STILE LIBERO

MAGGIO 2003
folon


"Le ombre dei nani si allungano..."
fdS, coinquilino di Montepino 31 maggio 2003
Tutto confermato, quanto chiaramente detto da Solimano. Anche ieri sera a Primo Piano è venuto fuori il problema dell'assedio-assalto alla Corriera, pardon, al Corriere della...Notte, come lo chiamerei io d'ora in poi...
Si fa sera, caro Montepino, e , come solennemente recita un antico adagio basco, "le ombre dei nani s'allungano...", e la notte, quella fatta di buio pesto, è alle porte: tutte le vacche, bianche o nere, saranno nere. Si tenta, in poche parole, di portarci alla indistinzione, di confonderci con i lazzaroni, i ladri, i trasgressori della legge. Tanto, siamo tutti, chi più chi meno, dei ladri, dei lazzaroni etc...(vedi assioma craxiano).
Il bubbone è scoppiato ieri sera a "Primo Piano". C'erano Curzi e Feltri. Quest'ultimo un vero cialtrone. Pensa che è arrivato a dire, con la signorilità che lo distingue, che non è poi un gran danno se De Bortoli se ne va e diminuiscono i lettori del Corriere: "così vendiamo di più noi....."!!! Il fatto poi che tutto, dico tutto, il Cdr del Corriere sia sceso in sciopero oggi, per lui non significa niente. "Tanto clamore per una semplice rotazione di giornalisti, ma quando mai?"
Il male, poi, carissimo Amico, non risiede tanto nei "delitti" che vengono ogni giorno consumati dal Padrone-Stalliere di Arcore e Artieri di contorno, ma dalla massa dei suoi votanti, che sono purtroppo tanti...
Una prova? Stamani, la venditrice di giornali dalle nostre parti, è arrivata a dire che è scandalizzata, indignata, offesa...per l'epiteto di "Stronzo" che un certo Vauro ha osato proferire nei confronti del suo Capo, da lei democraticamente votato...Capisci a che punto arriva la tracotante, vanesia supponenza degli accaniti sostenitori di questi quattro "scalzacani"??? Ne riparleremo in giornata, con l'aggiunta delle "ultime" ricavate dalla lettura di altri giornali. Un salutone supercordiale dal tuo amico flagellum da Sena.

piero della francesca: la madonna di senigallia

Una strada piena di buche
Antenore 31 maggio 2003
Sotto casa mia ci sono ancora delle buche spaventose. L'anno scorso, di questi tempi, è stato fatto un lavoro benemerito: la sistemazione delle fognature, con la divisione delle acque chiare da quelle scure. E' un lavoro che andava fatto, e sono contento di abitare in un Comune dove si fanno questi lavori.
Però dall'anno scorso mi è rimasta in eredità questa strada ( meno di 200 metri) così conciata: per gli amanti del cross non c'è male, ma io non rientro tra quelli... Gli esperti dicono che bisogna aspettare, che l'inverno non è la stagione giusta, che non si possono riparare subito le buche dopo scavi come questi, perché il terreno si deve assestare, eccetera.
Ma intanto è passato un anno, e dopo l'ennesimo percorso da mountain biker della mia vita recente, mi assalgono pensieri strani. Penso: e se uno cade e si fa male, potrebbe chiamare in causa il Comune e farsi risarcire? Certo che sì, si leggono spesso di queste notizie nelle cronache. Si legge spesso anche di personaggi famosi che vanno al ristorante, trovano un sasso sotto i denti e si fanno dare risarcimenti miliardari (miliardari in lire, naturalmente!).
Continua la deriva dei miei pensieri, e vado avanti col ragionamento: perché non potrei farlo anch'io? Poi penso che per fare una cosa del genere mi servirebbe un avvocato, e dovrei pagarlo. Il gioco varrebbe la candela? Penso anche alle truffe alle assicurazioni, altro argomento ricorrente sui giornali... Io non ho mai truffato nessuna assicurazione, né ho mai pensato di farlo, e oltretutto guido poco l'automobile: ma non per questo il mio "premio" assicurativo viene risparmiato dagli aumenti.
Quante volte ci capita di imbatterci in questioni che, se portate davanti ad un giudice, ci vedrebbero vincenti, e magari con un congruo risarcimento? Spesso si tratta anche di cause importanti, che interessano tutta la comunità, come per esempio il processo del petrolchimico di Porto Marghera, con sostanze cancerogene sparse nell'aria (ma la colpa non era di nessuno).
Fermo il volo dei miei pensieri (ma potrei continuare a lungo) e concludo. E' difficile per una persona "normale" vincere una causa. Gli avvocati costano molto, e non c'è mai la certezza assoluta di vincere; si rischiano spese enormi che per una persona con un reddito medio-basso potrebbero essere catastrofiche; e in più i processi, da noi, durano anni. Le persone "normali" rinunciano ad intentare cause anche quando hanno ragione; anzi, il più delle volte questo pensiero non li sfiora nemmeno. Incontrano una buca, cadono, si rialzano e imprecano alla sfortuna o alla propria disattenzione; se prendono una multa la pagano senza fare tante storie, e così via.
Ma al mondo non ci sono solo le persone "normali": lo sappiamo tutti, e anche di queste cose sono piene le cronache, soprattutto quelle di questi giorni.

Sogno alla TV
Enrico de Bernart 31 maggio 2003
In televisione c'è una trasmissione autogestita dell'Ulivo, uno di quei messaggi di propaganda elettorale.
Una voce femminile annuncia: "E' per questo deficit di democrazia nel nostro paese che abbiamo deciso di competere sul piano della democrazia, rinnovando le nostre strutture.
Chiunque voglia collaborare al progetto di una Repubblica degna di tal nome può rivolgersi al numero verde in sovraimpressione.
Ci siamo resi conto che per governare al meglio dovevamo dare una struttra democratica al nostro partito.
Abbiamo bisogno di voi, vogliamo conoscere i problemi reali del vostro quartiere, cerchiamo persone competenti da candidare alle cariche elettive, elettori che vigilino sull'operato degli eletti.
E' un nuovo tipo di comunicazione la chiave del nostro successo, non più volta a condizionare bensì all'ascolto..."
Mi sveglio, non era vero... in TV c'è un dibattito stile 'urliamo tutti assieme'. Spengo e, come il 73% degli italiani, mi addormento entro 60 minuti.

feiffer

La gallina guercia
Solimano 31 maggio 2003
Sono felicemente riuscito a trovare dei testi di Gadda in rete. In particolare "L'incendio in via Keplero" e brani del Pasticciaccio e della Cognizione del Dolore. Il famoso brano della gallina guercia nell'antro della Zamira (nel Pasticciaccio) vale da solo più di tutte le scuole di scrittura.

"...In quel punto, come evocata di tenebra, dall'usciolo socchiuso della scaluccia approdante in bottega (di cui li ragazzini fantasticavano, altri favoleggiavano e più d'uno pe via de la lettura de la mano avea pratica), si affacciò, e poi zampettò sul mattonato freddo qua e là con certi suoi chè chè chè chè tra due cumuli di maglie, una torva e a metà spennata gallina, priva di un occhio, e legato alla zampa destra uno spago, tutto nodi e giunte, che non la smetteva più di venir fuora, di venir su: tale, dall'oceano, la sàgola interinata dello scandaglilo ove il verricello di poppa la richiami a bordo e tuttavia gala d'una barba la infronzoli, di tratto in tratto: una mucida, una verde alga d'abisso. Dopo aver esperito in qua in là più d'una levata di zampa, con l'aria, ogni volta, di saper bene ove intendeva andare, ma d'esserne impedita dai divieti contrastanti del fato, la zampettante guercia mutò poi parere del tutto.
Spiccicò l'ali dal corpo (e parve estrinsecarne le costole per una più lauta inspirazione d'aria), mentre una bizza mal rattenuta le gorgogliava già nel gargarozzo: una catarrosa comminatoria. A strozza invelenita principiò a gorgheggiare in falsetto: starnazzò spiritata in colmo alla montagna di que'cenci, donde irrorò le cose e le parvenze universe del supremo coccodè, quasi avesse fatto l'ovo lassù. Ma ne svolacchiò giù senza por tempo in mezzo, atterrando sui mattoni con nuovi acuti parossistici, un volo a vela de' più riusciti, un record: sempre tirandosi dietro lo spago. Parallelamente allo spago e alla infilata dei nodi e dei groppi, un filo di lana grigio le si era appreso a una gamba: e il filo pareva questa volta smagliarsi da reobarbara ciarpa, di sotto al ridipinto ciarpame. Una volta a terra, e dopo un ulteriore co co co co non si capì bene se di corruccio immedicabile o di raggiunta pace, d'amistà, la si piazzò a gambe ferme davanti le scarpe dell'allibito brigadiere, volgendogli il poco bersaglieresco pennacchietto della coda: levò il radicale del medesimo, scoperchiò il boccon del prete in bellezza, diaframmò al minimo, a tutta apertura invero, la rosa rosata dello sfinctere, e plof! la fece subito la cacca: in dispregio no, è probabile anzi in onore, data l'etichetta gallinacea, del bravo sottufficiale, e con la più gran disinvoltura del mondo: un cioccolatinone verde intorcolato alla Borromini come i grumi di solfo colloide delle acque àlbule: e in vetta in vetta uno scaracchietto di calce, allo stato colloidale pure isso, una crema chiara, di latte pastorizzato pallido, come già allora usava.
Di tutta quell'aerodinamica, naturalmente, e del conseguente sgancio del gianduiotto, o boero che fosse, la Zamira ne profittò pe non risponde: intanto che dei piumicini a ricciolo, nervosi e teneri come d'un papero infante, persistevano ad alto a mezzaria mollemente ondulando, da parere anelli in dissolvenza, del fumo d'una sigheretta. Nel prodigio nuovo l'imperativo del Pestalozzi vanì. Lei la si levò ratta di seggiola con tutto il podere cilestrino, la si diè a ciabattare e a sventolar la gonna dietro alla torva, zinale non aveva, e a garrirla: "Via! via! sozzona, sporcacciona! Una partaccia così, zozza che nun se' altro! al signor maresciallo!"
Tantoché la zozza in parola, tuttavia gargarizzandosi di mille cocococò, e scaracchiandoli infine tutti in una volta al soffitto in un chechechechè riassuntivo, per quanto doppiamente ancorata e dallo spago e dal filo, la si levò a volo fino sul ripiano della credenza: dove, incazzatissima, e rivestita sua dignità, la depositò, nel vassoio di peltro, un altro bel caccheronzolo, ma più piccino del primo: pif! Con che sembrò aver evacuato il disponibile. La paura (dei carabinieri) fa novanta..." Carlo Emilio Gadda

Il Teatro
Rigoletto 30 maggio 2003
Detto anche "Teatro Scientifico", anche "Teatrino Scientifico" o anche "Teatro dell'Accademia".
Il palazzo dell'Accademia Nazionale Virgiliana (di Giuseppe Piermarini) a Mantova e' lo scrigno di questo gioiello. Fu progettato da Antonio Galli da Bibiena, del quale ci sono anche rimasti il Teatro dei Rinnovati a Siena e il Teatro Comunale di Bologna.
La sua realizzazione, iniziata nel 1767, termino' nel 1769, nel cui autunno fu inaugurato da un concerto del tredicenne Wolfgang Amadeus Mozart. "Non ho mai veduto in vita mia niente di piu' bello" disse Leopold, reduce dal trionfo mantovano del figlio.
L'interno del teatro e' un ricamo di legni dipinti negli ordini dei palchi e nella scena fissa: una atmosfera raccolta che ha affascinato i grandi della musica ed i melomani. Come ridotto superiore un'elegante sala a stucchi dominata dai grandi ritratti di Maria Teresa, Francesco I e Giuseppe II, tutori dell'Accademia.
"Mantova, mito e realta'. Ogni altro valore o carattere, nello spazio geografico, perde spicco al confronto." (Gianandrea Gavazzeni).

bibiena: architettura di fantasia

Ascensione
Antenore 30 maggio 2003
Ieri era l'Ascensione. Per comodità, e per non interrompere il ciclo lavorativo, noi la festeggeremo domenica prossima, cioè il primo giugno; ma in molti Paesi (per esempio la Svizzera) la festività è rimasta, e non si lavora.
garofalo: ascensioneL'Ascensione è una delle feste più importanti, per un cristiano; una di quelle in cui davvero si celebrano i Misteri. Insieme alla Pasqua, viene a dirci che la morte non esiste, e che questa nostra vita è solo un transito verso qualcosa di superiore, che ci aspetta: e che perciò non dobbiamo sprecarla.
Mi scuso per la semplificazione, ma sono temi importanti. Ripensavo a questi temi anche perché ieri i telegiornali davano le immagini di Prodi che si lamentava dell'assetto finale della Costituzione Europea; e da Roma il Papa ribadiva il concetto che bisognava fare riferimento alle radici cristiane dell'Europa.
Sono discorsi importanti, io non mi sento di affrontarli per esteso però penso di poter fare alcune riflessioni.
Per esempio, cosa vuol dire "radici cristiane" ? Il Papa si lamenta, e ne ha ben ragione. In quest'Italia (e in quest'Europa) la gente non va più né a Messa né a votare, e l'ignoranza sulla religione (e sulla democrazia...) è ben profonda e visibile. Ci sono altri modelli di comportamento, e io direi che la colpa principale è del consumismo e della superficialità, che vengono diffuse a piene mani dai mass media. Dura così da più di vent'anni, e ormai credo che si siano fatti danni irrecuperabili.
In questa situazione, trovo personalmente terrificanti certe dichiarazioni e certi pareri che, specialmente qui in Lombardia, sono molti facili da ascoltare. Per esempio, le dichiarazioni sugli immigrati e sugli extracomunitari: che bisognerebbe buttarli a mare, che spendiamo troppi soldi nei centri d'accoglienza e che invece questi soldi dovremmo tenerli per noi, che non è giusto dare il sussidio ai disoccupati, e via dicendo. Non so come siamo messi con la politica, vista l'incertezza di idee che c'è in giro; ma il Vangelo è sempre lì, e parla chiaro. Sono passati duemila anni, ma le Sue parole sono ancora così chiare e luminose da non essere facilmente sopportabili, con i tempi che corrono: ma siamo ancora un paese cristiano?

Il Corrierone
Solimano 30 maggio 2003
Credo proprio che De Bortoli non ne potesse più. Il fiato sul collo ce l'aveva da diverso tempo, e Previti e Berlusconi sanno minacciare, direttamente ed indirettamente, tramite Ligresti e tramite Umberto Agnelli, che è in balìa dei drammatici conti Fiat. Ha fatto bene, a dare le dimissioni. Se restava, sarebbe stato esposto senza copertura, e l'unica alternativa era quella di mollare qualcosa ogni giorno: uno sputtanamento ben temperato.
Folli scrive in modo stitico ed oracolare, in equilibrio fra Ciampi e Berlusconi. Gran mazzolatore dei girotondi, come quasi tutti al Corriere. L'ho visto qualche volta alla rassegna stampa a fine serata in TV: mai che si sbilanci, sempre una parola in meno che una in più. Un impiegato, allineato anche quando dorme.
A me interessa che quelli che leggo abitualmente sul Corriere: Sartori, Stella, Stajano, Alvi, Biagi e Bianconi, continuino a scrivere come sanno. Non credo che succederà. In qualche mese, il carciofo lo sfoglieranno completamente.
Non è che De Bortoli facesse mirabilia: le pagine culturali del Corriere erano scese di livello rispetto a qualche anno fa. Ma un civile giornale conservatore sì che l'ha fatto. E' la parola civile che dà fastidio oggi.

Che paura
Massimo Marnetto 29 maggio 2003
"Siete rimasti in pochi, ma per fartuna ancora qualcuno ce n'è", mi fa la signora in autobus.
"Come ha fatto a sapere che faccio parte dei Cittadini per l'Ulivo?" mi chiedo sorpreso, "Ma allora, si vede!"
Ma poi tutto si chiarisce: "Ormai è così difficile trovare chi cede il posto a noi anziani..."

