Damasco, 13 marzo 2005
Ultima cronaca damascena
Ho scelto questa data per scrivere la mia ultima cronaca da Damasco, perché è stato in questa data, il 10 marzo di tre anni fa, che scrissi la prima. Questa è la mia ultima cronaca non perché non abbia più voglia di scriverne, ma semplicemente perché lascio questo paese.
Lascio Damasco e la Siria dopo quasi quattro anni di grandi esperienze, professionali e umane. Dopo un matrimonio con una ragazza araba e una figlia che avrà due famiglie in due paesi diversi, due lingue e due sponde del Mediterraneo su cui fare spola (ha gia’ cominciato in pancia della madre).
Lascio Damasco e la Siria senza troppi rimpianti, dopo un ultimo anno a dir poco impervio, in cui tante, troppe cose sono cambiate, e non certo in meglio: è cambiata in modo irrisolvibile la mia situazione professionale, ma è cambiata soprattutto la Siria, e non solo perché dopo tre anni in una terra straniera la si inizia a guardare con occhi differenti. Ero venuto in un paese non certo prospero e felicissimo, ma in cui la gente aveva un aspetto quieto e tranquillo, che sapeva sorridere anche negli ingorghi stradali più assurdi e che viveva all’insegna di una serena rassegnazione a cui era abituata da secoli.
Lascio un paese che, a parte le torbide e sanguinose vicende internazionali, vive un periodo di grandissima crisi economica: prezzi in pochi anni aumentati a dismisura, quelli delle case addirittura triplicati, quadruplicati (e già il mercato immobiliare era al di sopra delle possibilità di molti), malcontento popolare montante e palpabile negli sguardi più cupi di chi ti passa accanto, nell’avidità sempre più rapace dei tassisti, in una paura vaga ma latente che si riflette in ogni aspetto della vita quotidiana. Non è stato un caso che l’assalto all’ambasciata danese sia avvenuto proprio in questo periodo, le vignette su Maometto (apparse nel settembre 2005) sono state un pretesto perfetto per chi manovra le manifestazioni e le emozioni collettive.
Chi può si affretta a procurarsi un passaporto canadese (è il più facile da ottenere), i più scuotono la testa e sperano che tutto passi come una brutta stagione e faccia meno danni possibile.
Lascio un paese in cui sono raddoppiati i ritratti del presidente Bashar, le bandiere ai balconi e alle finestre, le invocazioni alla Siria, tutte espressioni di un nazionalismo che, a mio modesto parere, non rappresenta mai un buon segno. Il nazionalismo è un velo che si innalza quasi sempre per celare problemi che non si vogliono affrontare, frustrazioni profonde, rabbie da soffocare o, meglio, veicolare in maniera funzionale ai propri scopi.
Lascio un paese più povero, più prostrato di prima, se mai era possibile, e lascio un popolo incattivito e ancora più triste di quando ero arrivato, e non è poco. Nel mondo arabo i siriani non sono certo famosi per il loro buon umore, ma ora hanno davvero le loro buone ragioni per non danzare il dabke con la spensieratezza di prima.
Si aprono di continuo nuovi ristoranti e caffè, ma sembra sempre di più di stare su un Titanic di terraferma, dove ragazze pittate e bellimbusti su fuoristrada si aggirano in uno scenario surreale, del tutto incongruo, dove tra palazzi malmessi e marciapiedi perennemente diroccati si aggirano fantasmi neri di donne completamente velate, vecchi in ciabatte logore che vendono il niente che possiedono a clienti inesistenti, bambini che dimostrano 20 a chiedere l’elemosina senza più timore di venire importunati dalla polizia, come accadeva qualche tempo fa. L’accattonaggio, in teoria vietato per legge, è ormai apertamente tollerato, altro segno eloquente di una china che sembra non reversibile.
A fronte di tutto questo, la primavera batte ancora alle porte con insistenza, e Damasco rifiorisce di colori al sole ormai tiepido delle giornate più lunghe e luminose che inondano i crepuscoli di colori unici, tra cielo e deserto, tra il rincorrersi dei richiami dei muezzin e il vento che come ogni primavera ritorna protagonista e batte le tende dei suq, le jellabie degli anziani che entrano nelle moschee, le kufyie dei contadini che si ostinano a venire nella capitale in cerca di una fortuna sempre più improbabile, che non viene né col vento né con la bella stagione.
Quando venni a Damasco mi accolse una città odorosa di gelsomino, e probabilmente, a giugno, quando partirò definitivamente, sarà sempre questo intenso odore ad accompagnarmi all’aeroporto. Non sarà certo un addio, tornerò qui almeno una volta all’anno per visitare la famiglia di mia moglie, e Damasco sarà sempre parte della mia vita. Uno dei vantaggi di sposare una straniera è quello di appropriarsi in parte anche della sua terra, della sua cultura, diventare più ricco in questo senso e chissà, forse più saggio.
Personalmente, non sono di quelli che odiano gli addii, soprattutto quando la partenza conduce ad un nuovo arrivo in una nuova terra, a nuove esperienze, nuovi gesti da decifrare, alfabeti da apprendere o non comprendere. Anche la non comprensione è un’esperienza necessaria.
Ricordo che la cosa che mi piacque di più nei primi mesi qui in Siria fu la mia completa ignoranza della lingua, che mi portava, come da bambino, a sillabare i nomi dei negozi, delle insegne luminose, dei manifesti ai muri. Anche ora non posso dire di essere migliorato molto, l’arabo non è certo una lingua da imparare da autodidatta come ho fatto io, e con discontinuità. E’ una lingua molto ostica, quella classica (l’arabo colloquiale è meno complesso, ma pur sempre “arabo”), che risale al Corano e che da lì non si è modificata, come molte altre cose, del resto.
Un mondo che si volta solo indietro
Ecco, l’ultima riflessione che mi viene da fare lasciando questi posti mi viene fornita da N., una studentessa palestinese, ultima di 10 fratelli e sorelle e unica in famiglia ad aver rifiutato di mettere l’isharb, a sposarsi all’età “giusta”, a rinunciare ad un lavoro considerato “sconveniente” per una ragazza (è segretaria di un ministro). Una pecora nera, insomma, che odia Israele ma condanna con forza gli attentati suicidi nei bus e nei locali di Tel Aviv. Una ragazza con una testa e la voglia di usarla. “Qui – dice N. – abbiamo avuto tutto da voi, dall’Occidente: il benessere, la tecnologia, i soldi e anche le cose più negative, ovvio. Ma di nostro non abbiamo dato niente, non abbiamo prodotto niente, se non una religione, molti secoli fa. E’ l’unica cosa che ci appartiene, e non l’abbiamo nemmeno compresa bene. Abbiamo sempre Dio in bocca, ma temiamo più il vicino di casa; diciamo che sul Corano è scritto così ma non ci domandiamo perché, né se è realmente vero. Abbiamo delegato tutto al Corano e da lì non ci siamo più mossi. L’Islam era nato come una religione dinamica e progressista e ne abbiamo fatto uno strumento di ignoranza e sopraffazione. I nostri maggiori uomini di scienza risalgono tutti a prima del 1000, per più di un millennio non abbiamo elaborato più niente. E vi stupite perché adesso la religione ha tanto successo? E’ l’unica cosa di nostro che possiamo vantare, e per i molti che non hanno altro rappresenta tutto. Viviamo in un continuo stato di frustrazione, ci sentiamo inferiori a voi e sappiamo di esserlo, su molte cose, ma siamo incapaci ormai di fare alcunché di nostro, di originale; i nostri regimi ci hanno completamente inebetito, i nostri sistemi educativi sono fatti per produrre persone incapaci di creare, di lavorare con la fantasia e con l’immaginazione. Voi italiani siete famosi per l’arte, per la moda, il design, qui in Siria l’Italia è il paese della bellezza e del vivere felici. Noi siamo incapaci di essere così, quelli che possono farlo se ne fregano, ma la maggioranza non può vivere in questa frustrazione troppo a lungo, deve trovare un modo di alzare la testa. Lo trova nell’Islam. Non è colpa loro, né vostra. E’ un retaggio di incapacità e di ignoranza che ci portiamo dietro da secoli e che non ci ha portato né ci porterà a niente di buono.
Io odio questo modo di vivere, eppure non posso fare a meno di restare. So che se me ne andassi sarebbe come se mi tagliassero una mano, una gamba, una parte della mia vita. Non ho mai visto la Palestiina, la terra dei miei genitori, ma anche di questo so di non poter incolpare solo Israele. Credo che se non fossimo stati arabi, l’avremmo già ripresa. Anzi, forse non l’avremmo mai persa”.
Lascio la Siria con queste parole ancora all’orecchio che si imprimono nella memoria. Forse dovevo aspettare di andarmene per capire davvero qualcosa di questo mondo. Ma, anche stavolta, è un capire in negativo, un capire in levare, per così dire; è la consapevolezza di un vuoto a perdere, un vuoto difficile da colmare con parole o spiegazioni, e che ha forse nel deserto scabro e roccioso di questi posti la sua migliore concretizzazione.
Damasco, 3 marzo 2005
Marzo porta con sé, qui a Damasco, oltre che una primavera precoce, anche i nembi più cupi delle minacce americane, gli echi delle manifestazioni in Libano contro la Siria, le accuse di Israele.
D’improvviso, la Siria si è trasformata nella fonte di ogni male qui in Medio Oriente, secondo i soliti bene informati: sua la mano nella morte di Hariri, sua la responsabilità del kamikaze a Tel Aviv, sua, infine, la colpa per molti degli attentati terroristici in Iraq. Insomma, sembra che il nemico di moda per la stagione primavera-estate 2005 sarà proprio la Siria. E non è un bel segno, in un’epoca in cui, in ogni campo come anche in quello della politica internazionale (cioè la politica statunitense, in quanto ancora l’Europa non ne è dotata), si agisce per mode e per modi di dire (come “diritti umani”, “imporre la pace”, “democrazia in Medio Oriente”) senza necessariamente sapere di cosa si sta parlando; dove le interpretazioni contano più dei fatti e soprattutto le interpretazioni fatte da chi si ritiene depositario della Verità assoluta, detentore del Bene Assoluto, insomma certezze monolitiche sempre rassicuranti, non importa se vere o no, o fino a che punto.
