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5 agosto
Rowena 6 agosto 2007

Quando si esce di casa, nella tarda mattinata di una domenica, 5 agosto, la città è deserta. L’unico grumo di gente davanti all’edicola, la sola aperta nel raggi di mille chilometri suppongo, per lo più babbi coi bambini per mano, a cercare albi da colorare o qualsiasi cosa che li tenga buoni nella calura del pomeriggio. Si pedala volentieri, la giornata è bellissima, calda come dev’essere una giornata d’agosto, e ventilata. Si attraversa la città, verso il mare, e qui la pista ciclabile si snoda in mezzo a parchi alberati, costeggia scivoli e altalene, sfiora vecchietti sulle panchine, si incurva in ponticelli che imitano Amsterdam. E pedalata su pedalata la città si sfila dietro a noi, fino ai cancelli arcigni di lussuose ville, poi a qualche casolare, poi più niente. Uno di noi è la 654° bicicletta che passa, ci avverte un cartello luminoso.
Fuori città il traffico aumenta, e il vroom vroom incessante delle macchine che ci transitano a fianco ci impedisce di sentire il silenzio. Che sarebbe immobile, come il paesaggio che si stende attorno, dalla campagna alle creste delle industrie, impennacchiate di fumo, che ci mostrano da lontano, sulla sinistra, dove si trova il porto. A destra ciuffi di alberi e un campanile di forma ravennate, rotondo e tozzo; ai pensa subito a Classe, ma non è. Pedalo contro il vento che soffia, a volte anche un po’ troppo rudemente per la mia pedalata rilassata e pigra, dal mare. E le gambe avvertono la resistenza di un’ appena percettibile, ma costante, risalita verso la costa; che la città sia sotto il livello del mare è cosa risaputa, ma lo si nota solo quando si va in bicicletta. E al ritorno si fa sempre più in fretta, sfruttando l’appena percettibile, ma costante, discesa.
Il paese sulla costa assomiglia a tutti i paesi di mare, con la gente che cammina in mezzo alla strada, i negozi aperti e, fuori, le esposizioni di cappelli e salvagente, ciabatte e prendisole. Cerchiamo – ma è dall’inizio dell’estate che lo stiamo cercando – il posto ideale per fermarci, lontano dagli altoparlanti che sparano musica nelle orecchie o, peggio, il blabla dei dj. Le biciclette scompaiono nella pineta, ne riappariranno solo a tarda serata.

Al mare, in bici


Oriente
Alessandro 6 agosto 2007

Ho comprato molte spezie orientali...Ho comprato molte spezie orientali.
Non sono tutte uguali;
dell’ocre del deserto hanno l’aspetto:
nelle pietanze, in alchimie fatali,
senza sapere quali,
le uso senza lume d’intelletto.

Coriandolo, cumino, fieno greco….
ne abuso fino a spreco
in un tripudio di profumi accesi
che mescolati a caso, a sguardo cieco
conservano ancor l’eco
di suoni e di magie di quei paesi.

Nel mistico color la carne intrisa,
fra sibili e vapori; quasi arcana
dalla padella emana
un’armonia profonda ed improvvisa.

Il desco a sera è pronto; e cosa strana,
il giorno appresso, dopo il pasto fiero
mi sveglio anche leggero…
e di gastrite il rischio s’allontana

Unica estate
Alessandro 2 agosto 2007

...delFra grovigli di spine,
nere, lucide bacche
sulle rovine delle antiche mura;
filari di colline
intorpidite, fiacche,
all’orizzonte fanno da cintura.
Riparo alla calura
sono le fitte fronde
del decrepito ulivo;
ormai di forze privo,
nel naufragar la mente si confonde.

profuso fra le pietre e la ginestra...E’ dolce stordimento
Il frinir di cicale,
dal ritmo reiterato eppur silente
al tempo stesso; e il vento
sospira di grecale,
smuovendo appena i rami, lentamente.
Lo sguardo verso Oriente
risale fino ai neri
crinali d’aspri monti,
alla bufera pronti
in lontananza, solitari e austeri.

Tempo d’estate. Incanto,
oro di calda luce
profuso tra le pietre e la ginestra;
a identico rimpianto
la mente si conduce:
e ti rivedi ancora alla finestra
cercar la via maestra
fra l’agitato mare
e il tetro monte, a sera,
invocando preghiera
cui ancor risposta tarda ad arrivare.

Le Mele avvelenate... (1)
Lodes 30 luglio 2007

Da Repubblica on line del 30.7.07

Accolte le dimissioni dall'Udc. Intanto il segretario dell'Udc Lorenzo Cesa, in una conferenza stampa alla Camera, ha annunciato di aver accolto le dimissioni presentate da Mele: "Sono profondamente amareggiato per quello che è accaduto", ha esordito il segretario dell'Udc, ma poi ha aggiunto: "Ieri mi ha correttamente informato dell'accaduto e ha riconosciuto di aver sbagliato. Ma resta la censura per un comportamento "non compatibile con il partito" anche se il segretario evidenzia le fatiche del parlamentare: "La vita del parlamentare è dura se fatta seriamente, ricca di impegni fuori casa, con tanti giorni da solo a Roma...". Da qui la sua proposta di favorire il ricongiungimento dei parlamentari con le famiglie: "Tema non nuovo, lo abbiamo sempre sostenuto".

Commento:
Mela avvelenataLa vita dei parlamentari è proprio dura. Costretti come sono a lunghe permanenze nella città eterna. Soli come cani, costretti a lavorare come schiavi senza un attimo per sé. Ha ragione il segretario Cesa, il Parlamento dovrà provvedere con una indennità di rimborso per mantenere la famiglia in albergo mentre gli onorevoli sono impegnati in aula. Nel frattempo per tutti i pendolari del paese, per gli emigranti costretti a Mela avvelenatalasciare la propria terra e i propri cari, per le persone che tutti i giorni vanno a lavorare si potrebnbe fissare una tassa di scopo……ops..pardon…tassa specifica per aiutare gli onorevoli a far fronte al costo delle puttane di alto bordo.

Le Mele avvelenate... (2)
Rowena 30 luglio 2007

Intendiamoci, io sono per la libertà di ciascuno, se in età della ragione, di drogarsi e di andare con prostitute – anch’esse maggiorenni e consenzienti. Naturalmente sono anche per la libertà di ciascuno di dare il giudizio che crede su questi comportamenti.
Cambia però quando il soggetto in questione non è una persona qualsiasi, ma il rappresentante di un partito che combatte strenuamente sul fronte del proibizionismo e sventola per sua bandiera il bacchettonismo familistico. Allora la faccenda inizia ad assumere un tono da battuta grassa, un colorito boccaccesco di frati fornicatori e di preti bestemmiatori… e dai precordi torna a galla la voce grave di mio nonno… “Non ti fidare mai di un baciapile!”.
L’ipocrisia bacchettona richiama contrappassi sarcastici, mentre due ragazzi, baciandosi sfrontati, la sfidano con la momentanea eternità dell’amore.

Estiva
Alessandro 28 luglio 2007

Tramonto d'estate Eppure il vento caldo dà conforto.
Benvenuto respiro, nell’immoto
calar del giorno vuoto:
è già tramonto, e non te ne sei accorto.

Avvolto da quel magma vellutato,
si scioglie di te stesso la coscienza,
goccia per goccia, e a rivoli riversi
nell’aureo fiume estivo la tua essenza.

Scompare all’orizzonte il carro alato;
ma diurna vampa sembra intrattenersi
nel dolce oblio dei tuoi pensieri persi.

