e onnicomprensiva; ma il numero delle librerie che hanno chiuso in centro è impressionante, e tutte nel giro di pochi anni. Penso che sia più che altro un problema di affitti, ma detto questo, guardandomi in giro, mi sorge un grande dubbio: che forse sono proprio i libri che non interessano più, a Milano.
Mah! Dati per perduti, dopo la generazione dei ’50 e dei ’60, anche i nati negli anni ’70, c’è chi vede segnali di rinascita nei giovanissimi, nelle nuove generazioni. Può darsi, speriamo; e speriamo che arrivi a manifestarsi presto, questa benedetta Era dell’Acquario che è tanto che l’aspettiamo.

Acquario


Curriculum vitae (3)
Giuliano 18 marzo 2007

La verità, una verità pesantissima e tristissima, è che da quando esiste la Legge Biagi del curriculum vitae interessa quasi solo una cosa: la data di nascita. A meno che non si tratti di posizioni particolari, nelle quali l’esperienza e la preparazione sono indispensabili, si assumono (rigorosamente a termine) ragazzi giovani ed entusiasti, al Altanprimo stipendio: si impegneranno molto e saranno contenti anche di ottocento euro. Poi, non appena si guarderanno in giro e penseranno magari di sposarsi e di fare figli, li si lascia a casa e si passa a un altro curriculum vitae, ad un altro limone da spremere – tanto la legge lo permette. Prima non era così, ed anzi era più logico scegliere gente esperta; ma se la legge lo consente...
Questo spiega tante cose, ma il discorso diventerebbe tristissimo e preferisco fermarmi.
Anzi, mi permetto il lusso di fare un’autocitazione e, a mo’ di comica finale, vado a prendere un mio vecchio post del 2003, tratto dalle mie “Cronache di fabbrica”. Il fatto è rigorosamente vero anche nei dettagli, e spero che il mio piccolo teatrino personale possa almeno riuscire a farvi sorridere:
(..) La Dottoressa entra ridendo, un po' sguaiata, e sventola un foglio che ha in mano: è una lettera, un curriculum vitae:
- Aho', guardate a questo!!! Sentite un po' cosa scrive: dice che vuol fare il caporeparto, vedi un po' che tenero!
Di questo ride, molto divertita; e ridono un po' anche i presenti che leggono la lettera.
Io cerco di capire: è la lettera di un giovane diplomato, che ha già fatto esperienza in una ditta piccola, dove ha svolto anche mansioni di caporeparto. Non tutte le ditte sono grosse come la nostra, ma la Dottoressa non lo sa: questo è per lei il primo impiego, perlomeno in una fabbrica; e lei non ha avuto bisogno di presentare curriculum o di fare colloqui di assunzione. Non ha nemmeno la laurea in chimica, se è per questo: il lavoro, e da caporeparto con mansioni di responsabilità anche verso l'esterno, le è piovuto addosso senza doverlo cercare. Merito suo, senza dubbio, o almeno così lei pensa: in fabbrica girano altre versioni più discutibili e magari censurabili, ma la Dottoressa è giovane e graziosa, e talvolta anche simpatica, per cui si sorvola.

Mi è capitato spesso di leggere istruzioni su come compilare un curriculum vitae, e spesso sono buoni consigli. Quello che non viene mai detto è di stare attenti a chi finisce in mano la storia della vostra vita lavorativa; ma, d'altra parte, sarebbe un'istruzione difficile da seguire...