Ma basterebbe vedere cosa sta succedendo in Libano in queste settimane per capire che l’assassinio di Hariri è più un macigno dritto sulla testa della Siria che un avversario in meno. A questo riguardo, ha ragione il presidente Bashar Al Assad a dichiarare in una recente intervista alla Repubblica che se la Siria avesse davvero ucciso Hariri, ciò “equivarrebbe ad un suicidio politico”.
Non male, l’intervista in questione, lunga e articolata, in cui il presidente siriano affronta e risponde in maniera a volte saggia, a volte scaltra, alle domande dei due inviati; inviati che sembrano però aver drammatizzato un po’ troppo le dichiarazioni del presidente in fase di traduzione, se è vero che la LBC, in uno dei suoi notiziari, ha riferito la smentita di Assad per quanto riguarda il tono di alcune sue risposte, che in arabo evidentemente non risultavano così pessimistiche e inquietanti come nella versione italiana.
Saggio, dicevo, Assad, quando parla del Libano come “società complessa, per certi versi tribale”, frazionata fra comunità in cui “gli alleati di oggi sono i nemici di ieri e i sodalizi mutano di stagione in stagione, tanto più adesso in campagna elettorale”. Cosa che ha sperimentato lui stesso recentemente: quando Ualid Junblat, amico di Damasco nonostante il padre fosse stato un acerrimo nemico della Siria nella guerra civile, qualche mese fa ha d’improvviso deve aver ricordato l’eredità paterna, se, dopo un viaggio in Francia da Chirac, tornò in Libano come fiero oppositore della presenza siriana nel paese dei cedri. Guarda caso, ora è proprio la Francia l’unico paese europeo che alza la voce con la Siria. Francia e Usa, decisamente una strana coppia, considerando i recenti dissidi tra i due paesi per la guerra in Iraq. E forse, ma è solo un azzardo di chi non capisce nulla di politica internazionale, la Francia vorrebbe in qualche modo un risarcimento per aver perso la sua influenza in Medio Oriente, e quale miglior paese del Libano per questa revanche? Un Libano dove la popolazione, nella sua maggioranza, parla francese correttamente e anzi lo preferisce all’arabo, se non altro come vezzo snob per differenziarsi dai “cugini poveri” e arretrati, i siriani, appunto.
Se proprio dovessimo rispondere alla domanda di Assad “a chi giova” la morte di Hariri, sinceramente vedrei la Siria agli ultimi posti, sopravanzata, e di molto, dagli stessi stati che ora la accusano, Israele compreso.
Forse infatti si passa troppo sotto silenzio il fatto che Hariri, in vista di una sua probabile futura vittoria elettorale, stava lavorando per integrare nel futuro governo il partito degli Hezbollah, acerrimi nemici di Israele (e quindi malvisti dagli Usa), ma, come ricorda ancora Assad, “nati nel 1982 per combattere Israele in Libano, non fuori di esso”, e partito politico con 11 deputati in Parlamento.
Gli Usa inoltre vorrebbero più sigillate le frontiere tra Siria e Iraq, e Assad dichiara di aver proposto proprio al Pentagono di lavorare insieme, pattuglie miste siriane e americane, dotate di visori notturni e sistemi radar, come gli Usa fanno ai confini con il Messico (a proposito, anche quello non è un muro, no, è una barriera di sicurezza e salvaguardia democratica, altra parola che va molto di moda e sovrasta ogni voce di dissenso), ma ancora non ha ricevuto risposte. Solo accuse di non voler cooperare.
Ma, suvvia, vogliamo dubitare di Bush, uomo d’onore e presidente della più grande democrazia del mondo e salvaguardia del mondo libero, un mondo così libero che preferisce fare accordi commerciali con la democraticissima Cina dove i diritti umani sono un gioco di parole e gli interessi economici molto più di moda? Meglio prendersela con il solito staterello mediorientale senza risorse, con un esercito ridicolo e senza armi di distruzione di massa, come si è rivelato l’Iraq e come è ancor più la Siria, che naturalmente però dovrà essere indicato come una tigre sanguinosa che lascia la sua striscia di vittime ovunque, in Iraq, in Israele e ora anche in Libano; basta, dobbiamo fermarla. Che poi in Iran abbiano l’atomica e il governo sia molto più liberticida, questo non conta, mica possiamo rischiare una guerra vera in un paese davvero pericoloso e fanatico, per di più protetto sottomano dalla Russia. La moda è moda, e ha le sue leggi, molto più inflessibili di parole d’ordine come “diritti umani”, “democrazia”, e altre facezie, di cui ci si riveste solo per le grandi occasioni.
A proposito di democrazia, anche qui, nella sua scaltrezza levantina, Assad si dimostra ancora una volta più saggio di tanti uomini d’onore che pensano alla democrazia come ad un bombardamento all’uranio impoverito, qualche urna e telecamere ben piazzate come in un set hollywoodiano: la democrazia in Siria, dice in pratica Assad, rappresenterebbe una rivoluzione che, “come ogni grande rivoluzione, necessita di anni, almeno una generazione”. Incredibile ma vero, il feroce Assad riesce a vedere meglio di molti altri (almeno a vedere, non dico applicare, ma ci spero) le articolazioni principali da cui può partire un processo democratico. Non bombe ma riforma burocratica e amministrativa, cambiamento di mentalità della gente, sostituire la creatività alla dedizione, estirpare la corruzione. Tutte cose che non nascono dai crateri di bombe intelligenti, almeno non sempre, sicuramente non qui in Siria. Qui non siamo davanti ad una tirannia sanguinaria che ha affamato la popolazione per decenni (direi anzi il contrario, fino a 15 anni qui non c’era nemmeno la frutta e la verdura, ora il livello di povertà non è basso, ma non c’è nemmeno miseria); non siamo di fronte ad un regime che oscura i canali stranieri, vieta internet, chiude le frontiere in uscita (se volete tutto questo, rivolgetevi all’amica Cina, appunto). Certo, alcuni miei studenti invidiano i ragazzi libanesi perché sono liberi di manifestare in piazza, e a questo riguardo Assad dà una risposta più scaltra che saggia, alla domanda sui diritti umani: “Lo ammetto, abbiamo regole severe. Da sessant’anni viviamo in una situazione di costante pericolo, non possiamo permetterci leggi normali, almeno non per ora. Riguardo ai dissidenti, io sono dalla mentalità molto aperta, però non posso permettere che creino problemi” (ma essere dissidenti significa proprio questo, o no?); “Se a Hyde Park qualcuno attacca la regina, non succede niente, ma se qui ad esempio qualcuno per strada inveisce contro i cristiani, il giorno dopo potrebbe scoppiare una guerra civile”. Cosa vera solo in parte, e prospettiva non necessariamente realistica, che però è rivelatrice di quanto faccia comodo anche qui avere un nemico “sempre di moda”: Israele. Qui la minaccia israeliana è necessaria e quasi funzionale al governo al potere: se quella minaccia finisse, cosa potrebbe fermare la gente dal chiedere davvero regole più democratiche?
Infine, ancora scaltro ma poco credibile il presidente siriano quando parla degli esponenti della Jihad presenti a Damasco: “sono stati espulsi da Israele, ma noi, a nostra volta, dite, dove dovremmo espellerli?” . Mah, forse in Inghilterra o in Francia, dove del resto sono finiti molti dei dissidenti e degli scrittori siriani espulsi da Assad padre? Ma è solo un consiglio di
chi non capisce niente di politica internazionale, e non ci tiene a capirne di più.

Beninteso, qui in Siria non ci sono solo detrattori del defunto Hariri: anzi molti lo rispettavano e lo stimavano, reputando in fondo lecita la sua richiesta di ritiro delle truppe: “dal suo punto di vista ha ragione, anche se il Libano ripiomberà nel caos, senza l’esercito siriano”. Questo il punto di vista generale, non so se dettato da partigianeria o dalla perenne rivalità, o rapporto di odio-amore, definitelo come volete, tra siriani e libanesi.
Ieri sera, ultimo dell’anno, anche qui si è festeggiato il Capodanno, e anche qui alla televisione scorrevano le immagini di una festa con il conto alla rovescia mentre dai balconi delle case vicino iniziavano a partire i primi razzi (pochi, a dir la verità, il governo li ha vietati da tempo). L’area dove abita mia moglie è particolarmente ricca di addobbi e di luci, e dopo mezzanotte era possibile veder passare per la strada sottostante i tipici furgoncini Isuzu guidati dal capofamiglia con moglie velata e figli nella parte posteriore ad ammirare le luminarie, i razzi e l’opulenza natalizia del quartiere cristiano. Premetto che non sono pochi i musulmani che festeggiano il 31 dicembre, ma quelli più ligi preferiscono basarsi sull’anno islamico (quello dell’Egira, come si dice); ecco il perché di questi piccoli Isuzu con le famiglie musulmane a naso all’insù a vedere “quelli del Messia” (come chiamano qui i cristiani) a fare botti e scambiarsi auguri dalle finestre.