La tomba di Radamesaida e radames (burattini f.lli colla)
Solimano 29 maggio 2003
Quando si approssima "L'infedele" di Lerner, dico a me stesso: "Debbo guardarlo". Brutto segno, vuol dire che non mi piace. E trascuro già abbastanza doveri, ci può stare anche l'Infedele. Sembra l'ultimo atto dell'Aida, senza Aida, però. Gli infedeli che ho conosciuto sono più allegri, se no rimangono infedeli virtuali, da vorrei ma non posso. I noiosi non cuccano.
Tutti questi comunisti, post-comunisti, ex-comunisti, anti-comunisti, cattivi maestri, scolari peggiori, che continuano a remenarsela fra di loro, utilizzando i lottacontinuisti ed i servitori del popolo come moderatori.
Ci vorrebbe così poco a vivacizzare: far scavare negli archivi di vent'anni fa da quattro stagiste curiose, recuperare scelti brani di Ferrara e di Lerner, di Bondi, di D'Alema, di Adornato e di della Loggia, e farli leggere con molto sentimento da Sofri junior e da Sabina Guzzanti. Magari, pure un bel dibattito di Paolo Guzzanti con sè stesso, stile dottor Jekill e mister Hyde.
Infine, cambiargli il nome, a 'sto Infedele: "Il grillo parlante", se cambia la scenografia, se no "Il grillotalpa" o "Vent'anni prima".

Apriamo un tavolo di discussione
Rigoletto 28 maggio 2003
Non e' cosi' semplice.
Quando ti va bene si apre solo in parte, pencola, potrebbe cadere da un momento all'altro. Quando ti va male ci rimani con le dita dentro e fa un male cane.
E poi? di che legno?: ulivo, quercia oppure pioppo che, come dice don Camillo, e' tenero e non fa male, neppure se randellato su una schiena. Servirebbero delle primarie perche' questi sono i veri dilemmi cui noi cittadini ci appassioniamo.
Anche portare avanti il discorso e' piu' arduo del previsto. Il discorso non vuole saperne di essere portato avanti. Se lo spingi si impunta. Se lo tiri si aggrappa alle gambe del tavolo (quello della discussione). Mi viene una strana idea: perche' non proviamo a portare il discorso indietro, ai valori fondanti della sinistra? Sembra che ad un sindaco di Roma sia riuscito.
In quanto al tavolo, per discutere non serve, basta passeggiare assieme a persone che abbiano idee.

"C'era tanta gente, soprattutto giovani"
Solimano 28 maggio 2003
L'altro giorno, al Seminario di Cascina Costa Alta, ho scelto il gruppo "Comunicazione".
C'è stato chi ha reinventato le "Feste dell'Unità", chi ha detto che il 20% dei nostri soci non usa Internet, quindi anche il restante 80% deve adeguarsi e non usarlo, chi ha proposto catene umane molto simili alle piramidi finanziarie albanesi, però via e-mail, non via scafisti.
Finalmente uno ha detto: "E coi giovani, come facciamo?". Attendevamo tutti da tre quarti d'ora, il resto era solo preriscaldamento.
Ci siamo sentiti immediatamente in colpa, tutti. Di che? Della nostra carta di identità. Una signora quarantaduenne singhiozzava in un angolo. Un cinquantasettenne, che aveva appena utilizzato lo scivolo per la pensione di anzianità, ha fatto immediata autocritica. "Abbiamo una grande meta davanti: fare del bene ai nostri figli!" ha detto un sessantenne buonista. "Ai nostri nipoti, i figli se ne fregano di noi", lo ha corretto una scettica sessantacinquenne. "Dobbiamo adottare il loro linguaggio e le loro abitudini!" ha risolto un brianzolo in saecula saeculorum. Pensavo che conosco tanta gente, ma pusher di ecstasy no, per il momento. E così via. Alla fine si intravedeva la meta: un tango resistenziale, con un bel bandierone arcobaleno.
Io ce l'ho la mia soluzione: fregarsene. Farsi i fatti propri. Indossare la propria età con l'aggiunta di un lieve rincoglionimento voluto. Inciampicare salendo nel bus, così ti cedono il posto. Dire "Eh?" quando ti chiedono qualcosa, così hai più tempo per pensare alla risposta che ti conviene.
A proposito di rincoglionimento. Ho fatto un patto di sangue con un mio caro amico: ognuno dei due si è impegnato ad informare l'altro quando vede in lui sintomi crescenti di rincoglionimento (uno non se ne accorge da solo, se no che rincoglionimento è?). Bene, da sei mesi io li noto quei sintomi nel mio amico, ma non ho cuore di dirglielo. Noto soprattutto che, quando dico qualcosa, mi guarda in modo strano, come per dirmi una cosa, ma non me la dice...
"Un quart d'heure avant sa mort, il était encore en vie": lo dicevano di Monsieur de La Palisse, ma non è lapalissiano.
Proviamoci, è divertente.

giorgione: i tre filosofi (o le tre età dell'uomo?)

Nel giardino degli ulivi
Bfaber 27 maggio 2003
Passeggiando nelle statistiche delle elezioni amministrative tra i cactus e gli ulivi il panorama è interessante e vario quanto il Bel Paese.
Senza ironia, è un Bel Paese, dove è difficile restare indifferenti e annoiarsi.
Basta non guardarlo attraverso il buco delle telecamere che, tutte con la calza, lo appiattiscono nascondendone la realtà.
Anche i cactus sono tanti e diversi tra loro. Spinosi, ma non sono poi così brutti, anche se preferisco girare tra gli ulivi.
Tra questi si notano subito quelli più robusti perché più antichi, un pò rinsecchiti e contorti, belli anche loro, con vistosi nodi. Guardarli, da vicino, si scopre l’interessante storia della loro lunga vita. Si notano per l’effetto di contrasto con quelli, pochi in verità, più rigogliosi e giovani. Quasi selvatici. Si distinguono nettamente, basta osservare la partecipazione al voto. Accanto agli ulivi antichi la percentuale di partecipazione diminuisce, vicino a quelli giovani la percentuale dei votanti aumenta.
Antichi e giovani, tutti e comunque, formano il bel giardino degli ulivi.
Un giardino per meditare, sul futuro, anche per dormire, o, se si vuole, per ritornare....basta scegliersi una pianta robusta, antica.

Il Settimo Sigillo
Antenore 27 maggio 2003il settimo sigillo
Ancora su Ingmar Bergman: mi è capitato diverse volte, nel corso del tempo, di nominare "Il Settimo Sigillo" anche a persone che normalmente non si interessano di cinema, o che vedono solo film leggeri.
Ma "Il Settimo Sigillo" se lo ricordavano tutti: ogni volta che passava in tv, la storia del Cavaliere che gioca a scacchi con la Morte aveva una tale intensità che era impossibile dimenticarsene o passar via.
Ma da una ventina d'anni questo mio giochino è diventato impossibile. Non solo è sparito del tutto "Il Settimo Sigillo": è sparito tutto il cinema di Bergman, in tv non lo danno più neanche alla due di notte.
Impossibile, o quasi, trovare un ragazzo di vent'anni che abbia visto questo film, o magari "Rashomon" di Akira Kurosawa, o "La dolce vita" di Fellini : un film lungo e straziante del quale si ricorda (non a caso...) solo la sequenza più leggera, quella di Anita Ekberg nella Fontana di Trevi.
Questi film hanno gravi colpe: sono vecchi; sono in bianco e nero; non sono adatti alle pause pubblicitarie;parlano di cose profonde; e soprattutto, ed è questa la colpa più grave, sono film che fanno pensare.

Voti e stuzzichini
Solimano 27 maggio 2003
Mi è pervenuto da un lontano parente, er sor Primetto, che di mestiere è uno dei più reputati pizzicaroli di tutta Roma, il seguente messaggio istituzionale:
"Ahò! L'avemo sderenati... Già me lo disceva Maria Rita che per Sor Richetto Gasbarra er voto de le sciampiste e puro de le laureate era come in cassaforte. E puro li preti e li monzignori più tosti.
Er comitato elettorale era er bancone mio a Piazza Vittorio: volantini e stuzzichini. Maria Rita, s'è fatta l'ex voto ar Divino Amore. Er voto dei laziali, cià provveduto er Manlio: da Torimpietra a Monte Porcio, da Sacrofano a l'Olgiata. Puro a Vigna Clara sò ppenetrato: n'amica mia... nun me fate parlà...
Er sor Massimo, quello che girava con 'a sciarpa gialla ed er sor Bernart er fotografo internazzionale, ànno fatto er dovere loro.
Unico inconveniente, ai Santi Apostoli stanotte: er sor Pecorario, con Scanio, l'amico suo, se sò strafocati sette platò de stuzzichini e 'na porchetta intera. A forchettoni!!!"

Disarmonie
Rowena 26 maggio 2003
Ci sono stonature, nella vita, come in concerti di bassa lega; tutto sembra filare liscio, poi, ad un certo punto, zac! La stecca. E allora si passa tutto il tempo col fiato sospeso, ad aspettare la stecca successiva, che si sa che ci sarà, ma non si sa quando.
Le stecche che più mi stridono alle orecchie, nella vita, sono le incoerenze. Senti persone maledire tutti gli altri, che non pagano le tasse, mentre pensano al modo migliore per frodare il fisco. Senti genitori urlare ai figli: "Non strillare!". E altri litigare col vigile che li multa per divieto di sosta, con l'auto lì, in bella evidenza, parcheggiata sotto il cartello. E queste sono piccole incoerenze.
Poi ci sono quelle grandi, che costringono a vite giocate su piani paralleli, che raramente si incontrano: quello che si dice, e quello che si fa.
A volte ci siamo costretti dalle circostanze, e allora si sente dentro di noi quella stonatura, così fastidiosa, e ci vuole un po' per recuperare l'equilibrio.
Ma il peggio è quando ci si è talmente assuefatti, da non sentirle nemmeno più quelle stonature, fino a credere che una sequenza di stecche sia musica vera.
Non sono certo innocente della mia parte di stecche ("fai come dico, non fare come faccio", ironizzo talora con le mie figlie, prontissime a prendermi in castagna). Ma almeno a questo resto aggrappata: ho ancora abbastanza orecchio per distinguerle dalla buona musica.

La Cina è lontana
Antenore 26 maggio 2003
E' un film di Ingmar Bergman del 1962: il titolo italiano è "Luci d'inverno", e racconta di un prete che ha perso la fede, e che alla fine del film si trova a dire Messa davanti alla Chiesa vuota. Il protagonista è Gunnar Björnstrand, grande attore che fu lo scudiero del "Settimo Sigillo"; un altro personaggio importante è interpretato da Max von Sydow, che in quello stesso film era il cavaliere che tornava dalle crociate e trovava un mondo devastato.
In "Luci d'inverno" Max von Sydow intepreta un personaggio ben più umile: si chiama Jonas, è un semplice parrocchiano, e sua moglie si rivolge al prete perché la aiuti. Jonas è infatti caduto in una grave depressione; e tutto è cominciato quando ha appreso dai giornali che "i cinesi hanno fabbricato la bomba atomica".
Siamo nel 1962, Hiroshima era ancora ben vicina; ma la Svezia è ben lontana dalla Cina, e il fatto può far sorridere. Cosa stai lì a preoccuparti, gli diremmo noi: vai a lavorare, divertiti, fai qualcosa insomma. Ma la storia di Jonas ha un finale tragico, e noi lo sappiamo in partenza dagli occhi e dall'espressione di Max von Sydow. Oggi, le cronache ci riportano le immagini di esplosioni e devastazioni in posti lontani: l'Arabia Saudita, il Marocco, l'Afghanistan, la Corea del Nord... Leggiamo distrattamente e non ci facciamo caso. Se qualcuno prova a portare un'attenzione solo un po' più profonda, facile che si becchi del cretino e venga zittito, anche da persone importanti.
Facile sentirsi rispondere che il terrorismo si combatte con la guerra e con azioni di polizia, per esempio; facile sentir dire (e vedere persone che approvano) che bisogna buttare a mare le navi con gli immigrati clandestini, e magari a cannonate; facile sentirsi dire, come capitava al povero Jonas, che sono eventi lontani e non ci toccano. E' per questo che mi torna spesso alla mente questo film vecchio di 40 anni. Ormai l'atomica cinese (ci fece una canzone anche Guccini) è cosa lontana e remota, perfino normale. Non è più una novità e noi ci siamo abituati.

gunnel lindblom

Evviva, siamo "Nyss"!
Ottavio 26 maggio 2003
Ultrasessantenni di tutto il mondo, risorgete dalla depressione da abbandono recente del lavoro o da sempre più frequente comparsa di fastidiosi acciacchi! Siamo i "Nyss", ovvero i New Young Sixty Seventy years, cioè quelli della "grande età", persone non più giovani ma non ancora vecchie, tra i 60 e i 75 anni, che abbiamo lavorato, cresciuto i figli, pagato il mutuo ed ora, muniti di qualche risparmio, abbastanza energie e molto tempo libero, andiamo a caccia di un nuovo ruolo e soprattutto di una nuova identità.
Insomma, siamo il nuovo target della società dei consumi.

Il peccato di far ridere
Solimano 26 maggio 2003
"L'appartamento è assai meno un film satirico, che una commedia patetica… Il fatto è che in Wilder, uno dei cineasti più sottilmente reazionari di Hollywood, cinismo e patetismo sono sempre andati a braccetto e, prevalendo ora l'uno ora l'altro degli elementi, hanno costantemente portato ad una falsificazione di fondo dei problemi". Queste incredibili parole riservava Ugo Casiraghi a "The apartment" di Billy Wilder, film del 1960, che adesso, nel 2003, è fresco come un uovo di giornata, mentre tanti film che Casiraghi esaltava sono dei reperti di archivio.
Non certo nella seria azione politica, ma in queste cose, c'erano nel PCI degli atteggiamenti di una presunzione da far cascare le braccia anche ai più volonterosi. Preferivano Quasimodo a Montale, Visconti a Fellini, Pavese a Fenoglio, Pasolini a Gadda, Guttuso a Morandi. Pronti a lodare i buoni sentimenti se politicamente corretti, pronti a chiamare patetico ciò che è esistenziale, a chiamare cinico ciò che smaschera le dominanze, specie quelle truccate da egemonie.
Non solo in Italia: in Francia, in quegli anni, si leggeva di peggio. Perché il peccato imperdonabile era che un regista facesse ridere. Fra l'altro, uno come Wilder, autore di film tragici come "Double indemnity", "Sunset Boulevard", "Ace in the hole".
Altro che gramsciani, altro che crociani, c'era un fondo, quello sì ridicolissimo, di carducciani in arrivo sul quattordicesimo binario con l'accelerato delle 19,37.
Si svegliarono un po' finalmente, e non tutti, quando arrivò nelle librerie il prodigioso "Il maestro e Margherita" di Bulgakov, ma Evtuscenko per anni continuò a recitare la sua parte di Majakovski della mutua. Sentivano un frisson di proibito in Evtuscenko, figurarsi!
Ancora oggi, sull'Unità qualche articolessa di quei tempi sbuca, qua e là, ed uno si dice: "Questo lo debbo proprio leggere!", separa la pagina dal resto del giornale e la mette da parte. Ma se la lettura diviene un penoso dovere, meglio non adempierlo! E difatti, dopo quindici giorni, il prezioso reperto si ricongiunge al resto del giornale nello sgabuzzino delle cartacce.

Volantinando...
Massimo Marnetto 25 maggio 2003
"Qui me sa che ciarisemo" fa la donna, tipo "sora Lella", guardando il volantino di Gasbarra che le ho appena consegnato.
"Ci risiamo in che senso?"
"Ma nun lo vedi , fijo mio, come stamo ridotti? Dovemo votà a sinistra, zitti e mosca, solo perché dellà ce sta Berlusconi, come quanno votavo li beccamorti democristiani pe nun fa venì li communisti".
Continuo a volantinare a Piazza San Cosimato - nel cuore di Trastevere - e questa frase, semplice come la "trasteverina" con il carrello della spesa che me l'ha detta, continua a girarmi nella testa.
Quanto possiamo veramente scegliere, con la spada di Damocle di Berlusconi sulla testa?
Non lo dico per Gasbarra - che ha sicuramente capacità soperiori alla media dei politici del centrosinistra - ma ormai è sempre più difficile, in questa emergenza democratica, poter esprimere dissenso verso la gestione dell'Ulivo.
E così, continuiamo a votare senza passione, per un "dovere coniugale", pronti ad una scappatella non appena un aitante Cofferati ci "scalda il cuore"...
Se non ci fosse Berlusconi, ci sarebbe ancora l'Ulivo?