E l’indomani sarà il replicante,
denso, afoso, fumante,
del giorno precedente ognor risorto.



Partenza
Roby, 28 luglio 2007 Ci siamo quasi. Manca una settimana. Dopo un anno che definire horribilis, dal mio personale punto di vista, sarebbe un pallido eufemismo, le sospirate vacanze estive stanno alfine per iniziare. Ferie, per me, equivale a viaggio, più o meno lungo a seconda delle disponibilità economiche del momento. “Partire è un po’ morire” è una rima che al mio orecchio suona male, anzi malissimo. Il momento del viaggio che preferisco è proprio quello dello spostamento, sia l’ ANDATA (da casa alla meta), sia il RITORNO (dalla meta a casa). A me il mondo visto dal finestrino (auto, aereo o treno che sia) piace da impazzire. Specialmente quando si tratta di un pezzo di mondo che ancora non conosco, fosse pure lo sperduto paesino di montagna a un’ora di macchina da casa mia. E se poi, oltre alla novità del luogo, ci si mette anche quella della lingua, il divertimento cresce in maniera esponenziale. I miei familiari si stupiscono di come io trovi naturale, appena arrivata in un paese straniero, imparare in quattro e quattr’otto le espressioni idiomatiche essenziali, tipo “Ciao, Grazie, Dov’è il bagno, Quanto costa questo?” ed usarle nella maniera appropriata. Il gioco, naturalmente, mi riesce meglio nel caso di territori francofoni o anglofoni, ma vi assicuro che ci proverei anche con l’inhuit o lo swaili, a dispetto della mia naturale timidezza: che del resto evito accuratamente, nei limiti del possibile, di mettere in valigia. PS: nel caso vi servisse, in TURCO “grazie” si dice TESCEKùR-EDèREM, e “ciao” GULèY-GULèY.
On the road


Binari
Roby&Stefano, 24 luglio 2007

"Cesare, classe 1890, era mio nonno. Una vita da ferroviere: entrato in azienda nel 1923 come accenditore, successivamente promosso fuochista, al momento della pensione era macchinista, pur non avendo mai materialmente guidato una locomotiva. Mio padre, Fiore, classe 1923, nel ’44 vinse il concorso alle Ferrovie come applicato, trovandosi quindi a lavorare alla scrivania di un ufficio anziché sui binari. Per il nonno, questo era motivo d’orgoglio: se mai suo figlio si fosse sporcato le mani - pensava - sarebbe stato di inchiostro, non di grasso o di carbone.
Io, Stefano, classe 1954, la domenica venivo da entrambi accompagnato alla stazione, e qui delicatamente depositato sul predellino del treno fermo al binario 16, l’ultimo, di S. Maria Novella, quasi a volermi simbolicamente “passare il testimone”.
In realtà, non ho continuato la tradizione. Almeno, non alla lettera. Ma, occupandomi di comunicazione - sia pure in senso audiovisivo - quel testimone, a ben guardare, io l’ho ricevuto, e a modo mio l’ho sviluppato. Perché se un treno, una locomotiva, un binario servono a mettere in contatto, ad avvicinare due entità, io cerco di fare lo stesso attraverso le immagini, comunicando emozioni a chi guarda ed avvicinandolo a problemi, scenari, contesti che credeva lontani. E che appaiono invece vicini, inquadrati nel rettangolo di un finestrino che fa da schermo ai ricordi."

Una scena da Il ferroviere di Pietro Germi


Campare la vita: numero speciale
Rowena 24 luglio 2007

Un deputato locale si lamenta per le sue condizioni: in fondo guadagna 6000 euro al mese (gli altri li versa al Partito, che in questo caso ha ancora la maiuscola), e fa “una vita di merda” (parole sue). Rifletto che, certo, la percezione della propria qualità di vita non è strettamente dipendente da quanto si guadagna. Magari sua moglie gli fa le corna, lui soffre di gastrite cronica, o suo figlio non gli ha telefonato nemmeno a Natale. Forse il suo lavoro non gli piace, ma siccome non ne sa fare nessun altro, non può cambiarlo.
Ma dimentica, l’onorevole, che sta parlando ad un popolo che sta perdendo gli ultimissimi scampoli di fiducia nella classe politica e che ha maturato, giusto o sbagliato che sia, l’idea che fare politica non sai propriamente un servizio al paese, ma a se stessi “e ai propri amici” (come ci ha ricordato da poco anche Mastella). Così, fra quelli che guadagnano 1000 euro al mese e si considerano fortunati perché hanno un lavoro a tempo indeterminato, e quelli che invece hanno il contratto in scadenza il 31 dicembre; fra quelli che vorrebbero metter su famiglia ma non hanno i soldi per la casa, e quelli che magari guadagnano di più, ma lavorano 12 ore al giorno; fra gli anziani con una pensione, quella sì, di m….., e i giovani laureati che hanno dovuto accettare un lavoro in un call-center …. fra tutti questi, e molti altri ancora, l’onorevole troverebbe facilmente da scambiare la propria insoddisfacente vita.
Poi c’è sempre qualcuno che ci mette in guardia dalla deriva dell’antipolitica; come se fossimo noi ad essere antipolitici e non questa classe dirigente (adesso vorrei dimenticarmi di essere una signora, e qualificarla come l’onorevole qualifica la sua propria vita). Ma sant’iddio, ma come si fa a non sognare di prenderlo a calci nel suo onorevole sedere, magari su per un’impalcatura, con un secchio di calcina sulle spalle?

Calcinculo


Ode per le primarie
Sissi 23 luglio 2007

Il dibattito è aperto,
Il dibatitto è aperto...e in meno di tre mesi
toni sempre più accesi
assumerà d certo

la sfida walter-rosy,
di grande e forte impatto,
procurando, di fatto,
a tutti noi curiosi

molteplici elementi
per poter valutare
...la sfida walter-rosyil precipuo “che fare?”
di entrambi i contendenti;

e forse scopriremo
(ché ancor non s'è capito)
se dentro al neo-partito
un ruolo ce l'avremo:

noi “base”, militanti”,
noi, “società civile”
di atei e bacia-pile,
di pavidi e iattanti,

di bigotti e di gay,
...di pavidi e iattantid'incerti e risoluti,
di felloni e cornuti,
ognuno con i nèi

di un Paese complesso,
moderno ed arretrato,
feroce e spensierato,
un po' furbo e un po' fesso...

Chissà se sul finire
di un'estate infuocata
si sarà esplicitata
...feroce e spensierato(e potremo capire)

la natura, l'essenza
di un partito neonato
che nasce già gravato
dall'enorme incombenza

di accogliere le istanze
di chi fin qui ha votato
per Dini e per Amato,
gli umori e le lagnanze

dei fans di Finocchiaro,
di chi appoggia Casson
e chi tifa Bordon:
ché se c'è un fatto chiaro

è che in questo Paese
gli interessi di parte
confondono le carte,
e a farne, poi, le spese

è il bene collettivo:
ché, spesso, l'Apparato
il senso dello Stato
non ce l'ha molto vivo...

C'è solo da sperare
che il proposito antico
di Berlinguer (Enrico!)
si possa, alfin, varare

e che quel Compromesso
ucciso insieme a Moro
lo realizzino loro,
dopo trent'anni, adesso.

Salmoni
Alessandro, 23 luglio 2007

SalmoniAffumicato, fresco,
marinato, il salmone
è sempre stato cibo a me gradito.
Al mio accogliente desco
qual ospite s’impone
di sovente; né al reiterato invito
si mostra infastidito:
reca con sé il ricordo
di nordiche scogliere
Salmoniinospitali e fiere,
di fiabe antiche del nativo fiordo.