Curriculum vitae (2)
Giuliano 17 marzo 2007

Un infermiere deve avere per forza la laurea? Una maestra deve necessariamente essere laureata? Ecco l’altro grande imbroglio del curriculum vitae, la laurea breve.
Un’invenzione di per sè intelligente, ma che ha portato con sè molti guai difficilmente risolvibili. Per esempio, la completa e assoluta svalutazione del diploma di scuola Infermierisuperiore. Con l’invenzione della laurea breve, si è dato per scontato che un giovane cominci a lavorare a 23-25 anni, a meno che non vada a fare il manovale; e non è una gran bella cosa. A 19 anni, un’infermiera sa già se può fare l’infermiera; e poi saranno benvenuti gli aggiornamenti, ma le volte che sono stato ricoverato, anni fa, prima dell’invenzione della Laurea in Scienze Infermieristiche, ho visto all’opera infermierine giovanissime che facevano prelievi e medicazioni in modo meraviglioso, senza provocare ematomi e senza far male. Lo stesso si discorso si può fare per le maestre elementari: aver a che fare con i bambini di sei anni è meraviglioso, ma non è facile ed è molto stressante. Nessuna laurea ti potrà mai dare questo dono meraviglioso del saper stare in mezzo ai bambini, ed è una cosa che sarebbe bene sapere subito, se possibile prima dei 25 anni, così è ancora possibile cambiare mestiere...
Nel mondo del lavoro, ho visto persone con una scolarità bassissima diventare degli eccellenti capiturno: e parlo dell’industria chimica, mica di bazzecole. Gente che prima faceva il contadino o il pescatore, e che arrivava, con l’impegno e l’intelligenza, a governare reazioni chimiche ad altissime temperature e ad alte pressioni, per di più con materie prime pericolose. br> Di tutte queste cose, nel curriculum vitae non rimane traccia. Come sarà possibile raccontare via lettera l’esperienza pratica di una vita di lavoro? Come potrei mettere in un curriculum le chiacchierate in inglese che ho fatto con una gentile e simpatica signora scozzese, in via del tutto privata, per tanti anni? La signora scozzese non rilasciava diplomi né certificati né crediti formativi, tutte cose fondamentali nei curricula e nei concorsi.
Mi piacerebbe, è uno dei miei sogni irrealizzabili, che per il mondo del lavoro valessero le stesse regole che valgono nella musica, o nello sport. A un violinista, o a un batterista rock , non si chiederanno titoli accademici, ai pezzi di carta si dà solo un’occhiata e poi li si mette da parte: a un musicista si chiederà di suonare qualcosa, e di regola cinque minuti bastano. La verità è che nel mondo del lavoro il 90% delle posizioni lavorative si possono raggiungere con l’impegno personale, anche senza titoli di studio: per fortuna viviamo nel XXI secolo, abbiamo a disposizione libri, dvd e cd, filmati, internet... Ma il mondo del lavoro continua a chiedere curriculum vitae, e crediti formativi che si ottengono magari facendo una stage con questo e quello, e che danno davvero punti per i concorsi (la casistica è impressionante, valgono anche le scuole per aspiranti scrittori!). Me l’immagino, alle volte, un giovane calciatore che si reca ad un provino per la Juve e chiede di essere ammesso perché “ho fatto uno stage con Alessandro Del Piero”... Chissà le risate se poi sbaglia uno stop o non sa correre. Ma quello che non è possibile nel mondo del calcio, o nel mondo della musica, si può fare nel mondo del lavoro, o della scuola; ed è una riflessione ben triste.