Il principio di Peter
Antenore 25 maggio 2003
Il famoso "principio di Peter" dice che in ogni gerarchia un impiegato tende a fare carriera sino al proprio livello di incompetenza. Sembra uno scherzo, e di sicuro almeno in parte lo è; ma è uno di quegli scherzi che restano impressi, e che fanno pensare.
Laurence Peter (Peter è il cognome) era uno psicologo americano, o forse canadese: io ne appresi l'esistenza leggendo la notizia della sua morte sui giornali, qualche anno fa. Le sue idee sono esposte in un libro pubblicato in Italia da Garzanti più o meno 30 anni fa. Quell'articolo mi era rimasto impresso, perché avevo ormai una certa esperienza lavorativa, e le mie osservazioni private coincidevano con il "principio di Peter".

wilder: the apartment

Provando a continuare il ragionamento, ecco cosa può succedere in una fabbrica: un uomo viene assunto come manovale; siccome è bravo viene promosso a un grado superiore, e da lì magari a capoturno. E fin qui tutto bene: ma la promozione successiva potrebbe essere a supervisore, o a caporeparto: e qui il nostro uomo potrebbe mostrare seri limiti, perché la sua preparazione o la sua mentalità possono non essere adeguate ai compiti richiesti. Ma ormai il nostro uomo, operaio o impiegato che sia, è a quel posto e ci rimane: ha raggiunto il livello della sua incompetenza. Non farà più carriera, ma difficilmente verrà rimosso o sostituito, anche perché a quel punto sarà diventato persona di fiducia di qualcuno più in alto di lui, eccetera. Il principio di Peter ha come postulato, e come ovvia conseguenza, che è molto facile trovare un incompetente in un posto di responsabilità...

wilder: the apartment

E' chiaro a tutti che non stiamo parlando solo di operai e di impiegati, ma anche di quadri e dirigenti e magari di qualcuno più in su ancora. Un detto d'ambiente militare recita che "i generali non possono essere gran cosa, perché li fanno partendo dai colonnelli"; ma, al di là delle battute scherzose, e aggiornando un poco il libro di Peter che all'epoca veniva considerato come un attacco alla burocrazia soprattutto statale, ognuno di noi può guardarsi in giro e verificare la verità di questo principio.
E tutto questo va ben oltre i luoghi comuni: l'industria privata, da questo punto di vista, non è meglio di quella statale; nell'industria privata prosperano (da sempre) le promozioni dovute al nepotismo, al privilegiare chi dice sempre di sì al capo, e così via. Non mi dilungo perché sono cose risapute; preferisco chiudere e lo faccio con un'altra frase famosa di Peter: Great minds discuss ideas, average minds discuss events, small minds discuss people. (le grandi menti discutono le idee, le menti normali discutono gli eventi, le piccole menti discutono le persone...)

wilder: the apartment

Picchetti
Rigoletto 25 maggio 2003
Primi anni 1970. Sono molto giovane ma ho gia' moglie ed una figlia, un'altra in arrivo. Lavoro nello stabilimento di una multinazionale e sono un capetto. Gli scioperi sono molto violenti. Alla mattina cerchiamo di entrare ma e' impossibile, ci tirano anche biglie di ferro con le fionde. Allora cambiamo tattica. Mi alzo alle sei della mattina, posteggio a due chilometri dallo stabilimento e, assieme ad altri, per i campi raggiungiamo le recinzioni dello stabilimento che apriamo con i tronchesi. Alle otto e trenta gli americani vogliono sapere quanti sono al lavoro e quanti no: io do i miei numeri. Gli scioperanti si inferociscono, ma noi ci alziamo sempre prima, del resto non e' facile intercettarci nei campi di notte. Sono convinto che sto difendendo il mio posto di lavoro e quello dei colleghi.
Il nervosismo sale di tono: ora gli americani vogliono sapere i nomi di quelli non presenti al lavoro, io do i numeri ma i nomi no, questo non sta nelle regole. Gli scioperanti, visto che non possono prenderci all'ingresso, decidono di bloccare le uscite. I picchetti sono di persone furibonde; alle cinque del pomeriggio decidiamo di uscire, tutti assieme per proteggerci. Esco tra sputi, calci e spintoni: ho paura per me e per la mia famiglia. Raggiungo finalmente l'auto.
Gli americani, che avevano gia' deciso la costruzione di un nuovo stabilimento in Italia, cambiano idea e lo spostano in Spagna. Complimenti!
Da allora i sindacati mi stanno sulle scatole, anche se comprendo il loro valore storico, ma io i nomi non li ho mai dati e questo mi e' costato caro.

Rumori fuori scena
Solimano 25 maggio 2003
Alla Cascina Costa Alta c'è il trucco. Sei lì, in mezzo al verde, e proprio quando stai per dire: "Qui siamo in Arcadia!" (rispolverando il Liceo Classico, per mettere gli altri a proprio disagio), ti rendi conto che, a duecento metri, nascosta dagli alberi, c'è la pista dell'autodromo.
Te ne rendi conto non perché ti avvertono, ma perché ti è capitato in sorte un sabato di quelli tosti: auto rumorosissime corrono sulla pista; così di botto si passa dal canto degli uccellini a dover gridare per farsi capire dalla persona che ti sta di fronte.
Per dieci minuti il fastidio è incredibile, poi ti abitui e parli come se avessi l'altoparlante incorporato. La cosa curiosa è che quando il rumore finisce, non te ne accorgi subito, e continui a parlare a voce più alta del normale. E' lo stesso fenomeno per cui negli svincoli autostradali ci sono spesso i guard-rail piegati perché gli automobilisti possono essere in preda alla velocizzazione, dopo ore di autostrada.
E può succedere che un premier dica: "L'undici giugno in tribunale ci sarà da divertirsi", e molte persone non si meraviglino più , del fatto che si possa arrivare a dire cose del genere.

cardellino

Un bel regalo per la Sardegna
Graziella 24 maggio 2003
E' di alcuni giorni fa la notizia che Berlusconi ha dato l'autorizzazione all'utilizzo delle miniere sarde per lo smaltimento dei rifuti delle centrali atomiche italiane; ben 55.000 metri cubi di scorie nucleari. "Una follia ambientale", viene definita dagli ambientalisti. Per mettere a tacere le flebili voci che si sono levate dalla Sardegna a difesa di questo "patrimonio dell'umanità" così dichiarato dall'Unesco si è mosso repentinamente il segretario Cicu che ha incontrato il presidente della Commissione Bicamerale sui Rifiuti, Paolo Russo, e il Commissario incaricato dell'operazione, il generale Carlo Jean. Già oggi nessuno ne parla più nemmeno nell'isola e tutti credono alla veridicità della smentita. Il presidente della Regione Pili incassa la magra fiducia di 39 voti a favore e 35 contro e andrà avanti prono davanti ai suoi voleri senza fare nient'altro per i suoi concittadini. Addio al Parco minerario e non solo. E' appena l'ultima delle depredazioni che l'isola ha subito. E non finisce qui.

Millemiglia
Rowena 24 maggio 2003
Insonnolita, sull’autobus, il mattino. Vecchiette ciarliere portano fiori al cimitero e qualche studente ritardatario sbadiglia.
L’autobus si ferma, senza apparente motivo; un vigile rotea le braccia, non si capisce bene perché. Poi appare una macchina d’epoca – poi un paio di biciclette, una Cinquecento, un motorino, e poi un’altra macchina d’epoca, e un’altra ancora.
E’ la Mille Miglia, che si trascina sui viali cittadini, fra l’indifferenza di frettolosi impiegati che devono raggiungere l’ufficio, e massaie occupate a tenere in equilibrio borse della spesa. Seguita solo da qualche feticista, che sgrana tanto d’occhi.
millemiglia del 1930: passa tazio nuvolariHo tutto il tempo di guardare gli autisti, bardati alla moda del primo Novecento, occhialoni e foulard al vento – assomigliano irresistibilmente a Snoopy, sul Sopwith Camel quando guerreggia con il Barone Rosso. Impettiti, in cerca di applausi che non arrivano.
Ricordo i racconti di mia madre, quando bambina seguiva la corsa sulla Via Emilia, eccitata e impaurita da bolidi usciti da fantasie gotiche, frastornata dal rumore e dall’esaltazione della folla; sveglia, a notte fonda – chè tanto non si sarebbe dormito – abbagliata dai fanali che spuntavano dalla curva della strada. Emozione della novità e della rarità di un evento che ogni anno era atteso con ansia, a spezzare la monotonia delle giornate padane – e a quei tempi sulla strada passava, ma solo ogni tanto, qualche camion sbuffante.
Stamattina vedo sgranarsi, nel traffico cittadino, un vecchio e stanco rito, che ormai emoziona – forse – solo chi lo celebra sui sedili scomodi di vecchie auto ansimanti. Saranno stanche; forse hanno voglia di chiudere gli occhi e lasciarsi andare ad un lungo sonno nelle sale quiete di un Museo. Invece corrono lentamente una competizione che non è più tale, lustrate per l’occasione, pateticamente in cerca di ammiratori, come vecchie dive celebrate da pochi nostalgici fans e dimenticate dai più. Mi viene in mente Liz Taylor a Cannes.
L’autobus riprende la sua corsa. Meno male, rischiavo di far tardi in ufficio.

La scorta
Rigoletto 24 maggio 2003
Cogne. Il Papa e' venuto in visita e celebra Messa su un altare che hanno allestito negli sterminati prati di Sant'Orso. Vi sono moltissime persone. Io sono curioso di cercare di capire come proteggono il Papa; mi aggiro tra la gente, mi avvicino all'altare e poi mi allontano, vado in lungo ed in largo, ci metto un po' di tempo ma alla fine li individuo.
Quelli della scorta del Vaticano sono giovani molto eleganti nel loro abito a giacca nero. Sono fermi, a pochi metri uno dall'altro, a cinque dieci metri dal bordo dell'altare cui volgono le spalle: osservano con estrema attenzione e concentrazione la folla, comunicano tra loro in continuazione tramite una trasmittente di cui posso vedere solo l'auricolare.giuseppe maria crespi: la cresima Quando mi avvicino troppo, e lo faccio piu' volte, mi lanciano alcune occhiate, apparentemente distratte.
Quelli della Digos sono pure giovani, l'abito a giacca e' uno spezzato, meno severo. Sono fermi a trenta cinquanta metri dall'altare; si direbbe che agiscano in coppia, uno e' rivolto verso l'altare, l'altro verso la direzione opposta.
I Carabinieri sono ragazzi in jeans e giubbotto, quali potresti trovare all'uscita dalle scuole superiori o nei bar. Sono stati i piu' difficili da individuare, apparentemente non hanno auricolari e non sono armati; passeggiano tranquillamente tra la folla ma non stanno mai fermi un attimo e curiosano dovunque, come sto facendo io.
Non so valutare se, nel caso vi sia un attentatore, questo apparato possa fermarlo, ma e' certamente ben congegnato. Poi mi ricredo e infine mi ricredo di nuovo.
La Messa e' terminata e la folla si accalca trascinata dall'entusiasmo; una jeep, attorniata dalla scorta, la fende portando il Santo Padre alla piazzola dove attende l'elicottero. Per giungere a bordo sale lentamente e faticosamente una scaletta, un prelato lo sostiene; una volta in cima si ferma per salutare e benedire, a lungo. Vicino, a non piu' di duecento metri, vi e' il fianco di una montagna, fittamente coperto da alberi: penso che da quel bosco potrebbe sparare un attentatore, il bersaglio e' fermo e si direbbe facile. Ma, quando l'elicottero decolla, molti militari armati di fucile si materializzano tra gli alberi e iniziano a scendere lungo il pendio.

Cristianesimo usa e getta
Antenore 24 maggio
Due appunti su cose dette nei giorni scorsi:
1) Su una cosa Berlusconi ha ragione: gli italiani lo hanno votato. E' una considerazione triste, ma è così: una buona metà dell'Italia si riconosce in lui, e con questa metà d'Italia dobbiamo fare i conti ogni giorno.
2) Solimano riferisce su una battuta che ha letto: è una battuta "di destra", e si riferisce alle bandiere per la pace esposte ai balconi. La battuta è che "sapevamo che ci sono dei cretini in Italia, adesso sappiamo anche dove abitano".
E' una battuta, non è nemmeno una delle peggiori e ci può anche stare; ma chi la pronuncia dovrebbe sapere che in quel momento sta dando del cretino anche al Papa. Se la sente di dirlo esplicitamente? E pensare che per essere di destra bisognerebbe, in teoria, rifarsi ai valori della Tradizione... Ma per questa destra anche il Cristianesimo è usa e getta: lo si prende quando fa comodo, lo si ignora ( o peggio) quando va contro a quello che ci fa piacere. Probabilmente il Papa è uno dei personaggi pubblici più censurati in Italia; è una censura sottile ed efficace, pochi hanno la possibilità di leggere o ascoltare davvero i suoi discorsi; pochi se ne accorgono e le coscienze dormono tranquille.

Intelletto d'amore
Solimano 24 maggio 2003
Ma il cinema italiano è in crisi? Ah, saperlo! Me ne importa molto poco, perché mi preoccupo solo delle cose su cui posso veramente fare qualcosa. Il resto, è tempo perso.
Mi affeziono, però. Quando un film mi piace, me ne accorgo perché non bado a piani sequenza, primi piani, zoom: sono coinvolto, tutto qui. Credo che il critico cinematografico sia un gran brutto mestiere: deve sempre guardare dall'esterno, frenare la sua capacità di emozione. E' bello, emozionarsi. E poi recuperarare la razionalità. E poi di nuovo emozionarsi: intelletto d'amore.
Ecco tre film che pochi conoscono.
Il primo è Le acrobate di Silvio Soldini (1997). Questo un po' è conosciuto, sull'onda del successivo "Pane e tulipani". E' la storia di due donne, una del Nord ed una del Sud, che per strane combinazioni, anche casuali, si conoscono e diventano amiche fra di loro. Una delle due donne ha una figlia bambina, che in un certo senso è la pronuba della loro amicizia.
Il secondo è Amori in corso di Giuseppe Bertolucci (1989). Due ragazze si trovano a studiare insieme in una casa della campagna emiliana. Tutte due sono innamorate di un certo Cesare, che dovrebbe arrivare. Arriva invece la fidanzata di Cesare, leggermente coatta. Quando, quale deus ex machina, Cesare alla fine del film arriva pure lui, si nascondono, perché non vogliono essere trovate.
Il terzo è Il tuffo di Massimo Martella (1993). Estate in una piccola città di provincia. Un professore trentenne goffo e timido che dà lezioni di fisica a due rimandati: una ragazza apparentemente solare ed un ragazzo introverso, forse autolesionista, ma fantasioso. Nell'ora e mezza che dura il film, cambiano tutti e tre, restando sé stessi.
Chissa! Fra qualche anno, con fastweb ed altre menate del genere, uno sarà in grado di crearsi la sua cineteca personale a prescindere da VHS e DVD. Questi tre ci saranno, nella mia cineteca. Per il momento, li ho grazie a registrazioni notturne, che hanno un pregio: non c'è la pubblicità. Che je frega ai brand di film del genere?

Somari
Monterosso 23 maggio 2003
Ci sono persone che vanno al campo di equitazione, tutti giorni fanno il giro su di un ronzino diverso e provano quindi tutti i tipi di ronzini della scuola.
Così imparano a cavalcare.
Ma quando si trovano in mezzo alle gambe un cavallo di razza sudano, sgroppano, stringono i denti e le gambe e alla fine, a volte, vengono disarcionati... e la colpa la danno al cavallo!

