Il diario di Solimano
2007



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La casta Susanna (25)
Giovanni Battista Tiepolo 1720-22

Solimano 3 luglio 2007

Le dimensioni del quadro del Tiepolo sono piuttosto piccole (56x43), congruenti con le giovane età del pittore, che non aveva ancora 25 anni e con la commissione evidentemente privatissima. E' chiaro il riferimento al quadro di Sebastiano Ricci, eseguito meno di dieci anni prima, sia nella disposizione di Susanna che negli atteggiamenti e nelle vesti dei due vecchioni. Susanna è rappresentata in diagonale, ed è una donna molto simile a quella del Ricci: bionda, snella, flessuosa. Simile anche la pressoché completa nudità, ancor meno celata di quella del Ricci. Sul davanti, Susanna si cela con un manto grande e bianchissimo, ancora più grande è il manto rosso che la contorna dalle spalle giù giù sino ai piedi. La mano destra trattiene il manto bianco proprio sul pube, la mano sinistra con bellissimo gesto quasi afferra l'aria a mo' di deprecazione. Sulla spalla sinistra di Susanna insiste la mano sinistra del primo dei vecchioni, mano atteggiata con eleganza quasi femminea. L'altra mano la tiene sul petto, quasi per una poco credibile dichiarazione. L'altro vecchio, guardando negli occhi Susanna come per convincerla, ha la mano sinistra stracolma di gioielli, che quasi gli cadono, mentre la destra, completamente aperta, denunzia la sua voglia emozionata. I due vecchi hanno vestimenti di colori cangianti, con toni bassi, ma grande è la finezza dei blu, dei marrone, del verde biancastro. Il primo vecchio ha i capelli rossastri, i baffi neri, la barba binchissima, strano miscuglio, dell'altro, incappucciato, si scorge solo la barba, pure bianchissima. Una grande statua di Satiro che suona incombe sulla destra del quadro. In basso, appaiono dei fiori quasi sul bordo dell'acqua. Sopra i due vecchioni, il quadro si chiude col sontuoso drappo violaceo che sembra reggersi da solo, sul fondo un paesaggio quasi indistinto o per l'ora o per la calura. Nessuna indignazione di tipo morale, difficile schierarsi in questo quadro di personaggi atteggiati, non di persone. E' un quadro di eleganza ricercata, voluta, infine quasi fredda, se non fosse per l'acerbità dei seni di Susanna, lontanissima dalle donne rappresentate un secolo prima: il vizio dei committenti è lo stesso, si è fatto solo meno palese e più elegante. La recitazione del Tiepolo giovane è più ammanierata che convincente, come sarà in quegli anni invece negli affreschi di Udine. Ma forse era proprio l'affresco la sua misura, un piccolo quadro era per lui una necessaria tappa verso le grandi commissioni su grandi pareti, la misura per cui era nato, e che allora stava conseguendo

Giovanni Battista Tiepolo - La casta Susanna


La casta Susanna (24)
Sebastiano Ricci 1713

Solimano 25 giugno 2007

Il quadro di Sebastiano Ricci ha dimensioni medie (83,2x102,2) e l'azione non si svolge in un giardino, ma all'interno di Sebastiano Ricci - La casta Susannauna costruzione di bella architettura, uno spazio chiuso abbastanza ampio e naturalmente aperto verso il cielo. Gli alberi più alti si intravedono al di là dei paramenti marmorei. In primissimo piano c'è la vasca in cui Susanna ha immerso la gamba sinistra sino a metà polpaccio. Completamente nuda, prende in tutta fretta un grande drappo rosso per cercare di coprirsi durante l'attacco dei due vecchioni, che l'hanno presa alla sprovvista. Non è un attacco violento, ma resta il fatto che i due le sono vicinissimi. Sono abbondantemente drappeggiati, ed è un fatto ricorrente, evidentemente ai committenti i vecchi spogliati non interessavano, ma può starci che anche nel colmo dell'estate sentano freddo. I loro gesti sono magniloquenti, ampollosi, teatrali. Ogni braccio svolge una attività diversa. Il vecchio antistante, mentre si porta al cuore il braccio destro, con fare declaratorio, con l'altro ha afferrarato saldamente la spalla di Susanna vicino al collo. L'altro vecchio pedantemente con la mano destra e il dito indice alzato ammonisce Susanna, col braccio sinistro e la mano ancora con l'indice alzato indica un luogo al di fuori del quadro, forse una porta da cui può arrivare gente. Il bel nudo di Susanna, quasi disposto a spirale, esprime un movimento di terrore, le braccia e le mani cercano di coprirla, ma la nudità è ampiamente visibile, il Ricci amava questi corpi di donna al tempo stesso floridi ed affusolati. Susanna al za la testa sul lungo e ben tornito collo a guardare più che il cielo il vecchione che incombe da dietro. Una elegante rappresentazione teatrale tutta svolta in superficie, è la pelle di Susanna lo scopo del quadro, sia da parte del committente che da parte del pittore. Sul corpo di Susanna ci sono anche ombre, ma prevalgono le luci, abbaglianti sul torso. L'architettura decorosa non ha particolari sorprendenti, forse solo una statua al solito faunesca sulla sinistra del quadro. Sulla destra, piuttosto in basso c'è una piccola vasca in pietra che sembra essere di un rosso scuro. I vecchioni non sembrano essere molto vigorosi, l'età si fa certo sentire, ma ben convinti del loro male operare e e finalizzati alla comune decisione. La disperazione di questa Susanna bionda è talmente elegante da non sembrare del tutto sincera, probabilmente il committente sarà stato contento di come Sebastiano Ricci avesse interpretato il suo desiderio. D'altra parte, per questo tipo di mitologie il Ricci era molto considerato, ed ogni motivo di tipo religioso è palesamente assente dal quadro.

La casta Susanna (23)
Jan Both c.1642

Solimano 19 giugno 2007

Altra marcia indietro innestata. Ho trovato una Susanna eseguita un po' prima del 1642 dal pittore olandese Jan Both. E' un quadro di piccole dimensioni (56x40) in collezione privata. Più che in un giardino, siamo in un bosco ombroso e ricco di acque. Dalla sommità di una alta fontana, un satiro (o lo stesso dio Pan) soffia in una grande conchiglia da cui fuoriesce un robusto getto d'acqua che scende fra l'umidore dei muschi vicino a Susanna, come di solito in piena luce, nuda ma di schiena, i capelli neri e un po' piegata in avanti per asciugarsi meglio con uno dei tanti drappi che la circondano: bianchi, blu notte, rossastri, giallo-dorati. Susanna è presa da sé stessa, non si è ancora accorta che alle sue spalle, anche se un po' discosti, arrancano due vecchioni veramente in età, imbacuccati come se fosse freddo, di loro vediamo solo i volti avvizziti e balordi e le mani che aiutano le reciproche argomentazioni: non sanno letteralmente che fare, e la snellezza elegante della grande anfora sul parapetto della scala ne sottolinea la goffaggine di cui i loro volti cattivi sono consapevoli. Ma questo è un quadro pastorale e bucolico, gran parte del piccolo spazio è preso dagli alberi e da un cielo con nuvole non piovose. Questa è la rappresentazione di un desiderio abituale un tempo, ormai fristrato dall'età. Una specie di condanna senile priva gli atteggiamenti di ogni tentata azione, un peccato di solo pensiero dei due vecchiardi e del committente stesso, che non credo sarà rimasto molto soddisfatto, sebbene la slanciata giovinezza di Susanna illuminata dal raggio di sole che si accomoda sulla sua pelle conquisti lo spazio giusto, quello al sole appunto. Il resto è un'ombra soffice vicino a Susanna, triste dietro i vecchioni.

Jan Both - La casta Susanna


La casta Susanna (22)
Jean-Baptiste Santerre 1704

Solimano 15 giugno 2007

Jean-Baptiste Santerre - La casta SusannaCambia completamente l'aria con Jean-Baptiste Santerre, d'altra parte passa qualche decennio, e la sua Susanna del 1704 è ben lontana da tutte quelle secentesche, perché il pittore punta tutto sulla delicata finezza. Basta col turgore, le frenesie, gli spaventi, questa Susanna, sebbene nuda è compostissima. Riesce, con poca stoffa a disposizione, ad occultare quello che non vuole si veda, aiutata dalla posa naturale del braccio sinistro. Ma guardiamole i piedi, per comprendere vieppiù l'aria del Settecento che arriva. Sono piedi non grandi ma neppure piccini, una medietas graziosa con la linea che si incurva appena nel passare dalla gamba al piede. Sono assenti le ciabatte, ma non preoccupiamoci, non si graffierà contro i sassi, c'è sicuramente il trucco, il pittore le avrà nascoste sotto il manto rosso o dall'altra parte del corpo. Come decorazione, cè solo un bel vaso di pietra di colore grigio screziato, non un grigio triste, ma quasi metallico. Susanna è dotata di due teli, ugualmente grandi ma non mischiati. E' seduta e in parte avvolta nel telo bianco, dall'altro lato del corpo c'è un grande telo rosso ( o che sia il vestito appena smesso? Starebbe bene, questa pudica, con un bel vestito rosso). Un manufatto di marmo anticheggiante compare in basso a destra, accanto ha della vegetazione verde-scuro e delle zolle rossastre. E' una Susanna magra ma non ossuta, esile ma non patita. Non si serve delle parrucchiere delle altre Susanne, questa bella mora: i capello sono scompartiti e sopra c'è un bel fiocco nerissimo. Il ricordo inestinguibile della fronte correggesca ( la Danae della Borghese) e della mano che richiama il Parmigianino di tante opera agisce chiaramente, anche se manca l'eleganza nevrotica dell'uno e la sensualità dell'altro. Una ciocca lunghissima le scende dal colo fin sul petto e si nasconde poi nel telo bianco. Ma i vecchioni? Non ne ho parlato perchè quasi non si vedono; a guardar bene, sulla destra del quadro affiora nell'ombra un vecchio signore che sembra o indaffarato o mezzo spaventato. Dell'altro vecchione non ho notizie, e quindi il titolo del quadro potrebbe essere: "Susanna siede sola, nuda, un po' malinconica ma non triste, vcino alla vasca dove prima o poi si deciderà a fare il bagno", ma sarebbe un titolo troppo lungo, continuiamo a chiamare il quadro "Susanna e i vecchioni", come ci siamo abituati a fare, forse troppo a lungo, perchè di Susanne se ne facevano meno di una volta, non certo per fatica, ma perché forse non c'era richiesta da parte dei clienti, che nei primi anni del Settecento cominciavano ad avere le soddisfazioni che il Seicento gli aveva negato.

La casta Susanna (21)
Nicolaes van Helt Stocade - La casta SusannaNicolaes van Helt Stocade c. 1665-69

Solimano 8 giugno 2007

L'immagine purtroppo in bianco e nero, però almeno è chiara. L'olandese Nicolaes van Helt Stocade è molto diretto: vuole rappresentare con rozzezza a suo modo elegante e forte e ci riesce. Sia Susanna che i vecchioni sono bene individuati, come persone fisiche più ancora che tipi fisionomici, con le bellurie di certi gesti che richiamano ancora (dopo la metà del Seicento!) certi modi tardomanieristici. Considerevole la forza dei corpi accuratamente disegnati, quasi scolpiti, si direbbe. In primis il corpo di Susanna, donna fatta che sa di vita e di uomini, un po' sovrabbondante, ma più di sana muscolatura che di ciccia adiposa. Mirabile la tornitura del braccio destro, ancora di più la grandezza e la forza della mano sinistra, che tiene un lembo del drappo a coprirsi - ma non del tutto - il seno, che è al tempo stesso piccolo e turgido. I capelli li ha ricci, presumibilmente di un bel biondo olandese, in parte li raccoglie attorno al capo, in parte no. Le gambe sembrano un po' tozze, non credo che Susanna sia alta di statura, ma è una che sa difendersi, il suo sguardo, rivolto ai vecchioni, è teso, un po' preoccupato, ma anche sprezzante. Notevole anche l'impiccio accumulato dei drappi in primo piano, mi manca il colore, e mi va di immaginare che ci siano dorature. Il vecchio più a lei vicino fa il consueto segno di tacere portando un dito alle labbra, mentre l'altra mano sbuca dietro il corpo di Susanna, cercando il contatto, per ora non conseguito. Questo vecchio ha un'aria di forza cattiva e malvissuta. L'altro, è solo uno scherano scuro che gli si appoggia e procede tristo con gli occhi bassi. Una fontana semplice e ben costruita occupa la parte destra in basso del quadro. Più dietro, qualche segno di edifici. In alto, sullo sfondo, un cielo cupissimo con qualche bagliore, coerente con la malvagità sistematica dei due luridi e con la resistenza decisa della donna Susanna.

La casta Susanna (20)
Ludovico ed Annibale Carracci (fine '500 - inizio '600)

Solimano, 5 giugno 2007

 Annibale Carracci - La casta Susanna


Mi tocca innestare ancora la retromarcia, perché ho scoperto altre due Susanne importanti, quelle dei due cugini Ludovico ed Annibale Carracci. Le immagini che ho trovato sono purtroppo piccole e la datazione è incerta, dovrebbe essere per entrambi fine '500 o all'inizio del '600, certo, nel caso di Annibale, prima della Susanna molto simile di Sisto Badalocchio, che è attorno al 1609, ed era il Badalocchio che seguiva Annibale, non viceversa. Parto con Ludovico, il cugino più in età. La sua Susanna è sorprendente: si tratta di un vero e proprio stupro, i due vecchioni stanno andandole addosso e lei è distesa e nuda. Lo scorcio scelto da Ludovico sottolinea le forme fiorenti e sode di Susanna che guarda il cielo verso la sinistra in alto, dalla nostra parte del quadro. Sempre in alto, ma a destra, compare un putto alato che vola in soccorso. Sulla coscia rosata di Susanna spicca il colore rubesto della mano e del braccio di uno dei due vecchi, l'altro guarda sbalordito anche lui il cielo, dove guarda Susanna, che ci sia l'apparizione di qualche santa? Una Susanna veramente anomala che conferma la umanità concreta di tante opere di Ludovico, la sensualità della ragazza non è imprevedibile in un pittore di religiosità vera come Ludovico. Quella di Annibale, da cui derivò la Susanna del Badalocchio, è un prodigio di organizzazione degli spazi, fra persone e cose: alla raffinata vasca in alto sulla destra corrisponde dall'altra parte il vecchio voglioso in blu, grigio e rosato che sta scavalcando la consueta balaustra, mentre l'altro vecchio impone sielnzio alla ragazza tirando il lenzuolo che Susanna tira dall'altra parte. Colorate le vesti anche di questo vecchio fra il turbante blu e il rosso e il giallo dei manti: due bei damerini assai sordidi. Susanna, acosciata e ancora ben coperta dal grande lenzuolo, guarda supplichevole un cielo probabilmente cieco. Questa Susanna pienotta, ma più cittadina di quella di Badalocchio, non trascura l'intelligente disposizione del corpo, delle gambe e dei piedi, delle braccia e delle mani. Dietro, oltre le fronde del giardino, magnifici palazzi classici, ancora oltre un cielo azzurro, quasi blu, con qualche nube bianca.