Nel degustarlo, spesso,
mi sovviene il pensiero
d’essermi nel frattempo tramutato
in carne dello stesso;
e come tale spero
Salmonidai posteri venire ricordato.
In me, spontaneo e innato
istinto è che la gente
persegua evoluzione
sbagliando direzione:
e da salmone vo contro corrente.

L’uso del congiuntivo
Salmoninon mostra più ragioni?
Non ha più senso la punteggiatura?
Ed io, se parlo o scrivo,
seguendo i miei salmoni,
a queste inezie presto maggior cura.
Ha vita sempre dura
chi va contro il torrente;
ma pur degno di nota
Salmoniè il non sentirsi idiota,
e risalire fino alla sorgente.

C’è chi mi potrà dire:
“Ma quanto ne hai mangiato?
Sei certo che non t’abbia fatto male?”
Mi pare di capire,
seppure ne ho abusato,
Salmoniche il non mangiarne, a voi restò fatale;
io resto tale e quale,
convinto, e non demordo,
che sia una gran fortuna
la solitaria luna
specchiata sopra il gelo del mio fiordo.

El piato dele ferie
Montepino, 21 luglio 2007

nun c'è più santi che ce mete in croce..Che piatanza strana, ch'è le ferie!...
T'ariva a a tàula cume un brodo liscio
quantu la pigna d'i prublemi bóle
e tute le canèle buta el piscio.

Se mete da 'na parte qul prugrama
fatu de fava chè un po' dura a côce
e fin che dale fabriche se sciama
nun c'è più santi che ce mete in croce..

chi slonga el piato sua c'un po' de mareSmurciamu el fogo a Roma sot'al zole,
tuti penzamu a 'sta piatanza liscia,
a fala più cundita che se pôle:

C'è chi ce fa un cuntorno da cucagna
e chi ce mete a côce la migragna.
Chi gusta 'l piato 'sotico in cruciera,
a bordu de 'na barca da miglioni,
chi slonga el piato sua c'un po' de mare
...e qualche cuchiarata de muntagna e qualche cuchiarata de muntagna,
ma cià la broda senza i macaroni.

Chi è stufu de 'nzupàce l'abundanza
te scopre l'eculogica vacanza,
e chi racoje i tozi e va a pancòto
per fasse servi' un giornu da Cumenda
- che cià la panza gonfia del ciambòto -

C'ène pure i quatru gati da merenda
in cerca del freschéto dela sera.
e d'ultimu arimane chi n'j frega,
si al'altru mondu, pudrà 'ndà in cruciera;
si al'altru mondu, pudrà  'ndà  in crucieratantu. chi vôle el Cristu, che se 'l prega!

La Cità è vôta, i cani 'bandunati,
è chiusu 'ncora el. boja de Neró.
I vèchi 'nti uspedali, parchegiati,
dice che j s'ha da fa la revisió.

Si 'ndasse in ferie 'ncora 'l Padreterno
e ce mandasse in qul paese a tuti?...
Cume se dice, quantu sémo ai fruti?...

Meticciato linguistico
Rigoletto 21 luglio 2007

Tanto per cambiare vado per unita’ di pronto soccorso (l’intera giornata di domenica, una vera delizia) e per ospedali. Perche’ le donne di casa sono una collaudata fabbrica di problemi. Meriterebbero, a ragione, una citazione nel guinness dei primati.
Entro in un reparto che trasuda efficienza e buona sanita’. Bene organizzato, bene arredato, stanze di due letti, pulitissimo, ordinato, silenzioso. Aria condizionata, il che di questi tempi non guasta.
Mentre percorro un corridoio mi cade l’occhio su due cartelli appesi alla parete.
Il primo titola “Questa e’ la nostra vision” (non ho commesso un errore di ortografia, c’e’ proprio scritto vision). Poi, in italiano mi sembra, spiega in cosa consista questa vision.
L’altro titola “Questa e’ la nostra mission” (di nuovo, non ho commesso un errore di ortografia). Poi, in italiano mi sembra, spiega in cosa consista questa mission.
L’efficienza e’ palpabile ma non vorrei che questi indizi di disordine mentale impediscano all’efficienza di tradursi in efficacia.

Torre di babele


Buongiorno, come va?
Sissi 21 luglio 2007

Avete mai avuto una zia, una cugina, un cognato ipocondriaci, malati immaginarî, lamentosi e concentrati sui proprî malanni? Vi auguro di no, ma temo di sì (perché: a chi non è mai capitato un interlocutore così? magari un'amica, o un collega... o - dio non voglia! - un marito...). Be'; la prossima volta che uno di loro vi chiede come state, rispondetegli snocciolandogli questa filastrocca... A me ha dato buoni risultati!!!

Sono un poco dolorante
ho bisogno di un calmante
mi fan male le ginocchia
c'ho il menisco che mi scrocchia

m'è venuto il torcicollo...m'è venuto il torcicollo
ce l'ho tecco come un pollo
surgelato; ho gli ossi rotti;
sono piena di cerotti;

mi formicolan le dita,
ho una mano intorpidita;
da stamani poi registro
un gonfiore al piè sinistro,

mentre il gomito s'è enfiato
già da giovedì passato.
Ah, scordavo il mal di testa
Ah, scordavo il mal di testa...e il polmone che protesta

producendo un gran catarro
quando poco mi intabarro.
Poi: c'ho il naso che mi cola
ed inzuppa le lenzuola;

l'occhio destro è lacrimante,
mentre l'alito pesante
rende sempre più evidenti
i problemi che c'ho ai denti:

quattro carie, un granuloma...quattro carie, un granuloma,
due vescicole allo stoma,
per non dir della trachea
che ogni tanto va in apnea...

Cosa manca? ah, l'intestino
che produce come ossesso:
sia di sera che al mattino
passo molto tempo al cesso.

Questo è tutto; ora lo sai;
non mi sembra ci sia altro;
da domani, "come stai?"
non mi chieder, se sei scaltro!

Lutto
Rowena 19 luglio 2007
Prima di tutto, me le sono raccontate. Basta poco, un pensiero mentre vado in bicicletta, un odore improvviso, una scena colta al volo, per incominciare a scrivermi dentro una storia. La scrivo in bella calligrafia, scegliendo le parole – e molte scartandone – sforzandomi di disegnare con tratti netti la situazione, eliminandone inutili particolari e frasi decorative. La sento crescere dentro, prendere forma, incominciare a vivere di vita propria. Solo quando è quasi del tutto formata, proprio come un bambino che decide di nascere, posso depositarla sul foglio di word; non è difficile allora, sgranare una dietro l’altra file di parole, come rosari, perché la parte più difficile è stata compiuta altrove. Però poi, viene il momento di accudire queste creature ancora fragili; di leggerle e rileggerle, sforzandomi di uscire da me per diventare un’altra persona, e di immaginare cosa pensa, quest’altra persona, di quello che ho scritto. Allora ogni parola viene soppesata, ogni concetto girato e rigirato, ogni figura retorica, oh quelle! valutate con sospetto, questa troppo pesante, quella troppo banale, e quell’altra troppo artificiosa. La storia è in fondo uguale a tante altre storie già scritte, e va ripensata, lo stile è sciatto, e va ripulito, quella citazione… oddio, le citazioni, sembrano messe lì per tirartela, e poi c’è sempre qualcuno che ti fa notare che non è del tutto esatta, meglio toglierla. La punteggiatura, bisogna riguardare la punteggiatura, è essenziale non sbagliare la punteggiatura… E alla fine la storia c’è; di quella che avevo scritto nella mia mente è rimasta solo l’idea originaria, delle parole che avevo usato sono rimaste solo quelle a cui mi ero più affezionata, la situazione è stata ripulita, lisciata, lucidata, per toglierne qualsiasi scoria che potesse disturbare il suo scorrere fluido, tolte le troppe virgole e tutti i punti esclamativi. Eccola qui adesso, finalmente, non sarà Il Gattopardo, ma è leggibile, e posso permettermi di farla leggere ad altri…. Dieci volte, capite? avevo rifatto questo percorso, dieci idee diverse, dieci situazioni inventate, dieci trame congegnate, e poi migliaia di parole pensate e scritte, cancellate e sostituite. Dieci piccole, insignificanti, per me preziosissime storie. E il pc si è rotto…. e non avevo fatto una copia di backup. Adesso sono in lutto per queste mie insostituibili creature.