Insomma, tutto è elastico qui, e a dir la verità si respira un’aria di grande tolleranza e rispetto reciproci, anche se questo forse darà fastidio alle Fallaci sparse qua e là, che vedono ogni cosa che sa di Maometto o Allah come una minaccia alla nostra identità cristiana e occidentale. A proposito della Fallaci, ho letto proprio durante il volo da Roma a Damasco il suo libro “La forza della ragione”: incredibile a dirsi, non l’ho trovato nemmeno così folle come pensavo e come mi aspettavo. A dire la verità, quando ho in poche parole riassunto il suo contenuto a mia moglie, lei si è detta perfettamente d’accordo con la scrittrice italiana. Va detto che qui i cristiani, pur convivendo molto pacificamente con i musulmani, li considerano non dico fanatici ma, questo sì, di vedute molto chiuse (tranne poi accettarne tutti gli usi e costumi relativi all’etica), e se parlate un po’ con mio suocero vi dirà le stesse cose che la Fallaci dice nel suo libro: “tra pochi anni voi europei sarete scomparsi, con i vostri bassi tassi di natalità rischiate di estinguervi come panda, mentre loro (i musulmani) si moltiplicano a vista d’occhio. Il mondo presto sarà loro, grazie anche alla vostra democrazia che gli permette di fare quello che vogliono”. Penso che mio suocero, pur non sapendolo, ha fatto la sinossi più efficace e sintetica de “La forza della ragione” di Oriana Fallaci.
Ecco, è proprio questo generalizzare a oltranza e forzare sempre la mano che non mi piace, del suo ragionamento: del resto questa impostazione permea e caratterizza tutto il libro, raggiungendo talvolta punte paranoidi e ossessive. Insomma, è un libro impostato (forse volutamente) su presupposti eccessivi, ragionamenti eccessivi, rabbia eccessiva (pur dicendosi “all’insegna della ragione”). Un libro che attacca l’assunto “o con me o traditore” ahimé retaggio di una certa sinistra, ma che la Fallaci ripropone in continuazione, non risparmiando fioriti epiteti a coloro che non la pensano come lei.
Per esempio, le cameriere nei locali pubblici: fino a qualche mese fa credevo fosse impensabile vedere a queste latitudini ragazze servire ai tavoli dei caffè o dei ristoranti: un lavoro, ho detto altrove, reputato sconveniente per una fanciulla, poco adatto, per i suoi orari, alle rigide imposizioni date dai padri alle figlie: non si torna più tardi delle 23 (nel migliore dei casi, c’è chi non va oltre le 20…). Eppure, anche qui la necessità di un guadagno, per quanto esiguo, inizia a scardinare anche le regole più inveterate, e si vedono ragazze lavorare tra i tavoli, o nei negozi del centro, con velo o senza velo, fidanzate o libere. Sono segni che qui hanno un significato speciale, anche se a noi occidentali possono apparire di poco conto.
benessere che si era affacciato negli ultimi 15 anni in una certa parte della popolazione e, almeno per volontà di emulazione, aveva contagiato gran parte del resto, ora sta venendo eroso con preoccupante inesorabilità da un costante aumento dei prezzi: le case, soprattutto per l’imponente esodo di iracheni (ricchi) in fuga da Baghdad, sono schizzate a valutazioni iperboliche; la macchina, a causa della tassa del 300 % imposta dal governo, è un bene di lusso sfrenato (un’Alfa Romeo può venire a costare molto più di un appartamento in centro), la vita è sempre più difficile, anche per chi prima viveva senza non troppi problemi. Risultato di tutto ciò è un decremento delle nascite (almeno nei ceti sociali più alti), e una progressiva messa in discussione di tradizioni e costumi considerati sempre più incongrui ad un modo di vivere che, anche per chi non lo vuole, è sempre meno lontano dai canoni occidentali.
Un sillogismo che mi rendo conto solo ultimamente quanto sia arduo da scardinare. Non voglio fare sermoni o dare interpretazioni soggettive, solo esporre due fatti, raccontare due esperienze quotidiane. La prima: all’indomani del concerto di Muti qui in Siria, io e mia moglie abbiamo voluto rivederlo alla tv, sapendo che la Rai lo trasmetteva in differita. Ebbene, la sigla della trasmissione era costituita da immagini di Damasco accompagnate dalla voce di un muezzin. Maysa, mia moglie, ne è rimasta un po’ perplessa, non riconoscendosi ovviamente nell’immagine della Siria che stava passando in quel momento. “Siamo pochi, noi cristiani, ma ci siamo anche noi”, dice. Ho cercato di farle spiegare che, insomma, la maggioranza schiacciante (credo siamo al 92%) è musulmana, e quando si parla di Siria è impossibile non parlare di Islam. D’accordo, dice, ma considerate che chi comanda qui non ci va nemmeno, in moschea, intendendo che la setta degli alauiti al potere è una minoranza religiosa che, come anche altre sette “scismatiche” presenti in Siria, non rispetta il digiuno del Ramadan, non ha moschee, non prega cinque volte al giorno, insomma è sicuramente eccentrica rispetto all’ortodossia sunnita, numericamente preponderante, ma politicamente poco influente.
Seconda esperienza quotidiana: da un po’ mi capita di andare spesso in uffici pubblici (banche, sportelli amministrativi, uffici ministeriali) e vedo quello che prima, osservando solo negozi e luoghi di svago, non avevo visto: le donne al lavoro. Chi entra in un negozio, anche di biancheria intima, qui in Siria, trova invariabilmente un uomo, e così in una libreria, o in un locale pubblico, dove i camerieri sono rigorosamente ragazzi. Sembra che qui sia ritenuto sconveniente per una ragazza fare un lavoro del genere. Invece negli uffici è un’invasione femminile: ogni banca ha almeno il 90% di personale costituito da donne, velate, non velate, cristiane e musulmane, fumatrici, scollate, truccate o meno, il campionario è completo. E tutte lavorano gomito a gomito senza alcun problema, giovani ragazze in hijab accanto a prosperose matrone lungocrinite, esili fanciulle indaffarate che chiedono lumi a più esperte signore con l’immancabile tè in una mano e magari la sigaretta nell’altra. Le vedo sedere alle loro scrivanie, o andare da un ufficio all’altro, timbrare carte, firmare, strappare ricevute, rispondere al telefono (i computer negli uffici pubblici sono rari, ancora, e risalgono alla prima generazione): ci sono siriane, armene, curde, palestinesi, circasse, e guardandole mi dico che sarebbe bello se anche in Italia fosse così. E anche che dovremmo pensarci un po’ di più, quando parliamo di intolleranza e maschilismo integrale nei paesi a maggioranza islamica.
La pluralità, umana e geografica della Siria, non ha niente altro di simile: non è il melting pot statunitense, incrementato da ondate di immigrazioni periodiche, cementato da uno spirito nazionale più o meno indotto e in ogni caso amalgamatosi nel tempo sotto istituzioni democratiche. Non è il ruvido mosaico francese di ascendenza coloniale, con quartieri-ghetto dove vivono quasi esclusivamente nord africani, e dove l’integrazione non è del tutto completata e anzi sembra col tempo sempre più difficile. Non è affatto, infine, il provincialismo piagnucoloso e leghista di fattura italica che è ogni giorno sotto i nostri occhi. Si tratta, per la Siria, come per altri paesi arabi, di una società composita che non può essere assimilata ai nostri modelli di riferimento, in quanto qui ci troviamo in assenza di concetti quali “industrializzazione” (almeno intesa come la nostra), “stato-nazione”, “economia-mercato”. Siamo in un ambito completamente diverso, una stratificazione millenaria risultato di secoli e millenni che hanno visto invasioni, dominazioni, civilizzazioni antiche e di recente solo sottomissione e oppressione, prima coloniale (e quindi europea) e poi politica (ma sempre sotto il costante controllo dei regimi occidentali). Mai un’autonomia di movimento e di pensiero, mai un tentativo di essere consapevoli e padroni del proprio destino.
ed è il diario dei suoi giorni in Irak, come giornalista di guerra, o, meglio, come amava definirsi lui, “turista di guerra”. Ne viene fuori l’immagine di un uomo molto intelligente, capace sempre di una ironia invidiabile, magari a volte un po’ smargiasso e guascone, come si addice a personaggi simili, che hanno fatto nel giro di qualche lustro il professore di educazione fisica, il tecnico di laboratorio, il creativo, il fotografo di guerra , il giornalista free lance e tante altre cose, tra cui anche un matrimonio e due figli. Prendendo in prestito un attimo la sua ironia anche su se stesso e sulla sua stazza (1 metro e 85 per 110 chili, “un creativo che si è fatto largo nella vita”, amava scrivere di sé), era un uomo a tutto tondo. Ed era un turista di guerra non perché amasse la guerra e la morte, ma perché, e cito ancora le sue affermazioni, era curioso. Curioso di sapere perché “gente normalissima decideva di imbracciare un fucile e uccidere, o morire”. E questa curiosità lo ha condotto ovunque, per rotte spericolate e folli di cui Baghdad era solo l’ultima tappa. E l’ultima, purtroppo, lo è stata in tutti i sensi. Per quanto ho letto di suo e su di lui, Baldoni aveva due doti che io apprezzo molto nelle persone: l’ironia e la curiosità. L’ironia, di gran lunga, è la caratteristica che ammiro di più in chiunque, trovo che sia l’unica arma di salvazione di massa che dovrebbe proliferare nel mondo, ce n’è un gran bisogno, e non costa nemmeno un centesimo. La mia ironia ideale è un concentrato di ironia socratica, quel fare domande più che dare risposte, interrogando i propri interlocutori come se fossero davvero loro i detentori della verità come presumono di essere, fino a farli cadere inevitabilmente in contraddizione, e l’ironia di colui che si guarda dall’esterno, e ride del mondo e di se stesso, in una tragicomica consapevolezza che porta a dire, come Flaiano, “la situazione è grave ma non seria”.
Ecco, leggendo queste parole penso a quante volte mi viene chiesto, da chi sa che sono qui in Siria per lavoro da due anni, se conoscevo prima l’arabo, se ero esperto del Medio Oriente, e soprattutto cosa mi aspettavo di trovare qui, quale è stato l’impatto con la Siria e i siriani. Ma so bene che loro intendono dire “lo shock”. Rispondendo a quest’ultima domanda, dico sinceramente che non mi aspettavo niente, non pensavo assolutamente a niente quando mi hanno detto di venire a lavorare qui (e anche in fretta, avevano specificato).