Ludovico Carracci - La casta Susanna


La casta Susanna (19)
Guido Cagnacci

Solimano 2 giugno 2007

Non si conosce l'anno della Susanna del Cagnacci, un quadro di dimensioni non piccole, 144,5x173, conservato all'Ermitage. E' molto evidente l'attenzione riverente alla Susanna del Reni, specie nei due vecchioni, anche qui piuttosto tardi, ma ci sono anche differenze che derivano dal deverso temperamento dei due pittori, e da un diverso mondo di valori morali. Qui il vecchione antistante ha entrambe le mani colme di gioielli e con la sinistra li offre direttamente a Susanna, che non guarda i gioielli, guarda a lui lucidamente interessata a sentire dove vada a parare. E' abbondantemente scoperta, ma sembra che la cosa né la preoccupi né la porti ad esibizionismi, è nuda così, semplicemente, sta per fare il bagno, ha già immerso i piedi nella ampia vasca che occupa la parte inferiore del quadro, conserva un telo leggero che tiene a posto, per il poco che ne ha, ma con l'altra mano si carezza la gamba accavallata. Non si può essere più tranquilli di questa Susanna, che avrebbe l'identica espressione di disinvolta tranquillità si fosse vestita da capo a piedi. Inoltre, questa Susanna è donna di naturale sensulità, come tutte le donne del Cagnacci, differenza capitale col Reni che, oltre a a rappresentare raramente il nudo, anche quando lo rappresentava, lo riduceva (o lo innalzava?) a simbolo di sé stesso. Come accade di trequente, anche qui la luce proviene tutta da Susanna, era una occasione mirabile, quella di avere una bella donna nuda come lampada, figuriamoci se il Cagnacci se la lasciava scappare. Questa Susanna è mora con un bel diadema sulla sommità del capo. Composta nella sua nudità di cui è molto contenta anche se non lo dà a vedere, oltre al drappo lieve e bianco ha un panno blu scuro palesemente molto ricco, che le serve per puro ornamento, non la copre né dagli sguardi né dalla temperatura che dovrebbe essere piuttosto fresca. Difatti i due vecchioni sono copertissimi, poveretti, non adatti ad insidiare. Va bene l'età, ma qui sembra proprio che non si rendano conto. Altri ornamenti ce ne sono pochi: una vasca grande ed ornata sulla destra, un piccolo e ben tornito contenitore di profumi (o, insinueremmo noi, di caramelle) è sulla balaustra, solito segno di separatezza fra Susanna e i vecchioni. Attorno, una bella notte con tante stelle, magari qualcuno immagina che ci siano per fare onore ad una Susanna nuda sì, ma così signora.

Guido Cagnacci - La casta Susanna


La casta Susanna (18)
Rembrandt 1647

Solimano 1 giugno 2007

Rembrandt, dopo quella del 1634, fece almeno un'altra Susanna nel 1647. Le dimensioni dei due quadri (entrambi esposti nello stesso museo di Berlino) sono abbastanza piccole e quasi identiche. Qui metto il particolare di Susanna e dei due vecchioni che, a differenza del quadro precedente, qui ci sono. Susanna, con cautela, ha immerso un piede nell'acqua, l'altro piede, piuttosto grande e privo di grazia, è in procinto di staccarsi dal gradino per immergersi. Susanna, analogamente all'altro quadro, sta guardando noi in modo sofferto, come per chiederci aiuto: protende una mano come in atto di preghiera, ma l'altra mano non si vede, sta probabilmente trattenendo il lenzuolo bianco che copre assai poco la ragazza. Perché sempre di ragazza si tratta, con qualche aspetto di goffaggine priva di grazia, tranne l'espressività del viso. Ci sono ancora i braccialetti, un bel diadema sulla testa, anche gli orecchini. Un magnifico e spesso manto rosso è sulla destra, e Susanna lo indosserebbe se la situazione fosse la solita, ma tale non è, malgrado l'ordine delle ciabatte affiancate, rosse come il manto. Dei due vecchioni, veramente vecchi e tristissimi, il primo è vicinissimo alle spalle di Susanna e procede, avvolto in vestimenti sfarzosi e cupi, al compimento di quello che sente come un suo malvagio dovere: denudare completamente Susanna. Difatti ha afferrato con mano ferma un lembo del lenzuolo e lo sta tirando a sé. L'altro vecchione segue il primo a due metri di distanza e guarda Susanna con voglia fiacca ma cattiva. E' il male triste in azione nello squallore di questi ricchi trufoloni che non hanno altri argomenti che i denari e la sorpresa notturna. Non si può non ascoltare il grido muto di Susanna che si è appena accorta della fastidiosa insidia, il giudizio morale di Rembrandt è chiarissimo, chissà com'era invece quello del committente, che forse assomigliava ad uno dei due vecchi.

Rembrandt - La casta Susanni 1647


La casta Susanna (17)
Rembrandt 1634

Solimano 30 maggio 2007

Nel 1634 c'è Rembrandt. La sua Susanna è sola con la sua luce in mezzo al buio. Un piede è inserito nella ciabatta, l'altro no, poggia soltanto sopra, forse Susanna per timore ha fatto un movimento incontrollato. La ragazza - tale è - completamente nuda si stringe a sè, la mano destra che ha portato il telo a coprire il pube, il braccio sinistro che difende il seno. I gesti sono inesperti e goffi, eppure Susanna è adorna di perle: braccialetti doppi ai polsi, una collana, un diadema. Ci guarda, è da noi che si sta difendendo. Dove sono i soliti vecchi laidi? Fra la vegetazione alle sue spalle sbuca sì una faccia, ma forse è la solita statua di satiro. Non cerca bellurie Remrandt, non gioca coi gesti di Susanna, nemmeno coi panni rossi e biancastri, disposti come se fossero un fagotto. Sembra quasi che il pittore abbia convinto una ragazza appena fatta a posare nuda per lui e che la ragazza non riesca ad assumere una qualsiasi posa dalla vergogna e dal rossore. In Rembrant, quelli che lui dipinge, anche in scene di questa tipologia, non sono modelli generici, belli o brutti che siano, sono persone come tali riaffermate, ancor più individualizzate di quanto siano individui. In basso a destra, la grande firma del pittore fa a tutti gli effetti parte del quadro. Attorno, interrompono il buio la luce lunare su un palazzo dalla grande balaustra in cima e lo strano piccolo monumento appena dietro Susanna, con decorazioni scultoree appena accennate: non so cosa sia quell'oggetto che poggia sopra, e se la funzione è da tavolo o da catino. C'è l'acqua, in basso a sinistra, non so se Susanna ci entrerà, probabilmente è acqua fredda. L'intrico della vegetazione alle spalle di Susanna è inestricabile, appena la sagoma di un volto statuino riesce a trovarci un suo spazio. E' un attimo, quello della sorpesa spiacevole, che durerà a lungo, ogni notte Susanna vorrebbe andare a rinfrescarsi, ma non lo farà più: persone in cui aveva fiducia l'hanno tradita, e non sa come difendersi, ma lo deve fare.

Rembrandt - La casta Susanna


La casta Susanna (16)
Peter Paul Rubens

Solimano 27 maggio 2007

Ma Rubens non aveva chiuso con Susanna, ne dipinse altre, oltre alle due già viste, e fece anche disegni. Non solo, utilizzò anche la bellezza della giovane seconda moglie Helène Fourment per aggirarsi attorno al tema, che evidentemente sentiva congeniale. Qui ce n'è una singolare versione(Rubens apparentemente si ripete, ma c'è sempre qualcosa di nuovo nelle sue opere), in cui la grandiosità barocca e quasi epica si tinge di grottesco ironico. Partiamo, una volta tanto, dai due vecchioni, in questo caso veramente uno più brutto dell'altro. Sono loro ad essere stati sorpresi dalla bellezza nuda di Susanna e corrono verso di lei, uno, quello pelato, ad occhi sbarrati e tenendosi ad una pianta con entrambe le mani per non cadere a terra dall'emozione, l'altro ad occhi semichiusi per focalizzarli meglio e nella consueta posa da ostacolista - la solita balaustra è l'ostacolo da scavalcare. Sono malconciati, quello non pelato (ma forse lo è anche lui) ha in testa un berrettuccio che somiglia ad un moderno parrucchino. Il cane, tozzo ma vivace, s'è accorto dell'arrivo dei due, ed è diviso fra abbaiargli contro o fargli festa, li avrà già incrociati in qualche aia. Susanna, è un quadro nel quadro. Non ha ancora notato i due vecchioni e se na seduta raccolta per farsi desiderare meglio e guardava allora il pittore che la dipingeva, oggi guarda noi con un'aria come per dire: "Lo so che ti piacerebbe, ma con me niente da fare". Però si vede nei suoi occhi e nel suo viso anche il compiacimento di essere ammirata. In fondo le dispiacerebbe se distogliessimo il nostro sguardo, è bigotta ma civettona. Disordinata, anche: la boccetta dei profumi è rovesciata, qualche oggetto è disposto a caso, l'elegante anforetta in vetro è a rischio di cadere, se appena muove i piedi. Sulla sinistra, in alto sta un'anfora di metallo che versa acqua, in basso un'altra anfora molto lavorata e col coperchio sopra. Il giardino è ampio ma non ben tenuto, forse un po' lasciato andare per mancanza di tempo, questa Susanna il suo daffare ce l'ha, non da spazio a meditazioni malinconiche, per carità. Ai due vecchioni si negherà, certo, ma perché sono vecchi, fossero giovani è da discutere, anche perché, a guardarla bene, questa Susanna, ha i suoi anni, e il mondo lo conosce. Più bionda che castana, ha una capigliatura meravigliosa in cui il disordine è solo apparente, le trecce che si incrociano sul capo lo testimoniano, e i due riccioli tirabaci che le scendono sulla guancia sono un vezzo tutt'altro che casuale.

Rubens - La casta Susanna


La casta Susanna (15)
Jacopo da Empoli 1600

Solimano 25 maggio 2007

Mi tocca inserire la marcia indietro, ho scoperto un notevole quadro di Jacopo da Empoli, eseguito nell'anno 1600, a cui torno a ritroso dal 1622 del secondo quadro di Artemisia. Jacopo da Empoli è un toscano che si è mosso poco dalla sua regione.perseguendo uno stile calmo, lucido, raffinato, un po' statuario, come a volte il Bronzino. Uno stile compassato (non in accezione negativa) rispetto a quello di Alessandro Allori, la cui Susanna è molto nuda, molto mossa e con i vecchioni più che a portata di mano. Qui non è così, a principiare dai vecchioni, che sforzandosi un po' si intravedono appena in alto sulla destra al buio in mezzo alle piante. E pure immobili, fatti statue dalla visione della signora Susanna, che si appresta, con tutta la calma che inerisce al suo placido vivere, a fare il bagno nella estensione d'acqua che si indovina entrando nei penetrali del quadro, verso la fontana alta, snella e luminosa. In basso, in primo piano c'è un cagnetto maculato e grassoccio, che, rivolto in basso, scruta l'acqua in cui non ha nessuna intenzione di entrare. Un'ancella occupa la parte sinistra in basso: inginocchiata con le mani prende un canestro di vimini ricolmo di biancheria ben piegata, indizio inequivoco di ordine. L'ancella è rivolta verso la sua signora con quell'accorgimento che si chiama "a profilo perduto", difatti sbuca appena la punta del naso, l'incavo degli occhi, la guancia. Già l'ancella è vestita con molta proprietà, i cangiantismi dei colori sia nella veste che nelle maniche sono dovuti forse più alla originalità del tessuto che all'occhio del pittore. L'ancella ha i capelli forse tizianeschi organizzati splendidamente, con trecciole ben disposte, anche un diadema: che sia una cugina più giovane della signora? Niente nudo qui, la signora, vestita di tutto punto, sta solo adagio adagio operando sul primo bottone del corsetto. Se continua con questo ritmo le ci vorra mezz'ora, però l'aiuta l'altra ancella, intenta a slacciare il bottone sulla spalla, appena sopra il braccio che Susanna le affida, così la mano destra di Susanna è sospesa languidamente in aria, in attesa che l'ancella compia il suo lento lavoro. I cangiantismi della veste di Susanna sono diversi da quelli della prima ancella, variano dal marroncino al rosato al giallo brillante. Meno cangiantismi nella seconda ancella, quella che sta in piedi, che di suo è ancora più elegante della signora, con quel cappuccio ampio e il collare alto della sottoveste: solo le maniche rimboccate e la solidità delle mani denunziano la condizione servile, ma tutto il resto ancora rimanda ad una cuginanza affettuosa. A cosa pensa Susanna, nella sua armoniosa testolina sopra il collo un po' da cigno? Forse solo a quanto sia bello degustare i piccoli piaceri della vita uno per volta. Certo, non pensa ai due vecchioni, neppure intraveduti. Ma anche se li vedesse, non ci sarebbero problemi, saprebbe come farli stare al loro posto con fredda gentilezza.



La casta Susanna (14)
Artemisia Gentileschi 1622

Solimano 24 maggio 2007

Sono passati più di dieci anni dalla prima Susanna, e Artemisia Gentileschi si è fatta un nome, prima in conseguenza dello scandaloso processo in Corte Savella, poi per le sue qualità di pittrice. Si sposò, con un matrimonio di convenienza, ebbe anche dei figli, ma questo non le impedì di viaggiare di frequente anche fuori dell'Italia. La Susanna del 1622, a prima vista, guardandola in faccia, sembra una bigotta, con quegli occhi persi verso il cielo. Ma a guardarli meglio, non sono occhi, ma occhioni di una donna robusta, sensuale, più di forme rozze che gentili, comunque piene e desiderabili. Artemisia forse era così, c'è una sua opera a Firenze titolata L'Inclinazione che sembra proprio essere un suo autoritratto nuda, con l'aggiunta successiva di panneggi voluti da qualche Medici un po' sagrestano. L'aspetto è sempre quello, di donna segnata dalla vita, però resistente e forte, proprio per questo il tema di Giuditta le era così congeniale, a parte gli indubbi risvolti con lo stupro. Il lenzuolo che in piccola parte copre Susanna è bianchissimo, dietro, sul parapetto, c'è un drappo giallo oro. Finalmente una Susanna che si laverà veramente (o si è già lavata?), l'acqua è abbondante e le gambe vi affondano volentieri, non è una acquetta da fontanile. Nell'angolo opposto del quadro, il corpo di Susanna è bilanciato da una ampia vasca disposta in alto, mentre, sopra Susanna e di là del parapetto ci sono i due vecchioni di cui uno già lo conosciamo: è il moro con capelli neri di pece, ricci e stavolta un po' stempiato che abbiamo visto nel quadro suo precedente. Fa segno di tacere, alle spalle di questo c'è l'altro vecchione che si appoggia, quasi si aggrappa con le mani al moro, il vecchione più sveglio. Una specie di lubrico e pelato parassita. Lo sguardo di Susanna cerca in cielo rifugio e protezione, ma il suo corpo, il suo stare, è troppo pienamente terrestre, su questo confidano i vecchioni.