Curriculum


Curriculum vitae (1)
Giuliano 16 marzo 2007

Un medico in servizio presso un grande ospedale, sospeso e indagato perché in realtà non aveva mai conseguito la laurea. Come mai non se ne era accorto nessuno? Semplice: non se ne era accorto nessuno perché era uno dei migliori, molto competente e sempre disponibile Laureatocon i pazienti. Non è una notizia strana: anzi, è una di quelle notizie che ricorrono, ogni tanto tv e giornali portano a galla qualcosa di simile, nei medici e anche in altre professioni. Io stesso ho in bocca un ottimo lavoro fatto da un odontotecnico: era il 1973, avevo 15 anni e quelle otturazioni con devitalizzazione sono ancora lì, mentre ho dovuto rifarne altre, opera di un Dentista Davvero Laureato.
Questi episodi mi sono tornati alla mente in questi giorni dopo aver letto un’intervista ad un Gran Capo del Personale, che sulle pagine di Repubblica spiegava vizi e virtù dei curricula che riceve e che legge. Un ottimo intervento, pieno di belle osservazioni e di ottimi consigli; ma sul curriculum vitae da inviare alle aziende avrei tante cose da dire anch’io, cose che in quell’intervista, e in tante altri consimili interventi di “esperti dal mondo del lavoro” mancano sempre. Provo a mettere giù qualche riga, sintetizzando meglio che posso la differenza tra il mondo come dovrebbe essere e il mondo come è in realtà.
Per esempio, nel mondo del lavoro si tende a credere, e si dà anzi per scontato, che la laurea sia fondamentale, il primo criterio assoluto per assunzioni dirette e per corsi e concorsi. Gli esempi che ho riportato sopra dimostrano che non è sempre così, e tutti noi abbiamo qualche esperienza diretta in proposito. Spesso si tende a idealizzare l’ambiente accademico, si pensa a Harvard e a Cambridge, alle regate di Oxford e alle lezioni di Fermi ed Einstein a Princeton e dintorni. Ma la realtà è un’altra cosa, e anche se io l’Università l’ho vista solo dal di fuori qualcosa so e molte cose le ho viste. Per esempio, e non per voler parlar male, non si possono tacere i grossi scandali delle lauree comprate e vendute, per soldi o per sesso: scandali enormi, ne ricordo due a Roma e a Bari, non due piccole facoltà periferiche. Come sono finite le inchieste aperte? C’erano coinvolti anche nomi famosi, chissà come è andata a finire. Ma, al di là di questi casi abnormi, c’è anche una perversione nella normalità: per come sono fatti e pensati gli esami, si sa da tempo, è sempre la memoria ad essere privilegiata nel superamento di un esame, quello della patente come quello per la maturità o universitario. Un cretino con un’ottima memoria (la battuta non è mia, mi limito a riprenderla) supererà facilmente un esame che per altri, magari più dotati, sarà decisamente ostico. Penso sia il caso di quel medico mancato che raccontavo all’inizio: di solito si tratta di infermieri, molto bravi e molto dotati, che non riescono a superare esami dove la memoria è fondamentale, come quelli di anatomia. E allora, siamo in Italia e ci si arrangia, e non è bello; ma mi sento di dire, esperienza alla mano, che non è la cosa peggiore che può capitare.

Laureato


Il nipote di Rameau (III)
Giuliano 5 marzo 2007

Conoscevo costui da gran tempo. Frequentava una casa della quale il suo talento gli aveva aperto la porta. Vi era una figlia unica, e al padre e alla madre egli giurava che l'avrebbe sposata. Essi alzavano le spalle, gli ridevano sul naso, gli dicevano che era matto, eppure io vidi il giorno in cui la cosa avvenne davvero. Mi chiedeva in prestito qualche scudo, e io glielo davo. Si era introdotto, non so come, in alcune case di gente perbene, ove aveva il suo posto a tavola, ma a condizione che non parlasse senza prima averne il permesso. Taceva, dunque, e mangiava rabbiosamente; era magnifico a vedersi in questi frangenti. Se gli veniva desiderio di rompere il patto, e apriva la bocca, alla prima parola tutti gli invitati esclamavano: « Rameau! ». Allora la collera scintillava nei suoi occhi ed egli si rimetteva a mangiare più rabbiosamente. (...)
- Ti sei poi sposato con quella ragazza? Vivete insieme?
- Quale ragazza? Quella là o quell’altra? (ride).
- La violinista.
- Sì, e ho una figlia di vent’anni. Stiamo ancora insieme, pensa un po’. E tu?
- Ci sono andato vicino un paio di volte, l’ultima poco tempo fa. Ma poi è finita. Pensavo che fosse la volta giusta.
- Come te la passi?
- Non male, ma adesso sono nella galassia del precariato, però non voglio annoiarti. Ti vedo bene.
- Sì, anch’io non faccio niente, però per me è diverso. Due mesi fa ho venduto la cascina dei miei, in campagna. Ci sei stato anche tu, ti ricordi? Mi hanno dato un fottio di soldi, butteranno giù tutto e costruiranno tante casettine costose.
(Me la ricordo sì, quella casa di campagna: la chiama cascina, pensa un po’. Mi viene il magone a pensarci, ma lui continua:)
- ... ormai sventola alta sulla Lombardia la bandiera delle immobiliari, sono loro i padroni: le immobiliari e la ‘ndrangheta, alla pari. Sono loro che si distribuiscono i feudi e si garantiscono il potere, come gli Sforza e i Visconti dei bei tempi andati. Ormai sono loro, i capitani di ventura, gli Attila che dopo non cresce più niente (prova a far crescere un filo d’erba sul cemento... altro che spargere il sale!) Mia figlia, lei vive in Galles. Lì c’è tanto verde, c’è ancora spazio per vivere, le immobiliari non sono ancora arrivate, è un paradiso. Dovresti vedere che roba, altro che la Padania.