“Tu come fai a viverci?”, replicano senza rispondere. Io la risposta ce l’ho, invece, e molto semplice: non trovo motivi validi per tornare. Quando troverò più motivi per andarmene che per restare, allora lo farò. Ma, per ora, ne ho davvero pochi, fragili e a dir la verità un po’ capziosi, a ben vedere. Perciò, resto volentieri. Qui tutto è diverso che da “noi”, certo, e a quanto pare per molti questa sembra una ragione perché io debba tornare in Italia. Io non capisco. Non ho mai capito quelli che vanno in Giappone o in Islanda e poi mangiano nei ristoranti italiani, e magari si lamentano che gli spaghetti sono scotti e il sugo non fatto ad arte, come non capisco coloro che vorrebbero che tutto il mondo si uniformasse al nostro modo di vivere, come fosse una colpa essere diversi. Diversi da chi, poi? Da quale punto di vista? E per quale ragione? Numerica? Culturale? Se parliamo di numeri, ci dovremmo uniformare tutti al modo di vivere asiatico, visto che l’Asia rappresenta percentualmente la maggioranza della popolazione mondiale. Se parliamo di cultura, allora il discorso si fa complesso oltre che rischioso, in quanto conosciamo a malapena la nostra, di cultura, che vorremmo avere la pretesa di cambiare le altre, o addirittura non considerarle tali perché “loro non hanno avuto il Rinascimento, Leonardo, o la democrazia” e blablabla, compagnia bella. Sono argomenti che non vale la pena nemmeno di prendere in considerazione, tanto sono superficiali e gretti. La cosiddetta superiorità della cultura occidentale, affermazione fatta a petto gonfio dal nostro Presidente del Consiglio per poi, come tutte le facezie a cui dà aria, essere presto ridimensionata e poi negata, è purtroppo espressione di un sentire diffuso in Occidente, da cui non sono immuni nemmeno persone insospettabili, che con Berlusconi non hanno minimamente a che fare. Mi sembra davvero che sia l’ignoranza la vera arma di distruzione di massa, un’ignoranza che non è affatto carenza di libri e di cultura, ma mancanza di curiosità, assenza di voglia di conoscere le cose oltre quello che le apparenze vogliono farci credere. La curiosità che dovrebbe piuttosto spingerci verso la diversità più che paventarla e osteggiarla, perché l’omologazione ad una stessa “cultura” e ad una stessa “civiltà” è la vera fine. Fine dei viaggi del povero Ulisse, che troverebbe a Ogigia, tra i Feaci, da Circe, le stesse cose che ci sono a Itaca, e non racconterebbe di Polifemo, né delle Sirene, o della mostruosa Scilla, bensì di un mondo sempre uguale a sé stesso, dove tutti bevono Coca Cola, mangiano spaghetti fatti a puntino, pregano nello stesso modo e via dicendo. Un mondo non degno di essere raccontato ed esplorato, sicuramente. E forse nemmeno di essere vissuto.
Eppure, in Siria non era (e non mi è ancora) mai capitato. Non ho visto mai un siriano leggere un libro, né all’aperto né negli autobus, per ammazzare il tempo nei tragitti da Damasco ad Aleppo (ben 5 ore), o nella traversata desertica alla volta di Palmira. Mai. In compenso, film insulsi a tutto volume, pellicole egiziane datate o film americani mal registrati, peraltro ignorati dalla maggior parte dei viaggiatori. Mai un libro. Per questo, quando mi imbattei in una giovane turca che leggeva non so cosa, e poi poco dopo un ragazzo che in una mano teneva la sua borsa azzurra pronta per essere caricata sul pullman che dovevo prendere anch’io e nell’altra un libro, ecco che fu facile per me trarre la conclusione più ovvia: i siriani non leggono, ma eccomi finalmente in un posto dove posso trovare persone più sensibili alla lettura. Del resto, i fatti poi me lo confermarono, la Turchia è in tutto e per tutto occidentale, almeno per quanto riguarda Istanbul, città geograficamente tra Oriente e Occidente, ma che ha già deciso da che parte propendere, tanto i minareti sono radi e quasi fuori luogo, tra vie in tutto e per tutto uguali ad una strada di Colonia, o Bratislava, o Bilbao. I canti dei muezzin sono appena percepibili, tra giovani allacciati affettuosamente che percorrono strade pulite fiancheggiate da negozi scintillanti, ristoranti all’aperto che servono birra e alcolici, librerie internazionali. Unica concessione all’elemento mediterraneo e orientale, il gioco del back-gammon nei caffè più tradizionali, sui ponti sul Bosforo, i narghilè e i venditori di tappeti che ti tirano per la giacca quando capiscono che sei un turista.
E ne conosco personalmente, di giovani arabi che amano molto la lettura, hanno letto anche “Le città invisibili” in traduzione araba, sono sempre attenti alle novità letterarie. Ma pensavo che fosse come in Italia, dove non legge quasi nessuno ma mi trovavo sempre a frequentare persone che compravano e leggevano decine di libri all’anno (la media nazionale, giova ricordarlo, è un libro all’anno o poco più). Anche mia moglie ama leggere e una delle sue sorelle è una lettrice insaziabile, tanto che una volta ha osato affermare: “noi siriani leggiamo molto, più degli italiani”. Lì per lì volevo strozzarla, ma dall’alto della mia superiorità occidentale mi limitai a sorridere, rinfacciandole il fatto che, appunto, in quasi due anni non avevo mai visto un siriano prendere in mano un libro in nessun posto in cui ero andato. Non meno rapida fu la sua replica, in coro con mia moglie: “ma certo, qui nessuno legge in pubblico! La lettura è una cosa privata, da fare in casa propria, fuori dagli sguardi altrui”. E perché mai?, chiedo io, spiazzato; e loro, come fosse la cosa più naturale del mondo, mi spiegano che qui leggere in pubblico è considerato sconveniente, in quanto il tuo vicino, vedendo cosa stai leggendo, potrebbe capire come sei, cosa pensi, insomma in qualche modo potrebbe venire a conoscere qualcosa di te. Mia moglie, vedendo la mia faccia sbalordita, previene ogni mia obiezione: “E’ una nostra abitudine, non la devi considerare una cosa né positiva né negativa, è così, e la viviamo senza problemi”.
E’ strano, mi dicevo, e continuai a ripetermelo per molti giorni in seguito a quella scoperta. Strano.
Non mi capita spesso, anzi, devo dire piuttosto di rado. Ma è difficile restare indifferenti ad un evento come quello di ieri, serata finale del Ravenna Festival, che quest’anno ha scelto come epilogo proprio la Siria, e per la precisione la meravigliosa cornice di questo imponente teatro romano, capace di accogliere più di 10.000 spettatori. Tanti ce n’erano ieri sera ad ammirare l’Orchestra Filarmonica e il Coro della Scala, che sotto la direzione del maestro Muti hanno saputo valorizzare l’armonia delle forme di quelle pietre secolari con l’armonia delle note, in un perfetto connubio di stile, arte e totale elevazione dello spirito. Almeno quello di coloro, e non erano pochi, in grado di apprezzare tale sublimità. Ma non erano nemmeno pochi quelli che, ahimé, hanno voluto far risuonare anche i loro strumenti, i cellulari, nonostante un annuncio all’inizio del concerto avesse pregato di spegnerli. E’ stato un concerto nel concerto, per lo sgomento finale di Muti e dei suoi musicisti. Un triste controcanto, ode all’imbecillità umana, ha riecheggiato continuamente tra le colonne corinzie della scena, che sembravano sfiorire ad ogni trillo, ad ogni melodia idiota che risuonava qua e là, in una gara di idiozia in cui i protagonisti erano ben lungi dal capire che era ora di spegnere o almeno azionare la suoneria silenziosa (ma non ci sono idioti a metà: o si è idiota totalmente o non lo si è, a quanto pare). Essendo io stato inserito nello staff di accoglienza dei musicisti, ho avuto la possibilità e il privilegio di assistere alle prove generali, parlare con i musicisti prima e dopo il concerto, e ho constatato il loro mesto stupore di fronte ad una tale manifestazione di inciviltà. “In Italia capita, ma dopo i primi squilli tutti gli altri lo spengono, il cellulare”. E’ vero. E, a parte gli applausi partiti quando non era il momento, i fischi sonori che volevano essere di apprezzamento (“Non sono mai stato così fischiato in vita mia”, scherzava alla fine Muti),
è stato l’indecente corollario di suonerie impertinenti a far vergognare quei siriani che, come mia moglie e molti altri, erano venuti per ascoltare un concerto, non per fare una scampagnata all’aria aperta. E sì che si erano prese tutte le misure per dare all’evento un’aura di estrema rispettabilità, quasi sacrale, oserei dire: macchine della polizia che scortano i pullman dei musicisti, poliziotti ad ogni 100 metri all’approssimarsi di Bosra, teatro e rovine circostanti completamente ripuliti da ambulanti e bambini che vendono di tutto, cartoline, flauti beduini, collanine in finto argento: tutto era, almeno all’inizio, stato perfetto, e le magagne di un paese caotico e ancora in cerca di se stesso relegate dietro la catena umana a proteggere i maestri dell’orchestra e gli ospiti illustri, i vip più o meno noti (compreso un Tronchetti Provera battuto nell’abbronzatura solo da Vespa), e un Muti molto rilassato accompagnato da moglie, famuli più o meno ossequiosi, e una schiera di giornalisti e fotografi tutti in gangheri, compreso il direttore di Rai Uno Dalla Noce. Le prove generali nel tardo pomeriggio, sotto una mezza luna che occhieggiava tra i colonnati del teatro e ispirava ancor di più la giovane soprano intenta a cantare la “casta diva che inargenti” (“c’è la luna”, sottolineava anche il maestro Muti, voltandosi a guardare, anche lui ammirato, lo spettacolo del teatro romano su cui la luna, ancora pallida, sembrava quasi oscillare nella brezza tiepida e cullata dai muezzin che in quel momento innalzavano il loro richiamo alla preghiera), tutto era perfetto. Poi, al momento del concerto, i cellulari petulanti, i fischi un po’ fuori luogo, e alla fine il caos del ritorno con i giornalisti delle più importanti testate italiane a litigare furiosamente come comari al mercato, e addirittura gli ambulanti ad entrare nei pullman in partenza tra i musicisti attoniti e divertiti, ma anche stanchi e solo desiderosi di tornare in albergo. Insomma, la solita Italia sbracona e finto-ricca e la solita Siria, generosa, curiosa, ospitale e bonaria, che ha convinto molti dei maestri a tornare in un futuro prossimo, totalmente conquistati dall’affabilità della sua gente, dalla cortesia, dalla disponibilità gratuita (un violinista, sperdutosi nella città vecchia, è stato invitato da una famiglia a pranzo, entrato per sbaglio in una casa damascena all’ora giusta per gustare qualche piatto tipico), ma anche del caos incontrollabile e della repressione sessuofoba (ragazze dell’orchestra e del coro che non sono riuscite a comprare niente nel suq, attorniate da sguardi “ginecologici” come li hanno definiti loro stesse, degli uomini siriani.