Campare la vita (11)
Rigoletto 18 luglio 2007
Talvolta mi reco in una boutique del centro dove vendono generi alimentari a prezzi da gioielleria. L’interno e’ piccolo, una bomboniera traboccante di ogni ben di dio. Essendo mantovano amo molto il salame essendo riamato. Una volta ne vidi uno bellissimo e ne chiesi un etto. Ci rimasi male quando lo pagai 6 euro e 10 centesimi. Pensai di avere acquistato un oggetto di antiquariato, invece era pure buono. Dopo la legnata del salame ci vado raramente. I prezzi sono rimasti dello stesso tenore. Un fritto di acquadelle, quei minuscoli pesci argentei di poco pregio, lo vendono a 62 euro (al chilo, non all’etto). Il Castelmagno, piu’ correttamente, a 120. Eppure il negozio e’ sempre pieno di persone, dall’aspetto autorevole, facoltoso e molto perbene.
antica salumeria


IL PRIVATO E' POLITICO!!!
Sissi 19 luglio 2007

Perche' vi invio insieme queste due "creaturine"? Perche' mi pare che mettendole a confronto si possa ragionare sui modi diversi in cui si puo' vivere una stessa emozione; nella prima, da tipica "reduce del '68" (ricordate? "Il privato è politico!") mescolavo la nostalgia per la giovinezza al disincanto sopraggiunto a causa delle mutate condizioni storiche; col risultato che la malinconia rischiava di trasformarsi in autocompassione... Nella seconda (scritta nella stessa stanza, con la stessa luce, alla stessa ora, ma distanza di 6 anni esatti), mi sembra si possa rintracciare una maggiore sensatezza, una piu' serena accettazione di una realtà fatta di piccole, minuscole cose... E penso che solo quando si è metabolizzato  per davvero, nella pancia e non solo nella testa, quel famoso concetto ("il privato è politico"), si puo' concedere udienza alla nostalgia, per poi darsi il classico "colpo di reni" e rimettersi in pista, per affrontare quel faticoso mestiere che e' il "mestiere di vivere".

FACCIATA A: MAGGIO ITALIANO
(Sissi, 1997)

La primavera è tornata:
la quiete ristagna, in cortile;
è proprio una bella giornata
quest'ultimo giorno d'aprile.

Il cielo è pulito ed azzurro;
la calma si stende sovrana;
nell'aria, soltanto un sussurro:
può darsi una radio, lontana,
che spande con discrezione
le note di un vecchio motivo,
la sigla di un'altra stagione,
di un tempo più pieno e più vivo...:

i Beatles; le minigonne;
l'ebbrezza di mille speranze;
la parità delle donne;
la voglia delle vacanze;
i libri; gli esami; l'amore;
gli appuntamenti mancati;
le corse col batticuore;
le lacrime; i baci rubati...

Ricordi sbiaditi, vissuti
da tutta una generazione,
che adesso rimangono, muti,
sommersi dalla delusione:
l'impegno, la lotta, le masse,
si sono dissolti pian piano
e il sogno di Karlmarxstrasse
s'è ormai dileguato lontano...

Dei nostri vent'anni arrabbiati
decisi a cambiare la Storia
ci restano echi stonati
dispersi nella memoria.

FACCIATA B:  APRILE
(Sissi, 2003)

L'aria s'è fatta tiepida e leggera:
un'altra volta ancora, è primavera;
come spesso succede, sto in cucina,
con la finestra aperta, ad ascoltare
i suoni del cortile: la beghina
che parlotta col parroco; il vociare
degli operai che aggiustano un cancello;
l'acciottolio di piatti; un campanello
che trilla inutilmente nell'androne;
il tubare insistente di un piccione;
una radio che suona, in una stanza;
il rombo dei motori in lontananza;
il clacson di un autista insofferente;
le rondini che strillano contente…
tra le imposte socchiuse, filtra il sole
e illumina il pulviscolo dorato;
io penso, con affetto, al mio passato;
e passo il tempo insieme alle parole.

 



Campare la vita (10)
Rigoletto 17 luglio 2007

Sono anni che non mi compero un paio di scarpe. Osservando quelle che uso decido che e’ ora di provvedere. Vado in centro.
Trovo un negozio bellissimo ed osservo le vetrine. Tutti i marchi piu’ rinomati sono presenti. I prezzi vanno dai 220 euro per un aggeggio che somiglia ad un paio di brutte scarpe da ginnastica ai 495 per un paio di scarpe di cuoio, funeree ed appropriate ad un manager in carriera in abito di grisaglia. Entro.
Finalmente trovo le scarpe che fanno per me, e’ come indossare un paio di morbidi guanti. Perche’ la mia priorita’ e’ dare sollievo ai piedi, uno dei miei, dolorosi, punti deboli. Ma il 43 mi va largo ed i numeri inferiori non li hanno piu’. La commessa va al computer e mi informa che nel magazzino di Milano quei numeri sono disponibili, se voglio li puo’ richiedere. Dico che va bene. Allora piglia il cellulare e chiama prima una persona, per il numero 42, poi un’altra, per il numero 42 e mezzo. Dev’essere un magazzino organizzato in maniera piuttosto singolare; il reparto di tutti i numeri 42, il reparto di tutti i numeri 42 e mezzo, e via enumerando. Poi mi chiede se posso darle il nome, il numero di cellulare ed un acconto. Me ne guardo bene. Le dico che richiamero’ io per sapere quando venire.
Nel frattempo un’auto si ferma davanti al negozio e parcheggia nel bel mezzo della strada, che e’ stretta e pure in isola pedonale. Entrano i due tizi. Uno ha i capelli, l’altro pure, ma con la coda di cavallo, alla Corona per intenderci, e le braccia vistosamente ed estesamente tatuate. Sono ben noti ed accolti con tutti gli onori sebbene il loro aspetto non sia consono alla (supposta) classe del negozio.
Esco e do un’occhiata all’auto. Nuova di zecca, una marca italiana prestigiosa nel mondo, direi da 200.000 euro a salire.