Artemisia Gentileschi - La casta Susanna - 1622


La Casta Susanna (13)
Anthony Van Dyck 1621-22

Solimano 21 maggio 2007

Arriva Van Dyck, che ha poco più di vent'anni, ma è molto precoce, la sua interpetazione non è giovanilistica, ma sapiente. C'è Rubens, nel suo quadro di Susanna, non si poteva prescinderne, ma Van Dyck compensa il meno di carnalità col dippiù di eleganza, quasi fosse l'erede del Parmigianino che aveva la sua età, però cent'anni prima. C'è concentrazione sull'essenziale: quasi manca la verzura, nel finto giardino di Susanna. In alto a destra un putto marmoreo regge un'anfora-fontana. E' un ricordo classico che bilancia la diagonale delle teste dei tre attori. L'impostazione è da teatro drammatico ad espressività forte ma controllata. Il vecchione - che vecchione non è - sulla sinistra ha una impostazione da oratore moraleggiante col dito rivolto in alto, anche se con l'altra mano, di sguincio, cerca di sottrarre il manto rosso con dorature, però sembra che il pugno di Susanna stringa meglio e lo difenda bene. Dall'altra parte, la più intima, il manto diventa fra bianco e giallo. Lo sguardo dell'oratore è rivolto agli occhi di Susanna, che pure lo guarda, con spavento e sdegno, anche un po' coinvolta però. L'altro, che vecchione è, cerca di irrompere nello sguardo dei due protagonisti con una mano bellissima, protesa nell'aria, ma inane. Susanna è più coperta che nuda, anche per merito di una sua mano sul seno, mano che avrebbe invidiato lo stesso Parmigianino. I capelli rossi di Susanna sono apparentemente scomposti per farsi ammirare meglio. Susanna è seduta, ed incrocia i piedi affondandoli non nell'acqua ma in un piatto-ostrica ricolmo di gioielli. Sopra, il cielo scuro esalta di più la lumimosità del corpo di Susanna, è un cielo che abbassa la cresta in lontanamza, il tramonto si annuncia sereno. Prevedo che ne verranno ad una, Susanna ed il finto vecchione: come prima cosa allontanare l'ingombro del vecchione vero, poi ne parliamo, si possono intendere quei due attori - lei e lui - così maestri in eleganza.

 Van Dyck - La casta Susanna


La casta Susanna (12)
Guido Reni 1620

Solimano 17 maggio 2007

La decorazione di qualsiasi tipo è praticamente assente: si intravede solo in basso un gradone su cui siede Susanna e più in alto, sulla destra, il baluginare di qualche luce lontana. Il quadro è probabilmente un notturno e come sempre in questi casi, l'origine di ogni luce è il corpo nudo di Susanna. Ma questo è un quadro casto da tutti i punti di vista: oltre che come decorazione, come atteggiamenti, come panneggi; anche la nuda Susanna è molto casta, non solo per la posa non esibizionistica, ma proprio per le forme, a partire dalla acerbità del seno. Ogni tanto il Reni rappresentava il nudo femminile, come in uno dei suoi quadri più famosi, l'Atalanta e Ippomene, ma sempre di una sensualità (ammesso che ci sia) puramente intellettuale. Dopo la sua morte alcuni biografi scrissero che era morto vergine - aveva più di sessant'anni - cosa che, vera o falsa che fosse, non ho mai trovato scritta di altri artisti, lasciando stare i frati, per quanto... Filippo Lippi era anche frate! Tutto il quadro rispetta la misura controllatissima del Reni, che solo apparentemente subisce ancora l'influenza del Caravaggio. Il suo notturno non genera le forme, semmai le fascia, le ovatta. Lo sguardo di Susanna è lievemente sorpreso, indagatore su un mondo che non le è evidentemente noto. Ma credo che ci sia ancor meno da indagare su questi due vecchi, ancor più di animo che di corpo. Hanno l'aria stanca ed afflitta, il dito del vecchio in primo piano si appoggia al naso per implorare, più che imporre, silenzio, la mano prende sì il manto di Susanna, ma con gesto improntato a gravità e decoro, come se fosse un obbligo, essere qui di notte con una tanto più giovane di loro, che certamente sarà casta e virtuosa, meno male. La drammaticità di Artemisia e di Rubens è lontana, anche l'innocente malizia del Guercino di qualche anno prima. In Guido Reni sembra di sentire una musica che esprima soltanto la perfezione delle sue note, e di ciò si contenti. Il giovane profeta Daniele non avrà bisogno di fare tanto chiasso.

Guido Rei - La casta Susanna


La casta Susanna (11)
Guercino 1617

Solimano 16 maggio 2007

Il Guercino è un talento nativo cresciuto a Cento, un paese fra Bologna e Ferrara. Dopo i vent'anni si trasferisce a Bologna, ma della campagna si ricorda bene, nella sua Susanna del 1617. Più che in un giardino, sembra di essere in un bosco frondoso, oscuro e luminoso, a seconda degli alberi e del tempo. E' una giornata temporalesca, ma di quei temporali in cui le nuvole lasciano scoperto parte del cielo, difatti Susanna sta prendendo il sole, anche se non è molto caldo, ma ci si sta bene. La ragazza è tranquilla, ha i capelli neri bene ordinati e raccolti a crocchia; tutta nuda, fa un gesto di autocontemplazione languida e soddisfatta, sembra che l'architetto abbia progettato i sedili di pietra proprio per lei, c'è una specie di poggiapiedi che le torna comodo. Susanna è molto giovane e ben fatta, appena un po' grassottella, si vede che in casa la trattano bene. Forse era la più bella di Cento, che il Guercino decise di onorare a suo modo, dopo averla spiata vicino ad un fiume. Fece così per certe lavandaie che oltre ai panni lavavano se stesse ed è rimasto il quadro, esposto qualche anno fa a Milano. Susanna non sa ancora che i due vecchioni la stanno spiando; uno la guarda intento, corruga la fronte sbarrando gli occhi, l'altro non la guarda in questo momento, guarda noi tutto allegro - il viso è in ombra, ma si capisce che è contento - come per dirci "Guardate un po' che meraviglia!". Non tutto il suo viso è in ombra, il sole picchia sulla sommità del capo e sull'orecchio sinistro. Chissà se verrà realmente il temporale, minacciato dalle nuvole nere in alto, ma anche se verrà durerà poco, sono nuvole di passaggio. Non so come poi è finita la storia, per il momento non c'è nessuna aggressione, potrebbe essere che i due si siano accontentati di ammirare per farsi belli in piazza raccontandolo a quelli del giro. Oppure no, saranno stati capaci di tenerlo per sé, facendo la posta qualche altro giorno, visioni del genere non erano poi così rare là, tra Bologna e Ferrara, ed il Guercino, giovane di successo, ci teneva a far sapere ai bolognesi, suoi eventuali committenti, che era cresciuto in campagna, d'accordo, ma per imparate a dipingere non aveva guardato solo il quadro di Ludovico Carracci che sta ancor oggi a Cento, ma aveva guardato anche le persone, specie certe ragazze più o meno della sua età. Questo quadro, che dà una impressione di felicità, non di aggressione, è uno dei primi suoi, un suo biglietto da visita per piacere da subito ai bolognesi. Dopo, infatti, continuerà a dipingere cinquant'anni per Bologna guadagnando molto, peccato che i clienti fossero quasi tutti preti e parrocchie, salvo un bel viaggio a Roma - sempre da giovane - in cui si fece conoscere da tanti, ma era troppo affezionato ai suoi posti, in cui potevano capitare degli incontri così.

Guercino - La casta Susanna


La casta Susanna (10)
Peter Paul Rubens 1610

Solimano 13 maggio 2007

La grande differenza fra i due quadri che Rubens realizzò fra il 1608 ed il 1610 è anzitutto nelle dimensioni: cm 94 x 66 quello che ho già inserito tre giorni fa, cm 198 x 218 quello di oggi, che è quindi molto più grande, quindi più impegnativo, perché le misure non si sceglievano a caso. Rubens, attentissimo all'aspetto comunicativo, cambia del tutto l'impostazione, nell'altro quadro voleva e poteva piacere, qui vuole e può sedurre, possedere. La differenza la conosceva benissimo, perché sperimentava anche formati piccoli, anche se sentiva congeniali i grandi formati, tranne in un caso, tipicamente suo: i quadri dei familiari, prima e seconda moglie e figli in cui si mette in gioco come affettività personale. Sono quadri più intimi, ammesso che si possa parlare di intimità per una personalità tonante come Rubens. Susanna e i vecchioni si scontrano in un posto in alto, difatti fra i pilastri della balaustra si intravede una campagna ridente di acque e ben coltivata. Fa specie chiamarli "vecchioni" due così. Nerboruti, ampi di corpo e di vesti, persino le vene delle mani, dei polpacci, dei piedi sembrano muscoli o tendini, non con un senso di anatomia esagerata ma di carnalità sovrabbondante, che sa spendersi in azioni di ogni tipo, specie aggressive. Quello sulla destra ha i capelli ricci, la barba è di scomposta eleganza, il petto villoso. Il manto blu damadcato gli sarà costato molto, ma gli sta benissimo. Rubens lo sorprende mentre con un balzo scavalca la balaustra, una gamba è ancora di là, l'altra con la punta dei piedi appoggia saldamente a pochissima distanza da Susanna. Una mano l'adopera per facilitarsi il passaggio, quindi sta sulla balaustra con l'interposizione del panno, ma l'altra mano è già sull'obiettivo, la schiena di Susanna. L'altro è più in età, dal colore dei capelli e della barba, che tiene assai lunga e da cui l'orecchio fuoriesce a stento; con le due mani si occupa d'altro: togliere risolutamente il grande telo bianco in cui difatti Susanna non è più avvolta, anche se lo vorrebbe. Susanna è sconvolta, ma siede come una regina sul manto scarlatto che dall'altra parte è una pelliccia bionda con qualche chiazza scura qua e là. Il bel corpo pieno di Susanna non scherza come vigoria, l'ardore affaticato della difesa lo si coglie solo dalle guance arrossate, dalla bocca semmiaperta, dallo sguardo che sa di tragedia ma non di tristezza. Si notano i capelli biondi molto ondulati e lunghissimi, sul davanti arrivano fino alla coscia, proprio nel punto ancora difeso dal lenzuolo. Sulla sinistra un putto matmoreo alato scende sul capo di un mostro marino che è una fontana a buon getto d'acqua, che infatti trabocca dalla vasca e scende vero la terra oscura. Susanna è in alto anche lei, malgrado tutto, i piedi poggiano su un gradino che precede il sedile di pietra largamente coperto dalla pelliccia del manto. Qui non siamo in un episodio quotidiano, ma neppure in un episodio morale della Bibbia, qui siamo in un grande mito pagano, antecedente al cristianesimo. Ma in questa, che strictu sensu è una aggressione, c'è tale conguenza di parti diverse fra i tre che è difficile distinguere, dare giudizi, prendere le distanze: quello che succede richiede delle parti in gioco, e le parti sono quelle: "Il carattere dell'uomo è il suo destino", diceva Sofocle. Dell'uomo e della donna. Un vigore assoluto che Rubens usava ugualmente nei miti biblici in cui l'aggredito era l'uomo, come i quadri con Giuditta e con Dalila. Penso alla faccia del committente quando si trovò di fronte una simile opera, ordinata forse per lubrico gusto segreto. Non si permise certo di criticarla, temeva che gli saltassero addosso uscendo dal quadro, i due giganti e la dea.

Peter Paul Rubens - La casta Susanna


La casta Susanna (9)
Artemisia Gentileschi 1610

Solimano 12 maggio 2007

Il giardino è sparito: c'è solo una balaustra marmorea con fregi, che separa (fino a quando?) Susanna dai vecchioni. Susanna è davanti alla balaustra, con un piede sta forse sentendo la temperatura dell'acqua in cui dovrebbe bagnarsi, l'acqua ci dovrebbe essere ma non si vede. Però è un gesto automatico il suo: si è accorta che i due vecchioni la spiano e disgustata torce il capo e con le braccia e le mani cerca di allontanare il pericolo, anzi di rimuovere il pensiero del pericolo. Non ci sono ancelle, gioielli, profumi, panni, pettini, anfore, perle: solo un piccolo telo bianco che le copre a malapena metà della coscia. Per il resto, è completamente nuda, di una nudità non acerba, ma di donna fatta, non bella ma vigorosa, più mora che castana, i capelli più disordinati che intrecciati. Di là dalla balaustra, i due uomini - non sono poi vecchi. Uno, un po' pelato e grigio, si sporge verso Susanna facendole segno col dito di tacere, l'altro, con i capelli folti e neri come la pece, appoggia un braccio sulla spalla dell'amicone e gli suggerisce nell'orecchio il modo di procedere. Sopra di loro, il cielo, azzurro con qualche nuvola, ma la giornata è calda, anche se due manti, uno rosso e l'altro bruno, infagottano i due compari. Artemisia Gentileschi ha diciassette anni ed è quasi analfabeta, ha cominciato a dipingere l'anno prima e ha fatto progressi rapidissimi, anche se il padre Orazio un po' l'aiuta. L'anno dopo, subirà la volenza carnale di Agostino Tassi, trentenne pittore amico del padre e ci sarà il famoso processo di Roma, con torture ad Artemisia perché dica la verità e qualche mese di prigione come condanna finale per il Tassi. Qualcuno suppone che il quadro sia posteriore allo stupro e che i due uomini amici siano il padre Orazio, quello grigio, e Agostino quello più giovane, il moro. Susanna sarebbe Artemisia stessa, nuda e in preda a disgusto e vergogna. Anni dopo, istruita, scriverà di sé: Arte mi sia gentil esca.

Artemisia Gentileschi - La casta Susanna


La casta Susanna (8)
Sisto Badalocchio 1609

Solimano 11 maggio 2007

Nella cerchia dei Carracci, specie di Annibale che aveva fatto la grande impresa della Galleria di Palazzo Farnese, c'era anche Sisto Badalocchio, un notevole pittore minore. La sua Susanna ha alcune cose in comune con quella di Rubens del 1607, che Badalocchio la conoscesse o no. I tempi andavano da quella parte: vicinanza dei personaggi in uno spazio ristretto in cui gli annessi e connessi spariscono quasi tutti (giardino, ancelle, stoffe, gioielli, anfore, profumi, pettini), non solo, in cui è presente una conclamata fisicità: così fa Badalocchio, solo che la fisicità non sale alla prorompente carnalità di Rubens. Ma neppure scende all'anatomia dei tardi manieristi: la sua Susanna è una ragazzotta popolana piuttosto tozza, con mani e piedi grandi e carni sode, appena un po' marmorizzate. Il suo spavento un po' ammirato che cotanti signori la vogliano è uno spavento vero, non una recita, al di là della posa classicheggiante la sua natura di giovane un po' campagnola, mora per giunta - erano tutte bionde prima - prevale, e le dà una forza non bella ma viva. In uno dei due vecchioni, entrambi di voglia vivace, prevale l'aspetto faunesco, analogo a quello di Rubens: è quello in secondo piano, a cui guarda atterrita Susanna, che quel tipo di voglia lì lo capisce immediatamente per sua natura. L'altro vecchione è diverso, anche se ne è analoga la voglia, attestata dallo sguardo rapace come il naso aquilino; le rughe e le grinze sono in parte di età in parte di espressione, la barba foltissima, ma assai ben curata, le mani grandi per afferrare meglio, le vesti colorate e raffinate, con gialli, rosa e blu cangianti. Ma è il turbante, l'espressione più piena del personaggio bello e cattivissimo: un turbante rigonfio, quasi fatto doppio, organizzato con sapienza e simmetria, ordinatissimo nel suo genere, rinchiuso sul davanti da una placca d'oro probabilmente araldica: un pascià non saraceno forse ma che sa dove vuole arrivare, la cuffia rossa sotto il turbante biancastro lo accerta. Il gusto del possesso è ulteriormente attestato dalla mano appoggiata con fermezza sulla balaustra marmorea. La vedo messa male, la nostra Susanna mora e di campagna: le toccherà piegarsi, chissà se poi se ne farà una ragione, forse sì, in campagna hanno sette vite.