Samuel Butler, Erewhon (2)
Antenore 23 maggio 2003
Tra le parti finali di Erewhon c'è "Il libro delle macchine" , che è appunto la parte più citata. Ad Erewhon le macchine sono proibite, da secoli; ce ne sono e le conoscono benissimo, ma stanno nei musei e nessuno si sogna di usarle. Ad esempio,il protagonista viene accolto molto bene, nel suo soggiorno ad Erewhon, ma se passa qualche guaio lo deve soprattutto all'orologio che ha con sè, e che lo rende sospetto. Come si è arrivati a questo lo spiega negli estratti da un libro del filosofo (vissuto secoli prima) al quale si deve tutto questo. In breve (ma questi capitoli sono tra i più belli da leggere): il filosofo vede con un certo sgomento la grande velocità del progresso della tecnica, e si chiede se le macchine non abbiano una loro coscienza, che a noi sfugge, e che le porterà prima o poi a prendere su di noi il sopravvento. Con grande logica e buon senso, smonta tutte le obiezioni possibili, e il suo ragionamento è così ben portato che convince. Per esempio: anche noi siamo fatti di miglioramenti successivi. E' vero che le macchine attuali sono ingombranti e poco funzionali, ma anche le prime creature viventi erano rozze e limitate (l'ostrica, per esempio) o enormi e pesanti (i dinosauri), ma poi sono state perfezionate fino ad arrivare ai livelli che vediamo oggi. E, continua, non ha senso dire che le macchine non si riproducono: certo, non lo fanno come gli esseri viventi, ma lo fanno con altri mezzi. E, più precisamente, lo fanno tramite nostro: siamo noi che provvediamo al loro desiderio di evoluzione e di riproduzione... Conclude il filosofo erewhoniano: allo stato attuale, le macchine non fanno certo paura. Ma in futuro, cosa potrà succedere? Non è forse meglio intervenire ora, finché possiamo? E così fecero a Erewhon, anche se a prezzo di guerre e di lutti; ma ora è passato tanto di quel tempo che tutto ciò pare naturale, e l'interesse verso le macchine è solo di tipo archeologico, lo stesso che proviamo noi verso gli utensili in selce, per esempio, e a nessuno verrebbe in mente di rimettere in funzione una locomotiva o un orologio...
Insomma, leggendo questo libro un po' si ride e un po' viene la pelle d'oca. Considerando anche l'epoca in cui è stato scritto, Erewhon è anche il capostipite di tutti i romanzi cyborg - e che una cosa così sia stata scritta 150 anni fa dà da pensare. Butler è davvero un bravo scrittore, e questo mondo dove chi si ammala è colpevole e viene messo in galera non sembra un vero e proprio "Nowhere", ad essere sinceri. Esemplari anche i capitoli sulle "Scuole dell'Irragionevolezza" , dove ai giovani si insegnano le cose che veramente contano: non le tecniche per dipingere, per esempio, ma quali sono i quadri che si potranno vendere. E quel passo dove si accenna a chi si arricchisce, anche con mezzi illeciti: se si supera un certo livello, e si diventa davvero ricchi, si viene lasciati in pace, e anzi si viene guardati con rispetto e con stupore, perché essere così ricchi è gran merito, ed è considerata un'espressione artistica.
Anche a voi Erewhon ricorda qualcosa?

"Ho le prove che c'é qualcuno che organizza il dissenso"
Solimano 23 maggio 2003
Marco Travaglio all'Arengario alle 18.30 di giovedì 22 maggio, invitato dal Comitato Monza per l'Ulivo.
Ci ha fatto ridere amaramente diverse volte. Però alla fine, un po' prima delle 20, ci guardavamo in faccia piuttosto preoccupati. La sua ricostruzione di quello che sta succedendo è lucida, documentata e convincente.
Ha letto una per una, con molto sentimento, le poche ma terribili domande che Socci ha fatto a Berlusconi.
Interessante l'interpretazione delle esternazioni di questi giorni: il premier è come un serial killer che ad un certo punto comincia a fornire, quasi senza volerlo, le prove di ciò che ha fatto. Ne ha fatto degli esempi, come ad esempio la sua asserzione che la Sme valeva più di 2000 miliardi: perché ancora nel 1990 lui offriva 600 miliardi, se le cose stavano così? Gli andava bene che lo Stato svendesse a lui? E se ha delle cose terribili da dire, perché finora non le ha dette?
Ha snocciolato una dopo l'altra le verità e le controverità di Previti, che si smentisce continuamente e con una balla cerca di cancellare la balla precedente. Ha evidenziato il nocciolo della questione: le sentenze, sono state comprate o no? Ci sono i riscontri o no?
Travaglio ha il legittimo sospetto che Berlusconi sia trattato meglio dal tribunale di Milano rispetto ai normali cittadini: le "dichiarazioni spontanee" debbono riguardare l'accusa a cui l'imputato deve rispondere, ed il premier per 51 minuti ha parlato di tutto, tranne che di quello di cui è accusato. Il presidente del tribunale poteva/doveva interromperlo. Ma come si fa, dopo avrebbero chiesto la ricusazione…a questo siamo!
Riguardo il Tg3, ispezionato per volere dell'Annunziata e di Cattaneo ha detto che all'estero, se un contestatore tira la torta in faccia ad un ministro, guai al giornalista che buca la notizia! Il problema sono gli altri telegiornali, non il Tg3.
Alla fine, ha ripreso la sbalorditiva frase di Berlusconi ad Udine: "Ho le prove che c'è qualcuno che organizza il dissenso". Visti i tempi, si aspettava un telegramma mandato da Fassino e Rutelli a Berlusconi col seguente testo: "Smentiamo. Noi non organizziamo alcunché". E qui la risata ha spaventato i colombi della piazza. Diverse persone in fila di tutte le età col suo libro in mano perché ci mettesse l'autografo. A me, ha scroccato una sigaretta. Volevo dargli il pacchetto, ma non ha voluto.

la 'parlera' dell'arengario di monza

Samuel Butler, Erewhon (1)
Antenore 22 maggio 2003
Avevo trovato a poco prezzo un libro con una piccola antologia di Samuel Butler (1835-1902, inglese). Si tratta di un piccolo libro pubblicato con uno dei soliti titoli improvvisati e un po' fessi, e contiene estratti dai suoi diari e quaderni e d'appunti. Per esempio, cose come questa:
Non sono che io faccio i libri, sono loro che crescono; vengono da me e insistono per essere scritti e vogliono essere scritti a modo loro. Io non avevo intenzione di scrivere Erewhon, volevo continuare a dipingere ed è stata una insopportabile seccatura essere trascinato, mio malgrado, a scriverlo. Allo stesso modo, per tutti i miei libri, i soggetti non sono mai stati una mia scelta; si sono imposti a me con una forza a cui non potevo resistere. Se questi soggetti non mi fossero piaciuti, mi sarei tirato indietro e niente al mondo avrebbe potuto costringermi a prenderli in considerazione. Ma questi soggetti mi piacevano e i libri venivano a dirmi che dovevano essere scritti; così ho brontolato un po' e li ho scritti.
william morrisNon credo che Samuel Butler diventerà mai uno dei miei primi scrittori preferiti; però mi sono voluto togliere una curiosità e leggermi Erewhon, visto che è un libro che viene spesso citato (Borges, mi pare). E così me lo sono portato a casa.
Innanzitutto il titolo: se lo si legge alla rovescia viene fuori Nowhere (più o meno): che in italiano si può tradurre "in nessun posto". Ed è infatti la descrizione di un "mondo alla rovescia" , nello stile di Swift e dei viaggi di Gulliver. I primi capitoli sono quelli di un libro d'avventura, e sono piuttosto belli: il giovane che parte alla ricerca di un mondo inesplorato e affronta avventure per arrivare non sa bene dove. Il punto d'arrivo (e naturalmente per arrivarci bisogna perdere la strada e ci si arriva solo per caso...) è il paese di Erewhon, nel quale il giovane arriva con un po' di timore, ma poi scopre che è abitato da gente bella e cordiale, e che somiglia molto all'Inghilterra, ma tutto è leggermente diverso. Il resto del libro è la descrizione degli usi e costumi di questo popolo misterioso.
Non sto a spiegare tutto: ma il protagonista, pur essendo stupito dall'avvenenza e dalla gentilezza degli abitanti di Erewhon, parla spesso della loro "morale aberrante". Cosa succede a Erewhon? Succede, per esempio, che la malattia è considerata come un crimine, da punire con il carcere; e che invece il furto e in genere quelli che da noi sono considerati dei crimini vengono considerati con più attenzione e meritano le cure di un "raddrizzatore" (invece i medici come li intendiamo noi sono considerati individui loschi e pericolosi) e le attenzioni amorose dei parenti e degli amici, in atttesa che chi è caduto in quella tentazione si ristabilisca. Butler sa scrivere molto bene, la descrizione nei dettagli di questi paradossi è molto fine e spesso esilarante. Pezzi forti, per esempio, la descrizione del processo a un tisico (gravissimo criminale) nel corso del quale l'avvocato difensore cerca di far credere che l'imputato si finge malato per frodare l'assicurazione (crimine molto più lieve…).
E ancora: il rapporto con la religione, dove la religione ufficiale è molto rispettata ma solo a parole, e gli edifici di culto sono splendidi ma sempre vuoti ( e in realtà tutti seguono un culto "nascosto" che - ufficialmente - aborriscono e deridono). E il rapporto con la nascita è questo: in Erewhon si crede che esista un mondo di "non nati", esseri spirituali che hanno un loro mondo organizzato più o meno come il nostro. I non nati vanno a disturbare gli uomini, e sono così noiosi ed insistenti che alla fine gli umani cedono e li fanno nascere; ma, siccome nel mondo dei non nati si vive molto bene (e loro ci conoscono benissimo, perché vivono fra di noi) solo gli stupidi ed i folli fra di loro decidono di lasciare il loro mondo. Il che spiega molte cose...

La grigliata
Rigoletto 22 maggio 2003
Parco di Monza, Cascina Costa Alta. E' bella, come molte altre cascine che vi si trovano. Nel pomeriggio c'e' stato un forte temporale, ora l'aria e' tersa e il colore della vegetazione ancor piu' vivido. Non penso che in Italia vi sia un parco cittadino paragonabile a questo.
Siamo una ventina, di una organizzazione di volontariato di cui faccio parte da meno di un anno, non ho ancora ben capito se assistiamo gli altri o noi stessi o entrambe le cose.
La grigliata e' l'occasione per fare un poco di cagnara e stare alcune ore in allegria.
Piero, autentico toscanaccio, infilza uno dietro l'altro sberleffi in rima giocando sui nostri nomi e cognomi: dev'essere nei geni di quel popolo. Siamo tutti quanti divertiti e stupiti di tanta abilita'. Poi, velenosamente, si scivola in politica. Un gruppetto e' fieramente "contro", io tra questi; gli altri si defilano, tranne Ferdinando che si dichiara apertamente "pro": la sua opinione e' degna di rispetto e va rispettata. Ma ora Piero non lo ferma piu' nessuno, compone a raffica sberleffi a Ferdinando, fino a quando finisce come doveva finire, con una gran scazzata tra i due. L'atmosfera si e' fatta fredda.
Allora intervengo io, da par mio come al solito, ossia come un elefante in un negozio di porcellane: uso parole moderate per riportare tutti al buon senso, le parole sono moderate, il tono e' aggressivo. Il gelo si fa piu' spesso.
Per fortuna una buona grappa di Franciacorta rasserena gli animi.
Quando ci lasciamo saluto calorosamente Piero, non saluto Ferdinando. Primo grave errore.
Al parcheggio di nuovo grandi saluti, alcuni mi avvicinano per darmi appuntamento per altre scampagnate, ma Ferdinando se ne va solo soletto. Secondo grave errore.
Purtroppo, per motivi che io probabilmente conosco, cosi' come voi che leggete, la politica in questo paese genera veleno.

cascina costa alta nel parco di monza

Il doppio Salvo
Solimano 22 maggio 2003
Malgrado tutto, ogni tanto si ride.
A Floridia, grosso borgo nei pressi di Siracusa, c'era una lotta interna alla Margherita. Ha prevalso Rino Piscitello, che è riuscito a mettere in lista Salvatore Faraci detto Salvo. Ma gli sconfitti non si sono arresi, e con un abile colpo di mano sono riusciti ad inserire in lista un bidello che non aveva mai fatto politica prima e che comunque era un simpatizzante del Polo. Il bidello si chiama Salvatore Faraci. Pure lui detto Salvo. Bel colpo.
A Sparanise, tempo fa, 20 ragazzi di un centro sociale contestavano il sindaco perché non aveva concesso un locale per un concerto dei 99 Posse, utilizzandolo invece per una riunione di Forza Italia. Nel calore della contestazione i giovani, giunti nei pressi del buffet, si sono strafocati di pasticcini con vigoroso appetito. Dopo un anno e mezzo gli è arrivata una denuncia per "Furto aggravato e danneggiamento". Malgrado gli sforzi degli inquirenti, i corpi del reato non sono stati rintracciati.
A Roma, nel cuor della notte, cinquemila cittadini del quartiere Monteverde sono stati svegliati da una telefonata preregistrata che consigliava di votare per Barbara Santamartini di Alleanza Nazionale. Le telefonate avrebbero dovuto partire verso le 18.30. Per un disguido, sono partite all'una di notte. I cinquemila cittadini non si sono molto divertiti e la Santamartini piange: la spesa presuntiva era di oltre 12.000 Euro.
Sono notizie di ieri: Sicilia, Campania, Lazio. Ma anche a Monza non ci si è tirati indietro: il più votato alle elezioni amministrative di un anno fa è stato un giovane dabbene di nome Ettore, presentato per Forza Italia dai repubblicani che sono migrati nella Cdl. Sorpresa generale, ma aveva lo stesso cognome del candidato sindaco della Cdl, Roberto Radice.

Primo Levi ed Italo Calvino
Antenore 21 maggio 2003edizione inglese di italo calvino
Sono stato per anni un lettore attento delle pagine culturali del "Corriere della Sera", e ad esse devo una bella parte di quello che so. Vorrei avere più memoria, ma questo è un altro discorso...
Ma da diversi anni, ormai, arrivando a quelle pagine rimango deluso e passo oltre. E' un discorso lungo e non riguarda solo il Corriere, naturalmente; e non riguarda solo le pagine culturali, come sappiamo purtroppo tutti. Ma sul Corriere, anni fa, mi capitò di trovare una serie di articoli che stroncavano con forza due dei "miei" autori, Primo Levi e Italo Calvino. Di Levi si diceva che non è uno scrittore, ma un diarista; di Calvino si lamentava la freddezza e la mancanza di vita, ed erano parole di critici importanti, autori di libri e di interventi in tv, eccetera.
Dire che sono rimasto stupito è dire poco. Se dalla letteratura italiana del Novecento, e soprattutto della sua seconda metà, si levano questi due nomi, rimane ben poco... L'italiano che usano Primo Levi e Italo Calvino è un italiano splendido (e a loro aggiungerei Achille Campanile), di una chiarezza e di una leggerezza esemplari. Si può amare o non amare un autore, si possono preferire altri generi, ma dire che Primo Levi non sapeva scrivere è un parere che deprezza chi lo emette; e per dire che Calvino è freddo bisogna proprio non saper leggere... italo calvino por vascoA me non piace Proust, per esempio: ma non mi sognerei mai di negarne il valore. Il fatto è che io sono solo un diplomato in chimica, per di più con un voto scarso; e i critici che scrivono sui giornali come il Corriere sono invece persone dotate di ben altri titoli e frequentazioni, e non è bello vederli scendere così in basso. Ma, si sa, siamo in tempo di revisioni ben più importanti; se si può riscrivere la Storia ( e negare i Fatti ), perché non revisionare un po' anche le Lettere? Così si fa polemica, e magari (anche qui!) si fa salire l'audience...
Per spiegare meglio, e per concludere questo mio sfogo, approfitto delle parole di qualcuno che si è già espresso con chiarezza e che è molto meglio di me:
(...) ogni componimento presenta a chi voglia esaminarlo gli elementi necessari a regolarne un giudizio; e a mio giudizio sono questi: quale sia l'intento dell'autore; se questo intento sia ragionevole; se l'autore l'abbia conseguito. Prescindere da un tale esame, e volere a tutta forza giudicare ogni lavoro secondo regole, delle quali è controversa appunto l'universalità e la certezza, è lo stesso che esporsi a giudicare stortamente un lavoro: il che per altro è uno de' più piccoli mali che possano accadere in questo mondo. (...) (Alessandro Manzoni, prefazione al "Conte di Carmagnola").