Insomma, la Siria nel bene e nel male, come ormai sono abituato a vederla e a pensarla, tanto da sentirmi io stesso in colpa nel parlare delle vere e proprie piantagioni di sacchetti di plastica negli spazi aperti (un vero scandalo, di cui i siriani si dovrebbero vergognare) o delle occhiate poco maliziose e molto inopportune di una gioventù siriana cresciuta in un intricato reticolo di tabù religiosi e sociali – tutti o quasi tutti connessi col sesso – che ha avuto il solo risultato di reprimere la parte maschile di un paese che non aveva certo bisogno di ulteriori repressioni.
Per quanto mi è stato possibile, ho cercato di rendere il soggiorno dei musicisti quanto più piacevole e interessante, e devo dire che quasi tutti torneranno a casa con un’impressione più che positiva di questo Paese, ricco di bellezze naturali e storico-archeologiche, di memorie del passato e della leggenda, di narrazioni favolose e bibliche. La modernità, accolta, forzata o negata, tracima qua e là tra le pieghe dei comportamenti quotidiani e degli atteggiamenti che da una parte testimoniano quanto questa modernità sia cercata e quanto al tempo stesso sia temuta e osteggiata, e quindi mal gestita, come uno strumento che ancora non si è compreso e non si sa come usare; una modernità che deve essere ancora veicolata, a mio modesto parere, con cautela e moderazione. Un po’ come la democrazia, concetto di cui conoscono il significato, lo comprendono ma che proprio per questo non sanno ancora accettare, e ne hanno paura, e lo temono. Ecco, se lo si imponesse a forza, come un prodotto qualsiasi, un dentifricio o la Coca Cola, rischierebbero di usarlo come ora usano i telefonini, ma con risultati molto, molto più letali di un concerto di Muti quasi rovinato.

“Sembra proprio un film egiziano degli anni ’70. Stesse tematiche, stesse storie…” . In effetti è vero, è capitato anche a me di vedere qualcosa del genere in uno dei vari viaggi in pullman che ho fatto, in cui impietosamente viene sempre messa una di queste terribili cassette con audio gracchiante in cui tutti gridano e si agitano, e veramente le tematiche non sono dissimili, amorazzi e tresche comprese. “In Egitto”, continua Maysa, "c’era una libertà molto maggiore, negli anni ’70: addirittura potevi trovare campeggi al mare frequentati da ragazzi e ragazze, cosa oggi impensabile. E anche qui in Siria i costumi erano molto più liberi: mia madre, nelle foto di quegli anni, sfoggiava una minigonna poi scomparsa nel corso degli anni ’80 e ’90”. Ma come, le chiedo, ben sapendo la risposta (non è la prima volta che sento storie simili, e ne ho anche scritto), i costumi invece che evolversi hanno avuto una regressione? Ebbene sì, mi conferma Maysa. E sembra che anche in questa regressione tutto sia iniziato dall’Egitto, prima molto amico dell’Occidente tanto da accoglierne con disinvoltura costumi e mode, poi d’improvviso primo paese a voltare le spalle al modello occidentale, a chiudere non solo i vestiti, ma soprattutto le menti delle persone. Artefice primo di tale involuzione, continua mia moglie, sembra sia stato Sadat, che si dice avesse addirittura vietato alle ballerine del ventre di mostrare l’ombelico, accessorio indispensabile per le loro performance. Insomma, l’Egitto, la Hollywood araba, progressivamente si chiudeva a riccio, creando un effetto domino ovviamente fatto non solo di costume, ma anche di politica internazionale, di interessi economici, di alleanze diplomatiche. Ora, arrivati al nuovo secolo, la Siria si trova chiusa tra un Iraq ormai americanizzato e il solito nemico Israele (nemico anche di comodo, bisogna riconoscerlo: senza lo spauracchio del mostro israeliano sarebbe certo più difficile gestire il potere, da queste parti), con al sud una Giordania sempre più tradizionalista nonostante la Coca Cola e i Mac Donald’s (assolutamente vietati in Siria) e ad ovest un Libano che ormai è sempre più la propaggine occidentalizzata, consumistica e, perché no, democratica, del Medio Oriente. La Siria
di Bashar Al Assad, in questo quadro, cerca un sempre più difficile equilibrio tra rinnovamento e tradizione, con una buona parte della popolazione (dispiace dirlo, ma per lo più musulmana) sempre più influenzata da imam che predicano la cultura dell’ “haram” (peccato) e dell’ “aib” (vergogna), concetti che permeano in pratica ogni azione e atteggiamento “normale”, nel senso di innocuo e anzi a volte, legittimo quanto piacevole. E’ “haram” mettere in dubbio determinate interpretazioni (naturalmente le più retrograde e ottuse) del Corano; è “aib” lasciarsi andare ad atteggiamenti che avrebbero la grave conseguenza di ostentare sentimenti vergognosi quali l’affetto, l’amore, la gioia di vivere. In due anni non ho visto mai un siriano fischiettare spensierato per strada, canticchiare una canzonetta famosa, pensare di poter avere il diritto di essere felice. Anche lo scorso venerdì, durante una gita fuori porta con mia moglie e altri amici: abbiamo concluso la giornata con una passeggiata sul lungomare – chiamiamolo così – di Lattakia, la Rimini siriana, epicentro del divertimento estivo qui in Siria. Ebbene, l’affollato passeggio serale offriva una variegata rassegna di tipologie umane del luogo, ragazzi impomatati (tutti seduti a sfumacchiare l’arghile o a bere bibite fresche) che occhieggiavano le ragazze (tutte a sfilare, non una seduta tra i ragazzi), famiglie che venivano dalla campagna per respirare un po’ di iodio, fanciulle locali più sfacciate accanto a velate integrali che sicuramente non erano lì per la tintarella. Insomma, il campionario tipico che si può avere qui. Ma nessuno, dico nessuno, sembrava, e probabilmente era, felice. Nessuno sorrideva sereno, di quei sorrisi spensierati, magari un po’ beoti che ero abituato a vedere dalle mie parti. Gli unici che ridevano, e di gusto, eravamo io e mia moglie. Eravamo – siamo - felici, ecco tutto. I siriani, ho pensato, sono tutto tranne un popolo felice. Gentili, ospitali, caotici e pigri, bonari e pettegoli, bigotti e spesso ottusi; sempre pronti ad aiutarti (se sei straniero, però, ché tra locali non si fanno troppe smancerie), ma non felici. Hanno, come tutti, voglia di felicità, ma non la vedono come un qualcosa possibile da realizzare qui, nel loro paese. Quelli che possono vanno in Europa, negli Usa, in Canada, i più sognano di andarci, ma tutti, invariabilmente, vedono la felicità come una cosa esotica, da cercare e trovare fuori da questi confini. Una cosa altrui, che a loro non è concessa o, meglio, che loro non sono capaci di conquistare. Per come la vedo io, non sono nemmeno capaci di concepirla e tanto meno chiederla, la felicità. Semplicemente, la pensano avulsa dal loro mondo, non si sentono in diritto di doverla rivendicare. Proprio come la libertà, benedizione che ha toccato altre plaghe del mondo, ma che qui sembra irrealizzabile, e di cui pare addirittura che abbiano paura (“ma sai cosa succederebbe se qui ci fosse davvero la democrazia?” mi dicono in molti, come se parlassero di un dissesto tellurico). E’ questo atteggiamento che li immobilizza e fa sì che l’unico movimento possibile sia la fuga. Altrimenti c’è la rassegnazione, o al massimo il fine settimana a Beirut per vedere le ragazze con l’ombelico di fuori e le gonne corte, che bevono birra nei locali all’aperto e fanno il bagno al mare insieme ai ragazzi. A questo si limita il concetto di felicità per loro, quando glielo chiedo. “Ma allora cos’è la felicità?”, mi domandano. E se comincio a dir loro che felicità significa anche e soprattutto speranza, voglia e possibilità di cambiare le cose, essere protagonisti della propria vita, delle proprie scelte, dei propri errori e delle proprie conquiste, ecco allora vedo i loro sguardi che mi squadrano come si farebbe con un marziano, una creatura aliena che non conosce il luogo in cui è atterrato e parla del suo pianeta lontano e irraggiungibile. “Ma tu sei italiano”, tagliano corto, con un sorriso amaro, che allontana da loro ogni pretesa di felicità.
lasciapassare necessari per superare i blocchi delle fazioni nelle diverse zone di Beirut. Tredici per la signora K., e tredici per lui e la sua famiglia. Sì, perché il padrone di casa, sunnita, ci tiene ad accompagnare la famiglia di cristiani non solo fuori Beirut, ma anche fino al confine, anzi fino a Damasco, loro destinazione finale. Il giorno della partenza è lì, pronto anche lui, con i suoi tre figli e sua moglie, e aspetta sotto casa i suoi inquilini cristiani. Non contento, mette nella macchina dei cristiani una parte della sua famiglia, e fa accomodare nella propria auto la signora K. e una delle sue figlie, così da confondere le carte ai posti di blocco: non più sunniti o cristiani, ma semplici persone in due macchine che se ne vogliono andare da uno dei tanti crateri della follia umana. Ebbene, dopo tredici controlli minuziosi, sospettosi, perquisizioni e continui sali-scendi dalla macchina per aprire il cofano, mostrare le valige, aprirle, richiuderle, ripartire e rifermarsi di nuovo poco dopo, arrivano tutti sani e salvi alla frontiera con la Siria. Ancora controlli, ancora perquisizioni, ancora domande. Poi, Damasco. La pace. La signora K. ricorda ancora con gratitudine infinita quell’uomo, si tengono ancora in contatto, lui è stato l’unico non della famiglia a venire da Beirut per il funerale del padre della signora K, o a fare gli auguri per la nascita della terza figlia. “Ha fatto una cosa che pochi, pochissimi avrebbero fatto”, ripete la signora K., “e non parlo di parenti, o amici, di cristiani o musulmani”. Anzi, quando temporaneamente si rifugiò a Tripoli, nel nord del Libano, città a maggioranza maronita (cristiani, quindi), fu vista con sospetto e diffidenza. Lì, dice sicura la signora K., nessuno avrebbe mai fatto quello che fece il loro amico musulmano, rischiando addirittura la sua pelle e quella dell’intera famiglia. Morale della favola: sono estremamente stanco di sentire parlare di “arabi”, “musulmani”, “islam”, “cristianità” come si parla di “salumi”, “legumi”, e “graminacee”. Non ne posso proprio più.