Sisto Badalocchio - La casta Susanna


La casta Susanna (7)
Peter Paul Rubens 1607

Solimano 10 maggio 2007

La casta Susanna di Rubens del 1607 è molto diversa da tutte quelle precedenti. Ad esempio, manca il giardino, mancano le ancelle, anche l'acqua si intravede appena. I vecchioni non mancano, anzi, sono vicinissimi a Susanna (anche questa è una novità), però, rispetto a Susanna sono in secondo piano. E' lei l'essenza del quadro, con la sua nudità di donna fatta, con le gambe e le braccia che aprono spazio, fanno respirare il quadro, ma soprattutto è lei la fonte di ogni luce di un quadro che altrimenti sarebbe scuro. Questa Susanna biondona è veramente più addolorata che spaventata dall'incombere dei due vecchioni, quello di profilo con l'aria da caprone libidinoso, l'altro che fa col dito segno di tacere. I capelli di Susanna, lunghissimi, sono più ondulati che scompigliati, in un quadro così spoglio di ornamenti superflui (profumi, perle, gioielli, panni, anfore) Rubens non dimentica di metterle un braccialetto su braccio, però in alto, vicino alla spalla. Rubens ha trent'anni, in Italia lavora da tempo ed ha visto quel che doveva vedere, specie i veneti e il Correggio, ma anche il recentissimo Caravaggio, che sarebbe vissuto per altri tre anni, eppure questo quadro non avrebbe potuto essere realizzato da un artista italiano: troppo carnale, troppo corporeo (che è diverso da anatomico), troppo personale: Susanna e i due vecchi non soffrono di tipologia generica, sono quelle persone lì che Rubens voleva che ci fossero, persone-corpi accostati. Troppo tutto, a me l'esuberanza di Rubens piace, a molti può spiacere. Ciò malgrado - o forse proprio per questo - rispetto alle opere precedenti dei veneti, il quadro di Rubens un po' di corrispondenza con la Bibbia ce l'ha, se non altro perché racconta un dramma che sa di vita, non di recita.

Rubens - La casta Susanna


La casta Susanna (6)
Jacopo Bassano 1571

Solimano 9 maggio 2007

Dopo Tintoretto e Veronese, anche Jacopo Bassano dice la sua a Venezia, anche se è più un veneto che un veneziano. Nel tema della Susanna non lascia da parte abitudini e convenienza, specie le ambientazioni nella natura truccate magari da Adorazioni dei pastori. Qui, i due vecchi sulla destra non hanno l'aria per niente aggressiva, sembrano più magi che pastori, e manifestano rispetto per la mirabile visione, che in questo caso non è la Madonna col Bambino, ma Susanna nuda con alcuni panni attorno che la coprono assai poco. Susanna guarda i due magi piuttosto meravigliata, non ha ancora capito se ringraziare o no per la visita, però a coprirsi non ci pensa proprio e col braccio e la mano non si capisce se voglia allontanare da sé i visitatori o porgere la mano perché la stringano o la bacino - con rispetto, si intende. Il Bassano inserisce dietro il vecchio in primo piano la sua consueta e gradevole animalerìa, in questo caso un cervo ed un coniglio, reso luminoso dall'arrivo della luce proveniente dal corpo di Susanna. L'ora è quasi notturna, se non fosse per lo squarcio nelle nubi sulla sinistra, che farebbe pensare ad un tardo pomeriggio. La figure sono costruite a colpi di pennello, non di disegno, l'impressione è quella di una umida fluidità. Il velo che Susanna ha sulla testa sembra risentire di un movimento subitaneo all'indietro, quindi si tratta più di timore che di curiosità. Oltre a Susanna e alla lontana feritoia nel cielo nuvoloso, cè una terza fonte di luce: il vecchissimo in primo piano. Dalla pianura oscura, sorge una montagna sullo sfondo, mentre sulla sinistra c'è un bel palazzo tardo-rinascimentale, che ha l'aria quasi di una chiesa. Sui manti e sui panni, le ombre e le luci sono come in quegli anni si dipingeva nel Veneto: impregnano di sé i tessuti e la pelle, si passa quindi da un bianco luminosissimo a un nero scuro. C'è un sentore di umido, in questa quasi-notte veneta, i vecchi, prudenti, si sono coperti bene, chissà se ci metteranno più tempo a spogliarsi loro o Susanna a rivestirsi. Nessun dramma però comunque andranno le cose, probabilmente i vecchi si metteranno a raccontare dei loro paesi lontani e Susanna ascolterà, divisa fra sbadigli e curiosità. La mattina, i magi se ne andranno e verranno i pastori, quelli giovani.

Jacopo Bassano - La casta Susanna


In che mani siamo
Solimano 8 maggio 2007

Ieri è uscito sul Corriere della Sera un articolo di Gian Antonio Stella intitolato Una laurea non si nega a nessuno"Lauree esotiche, la Navicella delle vanità" Ne riporto qui due brani, l'inizio e alcune righe che riguardano un noto uomo politico.
"L'ultima edizione è appena uscita. A comporre i ritratti un tempo pubblicati dal mitico Giuseppe Scuderi e oggi dalla Editoriale Italiana 2000, sono infatti gli stessi deputati e senatori. Che nelle asciutte o sdiluvianti auto-biografie rivelano qua e là, soprattutto in certi dettagli, una quantità di cose a volte più rivelatrici di pensosi saggi sociologici. In particolare sul versante dell'"autostima". Delle debolezze. Delle vanità."
... "Anche Francesco Rutelli, che alla voce professione si definisce "giornalista" pur risultando iscritto da una vita al solo albo dei pubblicisti e mena vanto d'aver avuto la soddisfazione di essere "nominato sindaco difensore ideale dei bambini dall'Unicef" nel 1994, ha le sue belle lauree honoris causa. La prima dalla università "John Cabot" di Roma, la seconda dalla "Temple University" di Roma, la terza dalla "American University" di Roma."
... Una laurea non si nega a nessunoCredo da tempo che l'Ordine dei Giornalisti andrebbe abolito, ma finché c'è va rispettato. Quindi uno, se è iscritto all'albo dei "pubblicisti", non si spacci per "giornalista". Anche perché non mi risultano particolari prodezze di Rutelli sia come "giornalista" che come "pubblicista". Perché non dichiara il vero, cioè che fa l'uomo politico a tempo pieno? C'è forse qualcosa di male?
Non mitizzo la laurea rispetto al diploma, ci sono molte persone che avrebbero potuto laurearsi benissimo ma non glielo ha consentito la situazione economica in cui si trovava la loro famiglia. Rutelli non aveva questo problema, essendo di famiglia facoltosa, non si è laureato perché la passione politica è stata totalizzante al punto da non consentirgli di dare gli esami ad Architettura. Cosa che Rutelli ha in comune con diversi uomini politici che hanno seguito lo stesso itinerario, come D'Alema. Fassino e Veltroni sono poi riusciti ad acchiappare una laurea molto tardiva in facoltà di impegno non sommo. Capisco, ma non mi adeguo, c'è qualcosa di sbagliato nel principiare a fare politica in quel modo, perché le priorità andrebbero gestite in modo meno esclusivo. Ma fin qua passi. Che uno però, avendo questo problema (o non problema) suo, rincorra ben tre lauree honoris causa alla "tu vuo' fa l'americano" in tre facoltà dai nomi tanto altisonanti quanto improbabili, questo non mi piace proprio per nulla, compreso che se ne vanti sulla Navicella
. Mbah! Chissà cosa ci possiamo aspettare da Rutelli... Speriamo niente, come al solito, e che la difesa ideale dei bambini dell'Unicef lo assorba a tempo pieno.

La casta Susanna (5)
Paolo Veronese
Solimano 6 maggio 2007

Più o meno negli anni dei quadri del Tintoretto e dell'Allori, anche Paolo Veronese dice la sua. Sembra quasi che i due vecchioni facciano gli ambasciatori di se stessi, a parte la mano birichina di uno dei due che con calma cerca di aprirsi una strada verso il seno di Susanna, ma l'ambasciatore in questione procede con tranquillità, quasi fosse un medico che volesse procedere ad un tipo di auscultazione particolare. Se Susanna gli dicesse: "La smetta, signor ambasciatore!" la guarderebbe sorpreso dicendole: "Smettere cosa, cara signora?" Difatti Susanna si adegua: si rimbocca addosso il telo rosso ben decorato in modo di mostrarsi il meno possibile. Un po' preoccupata dell'andazzo che sta prendendo questa visita diplomatica lo è, ma siccome è una donna intelligente, starà elaborando una formula per chiamarsi fuori. L'altro vecchio le sta più discosto, con una mano appoggiandosi al basamento di una colonna sovrastante il ninfeo dove si svolge il tutto, sta partendogli una gamba verso Susanna quasi per farle piedino: gli ambasciatori ne sanno una più del divolo, meglio non fidarsi. Dietro il ninfeo, sbucano fronde di grandi alberi. Sulla sinistra, c'è una statua satiresca o priaresca, l'unico segno/simbolo di effrazione. Un cagnolino pezzato e vivace è vicino al bordo di una piccola vasca, incerto se abbaiare o no, probabilmente non lo farà, vista la stazza sua rispetto a cotanti ambasciatori. A Venezia, una delle città più visitate del mondo - per affari, non per arte - credo che queste scene non fossero rare e si concludevano certamente con un ragionevole compromesso: ci si incontrava a mezza strada, senza inutili scene. Altra gente non ce n'è, mancano persino le ancelle, decisamente Susanna e i due vecchioni debbono sbrogliare da soli la matassa, ma il quadro successivo - tipo gli attuali fumetti - non è stato ancora ritrovato, non ho quindi la soluzione, che prevedo felice. Chissà dove sarà questo secondo quadro, forse gli ambasciatori se lo saranno portati nel loro paese lontano per mostrare quanto si fossero dati da fare a Venezia, nell'interesse del loro principe, naturalmente.

Paolo Veronese - La casta Susanna


La casta Susanna (4)
Alessandro Allori 1561

Solimano 5 maggio 2007

Quasi contemporaneamente al Tintoretto, a Firenze Alessandro Allori dipinge la sua Susanna. E', come quella del Tintoretto, completamente nuda, anch'essa atletica e di anatomia ben studiata - il pittore scrisse anche un libro riguardante l'anatomia. Si vede chiaramente che Alessandro è molto vicino al modo di dipingere del suo maestro, il Bronzino, che gli era talmente affezionato da designarlo come suo principale erede. La derivazione dal maestro universale di quegli anni, Michelangelo, è pure molto evidente, lo si nota in particolare dai nerboruti ginocchi dei due vecchioni. Il grande gusto per la decorazione con gioielli e perle è visibile nella capigliatura di Susanna, un profluvio di trecce, nastri e gioielli, specie perle. Alessandro riempirà di perle il suo quadro più famoso, appunto La pesca delle perle, realizzato per lo Studiolo di Francesco I in Palazzo Vecchio a Firenze. Susanna siede su stoffe bianche e gialle splendidamente ricamate, a fianco c'è una sporta di vimini che contiene la biancheria pulita, fra Susanna e la sporta si affaccia un piccolo cane, che ci guarda con curiosità con i suoi occhi tondi. I due vecchioni sembrerebbero vecchiacci, difatti con voglia satiresca cercano di prendersi delle libertà, uno dall'alto ed uno dal basso, è considerevole la lubricità del vecchio accosciato a destra, che sbuca a metà corpo di Susanna, e che la abbraccia con decisione -formidabile in generale il gioco fra le sei mani, due di ripulsa, quattro di aggressione. Questi due sono tutt'altro che deboli o intimiditi, si danno da fare con molta decisione, sanno quello che vogliono. E Susanna? Fa una smorfietta di quelle sue, certamente fastidita, però non preoccupata. Sulla destra del quadro, delle belle argenterie e un piatto, abbondantemente ricolmo di grossi pomi. Gli alberi, pochi e fronzuti, danno al giardino un senso di chiusura. Verso il fondo ci sono delle belle architetture contemporanee al dipinto, siamo non molto dopo il 1560. L'aspetto religoso è completamente assente da questo quadro, eseguito per la corte di Francesco I e della moglie Bianca Cappello, molto chiacchierata fra Venezia e Firenze, e considerata quasi una cortigiana. Manca, rispetto al grande maestro Bronzino, la sublimità stilistica della Allegoria del Tempo e dell'Amore, c'è, presumibilmente, lo stesso erotismo muscolare e anche di testa. Chissà se Susanna riuscirà a sottrarsi, questi vecchioni sanno il meschino fatto loro, il pittore è fiero della sua arte nel disegno, qui la si vede in azione, col suo modo un po' libertino un po' frustrante. Ricordo delle radici bibliche? Zero ovviamente, è un fare finta di parlare di un argomento religioso, ma lo sanno tutti a che punto sono.

Alessandro Allori - La casta Susanna


La casta Susanna (3)
Tintoretto 1560

Solimano 3 maggio 2007

Susanna sarà pure casta, ma nel quadro del Tintoretto (1560) la padrona è lei. Donna fatta, giovane e forte, più atletica che sensuale, si guarda intenta nello specchio appoggiato alla staccionata, è completamente nuda, salvo due braccialetti e gli orecchini; la parrucchiera ha appena finito un lungo e paziente lavoro e l'incastro delle trecce è considerevole. Si sta asciugando con un velo leggero che non la copre quasi per nulla, però indugia con parte della gamba sinistra ancora in acqua, la si vede benissimo attraverso il liquido. Mancano le ancelle, saranno da qualche parte, ma non manca il necessario: oltre allo specchio il pettine, gli anelli, la collana, un grande recipiente in rame sul prato, un raffinato contenitore di profumi proprio a bordo acqua. Attorno, un giardino più in ombra che in luce, ma la giornata è calda. Qualche animale si aggira: un cane, delle papere. Una vasta siepe fiorita, sembrano camelie o petunie, separa Susanna dal centro del giardino. Lì, dietro alla siepe, sono appostati i due vecchioni, maligni ed intimiditi, tristi nel loro inutile vizio: Susanna, se vuole, li rovescia con una palma di mano. Questo è un trionfo di Susanna, i due vecchi sono lì per far risaltare ancor più la freschezza e la ricchezza della giovane, che non si curerà di loro, già ridergli in faccia sarebbe prenderli in considerazione. In fondo al giardino si intravede anche una statua antica, forse di Pan o di un satiro con le corna. Così era la Venezia agli inizi del secondo Cinquecento, il posto più libero e il più ricco, questa Susanna ne è un simbolo tranquillo, ai due vecchietti non resterà che nascondersi in qualche angolo della terraferma.