Scarpe


Campare la vita (10)
Rigoletto 17 luglio 2007

Sono anni che non mi compero un paio di scarpe. Osservando quelle che uso decido che e’ ora di provvedere. Vado in centro.
Trovo un negozio bellissimo ed osservo le vetrine. Tutti i marchi piu’ rinomati sono presenti. I prezzi vanno dai 220 euro per un aggeggio che somiglia ad un paio di brutte scarpe da ginnastica ai 495 per un paio di scarpe di cuoio, funeree ed appropriate ad un manager in carriera in abito di grisaglia. Entro.
Finalmente trovo le scarpe che fanno per me, e’ come indossare un paio di morbidi guanti. Perche’ la mia priorita’ e’ dare sollievo ai piedi, uno dei miei, dolorosi, punti deboli. Ma il 43 mi va largo ed i numeri inferiori non li hanno piu’. La commessa va al computer e mi informa che nel magazzino di Milano quei numeri sono disponibili, se voglio li puo’ richiedere. Dico che va bene. Allora piglia il cellulare e chiama prima una persona, per il numero 42, poi un’altra, per il numero 42 e mezzo. Dev’essere un magazzino organizzato in maniera piuttosto singolare; il reparto di tutti i numeri 42, il reparto di tutti i numeri 42 e mezzo, e via enumerando. Poi mi chiede se posso darle il nome, il numero di cellulare ed un acconto. Me ne guardo bene. Le dico che richiamero’ io per sapere quando venire.
Nel frattempo un’auto si ferma davanti al negozio e parcheggia nel bel mezzo della strada, che e’ stretta e pure in isola pedonale. Entrano i due tizi. Uno ha i capelli, l’altro pure, ma con la coda di cavallo, alla Corona per intenderci, e le braccia vistosamente ed estesamente tatuate. Sono ben noti ed accolti con tutti gli onori sebbene il loro aspetto non sia consono alla (supposta) classe del negozio.
Esco e do un’occhiata all’auto. Nuova di zecca, una marca italiana prestigiosa nel mondo, direi da 200.000 euro a salire.

Scarpe


Immagini
Roby, 17 luglio 2007

La vita è in sostanza una serie di episodi, talvolta assurdi e talaltra slegati, dove le immagini si susseguono spesso a casaccio, come montate da un tecnico distratto, sorrette per giunta da una sceneggiatura senza capo né coda. Ma il peggio è che la storia, alla fine, s’interrompe bruscamente. Il colpevole non è stato ancora smascherato, la principessa ha incontrato il principe, sì, ma forse non era quello giusto, ed il tesoro nascosto è rimasto tale. Eppure, non ci sono santi che tengano: lo schermo si rabbuia di colpo, le luci in sala si riaccendono, e gli spettatori, tra il contrariato e il dispiaciuto, tornano a casa mesti, pensierosi, delusi… Che senso aveva -si domandano- il lungo monologo sui doveri dei figli verso i genitori, fatto dal padre a metà del primo tempo? E perché la figlia, nella seconda parte, non ha chiesto scusa alla madre degli anni in cui l’aveva trascurata? Ci si rimugina sopra, ci si commuove o ci si indispettisce, pensando che la proiezione non verrà ripetuta, che ormai l’abbiamo persa. Avremmo potuto gustare più a fondo i colori dorati di quel pomeriggio d’autunno ancora tiepido, in collina, o il fruscio della carta dei regali appena aperti, sotto l’albero di Natale, o ancora il suono delle risate davanti alle scenette in tv, la domenica pomeriggio, tutti insieme… Invece stop, basta, chiuso. The end. Poi, mentre cerchiamo un fazzoletto perché un granello –forse sabbia della clessidra?- ci sta facendo lacrimare gli occhi, scopriamo in tasca qualcosa che prima non ci eravamo accorti di avere. Toh, che razza di oggetto! Assomiglia ad una piccola videocassetta, o meglio ad un voluminoso dvd. Accidenti, dov’è il lettore per visualizzarlo? Ma no, che strano: basta concentrarsi un attimo, chiudere gli occhi e… Incredibile! Il film appena visto, quello che credevamo perduto per sempre, torna ad affiorare alla mente, sequenza dopo sequenza, emozione dopo emozione. Il tutto -prodotto da MEMORIA&Co. e CUORE Ltd. e racchiuso in un cofanetto da edizione speciale, con tanto di contenuti aggiunti, casting, backstage, ecc.- arricchirà la nostra cineteca personale e noi stessi per molto, molto tempo ancora. Almeno fino alla prossima, inevitabile interruzione del nostro programma preferito.

Pellicola in fase di montaggio


Nero (nano-romanzo)
Massimo Marnetto 17 luglio 2007

Mamma corri. Dal rubinetto esce acqua nera. Mary Andelson con i suoi innocenti 5 anni non sapeva di essere la prima testimone della fine. L’ecosistema aveva collassato, decretarono gli esperti in Tv, ma non dissero altro per non aumentare il panico che si stava già impadronendo del mondo. In 24 ore si sparse la voce che l’acqua potabile sarebbe riapparsa sulla terra non prima di 72 anni e già le strade erano piene di morti per il saccheggio di bottiglie d’acqua. Dopo un mese, rimaneva in vita solo un decimo dell’umanità. Il mare nero vomitava pesce marcio sulle spiagge e i fiumi neri avevano tinto i pilastri dei ponti. I disperati della sete vagavano nelle vie e bevevano nelle pozze putride fino a morirne avvelenati, con il viso immerso immobile nella guazza. Nessuno sopravvisse. La terra smaltì la sbronza di polveri sottili. Digerì le macerie. Si ricoprì di foreste, aspettando con eterna calma il ripresentarsi della causale combinazione della vita. Riparti con un’altra alba, altri esseri. Senza Mary Andelson o chi le somigliasse.

Fine del mondo


Libera nos a Malo
Giuliano 17 luglio 2007

Mi sono perso Meneghello. Ho rinviato tante volte a “dopo” la lettura dei libri di Luigi Meneghello, e adesso me ne pento, ma è tardi: sono stato più di quarant’anni inutilmente suo contemporaneo. Vedrò di rimediare come posso; anzi, comincio subito con quello che ha scritto in sua memoria Franco Marcoaldi, su Repubblica del 27 giugno 2007 .
(...) Intanto Meneghello continua con il suo pendolarismo fisico e intellettuale tra Italia e Inghilterra. «Così ho potuto evitare di essere un inglese ordinario a tutti gli effetti, perché le mie radici erano altrove», raccontava nel suo rifugio londinese, con Katia immancabile al fianco. «E in Italia ho usufruito dei vantaggi speculari. Questa anomalia andava incontro a un'esigenza che conservo dai banchi di liceo. Quella di resistere a ciò che la tua età vede e dice. Quando aprii gli occhi sul mondo fascista capii quanto inane era il pacchetto di idee che mi veniva offerto. E capii pure come siamo esposti, sempre, alle più diverse trappole intellettuali. Sarà un paradosso, ma se un'idea è sostenuta da molti, da troppi, c'è sempre qualcosa che non va». (..) Ma i fan di Meneghello (che via via si andavano infittendo), si chiedevano anche: a quando «Libera nos a Reading»? Quando questo scrittore così originale nel panorama delle lettere italiane metterà nero su bianco il come Luigi Meneghelloe il perché si è appropriato di quelle idee-guida anglosassoni che da noi non hanno mai avuto gran corso? La concretezza empirica, l'amore per la scienza, l'ironia, un'autentica laicità, un pacato scetticismo? Bisognerà aspettare il 1993 perché anche quel fondamentale capitolo veda, finalmente, la luce. Il libro si chiama Il dispatrio (neologismo «rubato» a Paolo Milano) e si apre raccontando lo stupore di chi, arrivato nell'Inghilterra del dopoguerra, comincia a farsi molte domande di fronte a certe parole. Perché dietro quelle parole ci sono determinate idee. E dietro quelle idee, altrettanti comportamenti.
Ad esempio. A Meneghello piace, e molto, che per lo studio di un autore si usi la parola «investigation», inimmaginabile nelle aule universitarie italiane. Che «discuss» stia a segnalare un confronto non ostile. Che per «bravo a guidare» non si intenda, come da noi, un pilota spericolato ed esibizionista, ma al contrario un tale che non si fa notare quando va in auto. Detta altrimenti, nell'immediato dopoguerra Meneghello rimane affascinato da quella serietà, misura, austerità, empirismo, che da noi si convertivano invece in enfasi, esibizionismo, sussiego. E prima ancora rimane colpito dal fatto che in Inghilterra si «spartisse» davvero una condizione sociale durissima, mentre in Italia - già allora - la cultura del privilegio metteva le più solide radici. Quell'asprezza condivisa eccitava lo scrittore di Malo. E fu alla base del rafforzarsi del suo amore per le più tipiche virtù anglosassoni: «loyalty», «fairness», «decency». (...)
Ma mi accorgo solo ora che non ho ancora offerto neanche un piccolo assaggio della formidabile prosa di Gigi, della sua inconfondibile voce; assaggio che traggo da uno dei volumi delle Carte, quell'enorme brogliaccio in cui lo scrittore aveva raccolto epifanici incontri, letture, memorie, riflessioni, abbozzi di racconti. Si tratta di «alcune moderate riforme» che Meneghello avrebbe desiderato vedere attuate nel nostro paese prima di morire, e che lette in questo momento mi commuovono in modo particolare: «Vorrei vedere la gente fremere d'amore intellettuale di Dio, lavorare con piacere, fabbricare giocattoli appassionanti, sciare ardita sulle coste dei monti, nuotare a farfalla lungo le coste dei mari; sentirla cantare inni di elementare grazia e potenza, avendo per inno nazionale un Inno alla mortalità in cui si esprimesse la rassegnazione a questo sgradevole aspetto della vita, e la contentezza di potere intanto produrre affetti e odi sereni, begli edifici, dolci macchine lisce come l'olio, istituti severi e soavi, e quell'onestà nel fare e nel non fare che (quando c'è) cancella la paura e perfino il rimpianto di non sopravvivere per sempre».