Viaggio in seconda classe
Solimano 21 maggio 2003
In treno, viaggio abbastanza di rado, ma sempre con piacere. In seconda classe, seguendo l'opinione di Romano Prodi che, sull'argomento disse: "Viaggiare in seconda classe costa di meno, si arriva assieme a quelli che viaggiano in prima e si incontrano meno rompicoglioni". E Prodi, così, disse una cosa di sinistra.
Due giorni fa, quattro ore di treno, tutte gradevoli. Soprattutto per le bandiere della pace. Non me ne rendevo conto, ma la sinistra sta diventando mediatica, in un suo modo ruspante. Si vede che curano in modo particolare le finestre ed i balconi da cui le bandiere sono visibili dai viaggiatori dei treni. Ce ne sono anche su certe antenne delle TV. E non perché qualche organizzazione abbia dato disposizioni. Macchè! La sinistra delle bandiere della pace è una sinistra fai-da-te. Una sinistra prepolitica, ammesso che il termine sinistra sia in questo caso sufficiente a denominare il fenomeno, cosa che non credo.
E' interessante mettersi nei panni di chi le vede, le bandiere. Diciamocela tutta, c'è gente che, ogni bandiera di pace che vede, è una puntura di spillo, un ahi! breve ma sentito. Non ne possono più, perché le bandiere non si decidono a sparire. Hanno provato persino a rubare l'idea, il brand come dicono loro. Ci hanno appiccicato su il simbolo di Forza Italia ed una scritta "Pace è Libertà", o qualcosa del genere. Tentativo goffo: sono i primi a vergognarsene. Non ce la fanno proprio, si sentono ridicoli.
Il fastidio che gli dà questa cosa l'ho toccato con mano ieri. Uno ha scritto un post in cui pressappoco dice: "Che ci fossero dei cretini in giro lo sapevamo, ma adesso, con le bandiere della pace, sappiamo pure dove abitano". A parte la minaccia più da sfigato che da squadrista, e le minacce comunque non si sottovalutano, è evidente il livore, la rabbia impotente.
Berlusconi va una sera da Socci (anzi…è il contrario) e raccatta due milioni di aficionados. Ma quant'è l'audience, gentile fra l'altro, raccolta ad ogni ora del giorno dalle bandiere della pace? Chissà se i nostri grandi leader che vedono lontano si rendono conto di una cosa così vicina e così… così… utile! Non per incentivare, organizzare, farci sopra del bla bla (anche perché forse le bandiere diminuirebbero…), ma per esporla, 'sta bandiera, pure loro. Glielo promettiamo: non lo diremo a Bruno Vespa, sennò li sgrida.

Lord Jim
Antenore 20 maggio 2003
- Che cosa si può fare?
(Steiner) alzò un lungo indice.
- C'è un solo rimedio. Una sola cosa ci può guarire dall'essere noi stessi.
Il dito calò sulla scrivania con un colpo secco. Il caso che egli prima aveva reso così semplice divenne se possibile ancora più semplice - e totalmente disperato. Ci fu una pausa.
- Sì, - dissi - a rigor di termini, il problema non è guarire, ma vivere.
Approvò annuendo, con un po' di tristezza, mi parve.


conrad listening to music Questo è un brano da uno dei più grandi libri del Novecento, "Lord Jim" di Joseph Conrad. Si tratta del ventesimo capitolo, che nella mia personale edizione (cioè l'economica Garzanti) è a pagina 178. Il narratore, che è anche uno dei protagonisti del libro, incontra il giovane Jim in tribunale. Lui è lì come spettatore un po' annoiato, e invece per il giovane ufficiale di marina (marina mercantile) è il punto di svolta di una vita. Ma questo capitolo, il ventesimo, è straordinario. Innanzitutto perché non è un capitolo strettamente necessario all'azione: lo si potrebbe tranquillamente eliminare, tutto filerebbe più liscio e il lettore farebbe meno fatica a leggere la storia che vi è narrata. Cosa succede in questo capitolo? Il narratore si reca in un'isola lontana e sperduta, probabilmente in Indonesia, dove vive il tedesco Steiner, un avventuriero che è diventato un famoso e rispettato entomologo; e vi si reca per avere notizie di Jim, che ha aiutato dopo la sentenza del tribunale e del quale non ha più notizia. E' un capitolo tutto da leggere, e se non lo avete ancora fatto non vi voglio rovinare tutto con il mio riassunto.
Ripenso a questo capitolo tutte le volte che mi capita di riflettere sullo stato della nostra cultura, con la televisione in testa - ma non solo. Si dice che sarebbe impensabile per Gadda vedersi pubblicare un libro, ma anche un altro Conrad non avrebbe vita facile. Conrad scrisse racconti e romanzi meravigliosi, ma iniziare a leggere un suo libro è faticoso. Io ho imparato ad avere pazienza, so già che comincerà a piacermi dopo 50-60 pagine, insisto e vado avanti. Tutto il contrario di quello che ci viene indicato oggi, ed esibito come "ciò che si deve fare"... ( Ciò che si deve fare per avere audience, naturalmente...)

Dell'apparenza (2)
Rigoletto 20 maggio 2003
Diceva Socrate:
"Un vasaio non fa vasi in quanto e' vasaio, ma e' vasaio in quanto fa vasi. Riconoscerlo e' semplice, non ha bisogno di indossare una divisa da vasaio. E' sufficiente che tu vada al mercato e, se vedi uno che fa vasi, quello e' un vasaio.
Per un generale (ad esempio, ma potrebbe valere anche per un sacerdote) la cosa e' diversa.
Un generale e' tale in quanto e' un generale e, in quanto generale, conduce le battaglie.
Riconoscerlo non e' semplice: dovresti andare sul campo di battaglia e individuare chi la conduce.
Allora il generale, per essere tale, si veste da generale."
Libera traduzione dai "Dialoghi" di Platone.

Non tutto fa brodo
Solimano 20 maggio 2003
goyaLa pagina 5 dell'Unità di domenica 18 la conserverò, come ho fatto per altre pagine di Sergio Staino. Parte da un lettera di Franca Rame pubblicata venerdì 16 maggio, lettera affetta da "moderata fallacite". Eh, sì, certe cose non sono patrimonio solo della destra!
La Rame se la prende con il "valutare, riflettere, considerare", e conclude dicendo: "sono per il Sì, siamo per il Sì". Riguardo il referendum del 15 giugno, ovviamente.
Quando uno se la prende col valutare, riflettere, considerare, vien voglia di rispondergli, con Goya, "il sonno della ragione genera mostri", e non si può, solo per il fatto che si fa una scelta personale per il Sì, estenderla indebitamente agli altri, nell'ottica del chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. Atteggiamento ben noto, si chiama gauchisme e non ha mai portato nulla di buono.
Non è certo il primo caso. Qualche mese fa, Gianni Vattimo giunse al punto di scrivere una lettera (aperta, se no che gusto c'è) ad Adriano Sofri intimandogli di rifiutare l'eventuale grazia concessa da Berlusconi. L'altro giorno Flores d'Arcais e Pancho Pardi hanno scritto che bisogna battersi per il Sì perché è una battaglia contro Berlusconi. Lo stesso Furio Colombo scrive articolesse sempre più lunghe e sempre più gridate.
Valgono molto di più la brevità cristallina di Giovanni Sartori, la sensibilità politica (sì!) di Nanni Moretti, eppoi Michele Serra, Gian Antonio Stella. Tutte persone che mantengono la testa sulle spalle: nella situazione di oggi è fondamentale usare gli argomenti appropriati.
Che occorre? Semplice: valutare, riflettere, considerare.

La Rai a Bonolis
Graziella 19 maggio 2003
Leggo che da settembre la RAI sarà di Bonolis; tale affermazione può sembrare esagerata ma non è così. Il grande direttore generale Cattaneo è molto soddisfatto per aver firmato il contratto miliardario ad uno che dovrà risollevare gli ascolti della Rai e forse anche la sorte. Lui, l'immagine per eccellenza di mediaset, sarà come il prezzemolo: in tutti i programmi. E come la cultura della destra propaganda, basta una persona ma che sia forte, in questo caso i risultati ottenuti con "striscia la notizia" bastano e avanzano.
Andrà bene per tutte le stagioni e per ogni pubblico, non servono nè la qualità e tanto meno i servizi di documentazione e informativi. Non sono assolutamente certa che Cattaneo abbia fatto un favore alla Rai. Il pubblico delle sue reti televisive è molto diverso da quello di mediaset e lui lo sa bene. Così spero. Per questo penso che si tratterà ancora una volta di fumo negli occhi per gli Italiani che ancora credono nelle loro buone intenzioni.
Per il direttore è necessario proseguire l'opera di livellamento verso il basso,magari con due risate di mascheramento. Ed io dovrò amaramente mandare giù il fatto che Cattaneo ha firmato un contratto miliardario a tempo indeterminato: cioè a vita.

Estate e vecchi film
Antenore 19 maggio 2003
Siamo quasi in estate. Tra poco la televisione cesserà le trasmissioni consuete, e nella "pausa" estiva potremo vedere tutti i film di Totò, come ogni anno. E, con lui, potremo rivedere anche Franco Franchi e Ciccio Ingrassia; e di sicuro anche le scazzottate di Bud Spencer. Beh, non ho difficoltà ad ammetterlo: mi fermo sempre a guardare un pezzetto di questi film, e mi diverto molto. Non so mai in che film di Bud Spencer sono finito, ma le scazzottate sono sempre uguali e sempre diverse; sembrano dei balletti e sono piccoli capolavori.
Ma, come sempre, torneranno fuori anche quelli che dicono che Totò in vita fu vilipeso dalla critica. E questo è un discorso più interessante di quello che potrebbe sembrare. Mi metto nei panni di un critico cinematografico, che per vent'anni (dal primo dopoguerra agli anni '60) ogni anno doveva recensire 4-5 film di Totò, e non sempre sono film eccelsi (anzi!). Ma, soprattutto, per capire Totò non c'è bisogno della critica, e questo fa parte della sua grandezza.
A cosa serve dunque la critica? Serve a farci conoscere cose nuove, che ci sarebbero magari sfuggite; serve a indicare le novità e a far capire le cose più difficili. Della critica si lamentava anche Ciccio Ingrassia, che è scomparso nei giorni scorsi e ci manca molto. Aveva ragione a lamentarsi, come è ovvio: ma bisogna ammettere che di film veramente belli lui e Franco Franchi suo compare ne hanno fatti ben pochi. I loro film si guardano ancora, e piacciono ancora, perché dentro c'erano loro: ed è il più bel complimento che si possa fare a queste persone alle quali tutti abbiamo voluto un gran bene.

totò e silvana pampanini

Lo zuccherificio
Solimano 19 maggio 2003
Dai quindici ai ventidue anni, ho passato sette estati lavorando in fabbrica, uno zuccherificio.
La situazione era questa: circa cento persone erano dipendenti fissi, per tutto l'anno; poi c'erano cinquecento che oggi si chiamerebbero precari: disoccupati di lungo corso, immigrati recenti dal Sud, un po' di donne che cercavano di dare così una mano in casa, e qualche boccia persa, magari con lievi trascorsi penali. I dipendenti fissi si ritenevano superiori ai precari, e l'azienda incentivava questo senso di superiorità, che le faceva comodo.
Poi c'eravamo noi. 70 studenti di famiglia povera che davano pure loro una mano in casa, volenti o nolenti. Ce ne fottevamo del senso di superiorità dei dipendenti fissi ed eravamo incuriositi dagli altri. Quando non eravamo stanchi, perché toccava anche lavorare, ci sembrava di visitare uno zoo. Brutto a dirsi, ma allora era così.
Uno di questi anni mi fecero fare il fattorino in portineria. Munito di bicicletta (la mia, ahimè, era da donna) dovevo soprattutto andare in giro per la città a chiedere che si facessero gli straordinari. Nessuno di questi aveva il telefono, figuriamoci!
Un giorno, avevo cominciato appena il turno, che in quella settimana era dalle 6 alle 14.La settimana era di sette giorni, non di cinque. Arriva dalla direzione la disposizione che servivano quattro "straordinari" per un lavoro urgente. Nell'elenco figurava fra gli altri un nome, chiaramente del Sud, supponiamo Salvatore. Ed uno dice al portiere, che era una autorità: "Salvatore non si può, è smontato alle 6". Non erano ancora le 7. Il portiere guarda me e mi fa: "Tu vai subito da Salvatore, poi dagli altri. Salvatore dirà di sì, gli altri non so". E ci arrivai, da 'sto Salvatore. Mi aprì la moglie, ed io mi vergognavo della richiesta che mi toccava fare. Lei non fece una piega, ed in tre passi fu nella camera da letto, lasciando aperta la porta. Si vedeva Salvatore dormire della grossa, fra tre o quattro bambini. La moglie lo scuoteva, finché lui aprì gli occhi. Aveva lo sguardo fisso. "Che debbo dire?", chiesi. "Vai vai, Salvatore arriva subito". Uscendo mi voltai: Salvatore si era seduto sul letto e la moglie gli stava infilando le scarpe.

Berlusconi e la deriva Italiana
Graziella 18 maggio 2003
Come si blocca una Nazione?
Come sta facendo Berlusconi che ha bloccato l'Italia e l'attività parlamentare trascinando,inoltre, gli Italiani dietro ai suoi guai giudiziari.
Siamo noi che dobbiamo risolvere i suoi problemi implorando i giudici affinchè la smettano di giudicare gli uomini di governo se non vogliamo continuare ad assistere alla deriva di questi giorni. Così è di fatto e così ha detto Boselli ed i suoi soliti fedelissimi. Per gli uomini al governo non si parla assolutamente di trasparenza, di etica,di buone regole, di rispetto della Costituzione. Loro possono tutto e potranno mettersi al riparo con Leggi particolari.
Una cosa è certa, con la sua forza distruttrice è arrivato in ogni direzione e ancora una volta è riuscito a coivolgere gli italiani e ad informarli sui suoi guai fin dove non era riuscita l'opposizione. Infatti alle ultime elezioni in pochi sapevano di IMI-Sir e Lodo Mondadori. Ora tutti sanno; chi continuerà a difenderlo vuol dire che ne condivide il pensiero e l'operato come uomo, come imprenditore e come politico: per nulla trasparente. E tanti rimarranno affascinati e ci proveranno ancora e comunque.

Angelica, Doralice, Olimpia, Fiammetta
Solimano 18 maggio 2003
Le 4.842 ottave dell'Orlando Furioso. Sembra di capire che a Verona 200 persone le stiano recitando tutte, una dopo l'altra, e che finiscano a mezzanotte di oggi, dopo 37 ore.
C'è un aspetto ginnico, da Guiness dei primati. Qualche anno fa, al Conservatorio di Milano, fecero una no stop con le 32 sonate per pianoforte di Beethoven. Ma c'è anche l'aspetto ludico, anche se molti si rifiutano di crederlo. E' l'altra faccia, minoritaria certo, ma convinta e contenta, della volgarità mediatica. Una specie di yin e yang occidentale.
La pagina ventiquattro di oggi de la Repubblica, oltre al trafiletto da cui ho appreso la performance veronese, ed oltre ad una pubblicità di auto (no grazie, ce l'ho già) che occupa mezza pagina, contiene un articolo sulla lettura del Fedone fatta da Carlo Rivolta e col commento di Massimo Cacciari. A Bologna: 1800 persone. C'è chi è rimasto per strada.
Avverto l'insofferenza di un casuale lettore: "Uffa! Mica tutti possono leggere l'Ariosto e Platone". D'accordo, lungi da me ogni tipo di proselitismo, anche se incredibile dictu tali letture possono essere molto piacevoli. Le quattro signore del titolo, dopo tanti anni, rallegrano ancora i miei sogni. Tutte bionde, le donne dell'Ariosto, chissà perché. Non lo faccio certo per dovere o perché non ho altro da fare.
Il tema è quello della battuta del personaggio di Altan in prima pagina oggi, sempre sulla Repubblica: "Quando riusciremo a stralciare Berlusconi dai nostri pensieri?".
Mi ricordo la Festa di Protesta. Viaggio faticoso, caldo boia, calca inverosimile, eppure siamo stati lì quasi sei ore, contenti di starci. Mentre, ogni giorno, dopo dieci minuti di politichese non ne possiamo più. E' che ci lasciamo permeare da una situazione che ci intristisce, invece di avere gli occhi aperti sulla possibilità di sano epicureismo che ogni giorno contiene in sé. La lettura di Platone, la preparazione di un risotto con gli spinaci (ne vado pazzo!), una partita a calciobalilla… chissà se esiste ancora , una chiacchierata senza forzature, lasciando andare le parole per il loro verso, tutto è lì, di fronte a noi: basta allungare la mano. E' che la tristezza è contagiosa, peggio della SARS. La persona triste ha un obiettivo da raggiungere: rendere triste qualcun altro. E' il suo nevrotico fioretto quotidiano.
Tante potenzialità di allegria, di buon umore, di vivacità, che sono a portata di mano delle persone di sinistra, per definizione curiose, non ripiegate in sé (sennò, che sinistra è?) sono autocensurate da un Super Io istruito, ma non colto (la battuta è di Fortebraccio). Basta guardarli in faccia, certi leader. Senza far nomi, tanto li sappiamo.
Anche perché, come sanno tutti quelli che vivono il matrimonio da tempo, niente è più seccante che trovarsi di fronte ad una persona che non riesci a fare imbufalire. Per cui, il sig. Ricca non è un eroe, ma un ingenuo. Di persone da stralciare dai nostri pensieri è piena la quotidianità. Basta guardarli negli occhi, con un sorrisetto appena accennato e comunque non tirato, e dirgli, senza parole: "A me non la conti. Lo so come sei dentro, e non vorrei essere al tuo posto".
Provare, per credere. Gli stralciabili lo sanno pure loro come sono, dentro. Per questo cercano continuamente di evadere da sé stessi e rompono il rompibile in giro.

giovanni lanfranco: episodio di norandino e lucina dall'orlando furioso

Ancora dubbi
Enrico de Bernart 17 maggio 2003
Sono andato l'altroieri a piazza Navona, ho assistito all'inizio della manifestazione. Era presto e non c'era ancora tanta gente.
Il problema della giustizia è certamente grave e non è riducibile agli abusi di potere di qualche 'grande puffo' o 'puffone' che dir si voglia.
Esso deve essere inquadrato nella cultura di un paese poichè lo stesso concetto di giusto è espresso dal tessuto sociale. Il detto popolare romanesco 'er più pulito c'ha la rogna' è l'esempio di come la superficialità degradi la coscienza etica: implicitamente esso ci autorizza a trasgredire considerando diffusa l'immoralità.
Purtroppo il nostro bel paese è stato dominato per secoli, fino a tempi storicamente recenti, da potenze straniere e da un regime totalitario. Questo non ha favorito il fiorire di coscienze civiche diffuse nonostante i pregi del nostro popolo.
Durante gli interventi che ho sentito è tornata più volte la parola 'regime', ho dei dubbi su questa definizione: se di regime si fosse trattato credo che saremmo stati manganellati e portati in commissariato, per fortuna non è avvenuto.
Con questo non voglio escludere una potenziale deriva autoritaria assolutamente nefanda, ma vorrei che la parte politica che mi rappresenta fosse meno concitata e più propositiva nel presentare un modello di democrazia alternativa che sia comprensibile per il nostro popolo. Gli urlatori mi hanno trasversalmente stufato!