Tintoretto - La casta Susanna


La casta Susanna (2)
Albrecht Altdorfer 1526

Solimano 1 maggio 2007

Circa dieci anni dopo l'interpretazione aderente alla Bibbia di Lorenzo Lotto, ecco il pittore tedesco Albrecht Altdorfer, che inserisce l'episodio all'interno di un quadro in cui l'attenzione è rivolta prevalentemente ad un bellissimo palazzo, che sembra una dimora di fate e di maghi, più che di persone. Inserisco solo il particolare in cui figura la casta Susanna che, più che un bagno, si sta facendo fare un pediluvio da una delle sue ancelle. Di sé mostra un po' di gambe, ma non si spinge fino al ginocchio. Un'altra ancella le sta pettinando i capelli biondi, lunghissimi e ricci, doveva essere una delicata impresa pettinarglieli. La terza ancella se ne sta in piedi, in attesa di disposizioni della signora. Ma non finisce qui: una quarta ancella, la più elegante di tutte, si vede alla estrema destra, con una specie di innaffiatoio e con un mazzo di gigli (simbolo di purezza), ed una quinta ancella si vede proprio in fondo, sta per arrivare al portone che chiude il giardino verdissimo. Oltre alla bacinella in cui Susanna tiene immersi i piedini, c'è, un po' sulla destra, la fontana che dà sulla vasca in cui forse Susanna farà il bagno completo, quando noi ci saremo allontanati. Ci sono anche i vestiti di ricambio che Susanna indosserà dopo il bagno. E i vecchioni? Ci sono anche loro, si vedono appena nascosti fra gli alberi sulla sinistra, due anziani ragazzi ansiosi di spiare, hanno l'aria più sfigata che pericolosa. Sulla destra, in alto, si intravede l'arredo del cortile del palazzo di Susanna, a me fa pensare a certe tavolate all'aperto in un ottimo albergo a quattro stelle. Nessun dramma, molta grazia in tutto. Altdorfer ammira ancora i prodigi dei giardini del gotico internazionale di un secolo prima; usa la prospettiva, ma tutto ha un che di fiaba lussuosa e cortese, la drammaticità dell'episodio biblico è del tutto assente.

Albrecht Altdorfer - La Casta Susanna


La casta Susanna (1)
Lorenzo Lotto

Solimano 30 aprile 2007

Ho deciso di fare una ricerca iconografica su un tema biblico, quello della casta Susanna, l'episodio è narrato nel libro di Daniele. Come prima cosa, mi sono andato a procurare il testo, che non avevo mai letto. Non lo porto qui, ma leggendolo ho scoperto alcune cose che non sapevo. Anzitutto, Susanna non è una ragazza. E' una donna piuttosto giovane sposata ad Joakìm che è molto ricco e posiede una casa con giardino. Tutto si svolge a Babilonia. Susanna appartiene ad una famiglia importante, suo padre si chiama Chelkìa. Quelli che siamo abituati a chiamare i due vecchioni sono due anziani eletti giudici del popolo, e chi ha qualche lite da risolvere di rivolge a loro, che trova in genere presso la casa di Joakìm che frequentano. Quindi non si tratta di due guardoni sfigati. Ognuno dei due vorrebbe possedere Susanna, finisce che se lo dicono reciprocamente e procedono di comune accordo: o tutti e due o nessuno. Si nascondono fra gli alberi e quando Susanna si appresta a fare il bagno, sbucano e le fanno un ricatto:"O stai con noi o denunciamo che ti abbiamo sorpreso con un giovane che è fuggito". Susanna rifiuta, e i due si mettono a gridare, accorre gente e Susanna è condannata a morte. Solo che interviene Daniele, che è un giovinetto, e smaschera i due, Susanna viene liberata - fra la gioia della sua famiglia - ed i due sono uccisi. Susanna era sempre accompagnata da due ancelle che al momento del ricatto erano in casa per procurarle unguento e profumi. Il testo biblico insiste sulla bellezza di Susanna. Ho trovato un'affresco realizzato attorno al 1495 nelle stanze Borgia del Vaticano dal Pinturicchio, ma non è molto significativo: al pittore interessa rappresentare non avvenimenti ma bellezze di ogni tipo, qui insiste sugli animali che popolano il giardino di Susanna: conigli (fecondità), una scimmia (lussuria), un cervo, mentre le figure di Susanna e dei vecchioni non sono significative né come gesti nè come aspetto. Più significativo un quadro di Lorenzo Lotto, del 1517, di cui riporto la parte inferiore: Susanna nuda con un cartiglio che richiama quelli gotici, uno dei due ha pure lui un cartiglio, stanno gridando ed accusando Susanna, due uomini stanno entrando nel giardino. Lorenzo Lotto ha raramente rappresentato nudi maschili o femminili. Susanna non ha niente di erotico, sembra una santa in attesa del martirio, come la Santa Barbara che sta a Trescore. La scena è ben colta dal punto di vista teatrale, i due hanno l'aria scandalizzata ed accusatoria, Susanna è indifesa, i due che entrano sono molto incuriositi, fuori dalle mura del giardino si intravede una donna che cammina su una piccola strada. Lorenzo Lotto è molto fedele alla lettera ed allo spirito del testo biblico, un quadro così poteva benissimo stare in una chiesa, dopo non sarà più così, e lo vedremo.

Lorenzo Lotto - La casta Susanna


Preferisco Bayrou
Solimano 26 aprile 2007

Trovo qualcosa di strano nel mio atteggiamento attuale. In un certo senso non condivido quello che penso, perché sono un bipolarista convinto, resta il fatto che lo penso. Vediamo quello che è successo in Francia. Da una parte Sarkozy: una destra muscolare, che è diverso da essere una destra gollista, che vuol dire patriottica e repubblicana, la destra di Sarkozy è patriottarda, non patriottica. Non si basa sulla fierezza - magari retorica - dei conseguimenti storici, ma sulle paure del diverso, difatti - è questo è un merito - ha succhiato diversi voti a Le Pen. Ma non è nenche una destra repubblicana: contano le grandi famiglie, tradizionali in Francia, ma molto involgarite come cultura, come civismo, come stile di vita: l'aspetto berlusconiano di Sarkozy. Quindi Sarkozy non mi sta bene non perché è destra, ma perché è un certo tipo di destra (storicamente, fra De Gaulle e Guy Mollet, preferisco De Gaulle). Dall'altra parte c'è Ségolène Royal: donna, bella donna, quattro figli, compagna - non sposata - che si vuole di più? Eh sì, si vorrebbe di più. A sentirla, nei momenti migliori sembrano discorsi kennediani, quindi commossi, commoventi, e generici, nei momenti peggiori difende le tante botteghe della nomenklatura di sinistra: amministrazioni pubbliche, scuole ( pardon, interessi dei professori), localismi di ogni genere. Monsieur Hollande s'è messo il grembiule non per ossequio verso la compagna di vita, ma perché in cucina (nelle cucine) c'è molto da fare. Vabbè, la Francia non è l'Italia, il pubblico funziona molto meglio, ma certi discorsi contro la concorrenza non mi stanno bene. Più che discorsi sono modi di evitare il problema, quindi di inserire delle regole contro quegli scassaballe che vorrebbero entrare. La regola vera ha da essere: "Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori". E se qualcuno osa dire: "Vengo anch'io!" La risposta, non detta, si badi bene, è "No tu no". Quindi, anche una cosa del genere non mi va, anche perché la prima cosa che ha fatto Ségolène con Bayrou è stata quella di offrire ministeri, non so se è stata una cosa più sfacciata o più ingenua. Bayrou è patriottico, repubblicano, liberale, ha senso civico, è stimato, è colto. E' la Francia dei castelli della Loira, delle biblioteche, delle foreste ben tenute, dei servitori dello stato. Preferisco lui, anzi, preferirei lui se fossi in Francia. "Ma non senti qualcosa che suona male, in questa scelta non so se centrista o centrale o centripeta?". Certo che sì, però in Francia hanno una situazione molto diversa sotto un aspetto: il Vaticano. In Francia niente ossequio ai ruineschi ed ai bagnaschi: sarebbero sommersi non dai pomodori marci o dalle uova marce pure loro, ma dalle risate di tutti o quasi. Questa è la differenza fra noi e loro, ed è una grande differenza, per cui, qui, tocca stare agganciati a gente - tipo Pecoraro o Rizzo - che quando li incontri cambieresti marciapiede. I tempi sono maturi per una nuova cattività avignonese, solo che i francesi sono sgamati e non accetterebbero, questo è il vero guaio.

Chateau de Loches


Il mio amico Lagerino
Solimano 23 aprile 2007

A Verona, a circa due chilometri di distanza dal mio amico Giovanni, abita un altro mio amico, che ho sempre chiamato Anonimo, solo da poco tempo ho imparato che potrebbe chiamarsi Lagerino Stefano, qui con voi lo chiamerò Lagerino, ma quando sono con lui preferisco chiamarlo Anonimo, lui ci ride su un po' sardonico, sono secoli che ci si diverte, con la storia dell'anonimato. Come carattere, tanto ombroso è Lorenzo, tanto tranquillo è Giovanni, tanto allegramente furioso è Lagerino. Lui si diverte solo se c'è da lavorare con le mani, secondo me si divertiva anche a menarle, secoli fa, ma io allora non c'ero. Il suo divertimento sono le lamine in bronzo, non è che, come fanno altri, lui faccia delle vere e proprie porte in bronzo, no, fa delle lamine abbastanza sottili e quando sono pronte, cioè ha fatto in modo ci fosse una specie di bassorilievo tutto suo, le inchioda sulla porta, che è di legno massiccio. All'inizio, era il solo a farlo, poi ci si sono aggiunti altri due scultori bravi anche loro, ognuno ha il suo stile, però sono meno allegri e meno furiosi di lui, l'Anonimo amico mio. C'è da dire che Lagerino faceva parte di un bel giro, tutto di scultori in pietra, soprattutto Nicolò, anche Guglielmo, che hanno lavorato fianco a fianco con lui, ma c'era uno molto importante, un po' più vecchio, che però non abitava a Verona ma a Modena, un certo Wiligelmo, che dal nome doveva essere uno molto del Nord. Con l'Anonimo, ovvero Lagerino, non c'è verso: o piace o non piace. Ha rischiato molto quando hanno ingrandito la sua porta, qualcuno dei preti più importanti voleva prendere l'occasione di chiamare qualche suo raccomandato che aveva anche studiato, ma quello che ha sempre difeso Lagerino è stato che il popolo era con lui. Non guardava le irregolarità dell'anatomia, la mancanza degli sfondi: ai popolani di Lagerino sono sempre piaciute la vivacità ed il senso del movimento. Anche anni dopo l'hanno criticato: nel Settecento un certo Maffei parlò di "fantocci strani", nel Novecento Venturi, il padre non il figlio, parlò di "regno delle scimmie", roba da querela. Ma Lagerino non vuole andare in tribunale, preferisce far festa con i suoi amici, gente rozza e sveglia come lui. Una sola cosa gli dà fastidio, che i pretoni attuali della Chiesa di San Zeno facciano pagare per entrare in chiesa, così sono di meno gli amici che vengono da lui, per giunta l'hanno un po' sacrificato tenendo la porta semichiusa, in questo modo gli amici non riescono a guardarlo in faccia e non lo può nemmeno lui, sono cose a cui tiene, secondo me ha ragione: uno estroverso come lui non bisogna metterlo in un angolo come se fosse l'asino della classe.

Lagerino


Il mio amico Giovanni
Solimano 19 aprile 2007

Già che ero da quelle parti, decisi di andare a trovare Giovanni, che non abitava poi a grande distanza. Giovanni è molto diverso da Lorenzo. Innanzitutto è un frate, ma di tipo molto particolare. Prima di tutto è un frate che ha studiato matematica, e l'ordine saggiamente lo adopera come architetto e come intarsiatore, perché la prospettiva si basa sulla matematica e Giovanni si era accorto che nelle tarsie di legno le prospettive vengono benissimo. Non gli rompono le scatole con funzioni, prediche e novene, gli chiedono spesso di viaggiare, e Giovanni va negli altri conventi, non solo, siccome la fama circola, adesso lo chiamano anche a Napoli ed a Roma. Poi, è un frate che ha molti amici nel mondo, come dicono loro. Il suo commercialista si chiama Luca, ed ha inventato un sistema di contabilità molto comodo, inoltre ha degli amici di alto livello, Luciano, Piero, Leonardo, gente veramente tosta. Luca impara e siccome è un po' birichino come tutti i commercialisti, va in giro a dire che certe cose le ha inventate lui, non gli credete ma lasciate perdere, è un po' una sua debolezza. Giovanni non ha di queste fisime, bada alle sue architetture ed alle sue tarsie. Curioso com'è, non rappresenta solo degli oggeti liturgici o dei santi, ma tante altre cose: le vie di Verona, che è la città dove è nato, le piazze, persino l'Arena, poi i monti sopra Verona, con il castello in cima, poi nelle vie ogni tanto inserisce qualche persona che dà le spalle a noi che guardiamo la tarsia, poi i poliedri, che Luca dice che li ha inventati lui, ma secondo me ci hanno messo le mani Piero e Leonardo, poi gli strumenti musicali di ogni tipo, canestre di frutta, conigli, galli, quaglie, persino pipistrelli, poi libri, chiusi ed aperti, compassi, clessidre, erbe che crescono sulle mura, viti con i pampini e grappoli d'uva, uccelli in volo, anche due rondini belle grosse, però ferme sotto una colonna, poi chiese viste da fuori, anche viste dal di dento. Ha fatto uno scherzo magnifico: le tarsie le doveva fare per una chiesa che si chiama Santa Maria in Organo (proprio così, la gente ride, voi non fateci caso), bene, in una tarsia ha rappresentato la chiesa ed anche il campanile che non c'era ancora - lo stanno finendo - un bel campanile diverso dai soliti, ha un'aria un po' esotica. Giovanni è sempre indaffarato e sempre di buon umore, tempo fa gli è giunta notizia che il Papa nuovo, una testa un po' balzana, aveva deciso di togliere le tarsie che lui aveva fatto per il Palazzo Vaticano, Giovanni ha fatto spallucce ed ha detto ecchissenefrega! non ditelo in giro, mi raccomando. Qualche altro frate - il mondo è pieno di invidiosi - si è permesso di dirgli che le sue tarsie sono troppo allegre, Giovanni si è grattato la chierica e gli ha detto: "Hai ragione, ci metterò anche un teschio!" E l'ha fatto, solo che persino il teschio gli è uscito allegro, se la ride pure lui. La prima volta che ho visto le tarsie ho avuto una impressione di disordine, le tarsie avevano tutti gli sportelli metà aperti metà chiusi, poi mi sono accorto che non c'erano sportelli, era tutto un inganno che aveva architettato Giovanni. Gli ho chiesto quanti amici lo vengono a trovare, mi ha risposto. "Poca brigata vita beata!" Così ho capito che anche lui, come Lorenzo, non ha tanti amici, qualche migliaio all'anno, malgrado che ne meriterebbe molti di più, ma non si può avere tutto dalla vita. Ogni tanto gli chiedo come mai si è fatto frate e lui mi risponde: "Non l'ho fatto io, sono stati i miei, ed hanno fatto bene". Ho capito quello che voleva veramente dirmi: se non si fosse fatto frate non avrebbe imparato tutte le belle cose che sa. Prima di andar via, ha voluto che vedessi bene il campanile quasi finito, è un po' una sua debolezza, ma ha ragione, il campanile è persino più bello delle tarsie. Siamo andati a bere alla osteria lì all'angolo, ed ha voluto assolutamente pagare lui. Quando gli ho detto che ieri ero da Lorenzo, ha tirato un sospiro e mi ha ribattuto: "Ma quando la smetterà di procurarsi dei problemi da solo?" "Mai", gli ho risposto, e ci abbiamo fatto su una risata, non cattiva però.