Longhi - La dichiarazione


Il nipote di Rameau (II)
Giuliano 4 marzo 2007

E’ un insieme di nobiltà d'animo e di bassezza, di buon senso e di follia: le nozioni di ciò che è onesto e di ciò che è Dandydisonesto devono essere assai stranamente mescolate nella sua testa, perché egli mostra senza ostentazione quel tanto di buone qualità che la natura gli ha dato, e le cattive senza pudore. Inoltre, è dotato di una costituzione robusta, di un calore di immaginazione singolare, e di una forza di polmoni poco comune. Se vi capiterà di incontrarlo, vi metterete le dita nelle orecchie, o fuggirete, a meno che la sua originalità non vi trattenga, Dio, che terribili polmoni! Nulla è più dissimile da lui di lui stesso. Talvolta è magro e scavato come un malato all'ultimo grado di consunzione: gli si potrebbero contare i denti attraverso le guance, si direbbe che abbia passato molti giorni senza mangiare, o che esca dalla Trappa. Il mese dopo, è grasso e ben pasciuto come se non si fosse mai alzato dalla tavola di un finanziere, o fosse stato rinchiuso in un convento di Bernardini. Oggi con la camicia sporca, i pantaloni strappati, tutto lacero, semiscalzo, se-ne va a testa bassa, sfugge, e si sarebbe tentati di chiamarlo per dargli l'elemosina. Domani, incipriato, ben calzato, pettinato, elegante, cammina a testa alta, si fa notare, e lo scambiereste quasi per un galantuomo. Vive alla giornata, triste o lieto secondo le circostanze. Il suo primo pensiero, quando si alza al mattino, è di sapere dove andrà a pranzare; dopo pranzo si domanda dove farà la cena. (...)
No, il mio amico non è un tipo così bizzarro. C’è qualcosa di questo antico ritratto, in lui; ma il mio amico Rameau ha molto più del dandy, è famoso per il suo understatement, come quando girava con l’impermeabile vecchio e sporco, uguale a quello del tenente Colombo, ma solo per proteggere il vestito elegante e la camicia bianca, per lui tassativi. Eppure sembrava non curarsene, era il classico tipo che sembra non sporcarsi mai, e nemmeno spiegazzarsi.
Parlo al passato perché gli anni sono passati: non siamo più tanto giovani, né io né lui.
- E cosa hai fatto in tutti questi anni?
- Oh, di tutto e di niente. E tu?
- Ah beh, anch’io, sai com’è.