Macrospia
Solimano 17 maggio 2003
Non sono del ramo, ma ho sempre pensato che le spie dovessero infilarsi sotto i letti, acquattarsi nei ripostigli, strisciare lungo i muri, calarsi nelle botole, maneggiare fili sottilissimi; pallido il viso e asettico lo sguardo. Anche il termine "spione" lo intendevo come accrescitivo di lode, non come ingombro.
Ma Giuliano Ferrara, raccontando la sua attività di consulenza spionistica per la CIA dell'inizio degli anni '80, smentisce questo luogo comune.
Chissà se è vero, o se si sta solo divertendo, o se lo dice perchè vuole incastrare qualcun altro. Affari suoi.
E' certamente vera un'altra cosa: la reazione del mondo giornalistico di fronte ad una faccenda del genere, è stata: "Ma che simpaticone, che è Ferrara!".
Ci si abitua a tutto, di questi tempi.
Salvo essere l'unico paese che rovista fra le carte Mitrokhin. Perché può far comodo.

Dell'apparenza
Rigoletto 17 maggio 2003
IL PRINCIPE Credete a me,
non importa che sia
questa o quella persona:
importa la corona!
Cangiate questa di carta e vetraglia
in una d'oro e di gemme di vaglia,
il mantelletto in un manto
e il re da burla diventa sul serio,
a cui voi vi inchinate.
Non c'e' bisogno d'altro, soltanto
che lo crediate.
botticelli: la verità ed il rimorso PRIMO MINISTRO Ma come vuole, Vostra Maesta',
che possiamo …
IL PRINCIPE Che cosa? Credere?
Si puo' sempre! Si puo' tutto!
IL MAGGIORDOMO Ma questo, no, perche' sappiamo
che non e' vero!
IL PRINCIPE Ma niente e' vero,
e vero puo' essere tutto;
basta crederlo per un momento,
e poi non piu', e poi di nuovo,
e poi sempre, o per sempre mai piu'.
La verita' la sa Dio solo.
Quella degli uomini e' a patto
che tale la credano, quale
la sentono. Oggi cosi',
domani altrimenti. Credete,
credete che questa
vi puo' convenire assai piu' della mia.
Io, ora, la so,
la mia verita'.
Ero piccolo qua,
con questa madre, nato a questo sole;
povero, ma che importa?
con questo amore di madre
e questo cielo e questo mare
e la salute e la gioja
di vivere la mia,
la "mia" vera vita per me!

Davanti a questo mare, a questo cielo
vedo anche le case
sollevarsi a un respiro di sollievo!
e ogni casa, per umile che sia,
diventa una reggia del sole!

Veder tutto ai miei piedi?
Preferisco sentire
qualcosa sopra di me!

Pigliatevi, portatevi
lontano il vostro re!

Favola del figlio cambiato (versione mediterranea), da "Biografia del figlio cambiato" di Andrea Camilleri, trascrizione di un suo racconto orale sulla vita di Luigi Pirandello, da un punto di vista del tutto personale.

La mia famiglia è perseguitata da 3000 anni
Solimano 16 maggio 2003
La mia famiglia è villanoviana. Abbiamo sempre vissuto attorno a quel posto che oggi si chiama Bologna, a volte in pianura, a volte in collina, a seconda degli eventi, che oggi si chiamano opportunità.
3000 anni fa ce ne stavamo tranquilli a divertirci facendo ciotole e piattini, che ancora oggi gli archeologi della domenica recuperano con entusiasmo e Vinavil.
Poi, sono arrivati gli Etruschi. Gli abbiamo tirato addosso di tutto, dai piatti agli sgabelli, ma avevano arnesi di ferro, ed abbiamo dovuto transare. Le perdite umane, per fortuna, sono state limitate: solo il 40% della famiglia.
il guerriero di capestrano Per 200 anni ce la siamo passata abbastanza bene, però. E' vero, comandavano loro e avevano quel loro modo di scrivere assolutamente incomprensibile. Però sbevazzavano e copulavano alla grande, e la cosa piaceva fin troppo ai nostri giovani, che erano peggio dei nostri vecchi. Credo che con tutte queste copule, fra di noi ci fosse anche qualche bastardino, ma la prova del DNA non l'avevano ancora inventata, e la famiglia comunque numericamente cresceva.
Poi, sono arrivati i Galli. Nudi e Capelloni! Se la sono presa soprattutto con gli Etruschi; a noi è andata bene: abbiamo perso solo il 20% della famiglia. Con i Galli è stata una goduria. Grandi feste nei boschi guidati dai druidi, i loro animatori per capirsi. Gente strana i Galli. Capace di distruggere un villaggio e di tornarci il giorno dopo per far musica con gli abitanti e di mettersi a piangere perché gli abitanti non c'erano più.
E per altri 200 anni siamo andati avanti con rubalizi di galline, heavy metal e frotte di bastardini. Sempre senza il DNA.
Ma sono arrivati i Romani. Gente seria ed organizzata. Eravamo già predisposti a perdere il 30% della famiglia, ma, stranamente, non li hanno fatti fuori. Li hanno solo portati via per fargli fare i lavori di casa a Roma. Invece i Galli, sempre Nudi e Capelloni, sono stati fatti fuori quasi tutti.
I pochi rimasti sono stati portati a Roma per fargli fare i gladiatori negli spettacoli: sempre fortunati, gli heavy metal!
C'eravamo appena abituati ai Romani, quando c'è stata la sceneggiata dei Cartaginesi, che è durata solo 20 anni. Era un piacere veder passare il loro esercito multinazionale: Punici, Iberici, Numidi e nuovi Galli(i parenti incazzati dei gladiatori...). Ho visto anche il Grande Satana Annibale, persino guercio, tanto era cattivo. E la loro Arma Assoluta: gli elefanti! Spaventavano le poche galline rimaste, ma l'audience presso i nostri ragazzi era alta. Questo rebellotto, che è durato veramente poco, appena 20 anni come ho già detto, è costato solo il 20% della famiglia, largamente compensato dai bastardini, qualcuno anche moretto.
Poi i Romani hanno stabilito la "pax romana". Quanti posti di lavoro hanno creato! Le Grandi Opere! Strade, acquedotti, ponti tutti costruiti da manodopera nostra, che, nel tempo libero, faceva i lavori di casa per i geometri Romani.
Per 600 anni ci siamo annoiati. L'unico svago erano le tantissime divinità portate dai Romani. Diversissime ed imprevedibili. L'una in concorrenza con l'altra. E' allora che è nato il libero mercato.
Ma il Monopolio era in agguato. Con delle offerte speciali sull'aldiquà e sull'aldilà ha fatto il dumping. Noi, però, con l'invenzione dei Santi, l'abbiamo fregato: S.Giorgio è Marte, Maria Maddalena è Venere, S.Sebastiano è Apollo, S.Rocco è Esculapio, S.Cristoforo è Ercole, S.Gennaro è S.Gennaro...ma non ditelo in giro, mi raccomando... Quando il Monopolio se ne accorgeva, picchiava duro, raccomandandoci per l'aldilà. Ma la storia non è finita, con la Pax Romana e col Monopolio. Ci sono stati i Visigoti, gli Ostrogoti, i Longobardi, i Franchi, i Sassoni, gli Svevi... Quisquilie, comunque: la partita dare/avere è stata sempre a nostro favore: ogni volta 10% in meno, compensato dal 15% in più di bastardini. E tanti, tanti posti di lavoro.
Infatti adesso ci stiamo trasformando in annoiati fancazzisti. Stiamo offrendo posti di lavoro a gente di tutti i colori. Facciamo del bene, insomma. Abbiamo un grande vantaggio, oggi: la prova del DNA. E possiamo finalmente dire quello che abbiamo sempre pensato: basta con i bastardini!!!

Far finta di niente
Antenore 16 maggio 2003
Ancora una volta, Berlusconi espone il suo pensiero sulla storia recente, e lo fa in tribunale davanti ai giudici che stanno indagando su di lui per corruzione: dieci anni fa, i comunisti tentarono un colpo di stato usando la magistratura contro la classe dirigente di allora, e in particolare contro Craxi.
Sono curioso di vedere come reagiscono i suoi alleati, che però si comportano un po' come il proverbiale pesce nel barile. Fanno finta di niente, parlano d'altro, ripartono da particolari secondari. Eppure Fini fu in prima linea, dieci anni fa, contro "l'allora classe politica"; e la Lega Lombarda di Bossi deve gran parte dei suoi successi e delle simpatie che nutre ancora oggi proprio per le sue battaglie dure e crude proprio contro Craxi, il ladrone numero uno.
Davanti a questo spettacolo scomposto, vorremmo poter fare come Dante, e dire: non ragionar di lor, ma guarda e passa. Però non è possibile: siamo tutti sulla stessa barca, e se non vogliamo affondare bisogna continuare e remare.

Occhiata casuale dentro un'anima
Rowena 15 maggio 2003
Ieri sera ho fatto una cosa che non facevo da secoli: sono entrata in chat.degas Una rimpatriata fra amici, per rilassarmi, come andare al bar senza infilarsi le scarpe. Le solite chiacchiere leggere, riposanti. Siamo pochi: una vecchia amica, un tale con cui litigo da sempre per la politica, ma in fondo ci vogliamo bene, due ragazze. Ad un certo punto il discorso cade sulla droga, al solito modo: lui si bulla delle sue molteplici esperienze, le ragazze cercano di mostrare quanto sono adulte e vissute.
Ma si dà il caso che i tre abitino nella stessa città, e a poco a poco finiscono per parlare dei luoghi dove ci si droga. E, senza che se ne rendano ben conto, vengono dipingendo una città ostile e affascinante insieme, coi suoi “giardini di plastica” (così li chiamano) soffocati dal cemento e senza vita. E i suoi panorami mozzafiato, scogli a picco sul mare e le ombre notturne che li abitano, movendosi incerte. E dietro, piazzette tisiche e vicoli stretti e tortuosi, dove si nascondono i pusher. Una città che sembra scritta da De André, nelle sue prove migliori.
E di lì è facile passare a parlare delle allucinazioni, delle immagini angosciose e realissime, visi deformati, nazisti che ti inseguono alla stazione, manifesti che prendono vita e ti urlano “Stronza!” dalle pareti. “Perché?” chiedo io. “Perché mi faccio”, risponde.
E senza mai saperlo mi raccontano un’infinita tristezza, il male di vivere, e il bisogno imperioso di annullarsi in un altro mondo, di inventarsi un’altra vita, e quanta paura fa in fondo tutto questo, e la lucida consapevolezza del rischio, e la ricerca infinita di attimi di vera felicità: anche inventati, anche “di plastica”.
Mai mi era capitato di toccare così da vicino l’anima di questi ragazzi – io che di droga ho sempre parlato solo per assunti teorici. E certo non sarebbe stato possibile, se ci fossimo viste in faccia; le ragazze si sarebbero difese dietro la maschera di giovanile strafottenza che sfoggiano tanto volentieri – e forse io non sarei sfuggita all’inutile moraleggiare. Ma limitarsi ad ascoltare aiuta chi ha – ma mai l’ammetterebbe – un gran bisogno e una gran voglia di raccontarsi.
Molte emozioni e molti pensieri mi hanno attraversato, e uno, infine, sopra gli altri. Non può esserci colpa, in tutto questo. Una struggente, misconosciuta, infelicità, un nonsochè di impotenza, la gabbia di una vita che stenta a darsi un senso, forse, e una gran rabbia. Ma colpa, no.

Tre libri
Solimano 15 maggio 2003
Da animale leggitore qual sono da sempre, racconto di tre libri, due scritti da donne americane, il terzo da uno scozzese.
Un difetto in comune: hanno la copertina azzurra delle Edizioni Ubaldini, quindi costano cari, ma esistono le biblioteche. .. e forse sono uscite edizioni più economiche, specie dei primi due, che hanno avuto un relativo successo.
Il primo è "Scrivere Zen", di Natalie Goldberg. Meglio il titolo in lingua originale, "Writing down the bones". Dopo averlo letto, non è detto che si scriva meglio, ma certamente si scrive con più piacere (o meno sofferenza). La si vorrebbe conoscere, Natalie, con la sua vivacissima sfiga e la sensibilità curiosa per tutto ciò che accade attorno a lei ed in sé stessa.
Il secondo è "Zen quotidiano" di Charlotte Joko Beck. Comincia così: "Il mio cane non si chiede il significato della vita. Può darsi che si preoccupi se la colazione è in ritardo, ma non sta lì seduta (è una femmina) a domandarsi se sarà mai realizzata, liberata o illuminata". E va avanti in linea con l'inizio, che per me è folgorante. Le devo, a Charlotte, la convincente dimostrazione che la speranza è una trappola. "Ma come si fa senza speranza?" Si fa quello che si sta facendo. Meglio.
Il terzo è "Il risveglio dell'Occidente" di Stephen Batchelor, scozzese giramondo: India e Corea, in particolare. Racconta la comparsa e la scomparsa del buddismo in giro per l'Asia. Perché il buddismo compare e scompare, confermando così nella sua storia l'impermanenza del reale da cui parte. Non è per nulla noioso, pur avendo quasi 400 pagine: sembra un grande libro di avventure, dalla Mongolia al Giappone, dall'India alla Cina, con strani incontri fra gesuiti e taoisti, fra mongoli e frati.
I tre libri hanno un dato comune: un buon senso dell'umorismo, in genere introvabile in libri di quel tipo.
Se ci badate, tutte le persone di cultura se la sono presa per la distruzione delle gigantesche statue del Budda da parte dei talebani. I buddisti, se la sono presa un po' meno. Ci sono fra loro quelli che fanno meravigliosi mandala di sabbia colorata granello per granello, ci lavorano mesi e mesi: poi, un giorno, arriva l'alta marea, e la prima onda fa scomparire il mandala in pochi secondi.