O, addirittura, dopo pochi mesi di matrimonio, vendere tutto quell'oro per non dico comprarsi la tv, ma per mangiare, talvolta? Lei mi ha spiegato placidamente che in Siria l'evento più importante nella vita di tuo figlio e soprattutto tua figlia è il fidanzamento e poi il matrimonio, e quindi non si bada a spese; che sin da quando si ha un figlio maschio, si pensa a quando dovrà sposarsi, e quindi si risparmia per il suo matrimonio, e lui a sua volta cerca al più presto un lavoro e mette da parte quanto può, tutto in funzione del gran giorno, in cui dovrà farsi carico di ogni cosa, dai fiori in chiesa ai mobili per la casa (e la casa stessa, ovvio). "Noi", continua placida la donna araba che ora è mia moglie, "non abbiamo come voi ferie, non facciamo lunghi periodi di vacanza, non sappiamo nemmeno cosa significhi "settimana bianca"; al massimo stiamo fuori due o tre giorni, sia in estate che in inverno: per il resto lavoriamo, e le uniche soddisfazioni che cerchiamo sono quelle legate al matrimonio e alla vita matrimoniale. Perché dovremmo privarci anche di quelle?". D'accordo. Non mi ha convinto, ma non insisto.
Ma poi, visto che in questi giorni sto cercando una lavatrice da comprare a rate e non ce n'è, le chiedo perché diavolo, in un paese povero non facilitano gli acquisti a rate, visto che per un comune siriano che guadagna 100 dollari al mese comprarsi in contanti una lavatrice che ne costa minimo 300, e un frigo a 500 dollari, risulta un'impresa ciclopica: il siriano medio non compra e il negoziante medio non vende; a che pro quindi tutto ciò? Sempre come fosse la cosa più logica del mondo, mia moglie dice che ci hanno provato, i negozianti, a vendere a rate, ma dopo un paio di mesi gli acquirenti non pagavano più e i venditori non sapevano come fare per recuperare il credito. Versione del resto confermatami da uno studente che vende condizionatori d'aria. Ma, le obietto dal mio senso della logica tutto occidentale, basterebbe una legge che regolamentasse gli acquisti rateali, chiedesse garanzie e stabilisse pene in caso di non ottemperanza; lei sorride e dice che è vero, ma non ci sono. E lascio perdere anche stavolta. Ho capito, del resto che con gli arabi è poco fruttuoso insistere e discutere: Per loro le cose hanno un'interpretazione univoca e pochissimo elastica, non è detto nemmeno che gli piaccia o che siano d'accordo loro stessi su tale interpretazione, ma è così e non si discute oltre, e in questo non c'è differenza tra sunniti o sciiti, tra cristiani e musulmani: è proprio la mentalità araba. A riprova di ciò, ecco cosa succede quando parliamo, ancora una volta, del perché mai qui sia "haram", peccato, o "aib", vergogna, tutto ciò che riguarda la sessualità in generale, dal semplice abbraccio a, mio dio cosa sto dicendo, il bacio dato in pubblico.
Le dico, con garbo, che trovo a dir poco contraddittorio il fatto di censurare nei film occidentali le scene di sesso (anche semplici baci, appunto) e poi trasmettere in versione integrale film in cui è di scena la violenza più gratuita, quelli con Van Damme per intenderci, o far rigurgitare i telegiornali locali di scene raccapriccianti con bambini palestinesi mutilati e sanguinanti, ad onta del Nemico per eccellenza, l'odiatissimo Israele (anche in questo caso, non c'è molta differenza tra cristiani e musulmani). Insomma, la violenza sì e le manifestazioni di affetto no? Per ipotesi assurda, se io andassi per strada e sparassi con una mitraglietta, avrei meno possibilità di andare in carcere che se baciassi mia moglie in pubblico. Sicuramente se sparassi mi potrebbero essere concesse più attenuanti.
Qui l'individuo è visto solo come membro di una famiglia, di un gruppo, di cui condivide necessariamente (gli piaccia o no) costumi, tradizioni, idee, comportamenti sociali. E' un po' quello che succedeva in Italia una sessantina di anni fa quando l'atteggiamento diciamo anticonformista di una figlia in certi paesi sperduti del profondo nord o profondo sud era visto come un "disonore per la famiglia". Esattamente così. Solo che qui la famiglia non riguarda solo i parenti più prossimi, ma circa una sessantina di persone, che verrebbero danneggiate in maniera indelebile da un comportamento asimmetrico rispetto le rigorose leggi non scritte della tradizione. E questo accade, bisogna dirlo, perché la gran parte della popolazione passa il tempo a (s)parlare gli uni degli altri, tutti occhiuti sorveglianti pronti a farsi delatori. Triste, ma è così, ed è davvero la cosa che meno mi piace qui.
Gliel'ho detto, a mia moglie, e lei è anche d'accordo, ma non pensa nemmeno un minuto che le cose possano cambiare. Per noi sembra facile: te ne freghi di quello che dice la gente e vai per la tua strada. Magari sulle prime crei subbuglio, ma se hai dalla tua una buona motivazione, un nobile fine, il tempo ti darà ragione. Così è progredito il mondo, le dico: qualcuno se ne è fregato di quello che dicevano i benpensanti e ha fatto una virata imprevista, uno scarto evolutivo. Solo col tempo ci si è resi conto che in fondo non aveva poi torto. Ma qui, una cosa simile è impensabile: non essendoci il senso dell'individualità, non è possibile che qualcuno intraprenda una via senza coinvolgere tutto il clan; a sua volta, se anche buona parte del clan fosse d'accordo con questo cambiamento, non sarebbe mai tutto il clan, la tribù che conta decine e decine di membri (anche se anticamente, sia Gesù Cristo che Maometto, nati da queste parti, hanno fatto proprio così, e soprattutto il secondo ha rotto in senso vero e proprio con la famiglia e con l'intera tribù). In definitiva, una volta di più mi accorgo che il tanto aborrito individualismo, quando non si ossida in egoismo è il vero e proprio motore dei grandi cambiamenti sociali, mentre l'immobilismo è frutto del radicato senso della tradizione, una tradizione cementata e a sua volta cemento del gruppo, della società strutturata per grandi aggregazioni strettamente legate al loro interno, e quindi immobili.
Di tutto ciò mia moglie ne è conscia, e non è certo con soddisfazione che lo ammette. Ma, a sua volta, sa bene che se rifiutasse apertamente questo modo di vivere, non sarebbe lei sola a essere indicata come "la strega" (di questo me ne infischierei, dice), ma anche le sue quattro sorelle, suo fratello, i suoi zii, i cugini, fino ai parenti di secondo e terzo grado. E' ingiusto, lo riconosce, ma è così. E la realtà, qui, lo ripeto, è un dato di fatto poco malleabile. Ma così, vorrei dirle, rimarrete sempre in un medioevo mentale (proprio quel medioevo, angusto ma anche rigoglioso, in cui Farinata degli Uberti chiedeva a Dante "chi fuor li maggiori tuoi?", perché anche lì l'individuo contava in quanto parte di una famiglia). Mi limito a dirle: "Ti rendi conto che così sarete sempre voi stessi causa del vostro stesso male, pur deprecando il fatto di essere, come molti di voi dicono, terzo mondo?". "E' vero", è tutto quello che sa dire, e poi: "ti prego, parliamo d'altro".
Nonostante però la caccia alle notizie dei telegiornali arabi e occidentali, la dinamica del fatto resta molto oscura: non si tratta di attentati suicidi, né di autobomba: sembra piuttosto più giusto parlare di un commando armato fino ai denti che ha scatenato improvvisamente una vera e propria guerriglia cittadina, scontrandosi con le milizie sempre in servizio nei pressi delle ambasciate e uffici di rappresentanza (lì vicino c’è anche l’Unicef, ed uffici dell’Onu). I danni non sembrano essere stati troppo ingenti, a quanto mostrano le prime timide e castigatissime immagini diffuse dalla televisione siriana; evidentemente i servizi segreti locali non sono stati colti di sorpresa, se è vero, come sembra, che nella stessa mattina di ieri, nella medesima area, si sono registrate esplosioni in un grande magazzino di tipo occidentale, piccolo vanto del consumismo siriano. Dunque qualcosa che era nell’aria. Ma perché, e da parte di chi? Si parla di una cellula di Al Qaeda su cui da tempo indagavano i servizi segreti siriani, una delle poche cose efficienti (forse l’unica) in questo paese. Si parla di un movimento anti-Bashar El Assad che da tempo fermenta in segreto e carsicamente si manifesta in luoghi e modi differenti: la protesta dei curdi un mese fa, manifestazioni non governative l’8 marzo scorso. Si parla di un legame tra l’attentato sventato proprio il giorno prima ad Amman, nella vicinissima Giordania, il cui re Abdullah si è incontrato poco tempo fa indovinate un po’ con chi, il giovane leoncino di Damasco, sempre più stretto tra modernizzazione e frange estremiste, con gli scarponi dei soldati Usa da una parte e i caccia di Sharon dall’altra, tra la laicità almeno di nome del suo Paese e rigurgiti religiosi sempre più profondi, che fanno riempire le moschee (fino a 15 anni fa le moschee erano vuote, dicono in molti), ne fanno costruire di nuove, e sempre più maestose, più alte e tonitruanti quando dai megafoni sgorga il richiamo alla preghiera.