Il nipote di Rameau (I)
Giuliano 1 marzo 2007

Che faccia bello o brutto tempo, è mia abitudine andare, verso le cinque di sera, a passeggio nei giardini del Palazzo reale: sono io quello che si vede sempre solo, pensoso, sulla panca d'Argenson. Mi intrattengo con me stesso di politica, di amore, di cose d'arte o di filosofia; abbandono lo spirito alle più libere divagazioni: lo lascio padrone di seguire la prima idea saggia o folle che si presenti, al modo che si vedono, nel viale di Foy, i nostri giovanotti dissoluti seguire i passi di una cortigiana dall'aria svagata, dal viso ridente, l'occhio vivace, il naso all'insù, lasciar questa per un'altra, attaccandole tutte senza impegnarsi con nessuna. Il Nipote di RameauI miei pensieri sono le mie donnine equivoche. Se il tempo è troppo freddo o troppo piovoso, mi rifugio al caffè della Reggenza: là dentro mi diverto a veder giocare agli scacchi. Parigi è il posto del mondo, e il caffè della Reggenza è il posto di Parigi dove si gioca meglio agli scacchi; è da Rey che si affrontano il profondo Légal, l'acuto Philidor, il solido Mayot; che si vedono le mosse più sorprendenti e si ascoltano i discorsi più assurdi; perché se si può essere un uomo di ingegno e un grande giocatore di scacchi come Légal, si può anche essere un grande giocatore di scacchi e uno stupido come Foubert e Mayot. (...)
No, non è Parigi, e non siamo nel Settecento: siamo a Milano, ai giardini di via Palestro. E' lì che incontro un tipo che dapprima non riconosco, ma che conoscevo tanti anni fa, quando frequentavo il loggione della Scala. E' il discendente diretto di un famoso compositore, del quale porta il cognome ma del quale non reca il minimo talento con sè. E' ricco di famiglia, però: e questo gli consente una bella vita e un bell'agio. Mi si avvicina, sembra che anche lui mi abbia riconosciuto, sentiamo cosa mi viene a dire.
- Ehilà, chi si rivede. Hai poi imparato a fare il nodo alla cravatta?
- No, mi dà ancora fastidio anche solo l’idea di metterla.
- Allora alla Scala non ti fanno più entrare, ecco perché non ti si vede più
- Ah, sono tanti anni che manco... Da prima che la buttassero giù per ricostruirla. Dieci anni, a luglio.
- Ah, e come mai?
- Ti dirò: mi manca Abbado, il clima di quegli anni.
Sospira.
- Eh, ti capisco. Cosa fai di bello oggi, hai un po’ di tempo?
Entriamo nel giardino, diamo un’occhiata in giro; due persone attorno a una scacchiera, con ogni evidenza extracomunitari, ucraini o russi, seduti su una panchina. Una bella scacchiera, con dei bei pezzi, molto usata
- Ci sono ancora posti dove si gioca agli scacchi, a quanto vedo
. - Sì, ma è sempre più raro. Io sono sempre stato un modesto giocatore, ma mi piace seguire le partite.
- Adesso agli scacchi non ci gioca più nessuno; quelli che lo fanno giocano da soli, contro il computer.

Scacchiera


Tre piccole riflessioni sullo stato dell’informazione in Italia (III)
Giuliano 27 febbraio 2007