Vita spericolata
Lodes 5 luglio 2007

Mi sveglio per il dolore allo stomaco. Saranno le tre, forse le quattro e malgrado il dolore cerco di capire: non è uguale al dolore dell’infarto. Me lo dice la memoria biologica, ma non riesco a crederci fino in fondo. Mi giro nel letto, non c’è posizione che lo faccia diminuire: non può essere il cuore. Aspetto nella speranza che passi, ma tutto è inutile arriva anche il vomito, vado in bagno e mentre soffro mi dico che non posso rischiare, sono un soggetto a rischio. La sveglio, si spaventa, cerco di tranquillizzarla, però devo andare. Mi vesto a fatica e andiamo al pronto soccorso. E’ ancora notte, il tempo di salire sulla barella e rapidamente entro negli ambulatori: mi collegano a dei monitor, il dolore cresce. Il medico mi fa delle domande, rispondo tranquillo, non ho paura del “buco nero” o forse sì: una paura fottuta di ricominciare un percorso di sofferenze. Stavo proprio bene era un momento felice, ma stavolta la bestia non riuscirà a gettarmi nel buco nero.

La Bestia


Colonna sonora 3. Certe notti...
Rowena 5 luglio 2007

Che carino il Liga, mi ha sempre fatto tenerezza, con la sua aria da rocker maledetto, che si vede benissimo che è finta e che di trasgressivo non ha proprio niente, che è un bravo ragazzo, pieno di buon senso, bravo marito e padre esemplare; e a mano a mano che invecchia somiglia sempre di più all’assessore alla cultura di Correggio. Anche il suo rock non è tanto trasgressivo, a me sembra che gli accordi siano sempre quelli, appena rimescolati, e anche la struttura delle sue canzoni, che mi sembrano tutte più o meno uguali; ma, veramente, io non ho un grande orecchio musicale.
Però, ci sono state davvero notti d’estate, in cui la strada deserta invitava a spingere sull’acceleratore, e il profumo dei pini entrava dai finestrini aperti, e l’aria era leggera e inebriante, e guidare era facile, il volante rispondeva ad un tocco leggero, come se sapesse già dove andare. E in quelle notti si sarebbe potuto andare fino in capo al mondo, perché la strada sembrava messa lì solo per condurci lontano, in un posto che tanto di giorno non c’è. Si respirava a fondo l’aria fresca, pronti a qualsiasi incontro, a qualsiasi suggestione. La radio passava il Liga, e sembrava che cantasse solo per noi. Chi non ha avuto notti così, quelle notti che… sei sveglio o non sarai sveglio mai?

Guidare di notte


La pubblicità trionfante
Giuliano 5 luglio 2007

“Non si interrompe un’emozione” fu il primo grande slogan di Walter Veltroni. Si era a metà degli anni ’80, gli spot berlusconiani avevano invaso di colpo la televisione, e le prime vittime furono i capolavori del cinema; Veltroni aveva al suo fianco un disperato Davanti alla tvFellini (“ho impiegato un anno per fare quella scena proprio così, con quei tempi, e adesso me la vedo tranciata a metà, e se ne perde completamente il senso...”) , e tutti i più grandi registi e intellettuali. Una battaglia clamorosamente persa, anche perchè gli italiani, nel referendum 1995, voteranno per avere sempre più pubblicità e sempre meno film in tv.
Ma oggi ci sono delle novità importanti, che per comodità di esposizione prendo dall’Espresso del 28 giugno 2007 :

« UE / Le nuove disposizioni in materia di spot: interruzioni a raffica, prodotti reclamizzati all'interno delle trasmissioni. Fa discutere una direttiva europea.
Fare zapping non sarà più una via di fuga dalla pubblicità. Sta per piombarci addosso una valanga di spot e di pubblicità travestite da programmi. Colpa di una legislazione nuova di zecca, che con il tocco internazionale del Parlamento europeo, liberalizza tempi e modi della pubblicità in tv per tutte le piattaforme di diffusione dei palinsesti, Internet e cellulari compresi. La direttiva europea "Tv senza frontiere" è passata con un accordo tra la Commissione e i gruppi parlamentari (verdi esclusi) e, incassato il via libera del Consiglio dei ministri dell'audiovisivo, verrà votata in sessione plenaria a settembre in un testo blindato, grazie all'accordo voluto dalla commissaria cristiano democratica alle Telecomunicazioni Viviane Reding.
Un provvedimento infarcito di suggestivi ragionamenti che equiparano la pubblicità alla produttività: più ce n'è meglio stiamo, è l'idea di fondo. Abbondano gli auspici, di quelli altissimi ma spesso vuotissimi: si auspicano più produzioni europee (ma non si pone nessuna quota), più produzioni indipendenti (e, come sopra, niente regole), si incoraggiano i prodotti multiculturali, si vagheggia poi una nuova educazione mediatica dei cittadini europei, perché tutti siano consumatori (così sta scritto: consumatori e non spettatori) consapevoli e accorti.
Di fatto, però, si dispongono due o tre "relaxing rules" (regole più rilassate), cosi come le ha definite la commissaria Reding. Vediamo quali e quanto relaxing; la direttiva stabilisce che venga abbassato a 30 minuti (dagli attuali 45) l'intervallo tra le Tvinterruzioni pubblicitarie di news, film e programmi per bambini. Si autorizzano i mini spot da cinque secondi nei programmi sportivi (in Italia li vedevamo già, sulle reti Mediaset, ma erano illegali). Si promuovono nuove forme di pubblicità, come lo split screen (metà schermo vedi il programma, metà la pubblicità), che per motivi tecnologici non verrà computato nel totale degli spot trasmessi. E si autorizza la pratica del "product placement", vale a dire prodotti commerciali reclamizzati, ma più che altro proposti e promossi, dentro la trama di un reality, di una fiction.
Decisione che ha allarmato autori, sceneggiatori e gente di spettacolo, invano: la Commissione ha dichiarato che, poiché in America esiste e abbonda, l'Europa doveva adeguarsi, «per competere ad armi pari».
Potranno essere prodotti, quindi, interi spettacoli televisivi intorno a un assicurazione sanitaria, o reality sui viaggi in crociera concepiti direttamente dalle compagnie di viaggio. Tra l'altro il "product placement" viene considerato una forma di finanziamento produttivo, per cui anche questo non verrà conteggiato come pubblicità, dribblando i tetti antitrust.
Ma la norma più inquietante per gli spettatori è l'abolizione dei 20 minuti che finora passavano tra un'interruzione pubblicitaria e l'altra. La norma non ha a che fare con la quantità, ma con la modalità, vale a dire che le emittenti potranno interrompere la visione poco, ma spesso. Difatti il tetto pubblicitario resta fissato a 12 minuti per ogni ora di trasmissione, non di più: ma il ritmo cambierà completamente. (...) La spiegazione della Commissione, e dei molti lobbysti che hanno sfilato per 18 mesi a Bruxelles, è stata chiara e paradossale insieme: poiché c'è più varietà di canali, e quindi più scelta, lo spettatore è diventato tanto consapevole che oggi «non si giustifica più la tutela contro la pubblicità». (...)
Va detto che resta ai singoli governi la possibilità di adottare norme più restrittive, cioè la versione precedente della direttiva. E dal ministero di Gentiloni promettono che questa sarà la scelta dell'Italia. (...) »