Eppure oggi la città sembra ritornata ai soliti ritmi, la gente preferisce glissare su quanto accaduto, il governo fa di tutto per non parlarne, e così facendo invita (diciamo così) la popolazione a fare altrettanto. La propaganda del silenzio. Si dice addirittura che se tutto ciò fosse successo in qualche zona isolata della periferia, forse nessuno l’avrebbe mai saputo. Forse. In ogni caso resta lo sgomento e soprattutto, come detto, lo stupore. Sorpresi che anche a Damasco potesse succedere una cosa del genere, anche i siriani hanno avuto il loro battesimo del terrorismo, per così dire. E non ne sembrano affatto felici. I loro sentimenti antiamericani, già ben radicati, si sono ulteriormente rinvigoriti, dopo i fatti di ieri. In più, l’inquietudine di non conoscere l’identità del nuovo nemico, del terrorista additato come fanatico islamico anche qui, dove la parola sembra avere quasi lo stesso impatto emotivo che da in Occidente. Ma è proprio questo che vogliono coloro i quali stanno dietro a questa strategia ormai indifferenziata, che colpisce a Madrid come a Ryad, ad Amman e a Damasco, di solito estranee ad ogni traiettoria esplosiva del terrorismo internazionale. Non c’è dubbio che il Medio Oriente stia vivendo un momento molto difficile, forse cruciale, nella sua travagliata e complessa storia politica e sociale. Di qua il nuovo che avanza, di là una povertà che attanaglia sempre più persone; di qua la classe media in declino, di là l’indigenza e l’ignoranza che generano e si alimentano a loro volta di miti necessari, di consolazioni improbabili, di pulsioni irrazionali, irragionevoli, perché la ragione non alberga mai dove c’è povertà, e disperazione, e deserto. Di tutto ciò, l’11 settembre, Al Qaeda, la volontà di terrorizzare il mondo sono non una causa, bensì una conseguenza: sono gesta a loro modo epiche, spaventose ma che dimostrano una ingenita e mostruosa forza, una potenzialità devastante e terribile, capace di scuotere il mondo intero. Allah è grande, morte all’infedele, il nemico vuole indebolire la nostra fede, vuole contaminarci, e chi vi governa vuole solo darvi in mano al Diavolo. Guardate come hanno ceduto i vostri governati, Mubarak che firma la pace con l’odiato Israele, poi il re Abdallah di Giordania, il Libano che ormai si vergogna quasi di parlare la lingua del Corano.
con altri paesi (uno fra tutti la Turchia, paese in odore di Nato, se non di Ue, e con cui Damasco non aveva rapporti da decenni) al fine di forgiarsi un’armatura capace di proteggerlo da una situazione politica internazionale sempre più tellurica nel Medio Oriente. Ma. C’è sempre un ma. Il ma più evidente sono le accuse di sempre che gli USA muovono a Damasco: protegge gli Ezbollah, ospita importanti esponenti di Hamas, favorisce il terrorismo internazionale. Analizziamo questi punti uno per uno: gli Ezbollah sono da sempre legati al governo siriano, che non ha mai negato di fornire armi al “partito di Dio” libanese, e questo naturalmente non è ben visto né dagli USA né tantomeno da Israele, che vede sempre più gli Ezbollah come fumo negli occhi. Per quanto riguarda la seconda accusa, è recente la notizia di un importante esponente di Hamas che, proprio da Damasco, ha esposto propositi non certo pacifisti dopo la morte a dir poco violenta dello sceicco Yassin. Dunque Damasco, se proprio non protegge Hamas, ospita suoi uomini di spicco e li lascia serenamente parlare, e tanto basterebbe al Pentagono per intervenire, se i suoi marines non fossero ancora troppo impegnati a Baghdad e dintorni. Ultimo punto, forse il più dolente, il terrorismo internazionale. Si dice che uno dei responsabili della mattanza di Madrid si sia stabilito per qualche tempo proprio qui nell’ex “Paradiso dell’Oriente” per poi però organizzare concretamente l’attentato e assoldare i complici in Marocco (che, ed è opinione tutta mia, mi sembra terra di emigrazione integralista e centro di smistamento del terrorismo molto più di quanto non sia la Siria, ma tutti sembrano ignorarlo, Bush in testa). Purtroppo, a quanto pare gli spunti di preoccupazione sono più concreti dei segnali di distensione (e tra i primi metto, last but not least, un’inspiegabile prova di allarme generale ululata dalle sirene cittadine il 25 marzo scorso). Sebbene facciano finta di nulla, molti siriani percepiscono questa atmosfera, ma la assorbono quasi con naturalezza, abituati come sono a vivere da sempre in bilico tra apoteosi e tragedia, tra deserto e mare, e quando l’inquietudine diventa eccessiva ecco che si volgono indietro, alla loro Damasco ormai quasi introvabile, e che ancora aleggia negli aromi di qualche suq e nelle ineffabili parole citate anche nelle “Mille e una notte”: “se il paradiso è in terra, senza dubbio è a Damasco, se è in cielo, essa è tale che rivaleggia in gloria con lui e gli sta alla pari”. Benvenuti in paradiso, quindi, ma attenti a non dimenticare la mascherina antismog quando venite. Speriamo di non avere mai bisogno del giubbotto antiproiettile.
Damasco, 30 gennaio 2004
Approfitto della ricorrenza del Grande Aid, il periodo di quattro giorni festivi a due mesi e mezzo dalla fine del Ramadan, per trattare alcuni temi che reputo interessanti.
L'ospitalità araba - Non è una leggenda né un modo di dire, esiste e, almeno qui in Siria, è molto piacevole da sperimentare: a Damasco non c'è posto, infatti, in cui non sia pronto un tè o un caffè per il visitatore, sia esso il piccolo negozio stipato di tappeti del venditore che quasi sempre conosce qualche parola d'italiano, sia la gioielleria elegante in pieno centro. Ma anche gli uffici privati, gli studi dei professionisti, addirittura gli uffici governativi: quasi dappertutto è presente una figura di età variabile, dai 10 agli 80 anni, precipuamente addetta alla preparazione di tè o caffè, a scelta del visitatore, ed è quasi impossibile sfuggirgli. Rifiutare infatti sarebbe quasi un insulto, comunque un gesto non molto gentile, e del resto perché rifiutare un buon tè o un caffè al cardamomo preparato al momento? Gli inviti sono una costante di questi posti, e possono provenire da ogni persona con cui abbiate a che fare per più di due minuti. Può essere per esempio il vostro vicino durante un lungo viaggio in pullman o un breve tragitto in microbus; può essere l'uomo a cui avete chiesto un'informazione su un luogo e lui non solo vi ci accompagna, ma poi ci aggiunge l'invito, che va dal semplice tè
in un locale al vero e proprio pranzo a casa sua, o il fruttivendolo che sta mangiando mentre voi entrate e vi invita senza problemi a sedervi insieme a lui per condividere qualche boccone insieme. C'è poi l'accoglienza a casa di persone con cui in qualche modo avete qualche rapporto: in questo caso si parte col tè, accompagnato da dolci tipici; segue un caffè, e poi di regola un piatto di frutta contenente un arancio o due, una banana, qualche mandarino e un paio di mele. Questa, tengo a precisare, è una porzione singola, ovvero ad ognuno spetta questa stessa quantità, che è consigliabile consumare interamente, se non si vuol fare la figura del guastafeste. Curiose sono le notizie che mi sono giunte sulle usanze di un paese confinante con la Siria, la Giordania: lì, mi garantisce chi ci ha vissuto, si inizia con il tè e si prosegue così, finché non vi viene offerto del caffè, che però rappresenta anche il segnale di commiato: consumata l'aromatica bevanda, infatti, siete tenuti gentilmente a ringraziare, riprendere le scarpe che avete lasciato all'ingresso e congedarvi. Tale usanza in Siria è però sconosciuta, tanto che fu proprio un mio collega italiano ad insegnarla a siriani in visita da un ospite giordano.
Esteriorità - Credevo che abbandonando l'opulento Occidente avrei lasciato anche alle spalle l'importanza ormai da noi ossessiva del cosiddetto look, l'asservimento all'apparenza, il regno del silicone e della chirurgia plastica. Con mia sorpresa invece ho scoperto lentamente che tutto ciò fa parte anche del mondo arabo. Non solo infatti la stragrande maggioranza delle dive (e divi, dicono) libanesi, egiziane e siriane ricorrono regolarmente alla chirurgia plastica, ma anche molte ragazze comuni, e nemmeno particolarmente benestanti. Un'operazione al naso può costare infatti da un minimo di 5.000 lire siriane (circa 100 dollari) ad un massimo di 20.000 (400 dollari) nelle cliniche private, e ora non mi stupisco più se vedo così spesso per le strade di Damasco ragazze con nasi bendati, mascherine protettive, cerotti di fine convalescenza. Inoltre, qui è di vitale importanza ciò che le persone pensano di te, la cosiddetta "reputazione", concetto in cui i vicini di casa assumono un ruolo determinante, con un potere assoluto, altro che Saddam: un vicino di casa detrattore può addirittura farti cacciare di casa dal proprietario del tuo appartamento, se sospetta della tua moralità. E per farli sospettare ci vuole davvero poco, almeno secondo i nostri canoni occidentali. Se dal punto di vista antropologico, questa potrebbe essere definita una "società della vergogna", in cui cioè non puoi esimerti dal fare ciò che gli altri si aspettano che tu faccia, dall'altra parte non si può dire che sia sopravvissuto il concetto di "onore", spazzato via da una ben più prosaica ipocrisia strisciante, per cui puoi in pratica fare ciò che vuoi, basta che i vicini non ti vedano, che poi Allah sia onnisciente sembra un dettaglio poco significativo anche da chi lo prega cinque volte al giorno e sgrana il suo nome ogni minuto sulle perline dei rosari musulmani.