E’ deprimente, ed ogni anno è la stessa storia; anzi, si va sempre peggio. Per esempio, è incredibile la quantità di scemenze che tocca ascoltare, ogni anno, davanti alla tragedia delle foibe. Davanti ad un fatto così, bisognerebbe tacere ed avere rispetto per i morti; magari pregare. E’ già stato detto tutto, sulle foibe; è giusto ricordare, ci mancherebbe altro. Ma poi, alla fine, perché Telegiornalisaltano sempre fuori tutte queste chiacchiere inutili, fastidiose, e dolorose per la memoria di chi nelle foibe ha perso parenti e amici? Ogni anno la stessa storia, compreso l’articolo di Claudio Magris che, da triestino, prova a ristabilire un po’ di verità storica sulla vicenda: penso che lo tenga in un cassetto e lo tiri fuori ogni anno uguale, tanto cosa vuoi che cambi.
Ci sono dei periodi (questo è uno di quelli) in cui non riesco a guardare i telegiornali. Non si riesce mai a parlare seriamente delle cose che succedono, non si riesce mai ad andare a vedere i problemi così come sono davvero, e non come vorrebbero farceli vedere o come sono ad un’occhiata appena superficiale.
Per esempio, sono anni che i geologi lanciano allarmi sullo stato delle nostre colline e dei nostri fiumi, ma mai che se ne parli. Si parla dei Pacs, o dei Dico, come se il matrimonio o la convivenza di due persone fossero più importanti per la comunità rispetto ad una frana o un’alluvione, o alla siccità. Si parla tanto di Legge Finanziaria, ma nessuno dice che, alla fine di tutti questi discorsi, l’unica cosa che c’è in comune fra quello che dice Tremonti e quello che dice Visco, quello che dice Padoa Schioppa e quello che dice l’UE, o l’OCSE, o il FMI, è che l’Italia ha un buco enorme nel suo bilancio, e che questa è la brutta realtà che dobbiamo affrontare, sia da destra che da sinistra che dal centro. Si discute della base americana a Vicenza, ma il vero problema è l’appartenenza alla NATO: se siamo nella NATO, non possiamo mandar via gli americani e se mandiamo via gli americani poi dobbiamo essere pronti a difenderci da soli.
Sono solo pochi dei mille esempi possibili, ci si potrebbe anche chiedere perché quando il Papa (Ratzinger, intendo) parla dello scandalo del capitalismo e della fame nel mondo viene subito relegato nelle ultime pagine e invece abbia così tanto (enorme, incontenibile) spazio quando parla di altri temi. Mai una volta che si riesca a discutere seriamente, a far arrivare alla gente un discorso sensato e compiuto, dal principio alla fine. Sembra che i Direttori dei telegiornali siano Pippo Franco e Oreste Lionello, si mettono in fila tutti gli argomenti e alla fine si parla solo dei gay, dandosi colpetti col gomito e ammiccando... Quando tre iscritti alla Cgil vengono arrestati per terrorismo si dibatte per giorni sul collegamento fra terrorismo rosso e sindacati, dando per scontata la cosa: ma la Cgil fa cinque milioni di iscritti, tre persone su cinque milioni è lo 0,00006 per cento, è come dire che se Provenzano e Sindona erano abbonati all’Osservatore Romano allora tutta la Chiesa Cattolica è mafiosa, o come dire che se Dell’Utri è stato condannato per associazione mafiosa e Previti per aver corrotto un giudice allora – ops, sto divagando. Me ne scuso, e chiudo qui le mie tre piccole riflessioni: penso di essere già stato abbastanza chiaro, più di così non saprei cosa dire, almeno per oggi.

Tre piccole riflessioni sullo stato dell’informazione in Italia (II)
Giuliano 26 febbraio 2007

Il governo Berlusconi vara un decreto sulla sicurezza degli stadi di calcio, e il primo a non rispettarlo è Berlusconi stesso, nelle vesti di presidente del Milan. A non essere a norma con il decreto Pisanu, dopo due anni, è proprio lo stadio “Meazza” di Milano: quello dove giocano la squadra del presidente del Consiglio allora in carica e che ha voluto la legge fatta in questo modo, e l’Inter dell’incorruttibile Massimo Moratti, la cui cognata è l’attuale sindaco di Milano, nonché esponente del partito di Berlusconi (come i sindaci precedenti, del resto). Un bel giro di conflitto d’interessi, così intricato che per capire chi e cosa deve fare questo e quello diventa necessario farsi uno schemino, tanto più che dopo qualche giorno un dirigente del Milan dice che chiederà i danni al Comune. Berlusconi chiederà i danni a Forza Italia? Moratti chiederà i danni a Moratti?
Il bello è che Torino e Roma sono in regola, Siena è in regola, perfino Palermo è in regola, Milano invece no. Sembrerebbe uno scoop pieno di sugo, di quelli su cui buttarsi in tuffo, ma così non è. Tacciono i Feltri, tacciono le piccole emittenti locali, tacciono i tg nazionali. Si fanno tanti dibattiti e tante chiacchierate, ma alla fine la colpa è sempre di Amato (perché il ministero dell’Interno non ha bloccato gli stadi subito, a settembre???) o magari di Caruso, nel senso del deputato comunista che ha detto, magari con scarso senso del tempo, che i poliziotti non sono sempre ben preparati (la stessa cosa, da un punto di vista diverso, l’aveva detta un rappresentante della polizia parlando dei fatti di Catania, ma cosa vuoi che importi).
Non è che il calcio sia una cosa fondamentale, fosse per me gli stadi li avrei chiusi da molto tempo ed è anzi ora che qualcuno lo abbia fatto perché non se ne poteva più. Se un negozio o un bar o un teatro non sono a norma vengono chiusi senza tante storie, e non fa nemmeno notizia; si può discutere sulla validità delle singole norme, ma non si capisce perché proprio gli stadi del calcio debbano fare eccezione. Ma il comportamento dei “giornalisti” delle varie tv è stato uno spettacolo gustoso, per un antropologo dilettante come me. Non ho imparato niente di nuovo, ma mi sono divertito lo stesso. Adesso, dopo il divertimento, mi piacerebbe passare alle cose serie, all’informazione fatta come si deve, ma mi sa che non sarà possibile; e soprattutto si capisce bene perché passi pressoché inosservato uno scandalo delle dimensioni di Previti ancora in Parlamento. Un deputato condannato in via definitiva per aver corrotto un giudice, in un Paese normale, avrebbe portato alla fine della carriera politica non solo sua ma anche di tutti quelli che gli erano vicini; in Italia, invece, ci si può ripresentare come immacolati per la guida del Paese, con un’ammirabile e inimitabile faccia di tolla da parte dei diretti interessati, e un vergognoso silenzio da parte di chi avrebbe il dovere di sollevare lo scandalo.