Anche qui, si possono trarre diverse conclusioni, più o meno amare. L’ottimista che è nascosto in me spera che questa valanga di spot convinca gli spettatori a fuggire dalle tv che li propongono, e che magari si rifugino su canali migliori e su dvd e cassette, e magari su un bel libro. Il pessimista sa già che non è così, che caso mai l’alternativa sarebbe il videogioco, e che lo spettatore è ben contento di essere preso per il consumatore che in fondo in fondo è davvero. L’unica conclusione che mi sento di trarre è questa: i “canali migliori” sono tutti a pagamento. A quando l’abolizione del canone Rai obbligatorio, caro Veltroni? (magari sostituito con una tassa sui canoni/schede di Sky e Mediaset...)

Guardare la tv


La casta Susanna (26)
Pompeo Batoni

Solimano 5 luglio 2007

Nel corso del Settecento il numero dei quadri dedicati al tema della casta Susanna sembra ridursi, probabilmente perché in diversi paesi - forse non in Italia - si erano Pompeo Batoni - La casta Susannamolto diffuse rappresentazioni laiche della sensualità, specialmente in Francia con la Reggenza e poi con il regno di Luigi XV. Fra i pittori più attivi sul versante dei quadri libertini, basta ricordare Boucher e Fragonard, ma gli esempi sono molti. La Susanna del Batoni è quindi una delle ultime rappresentazione del tema secondo i canoni che aveva trovato viaggiando attraverso i secoli, è quindi una sspecie di compendio riassuntivo. Nell'Ottocento il tema non sparirà, ma la rappresentazione ed il senso saranno molto diversi. Qui, nel quadro dell'elegante pittore lucchese, c'è tutto quello che abbiamo già incontrato, con l'esclusione delle ancelle sparite già all'inizio del Secento. C'è la fontana, l'acqua che cade sall'alto, la vasca marmorea, i drappi dai colori variegati, quale sul corpo,quale accanto, quale discosto, i gesti di concupiscenza e di tentata corruzione da parte dei vecchioni, qui ridotti a grandi sagome quasi danzanti, il disdegno ben recitato, lo sgomento di superficie, persino le ciabattine moderne appoggiate sul sedile di pietra. Manca il dramma, si sta in punta di piedi come il vecchione sulla destra o raggomitolati con le guance rosse e tante rughe in fronte come l'altro. Il giardino è leggiadro e un po' finto-selvaggio, in realtà ben curato. Sono civetterie in fondo innocue, mentre sullo sfondo si staglia il ricco palazzo di Susanna, che non ha certo bisogno di prendere la borsa coi denari, offerta ritualmente dal raggomitolato. Un cicisbeismo fuori età ed un po' ardito, ma non succederà nulla di grave. D'altra parte, la tensione morale che c'era in Rubens o in Rembrandt è sparita da tempo, come le civetterie morbose di alcuni altri. Più che colori, quelli del Batoni sembrano pastelli, lo sguardo vaga senza coinvolgimento se non di lieve edonismo di stoffe o di piccole preziosità di vesti, di pelle, di capelli. La differenza con le rappresentazioni di quegli anni di Boucher e di Fragonard è evidente: là si è fatto strada il libertinismo, qui, una lieve effrazione che desta sorrisetti educati, non invidia per la libertà possibile, prima ancora di pensieri che di sensi. In un certo senso, il quadro del Batoni è un lieto funerale ad un tema che ormai aveva quasi tre secoli di storia figurata, una chiusura in minore. Il motivo è evidente: il tema funzionava perché non era una mitologia pagana, ma era un tema a suo modo biblico. Con parole quasi moderne potremmo dire che inerente al tema c'era il senso del peccato che lo rendeva attraente. Ora non c'è più, semmai è il rispetto delle convenienze che viene messo in crisi, una roba da buona educazione, da vecchioni che non sanno le buone maniere, che non hanno uso di mondo. E se il tema originario da biblico si fa bigotto, dai pianti e dalle malizie si passa agli sbadigli.

Campare la vita (9)
Rigoletto 5 luglio 2007

Dopo il caffe’ al bar mi sto fumando in santa pace una sigaretta, sul marciapiede. Mi sento proprio un emarginato, anzi lo sono.
Si accosta una piuttosto vecchia Renault blu ed una donna, sporgendosi dal finestrino, mi chiede se posso avvicinarmi.
Mi capita abbastanza frequentemente, visto che fumo molto sui marciapiedi e non solo; in genere si tratta di persone che cercano l’ospedale che, nonostante sia alto piu’ di 40 metri e lungo piu’ di 300, ben pochi a quanto pare riescono a vedere.
Al volante c’e’ un uomo. I tratti somatici, la pelle molto olivastra, l’accento mi fanno pensare siano sudamericani.
La donna chiede dove possono trovare un ristorante. Glielo indico. Chiede se 100 dollari possono bastare per pranzare in due. Si direbbe voglia farmi pensare che sono persone facoltose e, di conseguenza, affidabili il che contrasta non poco con gli abiti dimessi e con l’auto sulla quale si trovano. Chiede ancora se possono pagare in lire. La informo che le lire sono fuori corso ed usiamo l’euro. Allora, in un nuovo tentativo di captatio fiduciae (si dira’ cosi’?) apre un portafoglio con una banconota da 10.000 lire, una da 5 sterline, una da 10 dollari e me lo porge. Se prima cominciavo ad insospettirmi, ora non piu’; sono davvero insospettito.
E adesso siamo al gran finale. Mi chiede di mostrarle una banconota, possibilmente di grosso taglio, in euro, tanto per sapere come e’ fatta. Saluto cortesemente e me ne vado.
Duecento metri piu’ in la’ hanno gia’ agganciato un altro passante.

Euro


Gli occhi degli altri
Giuliano 3 luglio 2007

La Repubblica 3 giugno 2007, a firma Vladimiro Polchi, pubblicava un curioso articolo su come noi siamo visti dai cinesi. Sapere come ci guardano gli altri è sempre un’esperienza notevole. A volte fa piacere, a volte fa star male, a volte serve per correggere i nostri errori. Di certo, noi ai cinesi ne diciamo di tutti i colori tutti i giorni...