Il mio amico Lorenzo
Solimano 15 aprile 2007

L'altro giorno sono andato a trovare il mio amico Lorenzo, era proprio ora, un bel po' che non ci vedevamo. La colpa è solo mia, lui non può muoversi, io invece sì. Se ne sta da quasi cinquecento anni a Trescore, in provincia di Bergamo, in una chiesetta talmente Lorenzo Lotto - Storie di Santa Barbarapiccola da sembrare una capanna. I vicini la chiamano "oratorio" per tenerlo un po' su, ma non ci va nessuno a pregare, credo che invece ci vada un po' di gente nelle giornate calde di agosto perché è un posto fresco: muri grossi, finestre piccole, tetto tenuto su da grossi travoni di castagno. Lorenzo è un po' un piangina, si lamenta che l'anno scorso lo sono venuti a trovare solo 3000 amici. A me sembrano tanti, lui ne vorrebbe almeno il doppio, secondo me tende ad allargarsi un po', tanto più che non sono amici che vengono dalle frazioni vicine, ma anche dall'America, dalla Germania, diversi persino dal Giappone. Gli americani sono quelli che gli fanno più festa, i tedeschi quelli che lo conoscono meglio, i giapponesi sono i più gentili, fanno tante foto con lui. Gli italiani vengono in gruppi, ci sono persino delle classi scolastiche di ragazzini delle medie inferiori che però preferiscono mangiarsi panini sui prati vicini. Lorenzo protesta, perché dice che i suoi padroni, i conti Suardi, poi se la prendono con lui, preferirebbero che non avesse amici così se lo godrebbero loro il prato. Però c'è da starci attenti, a certi amici: ne sono capitati alcuni che gli hanno fatto perdere un sacco di tempo, giornate intere, eppoi hanno scritto dei libri per parlar male di Lorenzo con accuse molto fumose, tipo che non ha un senso unitario dello spazio, che usa dei colori stridenti, che le figure ce ne sono di troppo grandi e di troppo piccole, che sembrano contadini e contadine, che ha copiato un po' dai tedeschi, che magari sotto sotto è pure protestante. Lorenzo si è sfogato: "Me l'avessero dette in faccia 'ste cose! Avrei saputo cosa rispondergli". Oddio ho pensato, ma era ormai tardi, quando Lorenzo parte così non lo ferma nessuno. E' proprio un gran permaloso, a Venezia bastava portare un po' di pazienza invece li ha mandati a quel paese per venirsene qui, nella capanna. Lorenzo, mentre io sbuffavo, ci ha tenuto a dirmi che il senso unitario dello spazio lui ce l'ha, per lui lo spazio è fatto di aria e tutte le sue figure , grandi e piccole, respirano la stessa aria. Poi, che alcune siano grandi ed altre un po' meno è che Gesù l'hanno voluto grande i preti, poi i conti Suardi hanno voluto edssere più grandi dei contadini, i lanzichenecchi anche loro, guai a non contentarli. Tutti in gradazione, ognuno secondo le raccomandazioni, bisogna pur vivere. Certo che sembrano contadini e contadine, lo sono, dove poteva andare Lorenzo a procurarsi qualche studente e qualche mercantone, quelli con la bottega? Qui si è dovuto accontentare di qualche vu' cumprà con l'insalata per terra, al massimo con un banchetto per il pane. I colori stridenti dipendono dal fatto che Lorenzo voleva lanciare una sua linea di moda, in quel momento non ha attecchito, salvo attecchire trent'anni dopo, che era ormai tardi. I tedeschi: di lì ne passavano tanti, i contadini tenevano le donne chiuse in casa, il fatto che 'sti lanzichenecchi avevano dei bei costumi con gli sbuffi, dei bei cappelli, delle alabarde che non finivano mai, credo che Lorenzo gli abbia anche fatto qualche quadretto fuorivia, i tedeschi gli hanno sempre voluto bene a Lorenzo, dicono che sembra il figlio naturale di un loro zio di Norimberga, un certo Alberto. Il fatto della religione poi è inutile rinfacciarlo a Lorenzo, è soltanto uno che prega molto e dice il rosario ogni giorno, ma catechismo zero, figuriamoci se Lorenzo potrebbe abbandonare la religione dove è nato e che gli dà pure da vivere, sembra che i protestanti quadri in chiesa non ne vogliano, a queste cose chi ci deve badare? Quei criticoni falsi che sparlano di lui senza conoscerlo? Da questi non c'è da aspettarsi niente di buono, anche se a qualcuno di loro non ci si crede più, le balle prima o poi si sgonfiano. Date retta a me, andatelo a trovare Lorenzo: è gentile, ha un suo modo di dire le cose e se ci pensate un po' non è mai noioso, riserva sempre delle sorprese del tutto inattese. Con un piccolo sforzo gli amici possono passare da 3000 a 6000, così Lorenzo smette di rompere quando lo vado a trovare.

Gli Agit Prop ruineschi e bagnaschi
Solimano 14 aprile 2007

Nel sito IBS è in corso un dibattito in cui si danno i voti al libro di Odifreddi: il massimo è 5/5, il minimo è 1/5. Mi sono divertito a prelevare alcune affermazioni di ruineschi e bagnaschi generalmente ciellini, si sente quel tipico odore. Si impancano a menti sagge ed equilibrate, stanno in realtà facendo dello spamming culturale, fieri di farlo, da Agit Prop per giunta epulonici, buon pro' gli faccia. Naturalmente, il loro voto comune è 1/5:

“Pieno di banalità, rifritture, dichiarazioni sensazionali e senza senso”.
Per venire al pratico, ci faccia un esempio di banalità e rifritture, anche uno solo, prego.
“Libro a dir poco vergognoso......l'autore si legga Messori!”
Vergognoso perché? Ce lo dica, o ce lo faccia dire da Messori.
“La religione non è il suo campo”.
Di chi è il campo della religione? Dei preti? Hanno forse il copyright?
“La visione del mondo che intende proporre Odifreddi la lascio volentieri a lui e ai suoi molti seguaci”.
Grazie, è un progresso. Se ce la lascia, vuol dire che non ci è vietato tenercela.
“Non ho mai visto un matematico fare del bene ai poveri, agli orfani o al terzo mondo”.
Processiamoli, ‘sti matematici! Come si permettono di avere degli argomenti? Cattivacci!
“Libertà di esserlo o no cristiani,ma senza insultare e sbeffeggiare chi lo è”.
Ciò detto, vuole contestare gli argomenti di Odifreddi? O no? Perché no?
“Compriamo libri di autori, anche atei ma onesti”.
Toh! Possono esistere degli atei onesti... Chi l’avrebbe mai detto? Li credevo tutti birbanti.
“Un libro infantile, puerile, pretestuoso, malassortito, esagerato”.
Ora che si è sfogato, passiamo al merito. O ha qualche problema?
“Scritto per racimolare qualche spicciolo per la vecchiaia”.
E la vecchiaia del dio signore dio tuo non avrai altro dio fuori di me? Prepotentello, ‘sto dio...
“Chiedo: C'è qualche interesse economico-politico sotto?”
Inviduiamoli, questi interessi sozzoni. Facciamogli dei buoni processi, così smettono di rompere!
“Ma perchè Odifreddi non si limita a parlare di matematica?”
Uno che si occupa di una branca ristretta come la matematica è meglio che non si allarghi.

Hogarth


La trappola
Solimano 10 aprile 2007

E sì che l'avevo scritto anni fa, nel primo articolo che mi pubblicò Golem: a stare in rete si risparmiano dei soldi. Stamattina sono andato in centro a Monza e dopo alcuni adempimenti necessari, banche, quelle cose lì, mi sono detto: e fare un salto da Ricordi no? Dopotutto era distante trecento metri, praticamente due passi, così sono andato a cacciarmi nella trappola. Quei furbacchioni avevano messo lo scaffale delle occasioni sotto i dieci euro in bella vista, così ho cominciato ad abboccare. I Blue Brothers, beh un film così è il caso di averlo senza pubblicità, e dagli con i Blue Brothers. Pomodori Verdi Fritti? Me lo ricordo pochissimo e non ce l'ho su VHS, via anche coi Pomodori. Lady Hawke? Non è un granché, ma c'è il Castello di Torrechiara, sotto con la Lady, che poi è Michelle Pfeiffer, motivo in più. Lezioni di Piano? Ho l'edizione in inglese con sottotitoli, d'accordo, ma vuoi mettere? Poi, oltre ad Holly Hunter, che è meglio della Pfeiffer, c'è anche Harvey Keitel nella parte del formicolone, la parte sua, vai con le lezioni di piano, non è mai troppo tardi. L'Albero degli Zoccoli? Dai, una volta che c'è un cristiano non clericale, una persona pulita come Olmi, che fai? Lo lasci a piedi? Prendiamoli 'sti zoccoli. Il Cacciatore? No, il Cacciatore è troppo lungo... Sì ma la parte buona è la prima. Mettiamoci in casa anche il Cacciatore, speriamo non spari. Gangs of New York, con sottotitolo "l'America è nata per strada". Le trovatelle si adottano, me le sono prese le Gangs, poi i miei rapporti con Cameron Diaz ormai tutti sanno a che punto stiamo, manca solo che faccia l'outing. Adesso basta, mi sono detto, e stavo avviandomi verso la cassa con la pigna dei DVD quando mi è capitato sott'occhio un cofanetto: Barry Lyndon, Amadeus e le Relazioni Pericolose tuttto per ventitré euro. Alla cassa, la signora ha capito il pollo con cui aveva a che fare e stava per rifilarmi un cofanetto di Rohmer, ma era finita la giacenza, niente Rohmer per oggi, ma lo so dove li vendono 'sti cofanetti a Milano. Ho capito l'andiamo, mi rimane solo una cosa da fare, eccola:
A.A.A.A.A.A. Offro a condizioni di realizzo uno stock di 437 VHS in ottimo stato. Prezzo trattabile (nel senso che se venite a portarvele via ve le dò gratis). Vanno bene sia gli inanonimi che gli anonimi. Fatevi avanti, una opportunità come questa non potete perderla.

Scena dal film


A caccia di immagini e di notizie
Solimano 8 aprile 2006

Il primo film è stato inserito nel blog il 21 marzo, solo poco più di due settimane fa, e trovare l'immagine giusta non è sempre facile. L'ideale sarebbe una immagine grande come lo schermo video, il che vuol dire che le immagini eccedenti vanno ridotte, ma non sempre ci si riesce, anche se una delle sorprese più piacevoli è vedere che l'immagine caricata nel blog, se ci si clicca sopra, ridiventa grande come la si era trovata. Ma per certi film la caccia non è facile, specie per quelli vecchi, non per gli antichi. Il problema è che le immagini si trovano, per i film fra gli anni cinquanta e gli anni novanta, solo che sono piccole, e la ricerca con Google (usato per immagini) è difficoltosa, perché non ci si immagina quante iniziative di vendita o noleggio film ci sono in rete, tutte con le loro immagini piccoline e con molto scritto: se posso le evito. Sono arrivato al punto che prima trovo l'immagine, poi scrivo: è frustrante aver già scritto un post di cui si è contenti, e non riuscire a trovare l'immagine all'altezza. Ma esiste anche la fortuna, che mi ha aiutato nel caso dei Fratelli Marx e nel caso del Pinocchio, difatti ho messo due link nel blog. Credo che una immagine bella valga da sola mezzo articolo. Preferisco le immagini in bianco nero a certe immagini con colori stridenti. Poi, capito su certe immagini che non appartengono al film, ma sono ad esempio foto di scena o foto del regista, se ne trovano delle bellissime, naturalmente in bianco nero. E bisognerà pensarci fra un po' di tempo, quando ci saremo completamente assestati, ad inserire anche delle immagini che non appartengono direttamente al film, oggi mi è capitato di trovarne una di Truffaut che girava sotto la neve. Andrebbero messe come chicca ogni tanto, non turbando il regolare scorrere del blog, quindi senza esagerare. A certi articoli non dotati di immagini degne, glielo ho giurata: finchè non sono trattati bene come gli altri articoli non sono soddisfatto. Ogni tanto mi è stato utile anche qualche blog che si occupa di cinema, ce ne sono diversi, ma non esclusivi come il nostro. Poi ci sono le notizie che possono servire, qui faccio una cosa che ho imparato scrivendo I Bei Momenti: in un documento word copio/incollo le notizie utili che incontro navigando, sul documento, sotto le notizie, scrivo l'articolo rapidamente, le notizie finali che mi sembrano utili le sfrutto a livello di stesura finale, che diventa così più precisa e documentata. Finirà che di questi documenti ne avrò in corso d'opera sei o sette, quale spingerò per primo? Quello che ha l'immagine più bella, che vuol dire anche la più significativa.

Elizabeth Taylor


Un palmo di naso (54)
La potatura della quercia

Solimano 5 aprile 2007

I giardinieri vengono una volta al mese, ma il lavoro grosso c’è tre volte all’anno: verso fine inverno la potatura delle piante, a primavera una sistemata ai prati, in autunno inoltrato via tutte le foglie cadute. Le altre volte, è solo manutenzione. Oggi sono venuti per la potatura ed il rumore della sega elettrica mi ha svegliato, sono Quercia roverellaandato subito in terrazza e già molti rami della quercia erano stati tagliati, anche rami robusti, non solo i rami piccoli cresciuti in un anno. Nella terrazza, che è proprio di fronte alla quercia - sarà distante sei metri, non più - arrivava l’odore della segatura prodotta dal taglio dei rami grossi, in quelli piccoli non producono segatura. E’ un odore che mi piace e che conosco bene, ho avuto per anni a che fare con aziende che lavoravano il legno vero e quello falso - fatto di colla e trucioli – usato per cucine componibili e anche per mobili a buon mercato, molto diffusi prima dell’arrivo della IKEA. La nostra quercia ce l’abbiamo davanti agli occhi da vent’anni, adesso in cima è più alta della casa, quando siamo venuti quasi non faceva ombra. E’ bella fino a maggio, poi arrivano gli afidi, che sono un problema irrisolto. Le grandi foglie si ungono di un liquido brutto, ma il peggio è che lo sporco - gli escrementi degli afidi - invade le terrazze, danneggia i fiori, specie i gerani, unge le ringhiere e le piastrelle, persino i braccioli delle poltrone da giardino. Ed ha un odore piuttosto nauseante. Quest’anno ci provano con una azione preventiva, inserendo adesso dei liquidi nel tronco dell’albero. Vedremo, non ho molta fiducia. Però la quercia, brutta d’estate, è bellissima d’autunno, con le foglie fra il rosso il marrone e il giallo. Poi le foglie e le ghiande cominciano a cadere e sono due settimane in cui mi allontano di rado dalla terrazza, temo solo il vento forte, che è capace di togliermi in un’ora una settimana di spettacolo. Il vento scuote anche i rami e fa cadere anche le ghiande. Però se va bene, a vento fermo, c’è il momento in cui il picciolo della foglia non regge più, la foglia si stacca e scende piano, veleggia, e succede che subito dopo si stacchi una ghianda che sorpassa la foglia nel tragitto, la ghianda viene giù dritta come un fuso. Non c’è minuto in cui non ne scenda qualcuna, foglia o ghianda che sia. Il freddo posso reggerlo, basta coprirmi un po’ e nella terrazza mi siedo per ore. Leggo un libro, non sto lì a cronometrare le foglie e le ghiande, ma ad ogni pagina girata mi piace guardare la quercia, e la lettura viene aiutata. Niente di romantico nei nostri giardinieri, tre giovani con un camioncino che fanno le cose alla svelta. Con la quercia quest’anno l’hanno messa giù dura, come se avessero bisogno di far legna, adesso che se ne sono andati la quercia mi sembra un bambinone di quelli che li rapavano per via dei pidocchi, o un giovane di leva incappato in un barbiere militare. Più che giardinieri li chiamerei operatori botanici, seguendo un vezzo odierno. Aveva ragione lo spiritosone del secondo piano, quando disse che il nostro è “Il giardino dei Finti Contini”. La battuta è buona, ma sono sette anni che la ripete, mi ha un po’ stufato.