A piacere di chi comanda
Antenore 15 maggio 2003
"I dittatori sono tutti uguali", mi dice un'amica mentre commentiamo le immagini delle statue di Saddam Hussein che vengono abbattute in Iraq. Io sono d'accordo: si possono ben mettere sullo stesso piano Hitler, Mussolini, Amin Dada. Saddam Hussein, Pinochet e i generali argentini degli anni '70... E' una lista lunga, e ci metto ovviamente anche Stalin. Perché Stalin ne fece di tutti i colori, anche se ebbe il merito di combattere Hitler e di contribuire alla sua sconfitta: ed è ormai Storia, nota a tutti. Ma è curioso vedere e leggere che i grandi pensatori della destra non sono d'accordo su questa lista. Per molti di loro Pinochet è un eroe, e così anche Videla e gli altri dittatori argentini ( e non parliamo del Buce, per carità di patria!) .
La realtà storica (anch'essa dovrebbe essere nota a tutti, tanto più che è storia recente) è che se Pinochet non ha sulla coscienza lo stesso numero di morti che spetta a Stalin, questo lo si deve solo al fatto che il Cile è un paese piccolo. Fosse stato grande come la Cina o l'URSS, Pinochet non sarebbe stato secondo a nessuno: ma interessano ancora questi discorsi? A giudicare da quel che si vede e si legge, la Storia è già stata riscritta, e adesso è solo una storia qualsiasi, che si può riscrivere a piacere di chi comanda.

persepoli

Il taxista
Rigoletto 15 maggio 2003
Orlando. Gli americani amano molto organizzare convegni in questa cittadina della Florida, molto graziosa per altro, perche' vi sono Disneyland e gli Universal Studios.
Nonostante io non ami le meraviglie della tecnica e del mondo globalizzato che ne deriva, debbo dire che a visitarli, particolarmente gli Universal Studios, l'effetto e' prodigioso.
(prodigio [vc. dotta, lat. prodigiu(m), di etim. discussa] 1 Fenomeno che non rientra nell'ordine naturale delle cose. 2 (fig.) Fatto, manifestazione, opera e sim. che e' oggetto, per le sue caratteristiche, di stupore, meraviglia, ammirazione e sim.: i prodigi della scienza, della tecnica, etc.).
I tre giorni di convegno sono terminati, sto andando all'aeroporto per tornarmene finalmente in Italia. Il taxista, un cubano direi, ha voglia di chiacchierare. Mi chiede da dove vengo. Dall'Italia dico. "Oh povera gente – esclama – ho letto che occorrono duemila delle vostre lire per un nostro dollaro: come fate a vivere?".
Per un attimo mi passa per l'anticamera del cervello di spiegargli che il problema non e' il valore facciale della moneta e nemmeno il rapporto di cambio ma, caso mai, il potere di acquisto: se con duemila lire compro in Italia le stesse cose che con un dollaro negli USA, il vero problema diventa quante lire o quanti dollari uno guadagna.
Poi desisto, troppo complicato e poi ci rimarrebbe molto male. Non si puo' togliere ad un taxista cubano la speranza che nel mondo vi siano persone che stanno peggio di lui.
Gli confermo che in Italia stiamo tutti morendo di fame e gli lascio una lauta mancia.

L'uso del referendum
Antenore 14 maggio 2003
Provo a rispondere alle domande di Enrico del 6 maggio, anche se non sono un esperto ma solo un lavoratore dipendente come tanti. Il mio pensiero sull'articolo 18 è già stato pubblicato qui sotto, il 28 aprile; perciò non mi ripeto. Esiste il problema dell'uso del referendum. In passato, abbiamo votato su referendum che interessavano solo una parte della popolazione: ricordo il referendum sulla scala mobile, per esempio; o quello sull'iscrizione all'albo dei giornalisti, o sulle modalità di iscrizione al sindacato... Sono questi quesiti che hanno svuotato di senso il referendum. Perché una cosa è parlare di divorzio, di aborto, di finanziamento pubblico dei partiti; e un'altra cosa è far votare sull'abolizione dell'albo dei giornalisti (io non ho mai pensato di fare il giornalista, e come me tanti...), e quanto all'iscrizione al sindacato, posso assicurare che ci vogliono 5 minuti sia per iscriversi che per disdire la tessera. Ma, soprattutto, è un problema che riguarda solo e soltanto gli iscritti...
Per quanto riguarda le domande di Enrico, sarebbe bello che fossimo tutti tutelati: questa è una delle cose che fanno di un paese un paese civile, e per questo si pagano le tasse (nei paesi civili: negli altri si invita a non pagarle). Soprattutto, ci vorrebbe del buon senso: che invece manca da un po' e chissà dove è andato ad abitare.
Detto questo, il referendum sul quale stiamo per andare a votare è, sostanzialmente, una ripicca. Voi volete abolire le protezioni previste per chi lavora nelle fabbriche medio-grandi? E noi facciamo in modo che l'articolo 18 passi per tutti!
Come tutte le ripicche, si rischia di finire male. E' un gioco mal calcolato, e si rischia molto; e a rischiare non è solo una categoria ma l'Italia intera.

Pausa pranzo
Massimo Marnetto 14 maggio 2003
Stiamo aspettando il primo e abbiamo fretta perché dobbiamo tornare in aula con tutta la delegazione di funzionari dei paesi del Mediterraneo, per continuare il seminario che mi inchioda in ufficio dalla mattina alla sera.
"Come pensate di uscire dalla guerra" fa senza preavviso il rappresentante cipriota al giovane incaricato palestinese. "Non lo so - risponde spingendo una briciola sulla tovaglia - ma dobbiamo trovare una via d'uscita o diventeremo tutti pazzi".
Tutti gli altri discorsi cadono e ci mettiamo ad asoltare.
"Ma dovete usare l'intelligenza - fa il cipriota - non le bombe, perché se la mettete sul confronto militare fra dieci anni sarete spazzati via dalla potenza israeliana. Noi a Cipro - continua - potevamo infilarci in una guerra sanguinosa contro i Turchi, ma con la diplomazia e molta, molta pazienza abbiamo finalmente ottenuto quest'anno la riapertura del confine interno e questo ha ridato la speranza a tutti".
"Non è la stessa cosa - interviene il maltese - la divisione di Cipro ha poco a che vedere con la repressione dei territori palestinesi, ma sicuramente il terrorismo complica le cose".
"Prego - interviene il professore marocchino - non chiami terrorismo l'eroica resistenza del popolo palestinese".
La mia collega mi lancia uno sguardo di viva preoccupazione.
"Io credo - intervengo - che ormai la contrapposizione non sia più tra Palestinesi ed Israeliani, ma tra chi vuole la pace nei due paesi e chi insiste nella guerra, sempre nei due paesi. Le bombe, come le rappresaglie annullano le differenze tra questi due schieramenti nel nome dell'emergenza e del nemico che uccide. E così, la violenza rimanda la ricerca della soluzione pacifica di un conflitto che è diventato fortemente simbolico tra l'occidente ricco e arrogante e il mondo dell'Islam che sente il dovere di compattarsi per resistere."
"I moderati - fa il palestinese - hanno la vita dura perché devono affidarsi ai ragionamenti delle persone intelligenti; per i violenti, basta scatenare l'odio e l'istinto che tutti hanno."
Arriva il primo.

cipro: lindos

"Nessuno può offendere impunemente la Presidenza del Consiglio!"
Solimano 14 maggio 2003
Così, fra tante altre frasi, ha detto Berlusconi a Bari. Verrebbe da dire: il primo ad offendere l'istituzione è lui, ma rifiuto tutta la retorica sulle "istituzioni", così sovrabbondante in Italia, come in tutti i paesi in cui c'è scarso senso civico. Da cinquant'anni, in Scandinavia, i regnanti vanno in giro in bicicletta, e quindi non meniamola con le istituzioni, e prendiamocela con le persone che le occupano, che sarà meglio.
Però, dopo aver acclarato che il Berlusconi furioso segue una precisa strategia elettorale, c'è da chiedersi: vabbè, tira l'acqua al suo mulino, ma è solo strategia o è la parte sua?
A questo punto, con quello che tira fuori in questi giorni, c'è veramente da chiederselo. Noto un imbarazzo crescente in diverse persone che, lecitamente, da sempre sono di destra. L'intervista al giornalista del New York Times è sbalorditiva, a leggerla con attenzione. Dopo tutto, non aveva il problema del consenso degli adoratori, del plagio delle masse. Tutta gente che del New York Times non sa nulla o quasi. Allora, poteva fare l'istituzionale: amicizia col grande presidente Bush, fedeltà della alleanza, bla bla. Ed invece se ne è uscito con tutto un profluvio di frasi sulla sua indispensabilità, sulla vita terribile che sta conducendo, sul fatto che non riesce ad andare alle Bermude, cose così. Un autopiagnisteo cronico: fra un po' c'è da aspettarsi che si commuova su sé stesso singhiozzando a quattro palmenti. E questo prendersela con gli undici ragazzi undici che a Bari gli hanno urlacchiato dietro…che era tutto organizzato, che c'è una trama dietro… Credo che in molti ci stiano facendo caso da tutte le parti politiche. Credo, per dirla tutta, che una trama ci sia, e la stia facendo lui contro sé stesso. Una megalomania così fuori controllo una concezione eroica dell'esistenza, così la chiama il poveretto, un bisogno così smaccato di essere amato… è tempo di far tacere i politici e di interpellare i clinici.
Chi abita bene il proprio sé, non ha bisogno di carezze, né si indigna per gli insulti: gli scivolano sopra come acqua su roccia. Se le carezze arrivano, bene; se non arrivano, se ne può fare a meno. Il sentimento che si diffonderà sempre di più non è l'indignazione, ma la vergogna (bipartisan) di avere uno così alla Presidenza del Consiglio dei Ministri (istituzione…). Cerchiamo di limitare i danni, nel frattempo.

Citoyens
Rowena 13 maggio 2003
Il mio capo, che sa che amo la pittura, mi dà un incarico di alto livello: mi chiede di procurargli qualcosa per coprire una macchia sul muro. Sto per partire per le ferie, e a Parigi compro polemicamente da un bouquiniste una stampa che riproduce la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino. Una di quelle belle, sapete, con la Marianna trionfante che è un piacere.
La scorro, più per l'estetica che per altro, chè tanto queste cose si sanno: si nasce liberi e uguali, ecc. ecc.
Ma l'occhio mi cade sull'art.15, che recita, testualmente:
"La socièté a le droit de demander compte a tout agent public de son administration"
Cioè, una buona amministrazione fa parte dei diritti fondamentali, come la libertà di opinione, di associazione e di "resistere all'oppressione". E se ne può, se ne deve, chiedere conto (com'è assertivo, rigoroso, potente, questo "demander compte"!). A tutti, "tout agent", dal messo comunale al capo del governo.
E perché non lo facciamo veramente mai, allora? Se ci abituassimo, non ci sfiniremmo a discutere di politica e magistratura, corrotti e corruttori. Basterebbe, appunto, chieder conto di come si amministra un paese, e la risposta verrebbe da sé. Alla "société", tutti noi, tocca fare questa domanda.
Ah, questi francesi! Buttano là un documento di 17 articoli e una decina di righe di preambolo in tutto, e ti fa l'effetto dello champagne: dà alla testa!

marianne

Rassegna stampa
Solimano 13 maggio 2003
Da tempo, ho imparato a costruire la rassegna stampa per Arengario. A farla bene, il suo tempo ci vuole. Ci sono due fasi, prima catturare gli articoli in rete, poi inserirli nel sito. La prima parte è più lunga, ma è più divertente.
E' una specie di gara ad ostacoli: la Repubblica ha molti articoli che si possono avere solo se si ha l'abbonamento; d'accordo, lo abbiamo, ma quasi tutti i lettori del sito no, e quindi il link che mettiamo non va all'articolo, ma ad una porta: pagare moneta, leggere articolo (perché spesso non mettiamo tutto il testo, specie per gli articoli più lunghi). Allora, che si fa? In genere basta aspettare: quei furbacchioni di Repubblica magari ti mettono Curzio Maltese o Eugenio Scalfari liberamente disponibili verso le 11 (Franco Cordero e Michele Serra quasi mai).
martha argerichPoi c'è la Stampa, che magari mette insieme gli editoriali del giorno prima con gli articoli del giorno dopo, ed occorre ricordarsi di guardare la data, il Messaggero, che rilascia gli articoli in rete solo a mezzogiorno, come fa il Foglio. E quello snobbone del Manifesto: bel sito, ma prima delle 14 è difficile che compaiano gli articoli del giorno. E adesso, considero come quotidiani da rassegna stampa anche Libertà e Giustizia e Centomovimenti. Ho anche i miei pallini: Gian Antonio Stella e Giovanni Sartori, Massimo Gramellini e Piero Sansonetti.
Mi piace inserire, alla fine della rassegna, qualche articolo curioso: oggi è toccato ai libri che si autodistruggono col tempo ed alla organizzazione del lavoro alla McDonald's, un articolo in cui non so dire se si esce più inorriditi o ammirati; ne dico solo una: quando è pronto un panino caldo, c'è a fianco un timer perché occorre servirlo entro dieci minuti, se no va nella spazzatura.
La seconda parte, quella del caricamento nel sito, richiede molta attenzione e precisione, ma è molto più ripetitiva. Per fortuna ho tanti CD: oggi è toccato a Martha Argerich, forse l'unica persona al mondo capace di suonare benissimo sia Chopin che Bach. Ed il tempo vola, tutto diventa lieve, anche la ripetitività di Arachnophilia e di FTP.

Il gol di Miccoli
Antenore 13 maggio 2003
Non ho visto il gol di Miccoli in tv. Mi hanno detto: Miccoli ha fatto un gran gol; ma io sabato non ero a casa, e non ho visto i filmati delle partite. La partita era Juventus-Perugia, ed è finita 2 a 2; Miccoli gioca nel Perugia ed è un attaccante di talento, che fa piacere vedere all'opera. Ma io il giorno dopo non sono riuscito a vedere il suo gol, ed è strano visto lo spazio che si dedica al calcio su tutte le televisioni...
Anzi, mi correggo subito: non è affatto strano, e per dir la verità io non sto parlando di calcio ma di come funziona l'informazione in Italia. Perché io ho trovato, qua e là, facendo zapping, molti servizi su quella partita; ma mi hanno fatto vedere tante cose che col calcio hanno poco a che fare, come per esempio i giocatori della Juve in mutande a farsi i gavettoni nello spogliatoio (sono contento che la Juve abbia vinto lo scudetto, ma è uno spettacolo del quale avrei fatto volentieri a meno), più tanti discorsi, polemiche, interviste più o meno sensate, moviole, eccetera. Tutto tranne i fatti, cioè la cronaca, cioè la vera sostanza dell'informazione.
E' istruttivo seguire il calcio in tv e sui giornali, perché è lo specchio di quanto succede con l'informazione sulle altre cose, quelle più importanti.

Yom Hashoa
Rigoletto 13 maggio 2003
Domani e' il giorno in cui si celebra la Shoah (Yom Hashoa) in Israele: cade nel ventisettesimo giorno del mese di Nissan del calendario ebraico, per il nostro calendario e' il 29 aprile. Trovo in albergo una lettera che mi ricorda cosa sara' celebrato domani e come, affinche' non abbia a spaventarmi. Il giorno ebraico non va dalle zero alle ventiquattro, ma dal tramonto del giorno precedente al tramonto seguente. Quindi ora e' gia' Yom Hashoa. Autobus e taxi sono fermi, cosi' come chiusi sono ristoranti e luoghi pubblici; anche la cucina dell'hotel e' chiusa, hanno previsto un buffet freddo, a base prevalentemente di verdure e formaggi; non vi e' carne perche' non e' kosher cibarsene assieme a prodotti del latte. Mi accontento. L'indomani mattina sono in ufficio. Rami mi spiega cosa si celebra oggi e come; dico che so gia' tutto. In realta' non so un bel niente. Quando, alle 10.00 precise, tutte le sirene di allarme aereo iniziano il loro lugubre ululato vengo preso alla sprovvista. Rami dice "Rigoletto, questa e' l'ora". Ci alziamo e rimaniamo immobili, io con le braccia conserte come quando, ragazzo, assistevo alla Messa. Dalle finestre vedo l'autostrada che unisce Tel Aviv all'aeroporto Ben Gurion e poi a Gerusalemme. I veicoli si sono fermati, dove erano, le portiere sono spalancate, le persone immobili in piedi accanto. Ora so che cinque minuti possono sembrare piu' lunghi dell'eternita'.

"La first lady conferma"
Solimano 12 maggio 2003
Ho fatto una piccola analisi su un articolo di Maria Latella uscito sul Corriere della Sera del 5 gennaio 2003. L'uso del grassetto è ovviamente mio. Latella sa benissimo che le parole mielate funzionano se si mischiano alle altre. Così il lettore non se ne accorge e il beverone viene debitamente trangugiato.