Lanterne cinesi« (...) Tanti gli sfoghi su internet monitorati e tradotti, in questi mesi, dal professore Stefano Cammelli. La sua analisi, pubblicata sul sito polonews.info, è arrivata in mano a Giuliano Amato il 12 aprile scorso: giorno degli scontri di via Sarpi a Milano tra forze dell'ordine e immigrati. (...) Scrive Cammelli: «Quando nell'inverno 2005 i rettori di tutta Italia confluirono a Pechino per presentare le loro università, non si resero conto che il web già aveva deciso chi promuovere e chi bocciare. I blog studenteschi sapevano già tutto. Delle lezioni, dei professori, delle città e dei luoghi dover dormire. Delle università dove andare e di quelle dove non mettere piede».
La sentenza dei blogger è senza appello: per l'Italia la stroncatura è netta. "Se è la cultura millenaria che stiamo cercando è la Francia che la offre, non l'Italia" - scrive uno studente sul forum Wang yi chu guo. Le condizioni delle nostre università sono descritte con rabbia: il corso che non esiste, i professori che non parlano inglese o, meglio, "l'inglese parlato qui è spazzatura". Gli alloggi fatiscenti, gli affitti troppo alti e l'impossibilità di avere una ricevuta da presentare in ambasciata: "Le case sono carissime - sbotta uno studente - 800 euro per un buco". In questo panorama i cinesi imparano a confrontarsi con le inefficiente della burocrazia italiana: le "angherie" dell'ufficio visti e le lungaggini di amministrazioni per le quali "non è un problema dare un contratto a un lettore con dieci mesi di ritardo". Spaventosa, nei racconti, è l'estate: il caldo è forte e le università chiudono per quasi tre mesi: «Tre mesi di vacanza per gli italiani, tre mesi di solitudine per i cinesi - scrive Cammelli - nel mese più difficile di tutti, quando non c'è proprio nessuno su cui appoggiarsi».
Forte il senso di insicurezza: "Appena arrivati in stazione una persona gentile ci ha ammonito: attenti ai ladri - racconta uno studente - ma se sanno che ci sono i ladri perché nessuno interviene?". "A Termini - scrive un altro - un anziano signore si è offerto di darci una mano, davanti a una macchinetta che vendeva francobolli. Sembrava gentile ma alla fine ci ha chiesto cinque euro".
Altri blog commentano i recenti scontri di Milano: "Il fatto che la polizia italiana usi con frequenza la violenza è un fatto ben noto, la sua fama è più o meno quella degli hooligans". Poi l'orgoglio nazionale: "Siamo come le erbacce - scrive un anonimo cinese residente a Milano - ci diffondiamo con rapidità e le piante più deboli (gli italiani, ndr) si sentono in pericolo. Così preferiscono attaccarci». (...)


Non so, adesso che avete letto ognuno è libero di pensarla come meglio preferisce. Per conto mio, annoto che è brutto (soprattutto per un cristiano) liquidare il nostro prossimo come se fosse una cosa, e non un essere umano. E’ orribile quando il nostro prossimo annega in mare presso Lampedusa o Malta e noi non facciamo una piega, ma è molto brutto anche quando si tratta di nostri vicini di casa. Arrivato alla mia età, confesso di aver adottato la politica dello struzzo: anche perché nel posto in cui vivo (al confine tra Como, Milano, Varese e la Brianza) fare discorsi sul prossimo da amare è rischioso; però penso che si potrebbe cominciare dalle cose piccole, magari dal calcio. Per esempio, spesso sento qualcuno che dice “ai francesi gliele abbiamo suonate”: no, non è vero, la partita è finita uno a uno, anche dopo i supplementari. Abbiamo vinto noi, ma per un pelo: ci è andata bene, non gliele abbiamo suonate “a quelli là”. Sembra poco, ma forse è dal poco che dobbiamo cominciare.

Dragone cinese


Mercati finanziari
Rigoletto 3 luglio 2007

I mercati finanziari italiani sono proverbiali per la loro trasparenza e correttezza. Un recente episodio lo conferma.
Tre anni fa comperai delle quote di un fondo immobiliare chiuso. Un numero esiguo di quote, purtroppo, ma era il massimo che l’OPV assegnava alla clientela retail.
Nei tre anni ha sempre distribuito un dividendo superiore al 7% netto, non male.
Meno di un mese fa la societa’ che possiede gli immobili sottostanti al fondo, assieme ad una banca d’affari internazionale, lancia un’OPA al prezzo di 540 euro per quota. Gli advisor della operazione comunicano che il prezzo e’ congruo e riflette i valori degli immobili ed i flussi di cassa attesi. Poiche’ avevo acquistato a 505 euro, aderisco all’OPA.
Dopo meno di una settimana un’altra societa’ immobiliare italiana, assieme ad un’altra banca d’affari internazionale, lancia una contro OPA al prezzo di 650 euro.
Dopo tre giorni il primo offerente rilancia a 680.
Il secondo offerente controrilancia a 725.
E qui la battaglia finisce.
Caspita, penso io, e non sono il solo, un prezzo di 540 euro, che era stato giudicato congruo ed equo, nel giro di due settimane diventa di 725 euro e solo perche’ un secondo incomodo si e’ infilato nell’affare. Sara’ bene andarsi a rileggere nel dizionario il significato dei termini congruita’ ed equita’.
Nel frattempo una societa’ di consulenza specializzata in fondi immobiliari consiglia di non aderire; secondo i suoi calcolo alla scadenza del fondo, tra quattro anni, le quote avranno il valore di 861 euro. Ma c’e’ il pericolo di delisting dal mercato e si rimarrebbe con il cerino acceso in mano.
Vado in banca, revoco la mia adesione all’OPA originaria e non mi prendo nemmeno il disturbo di aderire alla nuova. Vendo direttamente sul mercato che nel frattempo si e’ allineato al prezzo di 725 euro. Lo stesso mercato che meno di un mese fa quotava quel fondo a 486.
A titolo di curiosita’ la societa’ proprietaria degli immobili e’ Pirelli RE, del gruppo Pirelli, controllante piu’ o meno diretto di Telecom. Gli immobili sono le centrali telefoniche di Telecom che quest’ultima ha venduto, per fare cassa, a Pirelli RE che li ha poi affittati, a condizioni molto vantaggiose (per Pirelli RE), a Telecom.

La Borsa di Milano


La casta Susanna (25)
Giovanni Battista Tiepolo 1720-22

Solimano 3 luglio 2007

Le dimensioni del quadro del Tiepolo sono piuttosto piccole (56x43), congruenti con le giovane età del pittore, che non aveva ancora 25 anni e con la commissione evidentemente privatissima. E' chiaro il riferimento al quadro di Sebastiano Ricci, eseguito meno di dieci anni prima, sia nella disposizione di Susanna che negli atteggiamenti e nelle vesti dei due vecchioni. Susanna è rappresentata in diagonale, ed è una donna molto simile a quella del Ricci: bionda, snella, flessuosa. Simile anche la pressoché completa nudità, ancor meno celata di quella del Ricci. Sul davanti, Susanna si cela con un manto grande e bianchissimo, ancora più grande è il manto rosso che la contorna dalle spalle giù giù sino ai piedi. La mano destra trattiene il manto bianco proprio sul pube, la mano sinistra con bellissimo gesto quasi afferra l'aria a mo' di deprecazione. Sulla spalla sinistra di Susanna insiste la mano sinistra del primo dei vecchioni, mano atteggiata con eleganza quasi femmine