C'è più gusto a leggere o a scrivere?(3)
Solimano 4 aprile 2007

E' giunto il momento della verità. Non si può costringere a leggere chi leggere non vuole, lo so, è doloroso, ma è così, facciamocene una ragione. E' inutile insistere, si seccano, e dal loro punto di vista hanno ragione: si sentono invasi. Che fare dunque, come protuberare all'esterno del sé le sudate carte su cui abbiamo passato le notti? Semplicemente in un modo: non protuberando. Quelli che ci leggeranno con piacere li conosciamo ad uno ad uno, come conosciamo quelli che non ci leggeranno mai. Non si può piacere a tutti, sarebbe anzi preoccupante piacere a certuni. Ma a noi sì che possiamo piacere. Dico possiamo, non dico dobbiamo. La soluzione è semplicissima: il perfetto scrittore deve essere anche un perfetto lettore, lettore di sè, naturalmente. D'accordo, le storie letterarie raccontano di Manzoni di qua e di Balzac di là, in dessa storia il nostro nome non figura neppure in una delle mille noterelle, ma cosa volete che sia questa voluminosa opera se non chili su chili di carta? Voi invece siete di carne e sangue, parlate, respirate, mangiate, fate tante altre cose - belle e brutte - non c'è confronto, siete più importanti voi del De Sanctis, del Ferroni e dell'Asor Rosa messi insieme. Intraprendete quindi una campagna letteraria rivolta a voi stessi, convincetevi a leggervi, negoziate se leggere l'edizione economica o quella di lusso o tutte e due - è la soluzione migliore. Scavate nei vostri scritti, dalle aste delle elementari alla lista della spesa di oggi: vi si annidano tesori sconosciuti ai più, compresi a voi stessi. E' vero, c'è qualche controindicazione. Capita di leggervi quattro anni dopo aver scritto e la reazione è: "Che bello! Peccato che io non sia più capace di scrivere così", il che può essere, il rincoglionimento procede magnis itineribus. Ma anche fosse così, una cosa potete farla: erigere un monumento a voi stessi, con lapide che dica: Qui / in mesi operosi / Solimano / scrisse / Le Novellette degli Odori / sentite dunque /spirar l'ambrosia /indizio del suo nume. Sotto metteteci la data di nascita, quella di morte lasciatela in bianco, che è presto. Potreste obiettarmi: ma allora è inutile tutta la menata dell'edizione "tascabile" e dell'edizione "strenna". Eh no! Con tutta la simpatia (la merita) verso Giuliano, perché debbo dotarlo di edizione strenna e maltrattarmi col tascabile? Dobbiamo trattarci bene, tutto qui. Conseguite un premio letterario da voi stessi indetto, sarà dura, ma la vostra giuria interiore vi assegnerà il primo posto, vorrei vedere il contrario, se si verificasse recatevi subito da un dottore, il vostro autolesionismo è in fase galoppante. Qualcuno, specie i poeti, potrebbe uscire di casa la mattina con la corona d'alloro - quello che poi serve a dar sapore alle vivande - non arrivate a questo punto, ma sull'abbigliamento qualcosa dovete fare: un bel cappellaccio finto-frusto, la pipa in bocca -spenta però, il fumo fa male- le calzature alla piccolo alpino o marinaretto a seconda della specializzazione geografica. Specializzatevi! Io l'ho fatto con gli Odori, voi lo potete fare sui Ravanelli, le Figurine, le Sciarade, i Raffreddori. E' finito lo scriver generico, ognuno scelga il suo ambito, così non ci facciamo concorrenza. Ci troveremo infine una sera in pizzeria, tutti - e tutte - acchittati comme il faut e a turno ci leveremo in piedi come facevamo all'asilo e ci delizieremo reciprocamente, i più bravi non leggeranno, sapranno a memoria capitoli su capitoli del loro romanzo capitale. Ciò fino all'arrivo del caffé e dell'ammazzacaffé, che ci sarà offerto gratis dall'oste commosso, che già si vede come una specie di scopritore di talenti. I talenti siamo noi, accorgiamocene.

Scrittore


Un palmo di naso (53)
Cascina Costa Alta

Solimano 3 aprile 2007

Di per sé, il posto è bello. Cascina Costa Alta ha una architettura decorosa di inizio Ottocento ed è attualmente utilizzata da una cooperativa di servizi, che la mette a disposizione per seminari e riunioni conviviali. Quella domenica mattina di fine ottobre ci ritrovammo più numerosi del previsto; a riunione iniziata, verso le 10 cominciò il problema: il rumore assordante delle macchine che utilizzavano la pista dell’Autodromo, il cui tracciato passa giusto a cento metri di distanza dalla cascina. Macchine normali, Cascina Costa Altanon macchine da corsa, gente che si diverte a tirare il collo al proprio motore per l’ebbrezza della velocità e pagano per questo. Il rumore copriva spesso la voce degli oratori, scusa buona per uscirmene a passeggiare nei prati e sotto gli alberi che circondano la cascina. Ma dietro c’era anche il linguaggio della politica, per me da tempo insoffribile e che mi porta inevitabilmente a distrarmi. Ho capito da tempo che questo linguaggio non è generica prolissità, è un linguaggio che dice le cose mediante vezzi e mossucce tutte sue, ma proprio non ci sono portato. Fra gli altri, uscirono anche due persone, che avevano già detta la loro nella riunione, in politichese purissimo: il Cuoco e lo Sguattero. Il Cuoco è il presidente del consiglio comunale di Monza, e quella mattina sarebbe stato il cuoco del pranzo di autofinanziamento della Associazione Monza per l’Ulivo - il vero motivo per cui eravamo lì - lo Sguattero è il presidente della Associazione e avrebbe aiutato il cuoco, ma noi lo chiamiamo lo Sguattero perché ride ma se la prende un po’. Non erano usciti perché stufi del politichese o assordati dal rumore, ma perché dovevano darsi da fare per ore, assieme a tre volontarie, se si voleva essere tutti a tavola alle ore 13, come da programma. Nella grande cucina, come prima cosa il Cuoco e lo Sguattero indossarono due grembiuloni, di quelli con i lacci lunghi che finisci per allacciarteli sul davanti, e si misero al lavoro, non in silenzio, ma parlando fra di loro e con noi che gli capitavamo spesso fra i piedi: è bello guardare la gente che lavora. Tutto le pentole erano già pronte, comprese le posate; per i piatti ed i bicchieri si sarebbero utilizzati quelli di carta, altre modalità erano insostenibili. Il lavoro grosso era quello di tagliare i polli e di farli cuocere nelle pentole larghe e basse, corredati di condimenti ma soprattutto di erbe aromatiche, specie rosmarino. L’arte vera era lì: fare in modo che quando fossimo stati a tavola, le cosce ed i petti di pollo sembrassero tutti fatti espressi e cotti in contemporanea, cosa in pratica impossibile. Non racconto il rimestìo, so che in quella cucina dopo un po’ era tutto uno sfrigolamento di cottura con un conseguente odore forte e semplice: pollo fritto col sovrappiù del rosmarino. Non una cosa da nouvelle cuisine, più da refezione dei frati o al campo da militari, però una cosa allegra, difatti le battute fioccavano: il Cuoco e lo Sguattero erano consci del loro ruolo non di presidente di qui o di là, proprio di Cuoco e Sguattero, e nelle parole degli astanti c’era ironia, sì, ma rispettosa. Andò tutto bene, infine, alle 12.30 cessò il rumore delle macchine, e alle 13 fummo a tavola, avendo pagato tutti la propria quota, Cuoco, Sguattero e volontarie comprese. E’ un fatto di fierezza e di libertà. L’Associazione siamo noi, e noi la manteniamo, niente contributi strani. Costa la tessera annuale, costano i pranzi di finanziamento, costa la scossa alla pianta quando la cassa è vuota (sono venuti Cacciari, Davigo, Santoro, Travaglio, Bindi a Monza, e le sale costano), ma ci sta bene che sia così. Finito il pranzo, tutti a prendere il caffè sotto il porticato della cascina, poi di nuovo in riunione, sessione breve però, prima delle cinque del pomeriggio bisognava chiudere. Grande dibattito sugli argomenti trattati in mattinata, cinque minuti ad ognuno per dire la sua. E ricominciò il linguaggio incomprensibile. Non è che tutti lo praticassero, ma anche quelli che parlavano come le persone normali si adattavano allo splendore del politichese di chi aveva parlato prima di lui. Non c’è niente da fare, occorre accettare che sia così . Il Cuoco e lo Sguattero non c’erano più, spariti anche i grembiulini, c’erano il presidente del Consiglio Comunale ed il presidente della Associazione, esperti di politichese a livello di alta filologia, quasi da Accademia della Crusca. Non me la sentii di uscire - la scusa del rumore non c’era più - e restai fingendo di ascoltare ma fantasticando sui fatti miei. Meno male che prima di andarcene tutti a casa qualcuno aveva predisposto un autentico bidone sfondato da caldarrostaio - chissà dove l’aveva trovato - e nel pomeriggio già freddo ce ne stemmo tutti attorno ad aspettare il proprio turno dei marroni arrostiti, col loro splendido odore, specie se sentito nell’aria freddina del bosco a inizio autunno. L’effetto fu che riprendemmo tutti a parlare normalmente, si vede che l’odore del pollo, del rosmarino, delle caldarroste per il politichese sono peggio dell’aglio per i vampiri, perché un odore è vita in presa diretta.

C'è più gusto a leggere o a scrivere? (2)
Solimano 1 aprile 2007

Dopo l'elenco delle reazioni di quelli che hanno ricevuto il malloppone delle Novellette degli Odori, si può prendere in esame la psicologia del potenziale lettore. Anzitutto faccio una affermazione tanto banale quanto inattesa: ci sono tante persone acculturate, Scrittoremagari con fior di laurea, che leggono poco, pochissimo.
A Cesenatico ero nella casa estiva di un amico, ingegnere come me: ebbe la sua da fare a convincere la moglie che non aveva buttato dei soldi nel canale comprando quella mattina la magna opera "Io speriamo che me la cavo". Non sapevano dove metterlo, quel volumetto, non esisteva la biblioteca in casa loro, per piccina che fosse. Queste persone, quando hanno ascoltato il telegiornale, in genere azzardano la lettura solo delle pagine sportive o di una rivista di gossip, che difatti hanno tirature stratosferiche. Non li sto accusando di ignoranza, esiste anche l'asino che legge, ma una volta raggiunta una scolarità anche rilevante non sfogliano più libri, se non quelli a cui sono tenuti per lavoro. Il libro per loro sa di fatica, di obbligo, di tempo schiavo, non deve invadere il loro tempo libero. Non possiamo pretendere che agli altri piaccia quel che piace a noi, e quindi rispettiamoli, così come sono. Gran cercatori di funghi, gastronomi eccellenti, pazienti pescatori, seduttori di forosette, manutentori assidui dell'auto propria e dei parenti tutti: lasciamoli in pace! Sono gentili con noi, pur compatendo il nostro strano vizio della lettura, ci vedono come portatori di cilicio per chissà quale colpa infantile. Dicono al fruttarolo e al fontaniere che un loro amico - poveretto! - scrive, ma gode comunque di buona salute. Il giorno in cui si accorgono che non gli chiediamo più di leggere, sospirano di sollievo e ci invitano a cena a casa loro - la moglie è in genere cuoca provetta.
Poi ci sono quelli che leggono molto e scrivono anche molto. Occhio a questi, possono essere pericolosi, in ogni caso sono nostri concorrenti. Eh sì: dove entrano loro non entriamo noi. Ci troviamo di fronte al potenziale lettore mutato in asino di Buridano: leggo Giuliano o Solimano? Nessuno dei due in genere, i lettori ingordi prediligono opere scritte mille anni fa e tramandate di padre in figlio per secoli, specie se illeggiadrite di illustrazioni e vignette: il figlio di Carlo Magno, la nonna del Corsaro Nero, i vizi di Fredegonda Merovingia prevarranno sempre sulle Bue e sulle Storie di fabbrica, sugli Odori e sui Refusi. Limitiamo i danni, con questi, non spenderanno mai parola per noi, sono persone crudeli perché ne va del loro Diritto di Lettura Libera, che si può anche scegliere di non esercitare. A meno che non si faccia un Congresso di Vienna fra lettori/scrittori e scrittori/lettori: colpo formidabile, da cui uscirebbero catene di Sant'Antonio da riempire scaffali e scaffali di Biblioteche Civiche.
Ma che fare con i cari amici nostri che proprio non vogliono leggere? Semplice: convincerli a scrivere, tutto sarà facile, dopo. Come convincerli? Lodando i loro scritti, apparente tautologia, ma riflettiamo: scriveranno pure la lista della spesa, compileranno un certificato, un bonifico, un bollettino. Lodiamo la loro grafìa, in mancanza d'altro, ci vorranno bene ed assentiranno, in interiore cordis: anche loro, come tutti, credono di saper già scrivere, non lo fanno solo per mancanza di tempo. Lo troveranno, se lodati, l'importante è restar seri la prima volta che vi fanno leggere qualcosa di loro. Su quelle sudate carte non ci sono errori di grammatica, ma anacoluti, la mancanza di virgole è una scelta stilistica, i congiuntivi via, sono démodé, fanno bene ad usare l'infinito, come il Venerdì del Robinson Crusoe o la Mamie di Rossella O'Hara. Au revoir.