Ma ciò che non puoi fare a insaputa delle persone è il matrimonio, cerimonia per la quale anche i più poveri in canna dilapidano vere e proprie fortune: non stupisce infatti che i figli maschi debbano ereditare il doppio delle sorelle, se poi al momento del matrimonio devono pensare a tutto loro, dal punto di vista organizzativo ma soprattutto finanziario: dai fiori in chiesa (o in casa, per i musulmani), alla parure d'oro per la sposa, al vestito sempre della sposa, dall'acquisto della casa e della mobilia al ricevimento di nozze, che per i musulmani viene replicato tre volte in tre diverse occasioni, visto che in qualche modo devono ovviare alla mancanza di cerimonia religiosa in cui invece i cristiani scatenano tutta la loro capacità di fuoco, per così dire. Gli invitati, manco a dirlo, sono sempre circa qualche centinaio, complice anche la proverbiale prolificità degli arabi, che porta al desco nuziale nuclei familiari di non meno di 6-7 persone ognuno, senza contare eventuali parenti acquisiti con relativa prole. Anche in questo caso, da tutto ciò è impossibile sfuggire, e la ragione è in pratica solo una: la reputazione. I vicini. Non puoi non fare un fidanzamento in tono minore, i vicini parlerebbero di te, tuo padre verrebbe immediatamente tacciato di tirchieria, e porterebbe con sé questo marchio infamante fino alla tomba. Al ricevimento di nozze, che qui segue di qualche ora la funzione religiosa, le persone non possono essere vestite come erano in chiesa, darebbero una pessima immagine di sé ai soliti vicini, evidentemente sempre presenti, o comunque informati. Insomma, ho scoperto che nemmeno in un paese non ricco come la Siria si può evitare la ricerca dell'effetto meramente estetico, la futilità dell'esteriorità fine a sé stessa, l'ossessione del "dover apparire", a discapito del "come essere in realtà". E' una constatazione amara, che solo a fatica riesco a fare con ironia.
Con i veli, o con le veline? - Poi ci sono le domande
a cui non riesci a rispondere. Del tipo: "Ho visto la tv italiana: cosa significa velina?"; o: "Perché avete tante ragazze poco vestite che non fanno quasi nulla?" Quando azzardi una risposta per salvarti in corner, come "sapete, in Europa abbiamo un concetto della donna molto articolato, e non sempre edificante…", ti fermano subito: "non in tutta Europa: quando vediamo la televisione spagnola, o tedesca, o inglese, non è lo stesso". Ho controllato, è vero. E l'appunto, non a caso, mi è stato anche fatto da una studentessa svizzera, che impara l'italiano perché ha il fidanzato a Monza. Non che ai ragazzi arabi dispiaccia vedere la televisione italiana e le sue veline, naturalmente: ma le donne, giustamente, si chiedono perché pontifichiamo tanto sull'emancipazione femminile, sulla condizione della donna nei paesi islamici, per poi sbattere in faccia a tutto il mondo catodico (ormai digitale) il nostro concetto predominante della donna, letterina, velina, ragazza cubo, presente nei dibattiti televisivi a scopo prevalentemente esornativo. Insomma, sembrano dire le ragazze arabe, lasciateci il velo e tenetevi le vostre veline. A tale proposito, vale la pena menzionare la tanto discussa decisione del presidente francese Chirac di abolire il velo per le ragazze musulmane, il crocefisso come pendente per le cristiane, così come i segni esteriori di fede degli ebrei. Un provvedimento sicuramente discutibile, ma comunque salomonico: infatti scontenta tutti, i cristiani perché sono la maggioranza, i musulmani perché il velo ha una valenza diversa e meno facile da interpretare della semplice croce su una collanina. La reazione delle donne musulmane, si sa, è stata quella di manifestare pacificamente per le vie di Parigi. E qui qualche maligno ha detto che in fondo dovrebbero ringraziarlo, Chirac, se possono manifestare in piazza, cosa che sarebbe assolutamente impensabile in molti dei loro paesi d'origine; da parte mia evito ogni sarcasmo e dico solo che ben due paesi a maggioranza islamica, Tunisia e Turchia, hanno da tempo vietato il velo alle donne musulmane, senza per questo suscitare troppo scalpore, che sarebbe ancor più giustificato dal momento che il divieto viene da governi non certo accusabili di "anti-arabismo". Da parte sua, lo Sheikh del Cairo, ossia il capo spirituale islamico in Egitto, ha affermato che i musulmani in Francia vivono in un paese non loro, e di conseguenza devono adeguarsi alle leggi che lì vengono imposte, e del resto, ha sottolineato, il divieto comprende anche cristiani ed ebrei. Sarà interessante vedere lo sviluppo degli eventi, con le conseguenti reazioni. Quello che sembra però di vedere, è una costante necessità di individuare un nemico, questo sì: fino al genocidio hitleriano sono stati gli ebrei (del resto deportati e massacrati sotto una coltre di colpevole silenzio generale da parte di tutte le nazioni), poi è stata la volta dei comunisti mangia-bambini, ora a quanto pare tocca all'arabo "terrorista e integralista". E' ben triste constatare, all'inizio di questo nuovo millennio, che il tanto celebrato progresso tecnologico che fa funzionare ormai alla perfezione gli oggetti, funzioni molto meno con le coscienze.

Damasco, 23 gennaio 2003
Il cosiddetto "reality show" contagia anche il mondo arabo. Chi viene in Medio Oriente, infatti, non creda che parlare della nuova edizione del Grande Fratello trovi gli arabi impreparati, anzi potrete scambiare opinioni e pareri e, se vorrete, confrontare la nostra edizione con la loro versione, anzi le loro versioni di questo format.
Infatti, da qualche tempo imperversa nelle tv arabe "Star academy", un programma in onda sul canale libanese della LBC, in cui ragazzi e ragazze provenienti da quasi tutti i paesi arabi, dal Marocco alla Siria, convivono, udite udite, insieme nella stessa casa e passano la giornata in lezioni di recitazione, ballo, canto. Ogni settimana viene proposta agli spettatori una terna di ragazzi, uno dei quali verrà eliminato dal pubblico, l'altro dai suoi stessi compagni di avventura. La trasmissione, ormai in onda da settimane, riscuote un successo incredibile, ogni sera gli ascolti sono altissimi, e in qualche modo ricorda il delirio che suscitò "Superstar", un programma simile che spopolò lo scorso anno, in cui aspiranti cantanti da tutto il mondo arabo si sfidavano ogni settimana sulle note di famosi brani locali, fino alla finale in cui la concorrente giordana vinse su quella siriana: la serata della finale ero in giro per Lattakia, il corrispettivo siriano della nostra Rimini, e tutte, dico tutte le televisioni in ogni locale, ristorante, albergo, erano sintonizzate sul programma, con tanto di gruppi di ascolto, come si fa da noi quando gioca la nazionale di calcio. Ma la formula più vicina al nostro Grande Fratello, è una a dire il vero scialba trasmissione dal titolo "Hawa Sawa" (in onda insieme), in cui otto ragazze, selezionate anche questa volta da tutti i paesi arabi, convivono nella stessa casa contendendosi il premio finale, ovvero il matrimonio con il prescelto tra una serie di pretendenti che inviano alla loro attenzione videocassette in cui mostrano quanto siano belli, bravi, buoni, e, soprattutto, ricchi. Il pubblico sceglie ogni volta una ragazza da allontanare dalla casa, finché le due finaliste, dopo essersi sciroppate decine di cassette dei loro pretendenti e avendo a loro volta scelto il proprio principe azzurro, attendono frementi il verdetto finale, ognuna speranzosa di salire all'altare in diretta televisiva di fronte a milioni di spettatori. In verità però il programma risulta piuttosto insulso, le fanciulle non sono né bellissime né tantomeno loquaci e, pur non conoscendo l'arabo non si stenta a indovinare che quel poco che dicono sia assolutamente poco interessante.
Non ho i dati d'ascolto del programma, ma da una rapida indagine empirica, mi risulta che "Star academy" riscuota i favori del pubblico molto di più della casa al femminile, molto meno attiva e, diciamolo, piccante, rispetto a quella in cui il ragazzo egiziano e quello tunisino si contendono la bella algerina, o dove una perplessa siriana osserva con distacco le smorfie e i capricci delle sue compagne di avventura libanesi. Curiosità cultural-linguistica: in questa casa promiscua, per sesso e nazionalità, i ragazzi non parlano tra loro in arabo, bensì in inglese, o in francese. Questo perché l'arabo parlato dai siriani o dai libanesi è completamente diverso da quello di un tunisino, e tantomeno di un marocchino o algerino. La lingua colta, il cosiddetto fussha, è anch'esso soggetto a modificazioni locali, e quindi si è deciso di ricorrere all'unica lingua veramente universale, quella di Shakespeare. Mal ne colga a chi non parla che l'arabo, come la concorrente siriana, per esempio, tanto che è inevitabile che all'uopo, per sparlare del più e del meno, si creino sottogruppi di anglofoni, arabofoni, o francofoni. Insomma, una sorta di versione in diretta della scarsa omogeneità della Lega Araba, anche se i ragazzi prescelti sembrano molto più aperti e moderni dei loro capi di stato. A quanto invece mi risulta dai pochi minuti in cui ho potuto sostenere la