ROMA - «Sono in credito di almeno tre giorni di vacanze. Stiamo lavorando, con Letta, Frattini e Pisanu». Silvio Berlusconi si lamenta, e allo stesso tempo si compiace: la vacanza di lavoro è una costante della sua vita. Al telefono, dalla sua villa di Porto Rotondo, seduto in salotto con la moglie Veronica, il presidente del Consiglio parla del suo inizio d'anno. Progetti, impegni internazionali, ma soprattutto una persistente preoccupazione: «L'opposizione non ammette l'obiettività, concepisce soltanto il dileggio. Sulle riforme, però, siamo pronti ad accogliere consigli». La nostra ultima conversazione risaliva al settembre scorso quando, a Madrid, nella discrezione di un corridoio dell'hotel Ritz, il premier si era lasciato andare a qualche confidenza. Un Berlusconi preoccupato, quello di allora. Capace in pubblico di fingersi tutt'altro: allegro, interessato perfino dai dettagli delle nozze di Ana, la figlia di Aznar, con Alejandro Agag. In privato, però, aveva lasciato cadere una frase vagamente fatalista, pessimista anche, insolita per uno che, ufficialmente, gira da sempre «con il sole in tasca». Gli avevo chiesto se temeva un nuovo ribaltone, così come già gli era capitato nel '94, e lui, lontano dalle telecamere, si era concesso un mesto allargar di braccia, come a significare «Cosa vuole, non dipende da me». «Io ci provo - aveva risposto, corrugando la fronte -. Ci provo, ma è davvero dura. Vedremo». Adesso invece, attraverso il telefono, arriva la voce di un premier ricaricato. E' consapevole, certo, delle aspettative suscitate dall'aver battezzato il 2003 «anno delle riforme», ma, sotto sotto, si sente già proiettato sul semestre italiano alla guida dell'Europa. Insomma, già in volo verso la fine del 2003, lontano da quel «Vedremo» così intriso di «desvivir» madrileno, di sofferenza del vivere. «Questo 2003 parte con un carico di lavoro niente male - racconta Silvio Berlusconi -. Il nostro semestre europeo è alle porte e io, come presidente del Consiglio, dovrò fare per due volte il giro di ventiquattro Paesi europei. E' la consuetudine». riccardo mannelliMa come? Non aveva promesso agli alleati - finalmente - la massima attenzione alle questioni interne? Non aveva minacciato, a un ministro Lunardi più ingrugnito che entusiasta, un controllo settimanale sul dicastero delle Infrastrutture? Non aveva rinunciato all'interim della Farnesina? Ebbene, i grandi amori sopravvivono alle rinunce. Dunque, al di là della preoccupazione per i quarantotto viaggi quarantotto, si capisce che questa tournée europea, in molti casi una cortesia verso i nuovi arrivati dell'Est, non gli dispiace affatto. Del resto, il suo successore agli Esteri, Franco Frattini, l'ha sempre saputo: sulla Farnesina Berlusconi continuerà a vegliare. Certo, questa nuova ondata di viaggi non favorisce la continuità dell'attività di governo, presidente... : «Ho ben presente le difficoltà. Cercherò di proporre qualche modifica a questa consuetudine, magari ridurrò il numero delle visite. Ma le nostre proposte per il semestre italiano andranno comunque presentate». Il versante interno, d'altra parte, richiede la massima attenzione, Berlusconi lo sa. Sul fronte delle riforme, lascia capire, si avverte qualche segnale positivo. E anche dal temibile comparto dell'economia, il miglioramento dei conti un poco incoraggia. Il ministro Tremonti sembrava sull'orlo delle dimissioni, invece è ancora al suo posto... «Già, già», taglia corto Berlusconi. Gli interessa, piuttosto, ritornare sui rapporti tra governo e minoranza, ribadire che «di là, dall'altra parte, non c'è obiettività, c'è solo dileggio. L'opposizione ripete: "Cessiamo di demonizzarci". Ma come si fa, con questi attacchi continui?». Non coglie, nelle dichiarazioni di Fassino e di Rutelli, qualche segnale di disponibilità al dialogo? «Sì, qualche spiraglio. Sulle riforme noi siamo pronti a tener conto dei consigli. Vedremo». «Vedremo», dice il premier, ma questa volta è un «vedremo» di proposta, si capisce che a Villa Certosa stanno studiando con attenzione le mosse del fronte opposto. «Ho qui anche Letta e Pisanu». Non a caso, due tradizionali interlocutori dell'opposizione. E poi, c'è da ripensare il rapporto con gli alleati. La terza questione all'ordine del giorno in queste giornate di lavoro a Villa Certosa. Terza, ma certo non per ordine d'importanza. Da mesi i più vicini a Berlusconi gli suggerivano di utilizzare la pausa natalizia per riflettere sui rapporti con An, con la Lega, con i centristi. Con questi ultimi, soprattutto. Quelle che il sottosegretario Paolo Bonaiuti ha sempre declassato a «normali turbolenze di una normale coalizione», verranno ora esaminate «a bocce ferme», mentre il presidente della Camera, Casini, è in viaggio all'estero e il Parlamento è chiuso per ferie. C'è la questione Rai ancora aperta, e sarà questo il banco di prova, la prima verifica di quanto il «pensatoio» di Villa Certosa avrà elaborato per ricucire con gli alleati. Il timbro della voce cambia: irrompe nella conversazione l'evento che, in questi giorni, l'ha riempito d'allegria. «Gabriele è davvero meraviglioso. L'ho detto, ai genitori: "Come siete riusciti a fare un bambino così bello?». Si schermisce. Finge, si sa: benché convinto maschilista, nonno Berlusconi non soltanto ama, ma ammira sua figlia Marina. Così come la moglie Veronica: «Mia madre, mia moglie, le mie figlie: son circondato da donne intelligenti», riconosce da sempre, almeno quando gli capita di parlare con un giornalista di sesso femminile. Continua a raccontare del nipotino Gabriele: «Per quel bambino, Veronica ha perso la testa». Le passa il telefono e la first lady conferma, per la speciale occasione venendo meno alla nota riservatezza. La conversazione adesso va avanti con lei, chiacchierando delle giornate a Villa Certosa, del fascino del mare d'inverno: Veronica Berlusconi lo apprezza più che in agosto. Si accenna alla cena prevista per la sera, ospite l'ex presidente Francesco Cossiga, che, da gentiluomo vecchio stampo, alla padrona di casa ha sempre dedicato pubblici apprezzamenti. Da allegro, il discorso inciampa nella tristezza, scivola sulla scomparsa di Giorgio Gaber. Lei, Veronica, al funerale non è andata. «Non lo conoscevo, ma ho visto tutti i suoi ultimi spettacoli. Era davvero un grande, l'unico credibile interprete delle sue canzoni. Non solo un cantautore: con quel suo ammiccare, ogni brano diventava un pezzo unico». «Quella Milano», la Milano di Gaber, discreta, colta, un po' sottotono e un po' scomparsa, le piace molto. E' la Milano alla quale sente di appartenere, non lo ammetterebbe mai, le sembrerebbe una ridondanza. Ancora musica, canzoni d'altro genere, si capisce. Veronica racconta di aver ascoltato tutte quelle che suo marito ha scritto con Apicella. E il cd di un altro politico che questa volta ha battuto sul tempo la «compilation» del duo Berlusconi-Apicella? «Il cd di Walter Veltroni? Ho letto che è un successo, lo comprerò». Il confronto tra Cdl ed Ulivo rischia di prolungarsi: in mancanza di una nuova Bicamerale, la sfida continua, questa volta nelle hit parade. Vedremo.

Italiani brava gente!
Rowena 12 maggio 2003
C'è tutta la peggiore italianità, nella vicenda Igor Marini & C., di quella che sapeva rappresentare tanto bene Alberto Sordi:
- la furbizia: posso fregarti sempre e comunque...;
- l'arroganza del potere: i potenti possono andare, fare, scartabellare, tanto chi oserebbe fermarli?
- la maleducazione: nemmeno chiedere "permesso", prima di entrare;
- il disconoscimento delle regole: che valgono sempre e solo per gli altri, mai per me;
- l'indifferenza verso le leggi: che si fanno ma si applicano poco e male, e poi, fatta la legge fatto l'inganno...;
- il pressappochismo: ci si prova e come la va la va.

Così capita che si arriva in un paese – che è la Svizzera, ma potrebbe essere qualsiasi altro – in cui di norma si rispettano le leggi e si bussa prima di entrare e, zac!, si finisce in galera. Oltre a fare una figuraccia di quelle, che per molto meno ti chiudi in clausura per sempre! Fateci una cortesia, amici ticinesi: questo genere di italiani, teneteveli, chiudeteli da qualche parte e buttate la chiave. Onorevoli compresi. Il reato? Offesa al comune senso del pudore.

La parola odio esiste
Antenore 12 maggio 2003
11 maggio 2003 - Che cosa significa essere tifosi del Torino?
- Odiare la Juventus! (...)
Siamo a Torino, ed è in corso la marcia dei 50.000 tifosi , tutti in piazza anche se la loro squadra è appena retrocessa in serie B. La giornalista della televisione va in giro e fa un po' di interviste, perché è un fatto curioso. I tifosi del Torino ci sono e sono tantissimi, si lamentano di come è stata condotta la squadra e hanno un moto d'orgoglio che gli fa solo onore.
Però quest'intervista è una nota stonata: e non è certo colpa della giornalista, perché questi sono i tempi che corrono, e la gente è stata educata a pensare in questo modo.
Per chi non sa niente di calcio, è giusto spiegare che il Torino non è una squadra qualsiasi, ma una leggenda e un monumento, e dispiace vederlo messo male. Io sono tifoso juventino, ma conservo con cura la fotografia del Grande Torino, quello scomparso nella tragedia di Superga nel primo dopoguerra. La fotografia era di mio padre; io invece ricordo benissimo l'altro Grande Torino, quello che vinse lo scudetto quando io avevo 15-16 anni e che fece spettacolo per molti altri campionati. Di tutte e due le squadre ricordo nomi e formazioni.
Per questo non capisco: come si fa a definire una società così piena di storia solo per contrapposizione ad un'altra? E ancora: come è possibile che, in una manifestazione bella e pacifica, davanti al microfono della tv la prima parola che esce di bocca (e per di più a un uomo adulto, sui 30 anni) sia proprio "odio"?
E sarà che non sono in sintonia con i tempi, ma non mi ritrovo proprio. Penso che la televisione abbia gravi colpe in proposito, perché questa è una mentalità ormai molto diffusa: i tifosi della Lazio "odiano" la Roma, e viceversa; i tifosi dell'Atalanta "odiano" quelli del Brescia, e viceversa; milanisti e interisti pensano che la Juventus vince e loro perdono solo perché gli arbitri sono corrotti, e perfino i tifosi del Como e del Lecco fanno a botte se li metti vicini...
E' il male della nostra televisione, un male profondo che ha corrotto gravemente la nostra società: una discussione normale è noiosa, mentre la rissa fa spettacolo, e così la polemica. E dunque, avanti con risse e polemiche, e con gente che grida e si dà sulla voce: così sale l'audience e arrivano i soldi della pubblicità. Benedetti soldi! sempre lì si arriva...

Mickey Mouse
Rigoletto 12 maggio 2003
goofyOvvero Topolino.
Fu il primo personaggio, un topolino allegro e intraprendente, di Walt Disney, del quale puo' considerarsi una proiezione. Esordisce nel 1928 nel cortometraggio Steamboat Willie. Come capita a quasi tutti i personaggi Disney il passaggio al fumetto e' la conseguenza del successo cinematografico. Per un paio d'anni Walt Disney cura personalmente le strisce di Topolino per i quotidiani, assieme al suo primo animatore Ub Iwerks. Poi affida al giovane Floyd Gottfredson il compito; l'incarico si protrae per 45 anni, dal 5 maggio 1930 al 1975.
Floyd, un gigante del disegno e della narrazione, e' l'artefice della straordinaria fortuna di Topolino.
eega beevaNel tempo lo attornia di un coro di importanti personaggi come il Dottor Enigm (Dr. Einmug, 1936), il tenente Manetta (Mr. Casey, 1938), Macchia Nera (The Blot, 1939), il Commissario Basettoni (Chief O'Hara, 1939), Eta Beta (Eega Beeva, 1947). Dopo aver promosso a spalla di Topolino l'amico Orazio Cavezza (Horace Horsecollar), Gottfredson lo sostituisce con il piu' versatile e simpatico Pippo (Goofy).
C'e' un giorno fondamentale nella storia di Topolino: il 3 agosto 1944 smette i pantaloncini, quelli celebri, rossi con i due bottoni davanti, per indossare camicia e pantaloni. L'America e' ormai una nazione adulta, non e' piu' il caso di sentirsi ragazzini e sbarazzini. La nazione non deve piu' andare alla ricerca della propria personalita' e della propria ricchezza: le ha trovate. Piuttosto, bisogna proteggerle.
Topoli no diventa l'ottimista difensore di un traguardo raggiunto con passione ed impegno. E' la celebrazione dello spirito statunitense; anzi, l'autocelebrazione.

Avanti Savoia!
Lodes 11 maggio 2003
Dalla Repubblica di oggi apprendo che le massime cariche dello stato (Ciampi, Pera, Casini e Berlusconi) riceveranno i Savoia. Leggendo la notizia la memoria è andata ad un quadernetto scritto a mano da un fante nel lontano 1916. Pur non appartenendo alla classe colta sapeva leggere e scrivere, e durante una degenza per un congelamento ai piedi scrisse per raccontare la sua guerra. Si chiamava Mario Lodesani morì a 21 anni l'11 agosto del 1916 nella battaglia per la conquista del Monte Sabotino lasciando la moglie e un figlio non ancora nato: mio padre.

I miei primi tre mesi di guerra:

Pagina 38
....notte si giunse a S.Giovanni di Manzano ultimo paese al nostro confine. Stanchi e affamati si fece le tende e subito si addormentammo.
Come negli altri posti non ci lasciarono neanche qui perché la sera del 29 Ottobre venne ordine di andare a rinforzare Regg e la brigata. Fù fatto e man mano si avanzava si sentiva il rombo del cannone più prossimo, e sempre più indiavolato che sembrava l'inferno.
Dopo quasi tutta la notte di continuo cammino in mezzo al fango fino al ginocchio, si giunse, fino
Pagina 39
al trincerone del monte Sabotino, ove si mangiò un po' formaggio, e carne, e un riposo di poco tempo. Non era una mezz'ora che si stava sdraiati a terra che una grande scarica di fucileria accolse il 1° e il 2° battaglione del mio Regg. che stava avanzando a sbalzi mentre faceva ancora un po' notte.
Cominciarono a cadere i primi morti e feriti, ma giunsero ai posti ove era stato assegnato loro.
Cominciò a spuntare l'alba, ed ad un tratto si udì
Pagina 40
un grosso colpo da cannone da 280.
Ben presto ne seguirono molti altri, e in pochi minuti cominciò il bombardamento generale alle 2 linee di trincee nemiche.
Si vedeva il terreno che sembrava un vulcano, le trincee austriache sconvolte, e qualche suoi paletot colle teste andare per l'aria.
In pochi minuti ero diventato inebetito dalla potenza, e dal fracasso dei nostri cannoni, che ormai non capivo più niente, e non conoscevo quasi più i miei quattro fedeli compagni.
Pagina 41
Durò così fino alle ore 9 del 31 ottobre, e poi venne ordine al nostro batt di portarsi in prima linea al centro perché era stato sfondato dal nemico.
Fù fatto, e pian piano si cominciò a salire la dura vetta che conduceva alle linee nemiche.
Ogni sbalzo che si faceva in avanti, erano compagni che cadevano da tutte le parti, chi feriti, chi sfracellati dalle artiglierie nemiche, e si sentivano lamenti imploranti aiuto che uscivano dalle bocche di tanti poveri feriti incapaci di muoversi.
Continuando ad avanzare in questo modo, si arrivò a raggiungere
Pagina 42
il Regg. ma non si giunse nemmeno in metà, perché troppi ne rimasero feriti o morti.
Quando fui in prima linea avevo perduto tutti i miei compagni e una strana paura cominciò ad invadermi la testa essendo restato solo in così poco tempo e pensavo che qualche cosa mi fosse successo nessuno mi avrebbe soccorso. Ma inutile fù il pensarci e mi misi tutto impaurito nascosto dietro un grosso sasso, e ormai di seguire la sorte che mi toccava.
Come tanti fulmini, cominciò a tuonare i cannoni austriaci, e crepitare le mitragliatrici che mietevano a centinaia le vittime tra il mio Regg.
Pagina 43<