Un palmo di naso (52)
Vino rosso e caldarroste

Solimano 31 marzo 2007

Io e un mio amico facciamo così: quando uno dei due ha voglia di fare la passeggiata serale con conseguente chiacchierata, telefona e dice all’altro: “Andiamo?” L’altro risponde sì o no senza bisogno di qualificare la risposta, l’unica cosa in cui ci si mette d’accordo è su chi richiamerà la volta successiva. In questo modo succede che non si passeggi per mesi, ma può anche capitare che ci si trovi due volte nella stessa settimana. Siamo contenti che funzioni così. L’appuntamento è di fronte Caldarrosteall’Arengario, l’amico arriva in bicicletta, io ho lasciato la macchina parcheggiata trecento metri più su, vicino a Piazza Citterio. Nelle due ore successive camminiamo per quasi tutte le strade del centro, facilitati dalle zone pedonali ed anche dal fatto che di sera il traffico a Monza non è molto intenso. Una sosta la facciamo in un bar piuttosto grande - ha anche il biliardo - che dalla parte opposta all’ingresso dà sul Lambro, che non è sempre brutto come si dice. Al bar beviamo qualcosa, uno spumantino per l’amico e un analcolico per me; se la stagione lo consente, ci fermiamo un quarto d’ora seduti ad un tavolo sopra il Lambro. Gli argomenti sono i soliti: quello che succede nel mondo, specie Israele, Iran e Iraq, adesso anche la Cina - l’amico si è letto il libro di Federico Rampini - ma il piatto forte è costituito dall’etologia e dal darwinismo, e meno male, perché sono due argomenti in cui andiamo d’accordo, in politica cerchiamo di andarci cauti, c’è il rischio di discutere, perché non la pensiamo alla stessa maniera. Tutti e due abbiamo lavorato per multinazionali americane, solo che l’amico è filoamericano a prescindere, io lo sono con molti distinguo. Questa almeno è la mia opinione, secondo lui a prescindere sono io. Una sera d’inverno uscimmo nel freddo intenso ma non era un problema, sapevamo come coprirci e poi camminando ci si scalda, solo che si mise a piovigginare. Era appena mezz’ora che eravamo fuori, ci seccava rientrare. L’amico mi disse: “Andiamo a casa mia, ho delle belle castagne e la padella bucata per arrostirle”. La moglie dell’amico quella sera era comandata di cineforum: quando si fa l’abbonamento al ciclo di film, lo si fa con altri e secca - qualsiasi sia il film - rompere la compagnia, ci si va comunque; a Monza, caso raro, ci sono dei critici ben preparati che rendono attraente il dibattito finale, se lo giocano non con l’estetismo ma con la competenza. A casa sua l’amico stappò una bottiglia di rosso che mi assicurò essere assai buono, io, quasi astemio, non potevo che fidarmi. Intanto con il coltello apriva spiragli nella buccia delle castagne ed io curiosavo in cucina. Con sorpresa vidi “Una storia italiana” il libro-fascicolo con tante fotografie che Berlusconi aveva inviato a tutte le famiglie. Quello che era arrivato a casa mia aveva già fatto una brutta fine, lì dall’amico era in bella vista fra la sveglia e le boccette dell’olio e dell’aceto. Non dissi nulla, intanto lui aveva acceso il gas sotto la padella bucata piena di marroni che più grossi non si può. Si parlava, bevendo qualche sorso di vino rosso, e lui girava le castagne in modo che la cottura fosse uniforme. L’odore delle castagne non era rapinoso come quello dei caldarrostai che esistono ancora - carissimi - ma era comunque gradevole, con in più la forza un po’ dura degli aromi del rosso. Ne facemmo fuori diverse, di castagne, il discorso di quella sera verteva su Lorenz e Laborit. Dovevo tornare a casa mia, mi alzai dal tavolo, l’amico mi disse: “Ho visto che davi una occhiata a quel libro, vuoi leggerlo?” “Già fatto, tienilo pure”, risposi. Risata comune e saluti. L’amico è uno che ebbe la sua da dire quando sua moglie venne con noi alla Festa di Protesta di Nanni Moretti, ma quando tornammo a casa col treno speciale, fece trovare alla moglie la cassetta VHS con la registrazione TV della manifestazione. E’ uno fatto così, siamo amici.

C'è più gusto a leggere o a scrivere? (1)
Solimano 30 marzo 2007

Ho quasi ultimato la spedizione delle mie Novellette degli Odori nelle due edizioni, quella "tascabile" e quella "strenna". Ho fatto sinora trentadue spedizioni e ne devo fare ancora quattro, che effettuerò in questi giorni. Dopo attenta riflessione, mi sono reso conto che non basta che io spedisca, occorrerebbe che i lettori leggano. Parrà strano, ma ci sono dei birichini in giro, che invece di commuoversi di fronte ad una e-mail di oltre 1,3 Mega e di conseguenza tralasciare le loro attività quotidiane per leggere avidamente il milione e trecentomila bytes arrivati, hanno reazioni di tipo diverso, di cui vorrei fare qui alcuni esempi:

Sempé"Uffa! Quanto scrive... Si vede che non ha niente da fare tutto il giorno mentre io invece etc etc"
"Non solo scrive, ma mi chiede le tre Novellette che mi sono piaciute di più, così verifica se ho letto. Peggio dei compiti a casa etc etc"
"Dovrebbe saperlo che io ho una rinite per cui non sento nessun Odore dal lontano 1987, con le complicanze del 1992 etc etc"
"Stavolta lo denuncio alla Polizia in rete. Come si permette di invadere la mia posta elettronica etc etc".
"Nessun problema, lui spedisce ed io uso il tasto Elimina. A ognuno il suo."
"Lo so perchè mi fa queste spedizioni. Sta negoziando con un editore e spera che io compri il libro."
"Cinquantaquattro odori? Gli odori sono solo due, il profumo e la puzza. Leggerò le prime due Novellette e festa finita."
"Ma come avrà fatto a sapere che io sono il nipote di secondo letto del suo prozio Anacleto, tanto bravo quanto analfabeta?"
"Questi due file, la strenna e il tascabile, non avranno attaccata una raccomandata di pagamento contrassegno?"
"Ho trovato! Le faccio leggere a zia Immacolata, così non compra la Settimana Enigmistica, poi mi dice tutto in dieci minuti."
"Solimano? E chi è? Ah... il compagno di scuola che non mi lasciava copiare. Prrrrrr!!!"
"Già mi è toccato leggerle in Stile libero, 'ste Novellette, adesso che vuole? Che le rilegga? Grazie, abbiamo già dato."
"Mo' gli scrivo che fino al 15 ottobre 2008 ho degli impegni prioritati, poi si vedrà."
"Ah sì? Lui mi ha spedito 1,3 Mega, adesso gli spedisco il mio Poema Eroicomico, quarantasei canti di ottave, così impara."
"E' la volta che cambio la e-mail senza dirgli niente. Anzi... l'ho già cambiata prima che arrivasse il pacco eh... eh..."
"Secondo me è in difficoltà economiche e vuol chiedermi un prestito."
"Poveretto, dopo la depressione non è più lui."
"Era così anche prima della depressione, si vede che è proprio guarito."
"Gli ripondo al volo: il medico mi ha proibito di guardare lo schermo del PC."
"Gli dico che il mio l'antivirus inibisce l'arrivo delle e-mail sopra i 20k."

Un palmo di mano (51)
Anestetico

Solimano 28 marzo 2007

Sono convinto che ci si nasca, predisposti alla carie dentaria. Se uno nasce così, può solo rallentare un po’ l’insorgere di questo cronico guaio, che prima o poi si presenta ed agisce. A me cominciò presto, poco dopo i dieci anni, e la mamma mi accompagnava dal dentista, che stava in via Mazzini a Parma. Era comprensiva, sapeva come si sarebbe svolto tutto, anche lei era nata così, anche il babbo, ed avevano passato le loro traversie, che dopo uno lo racconta come se fosse una cosa da nulla, mentre quando mi Pietro Longhi - Il cavadentisedevo su quella poltrona e guardavo il dentista impugnare il trapano, che era un arnese piuttosto grosso, avrei voluto essere dovunque tranne che lì. Non per l’impressione o per il rumore che faceva, proprio perché ti faceva male e dovevi tenere aperta la bocca. Giorni brutti, ma il peggio doveva ancora venire, e fu quando cominciarono a venirmi gli ascessi dentari, che ogni tanto si presentavano probabilmente perché la cura precedente non era stata effettuata con tutti i crismi. La tecnologia ne aveva di strada da compiere, e c’era trascuratezza riguardo i denti: di fronte al rischio delle malattie di allora al mal di denti non si dava molta importanza - quando non c’era. Anni dopo, il mal di denti mi assalì mentre lavoravo allo zuccherificio, non riuscivo a stare fermo e camminavo infuriato avanti e indietro. Il peggio fu durante il servizio militare: un dentista sgarbato all’ospedale del Celio mi mise a mal partito, mi venne in mente lui quando vidi il film Il Maratoneta. Carie, devitalizzazioni, estrazioni: di tutto.
A Parma saggiamente presi quattro o cinque appuntamenti di prima mattina, mi avevano spiegato che se uno deve andare al dentista la sera, si trascina dietro l’assillo per tutta la giornata, invece uscire alle 9 del mattino dal dentista mi rendeva quasi radiosa la giornata, privata della spada di Damocle finale. A Monza trovai una equipe di dentisti che l’aveva trovata giusta: lavorare sulle urgenze. Eh sì, perché hai un bel prendere l’appuntamento, ma se il mal di denti arriva, vai dal dentista che ti riceve subito, anche se ti fa spendere di più. Poi la tecnologia fece dei passi in avanti, i trapani divennero più piccoli e più veloci, infine arrivarono le iniezioni di anestetico. La prima volta mi parvero una piccola tortura in più, l’ago della siringa faceva male, e c’era quell’odore pungente che non conoscevo; mi resi conto quasi subito che il dolore diveniva semplice disagio. Il più era fatto, affrontai delle sedute che duravano anche tre quarti d’ora disteso - ora le poltrone hanno il ribaltabile - a bocca aperta, ascoltando le chiacchiere del dentista e della assistente. Lo studio è a meno di cinque minuti di casa, come prima cosa il lieve dolore dell’iniezione, preannunciato da quell’odore che conosco ormai così bene e che mi dice : “Non soffrirai più!”, il dentista ama la musica di un amore totale, da Monteverdi a Ornette Coleman, quindi il tempo passa quasi piacevolmente. Ogni tanto capita anche l’odontotecnico e si sfottono fra loro, mentre io sto lì a bocca aperta per una impronta o altro, sono persino riusciti a farmi ridere mentre il dentista mi scarugava in bocca. Ho alzato una mano, il dentista preoccupato mi ha chiesto se mi aveva fatto male, gli ho detto che la musica va bene, ma che non mi facciano ridere col trapano in azione, che non sta bene. Almeno qui, il peggio è passato, lode sia all’anestetico, chi non ha provato le mie traversìe non può rendersene conto.

Che succede in redazione?
Solimano 27 marzo 2007

Nella vita se ne passano di tutti i colori, non credevo però di partecipare a riunioni di redazione di un giornale, sia pure un giornale on line. Monza la città http://www.monzalacitta.it/ sembrava dovesse essere una specie di back up informatico del Prima paginafree press con lo stesso nome che esce settimanalmente a Monza da qualche mese, che portasse semplicemente in rete una serie di articoli già usciti su carta, invece vive di una vita sua propria per due motivi: ogni giorno c'è qualche novità, mentre la cadenza del free press è settimanale, inoltre ci sono più articoli e soprattutto si può sfruttare la tecnologia, tipo You Tube e oggi sono comparsi i filmati riguardanti le modalità di propaganda elettorale delle due fazioni maggiori, quella del sindaco Faglia e quella del concorrente Mariani di centrodestra. Quindi l'altra sera mi sono sentito un po' come Jack Lemon e Walther Matthau, giornalisti in Prima pagina di Billy Wilder, la mia capacità di mitizzazione evidentemente funziona ancora, magari troppo. Ma che succede, in una redazione di un giornale on line? Anzitutto, si sta molto attenti se è presente l'editore, cioè quello che caccia la grana, perchè mica tutti fanno le cose a gratis: il webmaster va pagato, anche certo giornalisti, gli stessi che scrivono nel free press, una ciliegia tira l'altra. Quindi nessuno si sbottona in critiche, tantomeno innesca diverbi, ci si guarda attorno per capire come va il sito. Qui la cosa si fa complessa, perchè una cosa sono le visite e una cosa sono gli accessi. Monza la città ha molte pagine, quindi gli accessi superano di gran lunga le visite: chi ci arriva, prima di andarsene lo sfoglia un po', proprio come se fosse un giornale di carta. Poi c'è l'effetto sabato/domenica, sì, perchè le visite fanno il week end, in quanto diversi guardano il sito dal posto di lavoro (birichini, ma tutti fanno così) e il sabato e la domenica vanno a pescare o al Parco: si vede proprio una bella valle fra il venerdì e il lunedì. Poi c'è l'effetto newsletter: il giorno dopo che è stata inviata la newsletter settimanale, che è una e-mail cliccabile articolo per articolo, le visite salgono. E qui si innesca la discussione, perchè sarebbe bello di averne di più, di e-mail a cui mandare la newsletter, ma i partiti, specie quello più grosso, le loro e-mail le tengono in cassaforte (per meglio dire in frigorifero ma lasciamo perdere, è un discorso che ho già fatto). Poi c'è l'intervento di quello a cui non si può non voler bene, che dice: "Il nostro target è Monza città, ma l'obiettivo è arrivare in tutta la Brianza", gran bel discorso se applicato al giornale di carta, ma un giornale in rete che fa, si ferma al casello daziario fra Monza e Lissone o fra Monza e Cinisello? Gli vuoi bene e gli spieghi che uno con un click ti può vedere da Sidney o da Buenos Aires, capisce e ribatte: "Benissimo, giriamo col megafono per Sesto San Giovanni e Seregno a dire che facciano tutti 'sto click del cacchio!" Allora vorresti spiegargli che uno di Vimercate che je frega dell'uomo che morde il cane di Monza, vuole l'uomo che morde il cane di Vimercate etc etc. Però alla fine ci si capisce, perché le visite stanno crescendo, buon pro ci faccia. I più tranquilli siamo noi delle Rubriche, io con le Farfalle nella rete, le ragazze di Rossetto, quello di Monza vista dal Cielo, quello del Piatto Unico, l'astrologo ero curioso di conoscerlo perchè esce anche l'oroscopo, ma non ho avuto ancora il piacere, chissà se esiste realmente. Volevamo fare un patto d'acciaio fra i rubrichisti, alla tu visiti me io visito te, ma il webmaster ci ha fregato: le visite delle e-mail dei redattori è come se non fossero successe, sono fuori dal conto. Sì', ha ragione, lo ammetto, potevano insorgere dei ballottini, ma è troppo spietato! Quindi, il mio è un appello forte e chiaro a chi passa e mi legge: venite a visitare le Farfalle in rete, se no ci rimetto l'a gratis che ci guadagno!

Un palmo di naso (50)
Pulizia dei vetri

Solimano 26 marzo 2007

Non è una vecchia abitudine che ci portiamo dietro, è che in questo periodo occorre rimettere le piante in terrazza. Per tutto l’inverno sono state nel soggiorno e nell’ingresso - dove la luce della lampada è di giorno sempre accesa - e quelle nel soggiorno sono piante grandi, il ficus benjamina arriva al soffitto e blocca l’accesso alla porta-finestra più grande, utilizziamo quella piccola per andare e venire. Quando le ficus benjaminapiante le abbiamo spostate ci accorgiamo che i vetri hanno bisogno di una pulizia radicale. Succede la stessa cosa nelle altre stanze, dotate anch’esse di porta-finestre e mi tocca rassegnarmi: ci sarà la giornata della pulizia dei vetri, che non è una cosa semplice perché occorre agire su tre livelli: stando in piedi, salendo su una sedia e su per la scala fino a sfiorare con la testa il soffitto, altrimenti i vetri più in alto non vengono puliti. Per fortuna tutto è reso più semplice dalla assenza delle tende, sono decenni ormai che ci abbiamo rinunciato - l’assenza di tende vuol dire più luce - una cosa che però non è usuale, non conosco una casa di miei amici che non abbia le tende. E sì che loro stanno magari al quarto o quinto piano, mentre noi abitiamo al piano rialzato di una palazzina che non va oltre il secondo piano. I prodotti per la casa da molti anni hanno odori non fastidiosi, un tempo non era così e quando si cominciava a lavorare c’era ad esempio l’aggravante della puzza di ammoniaca. Sono prodotti in maschera: l’odore sottostante è quello originario, ma è raffrenato da vezzosità che invogliano al consumo. Così è anche per i vetri: il prodotto che uso ha un odore tenue ma allegro che invoglia l’operosità, un odore coerente col tenue azzurro del liquido. La prima passata va fatta con carta di giornali, non liscia però, perché è bene che il liquido detergente sia assorbito rapidamente, togliendo così il grosso del