Tre piccole riflessioni sullo stato dell’informazione in Italia (I)
Giuliano 25 febbraio 2007

Ero nella sala d’attesa del dentista e ho trovato un numero di Gente, giornale che non leggevo da un’infinità di tempo: l’ho riconosciuto solo dalla testata, per il resto non credevo ai miei occhi. «Meschino, cosa mai ti è successo? chi ti ridusse così?», mi è venuto da pensare. “Gente” era sì un giornale da vecchie zie, sempre con la foto del duce o dei Savoia nelle pagine centrali, sempre col servizio su Padre Pio o sul sensitivo Rol, ma era anche un giornalone di una certa consistenza, c’era sempre qualcosa da leggere ed era una presenza tutt’altro che sgradevole o secondaria. Aveva un odore speciale, particolare, e anche una sua consistenza che lo rendeva riconoscibile al tatto, forse il tipo di carta o l’inchiostro, chissà. Mi ricordo bene le sue copertine dorate (sempre dorate), di carta dura, robusta: “Gente” non si stropicciava mai, a differenza di altri giornali.
Ma adesso mi trovo davanti ad un giornalino smilzo, piccolo, inconsistente e leggero, a colori vivaci, identico a qualsiasi altro giornalino. Lo sfoglio, e constato con tristezza che il giorno prima avevo avuto tra le mani il catalogo dell’Ikea, e lo avevo letto con maggior interesse di questa povera cosa. Anche il giornalino del supermercato lo avevo trovato molto più interessante: c’erano delle belle foto di bambini che giocano con i cuccioli, e anche ricette di cucina molto invitanti e ben illustrate. Ma questo coso che ho fra le mani che cos’è?
Lo so da tempo che le vecchie zie oggi comperano “Chi” e “Visto”. Non ci trovano più le foto dei Savoia, a parte quello sciagurato di Vittorione e qualcosa di suo cugino quello bravo: ma qualcosa da leggere c’è, nonostante tutto. Questo qui invece è un giornale senza senso, e senza sale. Viene da chiedersi cosa è successo alla stampa settimanale italiana. Vent’anni fa in edicola c’erano tanti giornali: “L’Europeo”, “Epoca”, “La Domenica del Corriere”... Se ne è perfino persa la memoria, ma erano davvero tanti. Oggi siamo rimasti con L’Espresso e Panorama, e magari con Famiglia Cristiana, tre settimanali di discreto livello ma non tali da far fare salti di gioia al lettore che li prende in mano. Ci sono gli allegati dei quotidiani, è vero – ma non è la stessa cosa. In parte, questo declino era inevitabile: la tv e internet non perdonano. Ma allora avrebbe più senso chiudere il gio